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2 dicembre 2014 2 02 /12 /dicembre /2014 07:00

L'enigmatico Bezoard

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Bézoard in una montatura di oro filigranato, proveniente dalle collezioni dell'arciduca Ferdinando (1529-1595), regente del tirolo, e conservato al castello di Ambras (Austria).


Cos'è il bezoard, questo prezioso antidoto che fece l'orgoglio delle migliori officine e si vendeva a peso d'oro, al quale molti seri uomini di scienza come 
Caspar Bauhin e Laurent Catelan dedicarono interi trattati, uno edito a Basilea nel 1613, l'altro a Montpellier dieci anni anni dopo?

 

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Stambecco, produttore di bezoard rappresentato da Pomet nella sua opera "Histoire Générale des Drogues, 1694). Nella parte in bassso: taglio di un bezoard.

L’apotecareria della corte di Dresda esponeva un bezoard grande come una testa d'uomo incastonato in oro. Un altro bezoard di questa dimensione e del peso di 6 libbre e mezzo era stato venduto ad Amburgo per 6.000 Reichsthaler. Secondo Catelan, un re mauro dell'andalusia avrebbe dato a un medico un sontuoso palazzo a Cordova in cambio di un solo bezoard… Come quello del diamante, il valore di questa pietra informe cresceva in proporzioni considerevoli a secondo della sua grandezza. Così, secondo Valentini, i droghieri astuti acquistavano dei piccoli bezoard per agglomerarli e farne uno grande.

 

 

 

Il bello e il buono bezoard orientale deve essere luminoso, di un gradevole odore simile all'ambra grigia, tenero al tatto, e se sfregato su una carta cosparsa di biacca, la faccia diventare gialla. Più è luminoso, grande, uniforme e ben rotondo, più è di valore. Ve ne sono di rotondi, di oblunghi, ricurvi, bozzuti, granulosi, di bianchi, gialli, grigi. Ma il suo colore principale e che si incontra ordinariamente è di color oliva.

 

L'elasticità di questa descrizione, tratta dalla Histoire générale des Drogues di Pomet, non ci permette affatto di indovinare la composizione del prodotto. Se il mondo dei sofferenti è stato mistificato, né Ippocrate né Galeno questa volta c'entrano in qualche modo. Il bezoard è infatti poco conosciuto dai Romani quuanto dai Greci, dalle genti di Alessandria quanto quelle di Bisanzio. Sono i Persiani che l'avrebbero inventato e gli Arabi ad averlo propagato in Occidente. Ora, secondo il Matrialkammer di Schurtz, stampato a Norimberga nel 1673, gli Arabi traggono il bezoard… dagli occhi dei cervi. Quando i cervi invecchiano, i vermi intestinali li tormentano; per sbarazzarsene, avevano dei serpenti che mangiano i vermi, ma diventano fastidiosi a loro volta. Volendo allora immunizzarsi contro il veleno dei serpenti, essi si prendono un bagno prolungato. Rimangono in acqua per molti giorni, lasciando emergere soltanto la testa. Ma questo li fa piangere. Le loro lacrime si coagulano agli angoli degli occhi, formando presto delle concrezioni della grandezza di una ghianda o di una noce, che ostruiscono loro la vista. Usciti dall'acqua si affrettano a sfregare i loro musi contro gli alberi: non resta altro che raccogliere i "bezoard".

 

Questa è la "versione Araba"; eccone un'altra, più orientale ancora, riportata dall'esploratore Tavernier (e citatat da Pomet), nel suo Voyage en Turquie, en Perse et aux Indes, [Viaggio in Turchia, in Persia e nelle Indie]. Vedremo che essa non somiglia affatto alla precedente: "Il Bezoard proviene da una Provincia del Regno di Golconda situata nel Nord-Est. Si trova tra lo sterco situato nell'intestino delle capre che brucano un cespuglio di cui ho dimenticato il nome. Questa pianta dà luogo a piccoli frutti rotondi, attorno a cui e alle estremità dei rami le capre mangiano, si forma il Bezoard nel ventre di questi animali. Acquista la sua forma a seconda di quella dei frutti e delle terminazioni dei rami, ed è per questo che se ne trovano di tante forme diverse. I contadini palpando il ventre della capra capiscono quanto Bezoard è presente, e la vendono in base alla quantità posseduta. Per capirlo, essi fanno scorrere entrambe le mani sotto il ventre della capra, e battono il ventre lungo i due fianchi, di modo che tutto quel che vi è si collochi verso il centro del ventre.

 

Pomet afferma che esistono dei Bezoard di vacca, ma meno efficaci di quelli delle capre, e dei Bezoard di scimmie, molto più attivi al contrario, ma molto rari...

 

Non è tutto. Uno degli specialisti del Bezoard, Catelan, non lo fa provenire né dall'occhio dei cervi, né dal ventre delle capre, vacche o scimmie, ma dalla faringe di un ruminante d'America, il marsupio. Brucando, quest'animale vi accumulerebbe quantità di erbe infettate dal fiato dei rospi, aspici, salamandre, serpenti e insetti di ogni genere. Per neutralizzare questo veleno, assorbe, senza ritardo quel che gli Spagnoli chiamano la contrahyerva, e cioè l'erba-contravveleno. L'osso che ha nella faringe si impregna dunque della sua saliva, dei veleni e della contro-erba assorbite. Questa spiegazione vale per il bezoard che a partire dal XVI secolo si faceva venire dal Nuovo Mondo e che faceva concorrenza, come le altre droghe "dell'occidente", ai vecchi prodotti orientali.

 

È dunque fortemente imbarazzante dare una definizione del vero Bezoard. E ignoreremo quella di Lémery o bezoard animale, che è una polvere di fegato e di cuore di vipere, e i bezoards di Marte, di Giove, di Saturno, di Venere, e il vegetale, e il minerale, e il fossile, e il lunare, e l'ellagico, o anche quelli di Malacca e di Goa.

 

Nelle lingue semitiche, bezoar o bed-zoar vuol dire esattamente contravveleno, e nulla più. In definitiva, tutto ciò che la grammatica e la farmacopea antica ci avranno insegnato, è che si designava con questo nome una massa dall'aspetto calcareo che si era impregnato, si credeva, nel corpo di alcuni animali di ciò che oggi chiameremmo delle antitossine.

 

 

Come l'eliotropo si volge sempre sempre verso il sole, l'ago della calamita verso il nord, la palma maschio verso la femmina, il pesce echeneis o Remora verso la nave e il pesce orbis contro il vento (benché morto, farcito di burro e appeso), allo stesso modo i virus e corruzioni delle malattie contagiose si orientano e si avvicinano verso le dette pietre che contengono gli altri tipi di virulenze, delle quali come ho già detto (è Catelan che parla), esse sono costituite.

 

 

Alcuni spiriti illuminati insorsero contro lo scandalo di quest'antidoto misterioso e caro: tra questi Philbert Guybert, l'autore di Médecin charitable, che nel 1629 pubblicava Les tromperies du bézoard descouvertes [Gli inganni del bezoard scoperti]: "Non è da oggi  che noi Francesi siamo così creduli, così tanto che le altre nazioni se ne fanno beffe...".


Un primo colpo era stato portato alal reputazione del rimedio dall'esperimento di Ambroise Paré, che ottenne da Carlo IX la vita salva da parte di un condannato a morte per impiccaggione, se il sublimato che gli si sarebbe fatto assumere. Lo sventurato felice ma sette ore dopo morì tra grida spaventose...".

 

Le analisi chimiche diedero al bezoard il colpo di grazia, soprattutto quella che praticò Fourcroy alla fine del XVIII secolo e quella richiesta a Berthollet da parte di Napoleone per degli esemplari che egli aveva ricevuto in dono dallo shah di Persia. Quando l'imperatore apprese che si trattava di alcuni sali calcarei cge inglobavano dei residui vegetali, non ebbe riguardo né alla fama del prodotto né alle intenzioni del sovrano amico, e gettà questo oggetto petroso sul fuoco.

 

 

Del Bezoard animale

L'imbarazzo in cui si trovano la maggior parte dei droghierie e apotecari, quando si chiede loro del bezoard animale, fa sì che ho creduto che fosse necessario di spiegar loro ciò che fosse il Bezoard animale; così dirò che ciò che chiamiamo con il nome di Bezoard animale sono: Il Bezoard Orientale, il Bezoard Occidentale, la Pietra di Porco, la Pietra di Malaca, la Pietra di Fiele, il Bezoard di Scimmia, la Polvere di Fegato e Cuore di Vipere, a cui ho dato il nome di Bezoard di Francia, la Polvere di carne di Vipera, Olio di Vipera, Olio di Scorpione, di Mathiole: inoltre, alcuni hanno dato alla teriaca, al mitridate, all'orvietano, il nome di bezoard composto, e infine alla grana di Ginevra quello del Bezoard vegetale, pretendono che tutto ciò che è adatto a resistere ai veleni può essere chiamato Bezoard; così spetterà d'ora in poi alla prudenza dei medici spiegare nelel loro ordinanze quelli che essi desiderano e quello che più conviene agli ammalati.

