Cruishank, Il mal di testa.
Cruishank, Il mal di testa.
Farmacia tascabile di un medico romano [1]

di Burkhard
Reber (di Ginevra).
Nel gruppo dell’arte antica, all’Esposizione nazionale svizzera che ebbe luogo a Ginevra, nel 1896, si poteva notare in una delle vetrine destinate alle antichità romane trovate in Svizzera una piccola scatola in avorio molto curiosa. Secondo l’opinione generalmente ammessa oggi, si tratta della farmacia tascabile di un medico romano. L’oggetto appartiene al museo di Sion (Cantone Vallese), in cui l’ho avuto tra le mani alcuni anni prima della sua esposizione. Ma, durante lo svolgimento di quest’ultima, si è presentata l’occasione di farne delle fotografie, il che mi permette di possederne delle riproduzioni molto esatte.
Notre Dame de Valère, Sion, Svizzera.
È il motivo che mi spinge nel pubblicare una breve nota sull’oggetto in questione benché esso il soggetto sia già stato
trattato brevemente da altri autori [2]. Ma in nessun modo è trattato in modo esatto e, soprattutto per la nostra epoca, in modo esaustivo. Tengo particolarmente a por rimedio a
quest’inconveniente. Successivamente si sono presentati dei nuovi casi, di modo che un riassunto su questo soggetto presenterà tanto più interesse in quanto in lingua francese, per quanto io ne
sappia, non è ancora stato trattato.
Il corpo di questa scatola è scolpito in un sol blocco d’avorio; il coperchio presenta le figure di Esculapio e di
Igea, si inserisce attraverso delle scanalature laterali. L’oggetto misura 11 cm di altezza e 7,5 cm di larghezza. Il suo spessore è un po’ più di 3 cm. Il colore bianco giallastro è quello del
vecchio avorio. Gli archeologi si sono mostrati d’accordo sulla l’antichità di questa interessante farmacia
portatile. La si attribuisce all’epoca romana della fine del terzo o dell’inizio del quarto secolo.
Questa scatola possiede la sua piccola storia che non manca di interesse. Quando in un angolo della camera degli
archivi dell’antichissima chiesa di Valère a Sion, è stata ritrovata, coperta di polvere e dimenticata probabilmente da secoli, conteneva delle reliquie avvolte in stoffe molto belle, in seta.
Tra queste si notava, ad esempio, un frammento della sedia su cui san Pietro si era seduto durante la condanna di Cristo. Si ha dunque il diritto di supporre che questo reliquiario era stato
spedito da Roma, sotto forma di regalo, al vescovo di Sion. La scrittura sulle strisce di pergamena indicante il contenuto di ogni compartimento, sembrava appartenere al nono secolo.
Ma le figure di Esculapio e di Igea, divinità della medicina e della salute nell’antichità, non hanno nulla a che fare
con un reliquiario cattolico; al contrario, esse dimostrano chiaramente l’antica destinazione della scatola. Per fortuna sono state lasciate le suddivisioni all’interno che sono testimoni
egualmente dello scopo primitivo dell’oggetto. Su quest’ultimo punto si hanno tanto meno dubbi in quanto
conosciamo oggi, come dimostrerò più avanti, un certo numero di queste farmacie portatili dei medici romani, tutte strutturate pressappoco allo stesso modo. Tuttavia, in generale, sono antichità
molto rare e considerate essere della più alto interesse scientifico ed anche artistico.
Interno della farmacia.
Le due figure che sono sulla nostra scatola rappresentano sicuramente Esculapio ed Igea. Gli attributi che questi
personaggi reggono in mano lo provano nel modo più irrefutabile. L’uomo regge nella mano sinistra il bastone avviluppato dal serpente tradizionale e la donna un serpente ed una coppa. È la
rappresentazione classica, così come l’abbiamo trovata incisa, scolpita e fusa su dei monumenti antichi. In quanto alla scultura in alto rilievo stessa, che orna il coperchio di questa scatola,
non manca, malgrado una certa durezza delle forme e qualche errore di disegno, di uno stile elevato e di una tecnica che ricorda la grande epoca artistica dello sviluppo della nazione
romana.