Pomet. Histoire Générales des Drogues, [Storia generale delle droghe], 2a edizione, Libro III, 1736.


 

 

 

 

 

 

Il Bezoard è un eccellente rimedio, sia per garantire il cuore dall'aria cattiva, che per coloro che hanno il vaiolo, o altre malattie pestilenziali. Lo si stima molto adatto contro le vertigini, l'epilessia e palpitazioni di cuore, l'iterizia, la colica, la dissenteria, i calcoli; contro i vermi, le febbri maligne, per facilitare il parto e contro i veleni; la dose è dai quattro grani sino a sei e dodici in polvere da porre in qualche liquido appropriato alla malattia: le belle qualità di questa pietra sono il motivo per cui gli Ebrei hanno dato il nome di Bel Zaard, che significa padrone del veleno. Ho scoperto tempo fa due bezoard di scimmia, che sono della grandezza di una nocciola e di colore nerastro.

 

 



e les Hébreux lui ont donné le nom de Bel Zaard, qui signifie maître du venin. J'ai recouvert depuis quelque tems deux bezoars de Singe, qui sont de la grosseur d'une noisette & de couleur noirâtre.

 


Pomet, Histoire Générale des Drogues, 2° édition, Livre III, 1736

Del Bezoard Occidentale
Il Bezoard Occidentale differisce dall'Orientale, in quanto è di solito più grande, 
Le Bezoar Occidental differe de l'Oriental, en ce qu'il est ordinairement plus gros, s'en trouvant quelquefois de la grosseur d'un petit oeuf de poule : il est aussi de diverses couleurs, mais le plus souvent d'un blanc grisâtre; il est aussi formé par écailles comme le précédent mais beaucoup plus épaisses; & étant cassé, il paroit comme s'il avoit été sublimé, en ce que l'on peut y voir reluire quantité de petites éguilles, comme celles du sel de Saturne, & le dessus est doux & fort uni, d'un gris rougeâtre.

Ce Bezoar nous est apporté du Perou, où se trouve quelques unes de ces Chèvres, cerfs, ou Animaux portant le Bezoar; et comme l'on en trouve que rarement dans le ventre de ces animaux, c'est ce qui fait que nous n'en voyons que très peu en france.

Pomet, Histoire Générale des Drogues, 2° édition, Livre III, 1736

*Définition du Dictionnaire Littré

 

Nome dato alle concrezioni


Nom donné aux concrétions calculeuses qui se forment dans l'estomac, les intestins et les voies urinaires des quadrupèdes. Bézoard oriental, celui qui se trouve dans le quatrième estomac de la gazelle des Indes. Bézoard occidental, celui qui se trouve dans le quatrième estomac de la chèvre sauvage du Pérou, de l'isard ou du chamois (ces bézoards étaient regardés autrefois comme ayant de grandes vertus alexipharmaques). Bézoards humains, calculs urinaires de l'homme. Bézoard factice, ou pierre de Goa, composition destinée à être substituée aux vrais bézoards, et fabriquée à Goa

Définition du Dictionnaire d’Histoire de la Pharmacie (Editions Pharmathèmes, 2003)

n.m. du persan pädzchr 

: chasse-poison. Nom donné aux concrétions calculeuses se formant dans l’estomac ou les intestins de certains mammifères . Le bézoard oriental, le plus recherché, provenait de la gazelle des Indes, le bézoard occidental était fourni par des herbivores, chamois, chèvres sauvages du Pérou ou de l’Amérique du Nord.

bezoard3.jpgBézoard proveniente, secondo la tradizione, da Antoine Baumé (Parigi, facoltà di Farmacia)

 

© Société d'histoire de la pharmacie
E.H. Guitard


[Traduzione di Massimo Cardellini] 

 

LINK al post originale:
L’énigmatique Bézoard

 

http://www.shp-asso.org/index.php?PAGE=expositionbezoard

Published by Massimo - in Farmacologia
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15 settembre 2014 1 15 /09 /settembre /2014 07:00

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15 agosto 2014 5 15 /08 /agosto /2014 07:00

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30 giugno 2014 1 30 /06 /giugno /2014 07:00

 

 

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1 maggio 2014 4 01 /05 /maggio /2014 07:00

 

 

 

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29 aprile 2014 2 29 /04 /aprile /2014 09:08

 

 

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30 marzo 2014 7 30 /03 /marzo /2014 07:00

Esculapio, un dio benefattore e sua figlia Igeia

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E-H- Guitard

 

Asclepio non sembra essere stato conosciuto da Omero. Le prime leggende che lo riguardano circolarono innanzitutto sulle montagne della Tessaglia, dove esisteva il più antico Asclepion identificato, e cioè il più antico tempio-ospedale dedicato ad Esculapio. Di chi quest'eroe abitualmente invocato dai malati pagani avrebbe potuto essere il figlio, se non di Apollo, il dio del Sole, o piuttosto il Sole-dio, considerato da allora, naturalmente come una divinità benefattrice e generatrice di vita e salute?


esculapio2.jpgEx voto antico rappresentante Igeia che dà da bere ad un Esculapio dal corpo di serpente

 


Dunque Esculapio nacque da Apollo, e da Coronide, la figlia del re dei Lapiti. In un accesso di gelosia, il dio uccide Coronide; ma risparmiando il bambino che portava in grembo, facendolo allevare dal centauro Chirone, che gli insegnò la medicina. Il giovane Esculapio dovette superare molto brillantemente i suoi esami perché trovò presto troppo facile guarire gli ammalati, anche abbandonati, e si divertì a resuscitare i morti. Irritato di vedersi togliere sin nella sua dimora i suoi numerosi clienti, Plutone si precipitò da Zeus, domandandogli di punire il colpevole. Sempre facile da convincere, Zeus ricorre alla giustizia più sbrigativa che ci sia, e che ha sempre a portata di mano: brandisce i suoi fulmini, folgora Esculapio: sicuramente la prima elettrocussione...

 

esculapio3.jpgStatua di Esculapio

 

 

Ma la vendetta doveva continuare: Apollo, per vendicare suo figlio, uccise i Ciclopi che avevano forgiato i fulmini; a sua volta, per vendicare i Ciclopi, Zeus, Zeus avrebbe voluto sopprimere Apollo; ma cosa fare contro un immortale, un vero immortale? Non poté che cacciarlo dall'Olimpo, e anche per un tempo determinato.

 

esculapio4.jpgFarmacia portatile di epoca romana rappresentante Esculapio e Igeia.

 


Sulle monete e i bassorilievi, Esculapio è rappresentato come un uomodi età avanzata, barbuto e capelluto, con una fascia intorno alla testa. Indossa una tunica poggiata sulla spalla sinistra e che lascia a nudo il torso e il braccio destro. Si appoggia in genere su di un bastone più o meno lungo, intorno al quale è attorcigliato il famoso serpente. Ma lo troviamo a volte anche accompagnato da un cane che, secondo alcune leggende, lo avrebbe scoperto, bambino abbandonato sulla montagna, e dalla capra che lo avrebbe allattato. Infine è spesso rappresentato in compagnia di un gallo, perché gli si sacrificava in genere... dei volatili: "Dobbiamo un gallo a Esculapio" dice Socrate prima di morire, per provare che non era affatto irreligioso.

 

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Bassorilievo. Farmacista nel suo laboratorio.


 

Molte città greche celebravano in onore del dio della medicina delle grandi feste in onore del dio della medicina che ricorrevano tutti gli anni oppure ogni cinque anni. Ad Atene, queste "Asclepiadi" precedevano le grandi "dionisiache" nel mese di elafebolione. Esse consistevano nell'organizzazione di cortei e concorsi al contempo sportivi e artistici. Ma come ha potuto Esculapio meritare questi onori e l'immensa reputazione che lo segue attraverso i secoli. Li deve al suo valore personale? Ahimè, non è nemmeno esistito! In compenso è stato, - o piuttosto il suo nome- è stato molto ben servito. Vi sono delle imprese il cui personale, per la sua devozione, assicura tutto il successo. L'impresa di cui trattiamo qui fu probabilmente fondata a Trikka, in Tessaglia; essa ebbe ben presto nel mondo antico numerose succursali. Descrivendo la Grecia, Pausania non cita meno di 63 asclepaia nell'Epidauro, nell'Argolide. Ad Atene, il culto del dio salvifico fu introdotto nel 420, in seguito ad una peste mortifera: il santuario fu edificato ai piedi dell'Acropoli. A Rroma, Aesculapius si insediò in un'isola del Tevere, così come testimonia un medaglione di Commodo che rappresenta il suo arrivo.

 

esculapio6.jpg Igeia mentre assiste Esculapio nel ricevere gli ammalati.

 

 

 

È quel che potremmo chiamare la congregazione degli "Asclepiadi", e cioè l'insieme dei sacerdoti addetti a questi templi, che è valsa la fama al dio della medicina. Ricevendo i fedeli che venivano a invocare il dio, questi sacerdoti, come ciò era già accaduto in Egitto, erano accompagnati a curarli, soprattutto quando si trattava di grandi malati provenienti da lontano. Per questo fatto, essi acquisivano una competenza reale, di cui fecero profittare i loro successori, che non erano altro che i loro figli: Ippocrate apparteneva a una famiglia di Asclepiadi. Edificati in mezzo a un bosco, vicino a una fontana, i templi di Esculapio erano non soltanto dei santuari, ma anche delle scuole di medicina, delle biblioteche mediche, degli ospedali; sotto Antonino, furono anche completati con delle terme, delle cliniche per il parto, degli alberghi, con teatri e sale da gioco. Quando i malati arrivavano, li si sottoponevano prima di ammetterli nella sacra cinta, a diverse formalità allo stesso tempo liturgiche e igieniche: abluzioni, bagni, unzioni, digiuni, sacrifici. Poi, li si facevano dormire sulla pelle degli animali sacrificati (ciò si chiamava "l'incubazione") ai piedi della statua di Esculapio: quest'ultimo dettava la sua prescrizione per mezzo di un sogno, che il giorno successivo i sacerdoti traducevano, prescrivendo salassi, emetici e purgativi.

 

esculapio7.jpg

Frontespizio della Farmacopea medico-chimica di Schroeder, edizione del 1685 (Norimberga). Disegno allegorico che mostra Mercurio, dio della chimica, che apre le porte a Igeia, dea della salute.

 

 

Nel suo Pluto, Aristofane ha descritto irrispettosamente le procedure di un paziente nel suo Asclepion. Plauto ce ne presenta un altro che se ne va via furente perché Esculapio rifiuta di curarlo. Ciò accade spesso quando i galli offerti in sacrificio erano troppo coriacei o quando un vecchio cliente tornava, avendo ommesso, dopo la sua prima guarigione, di lasciare un ex voto, come ad esempio un serpente d'oro a forma di braccialetto o collare, o di gettare qualche moneta nella fontana. Già, sotto l'Impero Romano, dei "farmacisti" posero nella loro bottega il busto di Esculapio accompagnato dal serpente, e questa pratica si rinnovò all'epoca del Rinascimento. Ma i primi cristiani avevano naturalmente bandito tali immagini: "il Salvatore" aveva preso presso di loro il posto di Asclepio Soter. Il pagano Celso e il cristiano Origene argomentarono su questo soggetto, l'uno attribuendo a Esculapio, l'altro a Gesù le vittorie della medicina.


 

esculapio8.JPGApollo incarica il centauro Chirone di allevare Esculapio.

Da: Le Metamorfosi di Ovidio. Incisione di Hendrich Goltzius, 1589.

 

 

Durante il IV secolo una donna di Paneas, alleviata dopo aver invocato "il Cristo guaritore" gli erigeva una statua, e durante il Medioevo il Cristo apotecario" che ispirò molto i pittori, ereditò dei talenti dal dio di Epidauro.

esculapio9.JPGEsculapio allontana la morte, incisione di Jacques Roy, XVIII secolo, circa 1780.

 

 

Igeia è una figlia di Esculapio? A Epidauro, Esculapio possedeva uno dei suoi templi più antichi. Sappiamo che era sposato e padre di una numerosa famiglia. Sua moglie si Chiama Epionè secondo gli uni, lampezia (è quasi la famosa Lampitò della Lisistrata) secondo gli altri. Hanno cinque figli, di cui due maschi, Podalirio e Macaone, e tre femmine, Acheso, Iaso e Panacea. Nessuna di esse sembra preoccuparsi di sapere se gli umani stanno bene; d'altra parte, non si è mai sentito parlare della sunnominata Igeia. I primi ex voto che riguardano Igeia che si siano scoperti nell'Epidauro sono soltanto del III secolo a. C. È vero che in un altro tempio antico di Esculapio, a Titane, nel Peloponneso, si trova una statua di Igeia molto ingarbugliata di capelli e di bende. Ma Pausania, che ce la segnala, aggiunge che non è affatto considerata come una parente, ma come un'incarnazione di Esculapio, che a volte è chiamata Asclepio-Igeia.

esculapio10.jpg

 

 

Ad Atene anche, nessun Igeia propriamente detta prima della fine del V secolo. Per contro, alcune iscrizioni più antiche attestano la riconoscenza di qualche malato a favore di Atena-Igeia, e di numerosi testi dei secoli VI e V segnalano l'esistenza di un tempio e di idoli di Atena-Igeia. Apriamo ora un dizionario greco e sapremo che Igeia è un nome comune molto antico avente il significato della parola salute. Tutto diventa chiaro: Igeia è stata per molto tempo una specie di cognomen accollato al nome delle divinità che si evocavano in caso di malattia: li si chiamavano Esculapio-Salute o Atena salute, per far loro ben capire ciò che ci si aspettava da essi. Un bel giorno, si credette all'esistenza di due divinità distinte e quest'errore si è propagato tanto più facilmente in quanto Esculapio è un uomo e l'appellativo "hygieia" era un sostantivo femminile. Era logico che la dea Salute fosse parente del dio guaritore. Ora, non si poteva immaginare che Igeia fosse sua moglie, poiché sua moglie era nota, ma si poteva accordargli una figlia supplementare, leggermente extraconiugale se volete. È così che nacque Igeia, astrazione diventata dea. Hygieia è raramente sola; è accompagnata sempre da suo padre, lui seduto, lei in piedi. È questo che ha spaventato gli innamorati o gli sposi? Quel che è certo, è che era venerata nell'antichità come una dea vergine.

 

Come attributi, non ha che quelli di Esculapio, soprattutto il serpente, che si avvolge a volte graziosamente intorno al suo corpo e al qual dà spesso nutrimento: frutta, dolce o da bere. A volte reca in una mano una scatolina o un vasetto, che evidentemente le serve per contenere i rimedi che suo padre prescrive. Con ciò Igeia potrebbe essere rivendicata dalla farmacia come sua patrona, avendo preceduto Maria Maddalena.

 

Sarebbe esagerato concludere che Esculapio fu il diuo della medicina propriamente detta e Igeia la dea della farmacia. Tuttavia questa sfumatura esisteva a nostro parere nello spirito dei Greci di un tempo, mentre non hanno certamente mai opposto, come i nomi che impieghiamo potrebbero far credere, la salute acquisita (Igeia) con la ricerca della salute attraverso l'arte di guarire (Esculapio).

 

I Romani, che avevano adottato tutte le divinità greche di cui non avevano già l'equivalente, non mancarono di "onorare come se li avessero sempre conosciute, le divinità benefattrici. Si è scoperta un'immagine di Igeia nelle immediate vicinanze di una bottega di farmacia, a pompei. Il Medioevo ignorò naturalmente gli idoli medicali, ma il Rinascimento li rimise in auge, beninteso senza adorarli. Ed ecco di nuovo Igeia, a fianco di Esculapio, sulla soglia delle nostre officine. I pittori, Rubens in testa, si impadronirono della sua gradevole personalità; e grazie alla matita di un grande artista contemporaneo, si ritrova sulla copertina della Rivista "Les Annales coopératives Françaises". I poeti le dedicano delle stanze come questa che riproduciamo dalla Encyclopédie del XVIII secolo, ma la cui forma rivela un'origine più antica: Elle écarte les maux, la langueur, les foiblesses, Sans Elle la beauté n’est plus, Les Amours, Minerve et Morphée La soutiennent sur un trophée De myrte et de roses  paré, Tandis qu’à ses piés abattue Rampe l’inutile statue Du dieu d’Epidaure enchainé (Protegge dai mali, dai languori, dalla debolezza/ Senza di Lei la bellezza non è più/  Gli Amori, Minerva e Morfeo/ La sostengono su un trofeo/ Di mirto e di rose ornato/ Mentre ai suoi piedi abbattuta/ Giace l'inutile statua/ Del dio d'Epidauro incatenato).