Molto spesso, si ritrova Esculapio ed Igea rappresentati insieme. Ma che li si incontri isolati o l’uno accompagnato
con l’altro, ognuno reca sempre gli stessi attributi: Esculapio il suo bastone avviluppato con il serpente, Igea un serpente in una mano, la coppa nell’altra.
Esculapio, Musei capitolini, Roma.
Non è raro vedere queste due divinità della medicina e della salute che si crede siano a volte marito e moglie a volte
padre e figlia, il che non ha nessuna importanza per noi, in compagnia di un bambino avvolto in un mantello e la testa sempre coperta da un cappuccio. È Telesforo, figlio di Esculapio che,
secondo alcuni, rappresenta il convalescente, secondo altri un demone o il genio della salute. Ad ogni modo, egli aveva per sé dei templi a Smirne ed a Pergamo. Sappiamo che Esculapio e Igea
contavano numerosi e magnifici templi ed altari tanto in Grecia quanto nell’antica Roma.
Si è recentemente scoperto a Tarda [3], in Ungheria, una placca in molassa, con la scultura delle tre divinità riunite,
nelle loro forma più tipica e recanti i loro attributi. Insisto su questo ritrovamento perché proviene da un paese conquistato dai Romani, in cui il culto si è in seguito impiantato relativamente
tardi. L’iscrizione che si vede sul piccolo monumento è così concepita: “Aur (elio) Eternalis ex voto posuit”.
Tavoletta votiva di Esculapio, Igea e Telesforo, II-III secolo d. C., Kyustendil, Bulgaria.
L’Esculapio nella nostra scultura presenta una singolarità. Regge con la mano destra un oggetto somigliante ad un pino.
Quest’ultimo è solitamente l’attributo di Bacco. Può darsi che qui l’artista abbia voluto rappresentare una pianta o un fiore medicinale. Attiro su questo punto l’attenzione senza pensare di aver
risolto la questione.
La croce che si scorge tra le due teste è più recente. Essa data naturalmente all’epoca in cui la scatola era destinata
a diventare un reliquiario. Prima di utilizzare nella chiesa cristiana un oggetto che era appartenuto a dei pagani, occorse, attraverso un segno visibile, consacrarlo al cristianesimo. Questa
pratica era generale ed è conosciuta in tutto il mondo. Il foro che si osserva in alto serviva per mettere un chiodino con un bottone a mo’ di serratura, per la chiusura.
Il dottore C. Brunner, menziona anche quattro altre cassette simili, tutte destinate al trasporto comodo di medicamenti
e sempre provenienti dall’epoca romana. La prima di queste scatole, rettangolare, in bronzo, trovata a Pompei, suddivisa in cinque compartimenti, contiene ancora presentemente dei medicamenti, di
cui una parte in pastiglie. Una seconda scatola simile, rinvenuta nei dintorni di Napoli, mostra sul coperchio a scorrimento l’immagine di Esculapio, si trova ora nel museo di Berlino. Un’altra
scatola della stessa categoria, in bronzo, ma molto artisticamente rialzata da una placcatura in argento e rame puro, rappresentante il serpente di Esculapio rampante intorno ad un allora, con
degli uccelli ai quattro angoli, è stato ritrovato nel letto del Reno a Magonza. L’interno di quest’oggetto notevole mostra quattro suddivisioni, due piccole e due più grandi, il cui contenuto è
stato sfortunatamente rovesciato al momento del ritrovamento. Si conserva questa reliquia della medicina antica al museo di Magonza. La quarta scatola di questo genere, trovata come la
precedente, nelle province renane, tra Neuss e Xanten, fa parte delle antichità romane del museo di Berlino. Dal punto di vista del loro impiego, l’opinione di tutti i ricercatori è
unanime.
Venere Hygeia, statua romana, 200 d. C.
La somiglianza di queste quattro farmacie tascabili, benché in bronzo, con quella che sto segnalando è assolutamente
notevole. Come decorazione, quest’ultima è la più sviluppata ed allo stesso tempo la più tipica. Questa forma oblunga appiattita conveniva evidentemente ad un oggetto portatile, posto
probabilmente in una tasca speciale.