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Non è senza sorpresa

 

 

 

 

 

 

Ce n’est pas sans surprise que nous voyons pour la première fois la vierge sage se révolter contre l’auteur présumé de ses jours. Le poète français en a pris à son aise avec la mythologie classique. Qu’a-t-il voulu malicieusement opposer à la médecine officielle ? Sa nouvelle Hygie est-elle la médecine naturelle ? est-ce l’hygiène des temps futurs ??

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Intérieur d'une pharmacie (Allemagne du Sud, milieu du XVII° siècle), d'après une peinture à l'huile A droite, la statue d'Esculape

 

 


 

 

 

 

 

LINK al post originale:

link

Un dieu bienfaisant: Esculape; E.H Guitard. Hygie est-elle fille d’Esculape? Les Annales Coopératives Françaises, octobre 1936

 

 

LINK pertinente:
Arte e scienza. Tavoletta votiva di Esculapio, Igea e Telesforo, II-III secolo d. C.

Published by Massimo - in Farmacologia
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27 febbraio 2014 4 27 /02 /febbraio /2014 07:00

CAPO II

 

LA FARMACIA IN INGHILTERRA.

 

 

Per avere un’idea precisa dello stato della farmacia in Inghilterra, siccome era per lo passato e com’è a questi tempi nostri, è d’uopo risguardare questa professione sotto tre aspetti, cioè:

1° La sua legislazione;

2° La maniera onde viene esercitata;

3° Gli uomini che la esercitano.

Sembra incredibile che in un paese, che va annoverato a buon dritto tra i più colti del mondo, mancasse per lo addietro una legge organica che regolasse l’insegnamento e l’esercizio di quest’arte. Ognuno poteva esercitarla, senza che fosse sottoposto ad esami o a regolamenti, sia da parte del governo, sia della stessa corporazione.

Ciò non pertanto, alcuni farmacisti erano provveduti di diplomi. Costoro ottenevano il loro certificato di Capacità da due istituzioni: 1° Dall’Apothicary’s hall, che era una specie di farmacia centrale; 2° dalla Società di Farmacia dì Londra e della Gran Brettagna, Pharmaceutical Society of Great Britain.

Era ed è quivi un laboratorio per le manipolazioni chimiche e farmaceutiche, un museo di storia naturale, un anfiteatro ed una biblioteca.

I professori di questa scuola erano e sono uomini eminenti nelle scienze.

In Francia, la Scuola è distinta dalla Società di Farmacia; in Inghilterra, la Scuola e la Società sono indivise..

Ecco qual è il compito della Società di Farmacia di Londra:

Essa nomina ogni anno un giurì di esame (Board of Examiners), che si riunisce ogni mese per l’esame de’ candidati.

Vi sono tre esami.

 

Il primo, Classical Examination, si applica agli alunni della Società. Quelli che dimorano in Londra o nei sobborghi vengono esaminati dalla Società di Farmacia. Se il candidato dimora ad una distanza di oltre dieci miglia dalla capitale, viene esaminato nel suo paese da un delegato della Società.

 

In questa prima pruova egli deve tradurre dal latino nella sua lingua materna la Farmacopea ed altre formole magistrali; deve inoltre rispondere ad alcuni quesiti di aritmetica elementare.

Il secondo esame, Minor Examination è obbligatorio per ogni candidato al titolo di Socio della Società di Farmacia. Questo esame si divide in due parti: la prima si aggira su la traduzione di prescrizioni latine, su la interpretazione delle formole abbreviative e sul modus operandi; la seconda si aggira su la materia medica.

Alcune sostanze non denominate da particolari bullette sono spiegate su un tavolo; ed è necessario che il candidato le riconosca; che ne dia a conoscere le qualità, la sorgente, e che entri in tutte le particolarità relative alla loro storia naturale. I metalli, le terre, gli alcali, gli acidi, i sali fanno anche parte di questo esame. Alquanti quesiti di chimica, la preparazione de’ numerosi prodotti inscritti nelle farmacopee, quella che queste sostanze patiscono nelle fabbriche, i caratteri co’ quali vengono somministrate al pubblico, la maniera di scoprirne la sofisticazione come pure la storia di certi veleni; tutto ciò appartiensi al programma di questo esame.

 

Il terzo esame, Maior Examination fu subito dai candidati per l’ammessione al titolo di membro della Società. Esso ha per oggetto una parte delle materie comprese nel precedente, ma con isviluppi più estesi dell’analisi chimica e tossicologica; addimanda, inoltre, risposte scritte ai quesiti proposti. Questo è l’esame più spinoso; ed è quello eziandio che dà il titolo di farmacista e di membro della Società.

 

I farmacisti possessori di diploma formavano dunque in Inghilterra una eccezione, perocché la maggior parte degli esercenti la farmacia ne erano sprovvisti, ed ignoravano taluni anche gli elementi della scienza.

 

I farmacisti provveduti di diploma non erano sottoposti a nessuna condizione né di età né di tirocinio; formavano una categoria a parte, minima ed interamente eccezionale.In fatti, dei dieci mila individui all’ incirca che nei tre regni uniti della Gran Brettagna vendevano tempo fa medicamenti, i tre quarti almeno non erano esercenti che per la spensierata tolleranza del governo.

 

Eran divisi in quattro classi:

 

1a I farmacisti propriamente detti, chemists, pharmaceutical chemists, chemists and druggists.

 2a I farmacisti-chirurgi, apothecaries and surgeons.

 3a I droghieri, wholesale druggists.

 4a Gli erbolai, herborists.

 

Questi ultimi erano poco numerosi. I droghieri spacciavano la drogheria comune e vendevano ai farmacisti preparazioni di officina.

 

In quanto ai farmacisti-chirurgi, costoro aggiungevano tempo fa l’esercizio della medicina a quello della farmacia.

 

Siffatta mescolanza scandalosa ed anarchica dava ai costumi inglesi una fisonomia bizzarra e comica.

 

Vedevasi, per esempio, nelle strade di Londra qualche insegna cosi concepita: Tal di tale farmacista e chirurgo ostetrico; e sulla vetrina della bottega si leggeva: Delivery room (sala di sgravi).

 

Questa originalità, destava maggior maraviglia a chi conosce la schifiltosità inglese in materia di pudicizia.

 

Questi farmacisti-chirurgi non si contentavano di tenere bottega aperta in piazza, ma ìvano benanche a visitare gli ammalati della città, e ritornavano alla bottega per preparae i medicamenti che essi giudicavano convenienti, e li mandavano ai loro clienti col modus administrandi.La tariffa per ogni visita era di cinque scellini; ma spesso essi non accettavano niente, ma s’indennizzavano sui medicamenti, di cui avevano cura di stendere una lunga ricetta.

 

Gelosi delle loro prerogative e umiliati nel vedere che i farmacisti-chirurgi ponevano sempre più il piede sul loro dominio, i farmacisti di Londra indirizzarono una petizione alla Società Reale di medicina di Londra, per reclamare uno Statuto medico e far cessare gli abusi che abbiamo indicati.

 

Nel 1814 il corpo di questi farmacisti fece istanza al Parlamento per una legge che facoltasse i farnniacisti: 1° a praticare la medicina ed a farsi legalmente ammettere; 2° ad essere ammessi a far parte integrante dell’arte di guarire, allorché, dopo un tirocinio regolare della loro professione, avessero seguito dei corsi nelle scuole o negli ospedali ed avessero ricevuti attestati e certificati.

 

I farmacisti chiedevano pure che lo spaccio dei medicamenti non fosse permesso che ad essi soli; che il prezzo annuale del tirocinio fosse fissato a 25 lire sterline, e che le visite dei farmacisti ammessi fossero fissate, in quanto al prezzo, proporzionatamente alle retribuzioni dei medici.

 

In un’altra risoluzione presa nello stesso anno, il corpo farmaceutico pregò il Parlamento britannico di occuparsi di un bill per riconoscere i suoi diritti.

 

Da quanto abbiamo esposto risulta che il corpo dei farmacisti di Londra, chiedendo l’abolizione de’ farmacisti-chirurgi, bramava non solamente sostituirsi a loro, ma appropriarsi benanche esclusivamente il monopolio della loro arte e della loro arte medica.

 

Alcuni scrittori han detto che in nessun paese al mondo il cerretanismo farmaceutico è più universale e più lucrativo che in Inghilterra. Ciò sembra esagerato e contrario al vero. Forse ciò poteva esser vero negli scorsi tempi; ma oggi non si potrebbe parimenti asserire.

 

Il sig. Sutherland, delegato della Gran Brettagna al Congresso sanitario internazionale a Parigi, dava, il 12 gennaio 1852, i seguenti ragguagli, ne’ quali crediamo scorgere quell’acrimonia che distingue i giudizii che i Francesi danno su l’Inghilterra e su gli Inglesi.