In quanto alla strutturazione interna in undici suddivisioni un po’ differenti come grandezze, è la più complessa di
tutte queste farmacie antiche conosciute sino ai nostri giorni. Visto lo spazio molto ridotto destinato ad ogni specie di rimedio, siamo obbligati a supporli di dimensioni minime se senza dubbio
eleganti, probabilmente in pillole, pastiglie ed altro.
Ora si pone una domanda. Queste divinità non avevano che lo scopo di indicare in modo generico la destinazione
dell’oggetto come recipiente di rimedi? La riflessione che ci ritroviamo in presenza di immagini di divinità e non soltanto di semplici figure decorative ci induce nel compiere un passo più
lungo. L’oggetto appartiene all’epoca dell’idolatria per eccellenza, l’immagine di un Dio qualunque imprimeva all’oggetto un carattere sacro. Ne concludo che questa scatola di rimedi, in materia
pregiata (l’avorio era già presso i Greci molto apprezzato per raffigurare le divinità), formava allo stesso tempo un piccolo altare portatile. E se c’è altare c’è culto.
Coperchio della farmacia.
Ciò ci spiega egualmente perché l’oggetto è stato ritrovato in una chiesa cristiana (quest’ultima stessa avendo i suoi
inizi in un tempio romano) [4]. Tutti gli oggetti dalla semplice pietra sino al più bel tempio, una volta consacrato ad un culto, non dovevano più cambiare destinazione. I sacerdoti cristiani si
mostravano accaniti nello strappare al cosiddetto paganesimo tutti gli oggetti sacri per destinarli al culto del cristianesimo. Basta menzionare allo scopo gli esempi più noti di ognuno di essi.
Mi sembra dunque di poter ammettere che l’ultima destinazione della nostra scatola come reliquiario deriva del tutto naturalmente dal suo scopo più antico e primario come altare degli dei della
salute allo stesso tempo contenitore di rimedi.
Se si pensa che durante l’epoca romana la medicina era ancora puramente empirica, si capisce che ci voleva non soltanto
una fiducia illimitata ma una vera credenza nel medico ed ai suoi rimedi. Da qui si può capire come facilmente come il medico abbia potuto avere egli stesso spesso più fiducia nelle sue divinità
portatili che nella sua scienza problematica.
In queste condizioni, la bella scatola del medico, recante l’immagine, un po’ primitiva, degli dei della salute, poteva
provocare presso il malato una suggestione salutare che non si disdegna nemmeno ai nostri tempi moderni.
NOTE
[1] Tratto da: Bulletin de la Société française d’Histoire de la Médicine (1903).
[2] Indicateur d’histoire et antiquités suisse, Zurigo, 1857, (p.32, tav. III). Dr med. Conrad Brunner, Die Spuren
römischer Aerzte auf Boden der Schweiz, Zurigo, 1893, (p. 44 e tav. IV).
[3] Dr Jules Orient, Aus römischen Zeiten. Pharmac. Post. Vienna, 1901, n°23 (per l’obbligo che gli dobbiamo per la
comunicazione della Tavola).
[4] B. Reber, Pourquoi voit-on le soleil dans ler armoiries gênevoise? [Perché si vede il sole negli stemmi ginevrini?
], Ginevra, 1903, p.19.
L'Angelico ha realizzato in questo piccolo dipinto, che è uno scomparto della predella della pala di san Marco a Venezia, terminata verso il 1440, una delle sue opere più perfette.
L'infermo addormentato è il diacono Giustiniano, il quale serviva nella chiesa dedicata ai due santi sulla via Sacra. Egli aveva una gamba rosa dalla cancrena ed ecco apparirgli in sogno gli stessi santi Cosma e Damiano a sostituirgli la gamba malandata con quella di un etiope, che era stato da poco sepolto nel cimitero di san Pietro in Vincoli. L'operazione è tanto più meravigliosa in quanto, com'è noto, neppure un pezzo di pelle nera attecchisce innestata ad un bianco.
Il caduceo di Ermete non è quello di Esculapio
Adamo ed Eva, miniatura x secolo
Il caduceo è un simbolo molto antico e che si presta a numerose e complesse interpretazioni. Eccone alcuni rudimenti per le persone interessate ai miti e le antiche rappresentazioni e sicuramente per i professionisti della comunicazione. In alcuni casi, ho indicato alcuni collegamenti verso siti interessanti.
La parola caduceo proverebbe dal sanscrito Kàrù che significa cantore o poeta. Sarebbe stato ripreso dal greco dorico con il significato di “araldo” o “messaggero ufficiale” che officiava durante le trattative diplomatiche. La parola latina “caduceus” significa “bastone” (da pellegrino)”. Per alcuni autori, sembra che il dio egiziano Thot (dalla testa di Ibis), inventore della scrittura e delle arti, pesatore delle anime che accompagnava il passaggio dalla vita alla morte ed era egualmente il messaggero degli dei potrebbe averne avuto uno. La traccia sarebbe il primo ruolo di Hermete, cioè Ermete psicopompo (colui “che guida le anime”). Da non confondersi con il suo appellativo dato nel III secolo dai Greci (Trismegisto, e cioè “Tre volte grande”!).
Nella tomba di Seti I in Egitto si vede chiaramente il Dio Thot reggere con la
mano sinistra il caduceo, rappresentato da due serpenti incrociati che indossano sulla testa le corone dell'Alto e del Basso Egitto.
Questo appellativo proverebbe dal fatto che Ermes sarebbe vissuto una ventina di secoli prima della nostra era per inventare l’astronomia (e le cosmogonie) e si sarebbe incarnato una prima volta per la filosofia e la medicina poi una seconda volta per approdare alla grande opera degli Alchimisti e cioè la “rivelazione” della teoria macrocosmo/microcosmo e della similitudine tra l’uomo e l’universo, poi la sua trasformazione fisica e mentale personale come preludio della conoscenza universale. È evidentemente alla fonte duale dell’ermetismo (oscurità, incomprensione) e dell’ermeneutica (comprensione profonda dei testi religiosi e più tardi teorie generale della comprensione o della conoscenza). Ermete è forse il più completo dei semidei, cioè, perfetto ed imperfetto, positivo e negativo, benevolente e malvagio, sintesi mai compiuta delle due tendenze opposte dell’essere umano: l’apertura verso l’altro, la generosità e la fermezza, l’interesse.
Ecco alcune rappresentazioni classiche di Ermete che regge il caduceo.
(vaso greco, statua e monete greche)
La moneta con effige di Ermete data del 481 a.C. Il caduceo è chiaramente visibile a destra.
Un pezzo molto raro, la parte alta di un caduceo con i due serpenti ben visibili (le ali non compaiono):

Infine, la rappresentazione qui sotto della dea romana Felicitas mostra che le donne reggevano anch’esse il caduceo (qui insieme al corno dell’abbondanza).
Ed un altro di Mercurio, equivalenti presso i Romani:
Ne esiste una superba versione a Lione. Si vede chiaramente il
petaso, il cappello del viaggiatore.
Ed un altro a Londra:
Troviamo numerose monete romane che presentano dei caducei, anche con la figura di Giulio Cesare!
Sandro Botticelli ne ha rappresentato uno superbo nel suo quadro La Primavera. Ermete è a
sinistra, si distingue il caduceo tra le fronde.
Ma, prima di lui, Michelangelo, sui soffitti della Sistina, aveva rappresentato il serpente della conoscenza in una posizione evocante il caduceo:
Il primo detentore della “bacchetta d’oro” sarà Apollo, il fratellastro di Ermete. Il suo caduceo non presenta che un solo serpente e l’avrebbe ceduto ad suo figlio Asclepio (Esculapio per i Romani) dopo oscure storie di furto di greggi. In quanto ad Ermete, il suo primo attributo era la lira che Apollo gli comprò per quanto ne era affascinato. Ma in seguito, Apollo avrebbe voluto cambiare questo stesso bastone contro il flauto che Ermete aveva egualmente inventato e costruito. Qui si trova l’origine del caduceo di Ermete e del rischio di confusione con quello di Esculapio.
Secondo la leggenda, Ermete (Mercurio per i Romani) scoprì la virtù magica del bastone d’oro ceduto da suo fratello
Apollo quando tentò di separare due serpenti in lotta. Quest’ultimi si attorcigliarono in senso inverso intorno al bastone. Uno specialista ipotizza
anche che con alcuni serpenti Arboricoli la cosa è abbastanza normale.