 

“Non è che un caos tenebroso- scriveva il sig. Sutherland su lo stato della farmacia in Inghilterra- una confusione deplorabile ed una vergognosa anarchia. I collegi de’ medici di Londra e di Edimburgo possono esercitare una specie di sorveglianza su i farmacisti d’Inghilterra e di Scozia. Un simile potere è, per l’Irlanda, a Glascovia e a Dublino; ma questa sorveglianza non è che nominale, ed interamente illusoria.

 

“Vi sono leggi e statuti, ma affatto ineseguibili. Si sono fatti vari tentativi in ogni tempo per estirpare di simili abusi tanto disgustevoli; ma insormontabili difficoltà vi si sono opposte. Speriamo purtuttavia di giugnere ad una felice soluzione tra non guari”.

 

E veramente noi possiamo asserire, a giudicare dalle opere e da’ giornali inglesi che abbiamo sotto occhi, che lo stato di cose è interamente mutato nella Gran Brettagna, e che il tempo in cui il signor Sutherland scrivea sembra oggimai remotissimo.

 

Attraversando le strade di Londra destava una tal quale maraviglia il gran numero di farmacie che vi si scorgevano quasi ad ogni passo; e maggior maraviglia destava il vedere che i merciai e financo gli orefici vendevano alcuni medicamenti segreti. Anche oggi il numero delle farmacie in Londra è considerabilissimo; ma nessuno profano all’arte si arrischia ad esercitarla; ed uomini eminentemente dotti sono dietro a que’ banchi di squisita eleganza.

 

Evvi una casa, in fronte alla quale è una iscrizione (Casa delle pillole). Sono le pillole del dottor Anderson, di cui si leggono gli annunzi in tutt’ i giornali di Londra.

 

Lo sterminato numero di botteghe in cui si vendono droghe composte può essere, com’è, indizio del gran numero di chimici che sono in Londra. In fatti, la Gran Brettagna ha prodotto un buon dato di uomini illustri nella chimica, come Davy, Chenevix, Cruikshank, Howard, Hatchett, Pepys, Pearson, Wollaston, Aikin, Accum, tra gl’Inglesi, e Thomson, Hope, Hall, Kermedi, tra gli Scozzesi.

 

I grandi mezzi di cui possono disporre oggidì gli Inglesi, il numero tanto accresciuto di chimici farmacisti, fanno sì che tuttodì non solamente le farmacie son dirette da uomini scientifici; ma qualunque siasi la fabbrica di prodotti chimici, ha a capo un direttore tecnico. La farmacia in Inghilterra è oggi sotto la dipendenza di leggi speciali, alcune delle quali furono anche passate in Parlamento.

 

In questi ultimi anni la Società farmaceutica di Londra era riconosciuta dal governo.

 

La Società farmaceutica di Londra promuoveva molte disposizioni, decreti ecc. intorno al modo di regolare l’esercizio farmaceutico come pure in quanto alla vendita dei veleni.

 

Ogni anno vediamo inseriti nei giornali della Società diversi regolamenti e disposizioni. Quasi tutte le province inglesi hanno rami dell’associazione farmaceutica, che si riuniscono in molti capoluoghi; vi si discutono gl’interessi professionali; vi si leggono lavori speciali e questi in numero grandissimo.

 

Un’altra specie d’associazione nacque ultimamente in Inghilterra col titolo British Pharmaceutical Conference istituita a Newcastle nell’anno 1863, la quale si riunisce di tempo in tempo in diversi capoluoghi; e si trattano in queste sedute più gl’interessi scientifici che quelli materiali dei farmacisti.

 

Tempo addietro, non vi erano laboratorii nelle farmacie britanniche. I farmacisti non preparavano nessun farmaco, non facendo altro che darci una forma per venderli. Ma qual differenza! Oggi i laboratori colà sono in grandissimo numero e magnifici, diretti da uomini dotti. In questi laboratori si fanno in grande le preparazioni officinali, dalle quali si provveggono tutt’i farmacisti di Londra. La Società farmaceutica rassomiglierebbe molto alla farmacia centrale di Parigi, se lo spaccio fosse in questa maggiore.

 

In Inghilterra, quando un chimico farmacista avea presentato un certificato di un sindaco ond’egli comprovava di aver servito come apprendista per lo spazio di 5 anni in una buona farmacia con soddisfazione del proprietario, con abilità, buona condotta ecc., poteva aprire una farmacia in ogni città dell’Inghilterra o della Scozia. Ma posteriormente il governo inglese dispose con un atto del Parlamento alla Società farmaceutica che nessuno potesse aprire una farmacia senza un certificato di esame.

 

Anticamente, ognuno anche con limitatissime cognizioni di chimica, potea tener manifattura di prodotti chimici; ma, se ciò che manifatturava era soggetto a dazio, dovea di necessità aver un chimico a cui affidare la preparazione dei prodotti chimici, acidi, alcoolici. Oggidì nessuno può tener laboratorio senza esser provvisto di un certificato di esame; e, se non ne e provvisto, dev’esserci chi dia sicurtà, per lui. Avvocati, impiegati, ufficiali governativi sono ora obbligati in Inghilterra di studiare la chimica.

 

Quello che colpisce a prima vista nelle farmacie inglesi si è la simmetria e l’ordine perfetto onde ogni oggetto vendibile è allogato al suo posto.

 

Ogni medicamento ha la sua spiegazione e descrizione. Queste particolari descrizioni sono fatte con una minutissima accuratezza. La più insignificante droga è spesso adulata co’ paroloni perfetta, ammirabile, maravigliosa, squisita, incomparabile, miracolosa.

 

Si spiega ciò per quella vanità che ognuno pone nelle opere sue.

 

Sul dinanzi di ogni bottega di farmacista in Londra leggesi spesso la seguente iscrizione: One is respectfully acquainted that here the medical prescriptions are prepared with the most scrupulous exactness.

 

Noi crediamo che non solo in Inghilterra, ma in Italia, in Francia, in Germania e dappertutto le prescrizioni mediche debbano essere fedelmente eseguite quando il farmacista è un uomo da bene e conoscitore dell’arte sua.

 

Le officine inglesi sono generalmente d’ una splendidezza e di una eleganza che non la cedono alle botteghe degl’orefici e de’ gioiellieri. Vi si veggono i parecchi ordini di vasi di cristallo sorretti da piedi indorati e contenenti alcune tinture così abbaglianti, che i loro combinati riflessi producono, la sera, coll’aiuto di lumi a bella posta collocati, gli effetti brillanti dello spettro solare. In questi vasi sono pinti in oro caratteri chimici, che il volgo forse prende per iscrizioni geroglifiche o cabalistiche, ovvero per iscudi blasonici.

 

In un ampio bancone ed in tante cassettine invetrate sono disposte, con ordine, spazzoline, dentifrici, profumeria, gruppi di boccettine faccettate, scatolette di diverse forme, vasettini avvolti e suggellati. E tutti questi oggetti portano spesso figurine allegoriche, sotto le quali si legge in istampa che questi preziosi specifici guariscono tutti i mali, e si vendono in virtù di patenti o di brevetti d’ invenzione.

 

Un banco (per lo più quello che è nel fondo delle officine ) e tutti gli accessorii adiacenti sono specialmente destinati alla preparazione de’medicamenti magistrali. Questo è il Prescription department. Uno stipo chiuso da vetri (dispensing case), collocato da presso a questo banco, serve ad accogliere i medicamenti magistrali preparati innanzi che vengano spacciati al pubblico.

 

Vi sono alcune farmacie, i cui laboratorii sono provvisti di macchine per polverizzare e stacciare le polveri che si ottengono la mercè del buratto adattato a questa macchina. Queste polveri sono, per così dire, porfirizzate, e presentano una tenuità superiore a quella che si ottiene da’ più fini stacci di seta ed in tutti i paesi.

 

Abbiam già detto che la farmacia inglese è tutta nell’officina. Se togli alcuni estratti od infusioni composte, come quelle di cortecce d’arancio, di genzianella, di rosa e di sena, ogni cosa si fa nell’officina.

 

Gl’inglesi fanno uso di pochi sciroppi, unguenti ed empiastri; ma, per converso, fanno uso di un gran numero di rimedi! portativi, cioè pillole (pills), pastiglie (lozenges), polveri (powders), sali (salts), gocce (drops), tenuti anticipatamente ordinati in iscatole, boccettine, vasetti dalle forme e dagli involucri alcune volte bizzarri, ed esposti in graziose vetrine.