In seguito, la simbolica si installò ed il caduceo accompagnò sempre Ermete. Realizza l’equilibrio di tendenze antagonistiche intorno all’asse del mondo o dell’asse della vita (i serpenti rappresentando l’acqua ed il fuoco, il bastone la terra e le ali, il cielo). Il caduceo diventa un simbolo di mediazione e di pace portato dal “Messaggero degli Dei” e anche, per gli iniziati, la guida degli esseri nei loro mutamenti di stato. Da cui il legame già sottolineato con il dio Thôt con il nome di Ermete psicopompo, incaricato di accompagnare i morti e di assicurare il loro passaggio verso l’aldilà.
Gli altri attributi di Ermete sono ben noti (dialogo, commercio, magia e furto). Da cui la buona reputazione della
comunicazione e dei comunicatori che hanno lo stesso dio dei mercanti, dei maghi e dei ladri!
La frequente presenza delle ali sui due serpenti, all’estremità del bastone simboleggia anche il lato messaggero con gli dei. Si noterà che le tradizioni indiane e/o cinesi è in coincidenza con il tema del drago (serpente) alato, visibile all’entrata di tutti i templi. Alcuni commentatori arrivano a pretendere che le ali solari egiziane sarebbero un caduceo visto dall’alto.
Quel che è certo, è che queste ali hanno evidentemente un valore simbolico che si è perpetuato molto tardi. Si pensi al Leone alato, simbolo di Venezia.
Al Louvre esiste una magnifica rappresentazione di un caduceo del 2150 a.C. su una coppa il da libagione” del principe Gudea di Lagash (Sumero), certamente uno dei più antichi al mondo.
Gudea fa a ponte tra le rappresentazioni occidentali (greche poi romane passando per gli Etruschi) ed orientali, indiane, cinesi ed egiziane.
Nell’approccio indiano, sanscrito, il bastone è l’asse del mondo, intorno a cui sale e scende l’energia vitale e cosmica della Kundalini (traduzione: serpente di fuoco, ma anche manifestazione del Ki cinese, del Ki giapponese, del santo spirito cristiano?). I due serpenti simboleggerebbero il passaggio, uno affinché arrivi, l’altro affinché parta. In questa tradizione, ripresa dallo Yoga ed il Tantrismo, il caduceo e la rappresentazione a volte molto precisa dei serpenti e delle loro 7 intersezioni può illustrare le ruote del corpo, i chakra (ricordiamo che questa parola sanscrita molto carica di esoterismo, significa “ruota”). Si avrebbe così, dal basso in alto: il perineo, la zona genitale (attenzione, non gli organi sessuali), il plesso solare, la regione del cuore, la regione della gola, la regione della fronte, la fontanella sulla sommità del cranio (il chakra corona).
La kundalini, nella tradizione ermeneutica sarebbe la “Forza forte di tutte le forze”. Sarebbe il principio femminile di Dio, da cui forse la metafora dei serpenti della conoscenza. Il caduceo significherebbe allo stesso tempo benessere fisico al più semplice livello di interpretazione e armonia celeste, vacuità, pienezza, apertura al mondo per il più alto.
Per tornare alla coppa di Gudea, eccola rappresentata “svolta”, disegnata con un commento sulla “copulazione delle vipere”.
L’interpretazione sessuale è molto frequente in tutte le tradizioni, il bastone essendo evidentemente fallico dunque maschile ed i serpenti che lo circondano rappresentano il principio femminile. Alcuni autori ci vedono l’universalità dello Yin e delle Yang che riunisce il principio maschile e femminile ma anche morte e vita.
Un’interpretazione insiste sull’accoppiamento dei serpenti e la simbolica della fecondità. Il caduceo sembra una delle più antiche immagini indoeuropee. Ma ricorda anche molte rappresentazioni azteche o i draghi alati cinesi già citati.
Studi più eruditi cercano i caducei presso altre divinità, come i Celti (Cesare parla del Mercurio dei Galli) o si preoccupano del tipo di serpente, forse una biscia piuttosto che una vipera.
Gli alchimisti non si sono anch’essi esentati di fornire la loro spiegazione del caduceo, perché Ermete è anch’egli il loro dio: i due serpenti rappresenterebbero i principi antagonisti (zolfo/mercurio, fisso/volatile, Umido/secco, caldo/freddo) che devono unirsi nell’oro unitario dell’asse del mondo. Da questo punto di vista l’alchimia mira alla trasformazione interiore, l’iniziazione e non la volgare trasformazione del piombo in oro che non è che un preliminare, una causa facile da afferrare per i non iniziati.
Asclepio è in principio rappresentato in piedi mentre regge con la mano un bastone da pellegrino, simbolo del viaggiatore universale, ma con un solo serpente attorcigliato intorno al bastone. Questo serpente, come tutti gli altri, è simbolo del sapere: insinuandosi nelle fessure della Terra, era in grado di conoscere tutti i segreto, tutte le virtù delle piante medicinali, i misteri della morte, il tempo che resta da vivere, ecc. Possiamo dire anche che il serpente si rinnova costantemente attraverso la muta ed comporta una simbolica affascinante di rinascita e di giovinezza perpetua. Si abbandona la propria vecchia pelle per rinascere da se stesso. A volte, si giunge sino a nutrirsi del suo vecchio involucro.
Nel mito, Asclepio vide un serpente che si dirigeva verso di lui, gli tese un bastone, l’animale vi si arrotolò, Asclepio colpì il suolo ed lo uccise. Apparve un secondo serpente, che aveva tra le fauci un’erba con la quale richiamò il primo alla vita. È così che Asclepio ebbe la rivelazione della virtù delle erbe medicinali.
Il caduceo può ancora rappresentare la lotta tra gli istinti e la padronanza di sé o le malattie e la salute, con un esito fortemente spirituale (le ali). Il serpente (unico) si arrotola intorno al bastone che simboleggia l’albero della vita, per significare la vanità domata e sottomessa, il suo veleno si trasforma in rimedio, la forza vitale pervertita ritrova la via verticale che risale che permette la sola vera guarigione, quella dell’anima. Il caduceo appare allora come un simbolo privilegiato dell’equilibrio psicosomatico, dell’armonizzazione dei desideri, del porre ordine nell’affettività, dell’esigenza, dell’esigenza di spiritualizzazione/sublimazione che presiedono non soltanto alla salute dell’anima ma condeterminano la salute del corpo sradicandone l’Hýbris.
Jean Luc Michel
LINK al post originale:
Dolori dentali acuti e psicosomatici
posti in scena da Wilhelm Busch, il padre del fumetto
di Micheline Ruel-Kellermann
Sono due "fumetti" ad essere rappresentati ed entrambi pongono in scena dei personaggi che soffrono di problemi dentali, necessitanti dell'intervento di un dentista. Essi si svolgono nella seconda metà del XIX secolo e si distinguono per il ricorso dell'autore ad una successione di immagini, ognuna presentante un breve testo in versi, che crea un vero fumetto, genere di cui Wilhelm BUSCH potrebbe essere il padre.
Wilhelm BUSCH, è nato il 15 aprile 1832 a Wiesensahl, figlio di Friedrich, e di Henriette, Dorothée, Charlotte Kleine. È il maggiore di sette figli. Si dedica alla pittura, la scultura, il disegno, in cui eccelle e, in particolare ai disegni umoristici che compaiono in un giornale popolare e conoscono un tale successo che gli si richiedono di accompagnarli con delle didascalie in versi. I suoi "fumetti" sbefeggiano e caricaturano, a volte ferocemente, la cultura e la morale borghese dell'epoca. L'insieme della sua opera è raccolta in un'opera: "Das goldene Wilhelm BUSCH", ALBUM 1959 Fackelträger - Verlag Schmidt, Hannover.
La prima storia pubblicata nel 1862 Der Hohle Zahn [Il dente cariato] pone in scena un brav'uomo colpito feromente, durante un pasto condiviso con la moglie,
da un'improvviso e insopportabile dolore dei denti che lo porta,
dopo una notte in cui passa tutti gli stadi di un dolore che
lo spinge anche ad essere violento,
![]()
lui, il pacifico, a ricorrere all'intervento di un dentista.