 

In Inghilterra, una farmacia s’improvvisa in pochi giorni. Colui che vuole stabilirne una si rivolge ad una specie di appaltatore di botteghe detto shop fitter, al quale indica il sito che ha scelto, e col quale patteggia il tutto. Al tempo stabilito, apresi l’officina senza che il farmacista si sia dovuto dar pensiero di alcuna cosa. L’appaltatore ha pensato a tutto ed ha provveduto a tutto: intavolature, palchetti, vasi, istrumenti, boccettine e fino ai medicamenti. Ilfarmacista non deve far altro che prendere possesso della bottega così rifornita di tutto, e porsi alla vendita dei farmachi.

 

È da notare che in Inghilterra, dove tutto si negozia a cari prezzi, queste farmacie improvvisate costano meno.

 

Dalle cose fin qui dette per le generali risulta che il farmacista inglese non godeva per lo addietro di tanta considerazione, quanta ne gode il farmacista in altri paesi. Ei sembra che la doppia entità, di cui parlammo altrove, e di cui debb’essere composta, diremmo quasi, la natura del farmacista, cioè di scienziato e di mercante, propenda più, pel farmacista inglese, alla qualità di mercante. E ciò è tanto più maraviglioso in un paese qual si è l’Inghilterra, il quale è cosi innanzi in tutte le scienze naturali, e che vanta eminenti ingegni nelle scienze chimico-fisiche. Un tal fenomeno non potevasi spiegare altrimenti che per l’indole del popolo inglese troppo utilitario e positivo. Colà le scienze che possono tradursi in traffichi commerciali perdono a poco a poco la loro serietà e la loro poesia per non uscire dalla sfera del business (affari).

 

Qual differenza dalla vita di un farmacista francese a quella d’un farmacista inglese!

 

Il giovine studente provinciale inglese sogna il viaggio a Londra, dove un più largo campo di osservazioni può aversi che altrove: gli sorride al pensiero l’idea di un posto elevato tra’ cultori dell’arte.

 

Londra ha una Scuola di farmacia, con eccellenti letture, ed un Museo, al quale è congiunta una biblioteca. Sotto l’impero di questi pensieri, il provinciale abbandona i suoi campi e sen viene alla città; lavora duramente nello studio di un chimico, e piglia tutte quelle note scientifiche per cui egli deve avanzarsi nell’arte. Ma non appena ha acquistato quanto egli crede aver bisogno, l’unica sua ambizione di presente è il tornarsene al paese, dove egli pensa, e con ragione, che la sua ultima gita a Londra e gli studii fatti nella capitale debbano fargli acquistare numerosa clientela.

 

Al di qua della Manica, egli avviene tutto l’opposto. Il provinciale non pensa mai di dover restare nel suo paese nativo; egli arde d’amore per Parigi, non già per l’aria calda e per le popolose strade della capitale della Francia, ma perchè in provincia egli ha un rivale o piuttosto un concorrente, cioè la Casa Religiosa.

 

È noto che, prima della generale diffusione della istruzione, gli abitanti di queste case religiose erano i soli conservatori della scienza; e però erano i soli capaci di esercitare l’arte di guarire, perciocché la medicina e la pietà si danno la mano. Ma, quando per l’accresciuta estensione della Francia l’istruzione divenne universale, un novello ordine di cose ne nacque. Una Scuola di farmacia fu stabilita, che richiedeva alcuni obblighi e concedeva distinti privilegi. Come incentivo a più seria applicazione, questa Scuola dichiarò che nessuno poteva esercitare l’arte farmaceutica senza avere ottenuto un diploma di prima classe. Sulla fede di questo editto, lo studente si affretta di pervenire alla sede della scienza, piglia in fitto una dietrostanza in una remota strada del quartiere Latino, mangia il desinare di un franco, sogna l’ossigeno, e lavora come un bue.

 

Fino a questo punto la carriera dello studente inglese è identica a quella del francese: le stesse influenze, le stesse speranze, le stesse difficoltà. Ma Jean Jacques resta a Parigi, e John James corre al suo paese nativo.

 

Chiuderemo questo capitolo dando alcuni ragguagli sullo stato della farmacia in Irlanda.

 

In Irlanda l’esercizio dell’arte della farmacia, come professione, è affidata esclusivamente a quelli che hanno ricevuto una licenza dalla Compagnia della Sala dei Farmacisti di Dublino, e che si chiamano Farmacisti. I droghieri non sono altro che mercanti di droghe, e non sono facoltati a vendere medicine. Il droghiere irlandese non è dunque farmacista, e differisce interamente dal chimico, essendogli vietato l’esercizio dell’arte farmaceutica. I farmacisti irlandesi fin dall’ anno 1791 sono stati i soli legalmente riconosciuti farmacisti. In questo anno 1791, fu promulgato un atto che creava una Sala di Farmacisti nella città di Dublino, e regolava la professione di farmacista in tutto il regno d’ Irlanda.

 

Questo atto chiamato The Apothecaries’s Act of Ireland regola l’esercizio dell’arte farmaceutica in questo paese.

 

Il candidato per una licenza di farmacista, se vien disapprovato dagli esaminatori e dal Consiglio generale, può, dove il creda, fare appello, entro il termine di otto giorni, al Collegio de’ Medici del re e della regina in Irlanda, che lo esaminano nuovamente e possono rigettare la decisione della Sala de’ Farmacisti, e concedere un certificato che sarà buono, valido ed efficace al pari del primo. Gli esami possono essere aperti a tutti i farmacisti che desiderino esservi presenti.

 

Vi sono clausole che specificano che nessun farmacista in Irlanda possa tenere un commesso per un tempo più breve di sette anni, né possa tenerlo senza un certificato, né aprire bottega senza essere stato debitamente esaminato e facoltato. Nell’uno o nell’altro caso ci è la multa di venti lire sterline a beneficio della Sala de’ Farmacisti di Dublino.

 

Un’altra clausola stabilisce che nessun farmacista in Irlanda possa comporre, vendere o tenere arsenico, olii colori ad uso de’ pittori nella bottega o nella stanza dove egli compone le medicine; e ciò sotto una penale di cinque lire sterline.

 

Sembra che questo Atto avesse in mira il regolare su solide basi l’esercizio della farmacia in Irlanda nello scopo di assicurare al pubblico la somministrazione di buone medicine e far sì che gli uomini adibiti a questa somministrazione fossero tali da dare sicure guarentigie della loro capacità e della loro probità.

 

Si fa note rispettosamente al pubblico che qui le prescrizioni mediche sono eseguite colla più scrupolosa esattezza.

 

 

 

 

 

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25 gennaio 2014 6 25 /01 /gennaio /2014 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti

 appo i principali popoli del mondo

 

storia farmacia frontes

CAPO IV

 

PRIMI FARMACISTI IN FRANCIA - GIURAMENTO DE’ FARMACISTI - ORDINANZE REGALI

 

 

Dopo aver dato un rapido cenno sui farmacisti dei più celebrati tra gli antichi popoli, noi vogliamo di presente occuparci di tempi non guari così remoti, e verremo esponendo la storia di questa così importante branca della medicina appo le più civili nazioni del mondo.

 

La divisione della medicina e della chirurgia era cominciata nel corso del primo secolo dell’ èra cristiana sotto il regno dell’ imperatore Caligola e nel tempo in cui fioriva il gran Celso. Ma questa divisione non fu consacrata che oltre mille anni dopo, sotto i regni dei re di Francia Luigi VII e Filippo Augusto.

 

In quanto alla farmacia, non si potrebbe con aggiustatezza assegnare il tempo preciso in cui essa fu disgiunta dalla medicina e dalla chirurgia. Faremo di ricercare un po’ di luce in queste tenebre.

 

Vedemmo che fin dalla più lontana antichità la medicina, la chirurgia e la farmacia non formavano che un’arte sola; che, in appresso, il numero delle sostanze medicamentose si accrebbe con le cognizioni mediche.

 

La farmacia fu disgiunta dalla medicina e dalla chirurgia per formare una branca distinta dell’arte salutare.

 

Questa separazione, effettuata secondo Celso circa 330 anni prima dell’ èra volgare, nel tempo di Erofilo e di Erasistrato, vale a dire nel tempo in cui fioriva la Scuola di Alessandria siccome vedemmo nel II Capo di questa opera, si mantenne per alquanti secoli, in sin tanto che le scienze si perdettero nello stato di barbarie che caratterizza l’ultimo periodo dell’ impero romano e il medio evo.

 

Questa si fu la prima separazione della farmacia.

 

La seconda ebbe luogo nel tempo in cui gli studi medici rifiorirono per effetto dello impulso che l’araba civiltà dette alle scienze in Europa.

 

Ma con maggiori elementi di sicurezza si può asseverare che il tempo in cui la farmacia cominciò a diventare una scienza tutta propria e disgiunta dalle altre affini è l’epoca della istituzione delle Università in Europa, vale a dire che dobbiamo riconoscere nella infanzia del XIII secolo il tempo in cui i farmacisti formarono un ceto distinto e civile.

 

Già da lungo tempo i medici avevano rinunziato alle preparazioni de’ medicamenti, e ne avevano affidato la cura agli allievi che studiavano sotto la loro direzione. Un tal motivo spiega quella specie di patronato che essi esercitarono su i farmacisti, i quali dovevano prestare un curioso giuramento, che ci piace di qui riportare:


“Io giuro e prometto innanzi a Dio, autore e creatore di tutte le cose, unico in essenza e distinto in tre persone eternamente beate, che manterrò punto per punto tutti gli articoli seguenti:
E primamente giuro e prometto di vivere e morire nella fede cristiana.

Item
. D’amare ed onorare i miei genitori il più che mi sarà possibile.
Item
. D’onorare, rispettare e far servire, per quanto le mie facoltà consentiranno, non solamente i dottori medici che m’avranno istruito nella conoscenza dei precetti della farmacia, ma anche i miei precettori e maestri sotto i quali avrò imparato il mestiere.

Item. Di non isparlare di nessuno de’ miei antichi maestri, dottori farmacisti od altro o di chicchessia.

Item. Di riferire tutto ciò che mi sarà possibile per l’onore, per la gloria, per l’ornamento e per la maestà della medicina.

Item. Di non insegnare agl’idioti ed agl’ingrati i segreti e le rarità della detta scienza.

Item. Di non fare niente temerariamente senza l’avviso dei medici e con la speranza del lucro.

Item. Di non dare alcun medicamento o purgante agli ammalati affetti da qualche malattia senza prima chiederne consiglio a qualche dotto medico.

Item. Di non toccare in verun modo le parti vergognose ed occulte delle donne, tranne che non sia per grande necessità, cioè a dire allorché sarà necessario di applicarvi qualche rimedio.

Item. Di non isvelare a nessuno il segreto che mi sarà stato affidato.

Item. Di non dare giammai a bere alcuna qualità di veleno, né consigliare ad alcuno di darne nemmeno ai più grandi nemici.

Item. Di non dar giammai a bere pozioni abortive.

Item. Di non tentare giammai di fare uscire dal ventre della madre il frutto, in qualunque siasi il modo, senza prima chiederne consiglio a qualche medico.

Item. D’eseguire punto per punto le prescrizioni dei medici senza aggiungere o togliere niente in quanto che saran fatte secondo l’arte.

Item. Di non servirmi mai di qualche succedaneo sostituto senza il consiglio di qualcuno di me più saggio.

Item. Di disapprovare e fuggire come la peste le pratiche scandalose e perniciose di cui si servono oggi i ciarlatani empirici suggeritori di alchimia, a grande vergogna dei magistrati che li tollerano.

Item. Di prestare aiuto e soccorso indifferente mente a tutti quelli che chiedono l’opera mia, e finalmente di non tenere alcuna cattiva o vecchia droga nella mia bottega.

 Il Signore mi benedica sempre fintantoché adempirò a tutte queste cose.

 

 

I farmacisti di quel tempo erano annoverati nella classe degli speziali, de’ droghieri e degli erbolai.

 

È noto che la parola speziale derivò da species ovvero aromi ed altre cose forti. Prima della scoverta delle Indie occidentali ed orientali, perciocché lo zucchero era caro e rarissimo, si faceva uso semplicemente di spezie od aromi; il che diede agli speziali una certa importanza; ed a Londra questo uso era tenuto in tanta considerazione che Guglielmo III volle formar parte del ceto degli speziali. Qualche tempo di poi, la corporazione degli speziali-farmacisti pervenne ad occupare un posto secondario tra le classi sociali; vivea sotto la disciplina di sei maestri o custodi, i quali, al pari de’ giudici e de’ consoli delle città, municipali, portavano la veste di panno nero orlata di velluto dello stesso colore, col collare e le maniche, pendenti.

 

In virtù di un titolo accordato nel 1312 da Filippo il Bello e confermato nel 1321 da Carlo IV, furono chiamati il comune degli uffiziali mercanti incaricati dei pesi dacché avevano in deposito il campione de’ pesi e delle misure di Parigi. Avevano il diritto di visitare i pesi di tutti gli altri mercadanti, ma eglino stessi erano tenuti di far verificare i loro in ogni sessennio sulle matrici originali.

 

Perlocché, la prima ordinanza emanata per la corporazione degli speziali e de’farmacisti risguarda precipuamente i pesi e le stadere. Questi primi regolamenti non si applicano che alla parte esterna del mestiere, cioè i pesi , il modo di comprare , di vendere e di stabilire la senseria; bensì non parlano di repressione che pel solo furto delle merci.

 

Ma ben presto si sentì il bisogno di esercitare su i farmacisti una sorveglianza più attiva di quella che non si applicava che ai pesi. Non solamente i custodi della corporazione, ma eziandio i medici furono incaricati di vegliare sulla vendita delle droghe.

 

Questi furono i princìpii della legislazione farmaceutica.

 

Questa corporazione mista portava ancora il nome di corpo di mercanti in grosso, speziali e farmacisti; e a somiglianza de’ pannaiuoli, avea per protettore S. Nicola.

 

Le riunioni di questa strana confraternita si tennero primamente nella chiesa dell’ospedale di S. Caterina; poscia, nel 1546, nella cappella di Nostra Donna (Nôtre-Dame), di poi a Sainte-Magloire: nel 1572, nel coro della chiesa di Santa Opportuna, e finalmente, nel 1589, appo l’altare maggiore de’ Grandi Agostiniani.

 

Bisognava fare un capolavoro prima di entrare in questo collegio; e i farmacisti erano più che altri rigorosamente astretti a questa formola.

 

Siffatte ordinanze e regolamenti non ebbero dapprima applicazione che nella sola città di Parigi, e non si estesero in tutta la Francia che poco appresso. Esse abbracciano complessivamente le due classi di speziali e di farmacisti.

 

Ma una certa rivalità non tardò a manifestarsi tra questi due ceti, rivalità che nacque in sulle prime per pretensioni di priorità, e si accrebbe in seguito fino a durare per secoli; ed oggi non è cessata del tutto.

 

Dodici anni prima della memorabile battaglia dei Greci, vale a dire nel 1336, Filippo di Valois stabilì la superiorità de’ medici su i farmacisti, per mezzo di un mandamento al prevosto di Parigi per costringere i farmacisti, i loro commessi e gli erbolai a custodire le ordinanze risguardanti l’esercizio dell’arte farmaceutica e le spezierie.

 

A seconda che si moltiplicavano i regolamenti, i farmacisti cercavano di concentrare nelle oro mani il monopolio della composizione e della vendita di rimedii: ottennero che fosse espressamente vietato a quelli che non erano della loro corporazione lo spacciare alcuna droga. Era questo un savio provvedimento di legittima precauzione, il quale non si potrebbe abbastanza raccomandare anche ai dì nostri, sendo di somma importanza che uomini non competenti e non facoltati non pongano a gravi pericoli la pubblica salute.

 

A tal uopo, venne emanata da Giovanni il buono una ordinanza nel 1352 secondo la quale, il capo della corporazione de’ farmacisti, assistito da due maestri in medicina nominati dal decano della Facoltà di medicina, e da due farmacisti eletti dal prevosto di Parigi o dal suo luogotenente, dovea fare due visite all’anno, circa la festa di Pasqua e quella di Ognissanti, a tutti i farmacisti di Parigi e sobborghi. E questa visita era di tale importanza che i visitatori doveano giurare, alla presenza del prevosto o del suo luogotenente, che secondo la loro scienza e coscienza, senza odio né favore per nessuno, si confermerebbero allo spirito della ordinanza, e che la loro visita non avrebbe altro scopo che quello della pubblica utilità e del bene de’ corpi umani; giuramento che precedentemente dovea esser fatto eziandio dal capo della corporazione.