Wilhelm Busch ci fa penetrare nell'abitazione di un dentista del XIX secolo, ed il nostro povero paziente è ricevuto da un praticante in vestaglia da camera ornata, come era d'uso a quell'epoca, molto sofisticata, con una calotta greca ed una pipa-narghilè, dal bel effetto teatrale.
Il paziente è seduto su un semplice sgabello e l'esame endo-buccale è rapido, la gestualità della scelta e della messa in azione della chiave di Garangeot, accuratamente orchestrata, così come l'avulsione del dente causale, realzzata con maestria...
Abbiamo a che fare con un dentista di qualità ed il paziente, visibilmente pieno di riconoscenza per il suo "salvatore", che egli onora volentieri,
![]()
gli permette di ritrovare la gioia di gustare, di nuovo, i talenti culinari delal sua tenera sposa.
*
* *
Nel 1883, Wilhelm Busch "scrive" e "disegna" la storia tragi-comica di un poeta alla ricerca di ispirazione: Der verhinderte Dichter Balduin Bählamm.
Quest'uomo commovente e fragile lascia sposa e figli per un soggiorno bucolico che si rivelerà ancor meno favorevole alla creazione poetica.
Una disavventura romantica con Rike, una custode di capre, si salda con un'imboscata in cui precipita in uno stagno al chiar di luna. L'acqua fredda e l'umiliazione faranno rifugiare Balduin in fondo al suo letto, in preda ad un orribile e non meno opportuno dolore dentale, sulla zone del pugno che Rike gli aveva violentemente dato.
![]()
Questo straordinario disegno si accompagna ad un ammirevole commento: Il mal di dentio è dei più mal venutio: Eppure permette all'energia vitale, troppo spesso dilapidata all'esterno, di fissarsi su di un solo punto, del tutto esterno, e di concentrarlo energicamente.
Appena risentiamo il primo slancio, appena lo rimarchiamo "maschiamente" ben conosciuto, le spinte, i soprassalti e gli schiamazzi interni che è finita degli affari mondiali, dimenticati gli andamenti della Borsa, le imposte e i due più due fanno quattro.
In una parola le cose della vita che, di solito hanno la loro realtà e la loro importanza, diventano di colpo inesistenti e senza interesse. Sì, anche il grande amore vacilla, si dimentica il prezzo del burro perché: l'anima si riserra, interamente, nello stretto foro del molare".
Frase-chiave che sarà ripresa da Sigmund Freud nel suo saggio: "Per introdurre il Narcisismo" (1914).
Questo dolore ci appare psicosomatico nella misura in cui il fattore psico-emotivo può essere considerato come l'elemento sactenante o "risvegliante" un molare, forse non del tutto innocente, ma tuttavia silenzioso sono a questo sfortunato incidente.
Secondo interesse di questa storia, è il racconto molto critico della consultazione notturna presso il Dottor Schmurzel, perché Baldovino non ha che una sola idea in testa; "che questo sporco dente se ne vada!".
|
Il destista lo riceve in pigiama, ciabatte e berretto da notte e tenta, invano, di estrarre questo molare alla luce di una sola candela, che diventeranno 36 per il povero poeta che deve sborsare pure 3 marchi e mezzo...
![]()
La sua guancia gonfia, le lacrime scorrono, una sciarpa circonda la sua povera testa. Wilhelm BUSCH commenta: "I grandi poeti si ispirano e traggono profitto dal dolore, ma Bählamm non potrà ahimè contare su quest'ultimo per essere trasportato nel Tempio della Gloria!!!"
Disperato,contrariato, torna, dopo molte altre peripezie, verso il suo bozzolo familiare in cui ritroverà pace, sollievo e rassegnazione... e forse un giorno l'ispirazione.
|
Non abbaimo estratto da questa lunga storia, più crudele che comica, che gli episodi che ci riguardano in modo più particolare, e cioè una notevole descrizione del dolore dentale e dei suoi frequenti probabili pericoli terapeutici in questa seconda metà del XIX secolo.
![]()
![]()
| January 2012 | ||||||||||
| M | T | W | T | F | S | S | ||||
| 1 | ||||||||||
| 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | ||||
| 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | ||||
| 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21 | 22 | ||||
| 23 | 24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | ||||
| 30 | 31 | |||||||||
|
||||||||||