 

I farmacisti della città e dei sobborghi giuravano dal canto loro, al cospetto del capo della corporazione e di quattro assistenti, che essi direbbero la verità tanto sulle medicine quanto su ogni altra cosa pertinente al loro mestiere; che dichiarerebbero pure quali fossero le loro medicine antiche e quali le novelle; che terrebbero il loro libro, cioè l’Antidotario Nicola corretto da’ maestri del mestiere ; che non porrebbero in vendita nessuna medicina corrotta e non sostituirebbero alle fresche le antiche; che non farebbero uso che di pesi riconosciuti buoni da’ visitatori; che quando volessero preparare una medicina lassativa ovvero un oppiato, ciò non farebbero senza il consiglio di un maestro del mestiere, e che, dopo aver composto una medicina, scriverebbero sul vaso da contenerla il mese in cui fu fatta, e che la gitterebbero via se cominciasse a corrompersi; che non venderebbero né darebbero alcuna medicina che potesse cagionare danni o aborti, tranne che non avessero la certezza che la dimanda fosse fatta per espressa ordinanza del medico; che non tollererebbero la frode, se qualche medico volesse far loro vendere le medicine ad un prezzo più alto del giusto ad oggetto di partecipare al lucro; insomma che nulla farebbero di contrario alla equità, alla moralità, del mestiere, per cupidigia di lucro, per particolari rancori o per altra causa qualsivoglia.

 

La stessa ordinanza disponeva che nessuno poteva far parte della corporazione se non sapesse leggere le ricette, preparare e comporre le medicine; e che, attesoché i garzoni de’ farmacisti facevano spesso delle medicine di nascosto, dovessero prestare lo stesso giuramento de’ loro padroni; che, se i maestri trovassero cattive composizioni, dovessero torle vie.

 

Presso a poco lo stesso giuramento era prestato dagli erbolai. Se queste ordinanze risguardavano il leale e legittimo esercizio dell’ arte farmaceutica, questa pertanto non era ancora uscita dalla infanzia.

 

Più di un secolo scorse senza notabili mutamenti nella legislazione farmaceutica. Certo è pertanto che la professione di farmacista era già sottoposta, fin dal secolo decimo quarto, ad una severa disciplina. Fino al termine del secolo appresso, le ordinanze disciplinari non mutarono gran fatto. Intese primamente a tutelare gl’interessi del pubblico in quanto alla giustezza de’ pesi, affinché il compratore non venisse frodato sulla quantità, ebbero poscia in mira di accertare la buona qualità, delle droghe.

 

Prima di chiudere questo capitolo, per tener dietro ad in certo ordine cronologico, diremo che le prime tracce di una corporazione farmaceutica in Bruges si ritrovano nell’anno 1297. Questa corporazione possedeva, al cominciar del IV secolo, una spaziosa sala per trattarvi i suoi affari, un suggello, statuti ed una cappella. Essa aveva il privilegio esclusivo della vendita delle medicine. Membri di distinte famiglie appartenevano a questa corporazione e vi tenevano uffizi di magistratura. Essendo provvista di ricchezze e di privilegi , essa offerì alla città, in tempi diversi, grosse somme per patriotiche cause.

 

La prima bottega conosciuta di farmacia in Londra fu nel 1345, la prima in Norimberga nel 1404, e la prima in Francia nel 1336. Bruges aveva invece le sue farmacie fin dal principio del secolo decimo quarto. La prima legge che risguarda la loro ispezione porta la data del 1497. Nello intento di limitare il numero delle farmacie, un’ordinanza fu emanata nel 1582, la quale prescriveva che nessuno potesse aprir farmacia, se pria non avesse studiato le scienze relative pel corso di tre anni e dato saggio delle sue cognizioni e della sua capacità; dovesse in pari tempo prestare il giuramento della corporazione.

 

Nel 1585, un’altra ordinanza ebbe per oggetto la vendita dell’ arsenico. Nel 1683, dietro reclami dei farmacisti, fu proibito ai medici, sotto gravi multe, il dispensare da sé stessi i medicamenti. Soltanto nei primi tre giorni della fiera annuale erano tollerati nella città i cerretani e i cavadenti.

 

Nel 1697, per porre un freno ai prezzi arbitrarii delle medicine, fu ordinata una tariffa.

 

Nel 1760, Maria Teresa decretò la nomina di una Commissione medica, composta di due medici, di due chirurgi e di due farmacisti , la quale dovea sindacare le operazioni de’ medici. Questa Commissione fu annullata in sullo scorcio del secolo decimo ottavo , e fu surrogata da un giurì medico.

 

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19 novembre 2013 2 19 /11 /novembre /2013 15:00

Storia generale delle droghe - Volume II

 

 

 

 

Il secondo volume dell'opera di Pomet si apre con il Libro I dedicato alle Gomme. Si distinguono, egli sostiene, due specie di Gomme: le Gomme acquose e le Gomme resinose. Vi sono alcuni che ne aggiungono una terza e che essi chiamano irregolari che presentano delle difficoltà a dissolversi nell'acqua e nell'olio, come la Mirra o il 

 

 

 


 

 

Le deuxième tome de l'oeuvre de Pomet s'ouvre sur le Livre I consacré aux Gommes On distingue, dit-il, deux sortes de Gommes : les gommes aqueuses et les Gommes résineuses. Il y en a qui y ajoutent une troisième, qu'ils nomment irrégulières qui ont de la peine à se dissoudre dans l'eau et dans l'huile, comme la Myrrhe ou le Benjoin. Le premier chapitre s'ouvre sur la Manne, dont Dieu nourrit les Israélites dans le désert, et se poursuit avec la Gomme-Gutte, puis la Gomme Arabique. "La Gomme Arabique, Thebaïque, Sarracene, de Babylone ou Achantine, ou d'Acacia d'Egypte, qui est le nom des arbres qui la portent, est une Gomme blanchâtre en petites larmes, qui découle de plusieurs petits arbres fort épineux, dont les feuilles sont si petites, qu'à peine les pourroit-on compter, qui se trouvent en quantité dans l'Arabie Heureuse, d'où elle a tiré son nom. cette Gomme nous est apportée en France par la voye de Marseille".


Pomet rapporte les propos de Sieur le Maître de janvier 1694 : "C'est des Maures que nous avons la gomme Arabique ; ils la ceuillent dans les Deserts de la Lybie intérieure. Elle croît aux arbres qui la portent, comme celle qui vient aux Cerisiers & aux Pruniers en France. ils la viennent vendre un mois ou six semaines avant l'inondation du Niger".

 

 

Parmi les nombreuses Gommes décrites par Pomet, ce dernier évoque le Camphre, résine fort combustible, dit-il, venant darbres qui croissent en quantité dans l'Isle de Bornéo, & autres endroits de l'Asie, & même dans la Chine. Les habitans des lieux où croissent ces arbres, incisent les troncs, d'où il en sort une gomme blanche, qui se trouve au pied de l'arbre en petits pains, & qui est envoyée en Hollande pour y être rafinée. Pomet indique également que le Camphre guérit les inflammations des yeux, appaise la douleur de la brûlure avec de l'eau de Rose, de l'eau de Plantin ou de Morelle, il appaise la douleur de tête ; il est chaud naturellement et froid par accident comme le vinaigre... L'on tire du Camphre par le moyen de l'esprit de Nitre, une huile de couleur d'ambre, qui sert pour la carie des os. 

 

 

 

 

Poursuivant ce très long chapitre sur les Gommes, Pomet en vient à décrire le Baume de Judée, que nous appellons ordinairement Opobalsamum, ou Baume d'Egypte, ou du Grand Caire. Jerico étoit autrefois le seul endroit du monde où croissoit le vrai Baume ; mais depuis que le Turc s'est rendu Maître de la terre-Sainte, il en a fait transpnater les arbrisseaux dans son Jardin de la Matarée au grand Caire, où ils sont gardez par plusieurs Janissaires, pendant que le Baume en coule.

Un de mes amis,
 précise Pomet, qui a été au Caire, m'a assuré que l'on ne pouvoit voir ces arbrisseaux, que par dessus les murs d'un Clos où ils sont, & dont l'entrée est défenduë aux Chrétiens. A propos du baume, il est presque impossible d'en pouvoir avoir sur les lieux, si ce n'est par le moyen des Ambassadeurs à la Porte, à qui le Grand seigneur en fait present, ou par le moyen des janissaires qui gardent ce précieux Baume.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pomet poursuit ce Livre I avec un long passage sur le fameux Baume de M. le Commandeur de Perne et ses propriétés nombreuses : Il n'y a point de coup de fer ou de feu, pourvu que la playe ne soit pas mortelle, qu'on ne guerisse dans huit jours, en y mettant du baume...Pour la colique, ce Baume est admirable...Pour la Goutte, il est souverain... Pour le mal des Dents, il est merveilleux,etc.... Toujours dans le chapitre des Gommes, Pomet donne une longue description de la Therebentine, une liqueur visqueuse, gluante, résineuses, huileuse, claire & transparenteNous vendons, dit-il, trois sortes de Therebentines : la Therebentine de Chio, la Therebentine du bois de Pilatre, & la Therebentine de Bourdeaux.

 

 

Pomet explique longuement les propriétés de ces Thérébenthines et indique que la seconde, la Thérébenthine de bois de Pilatre en Forêt (vendu faussement sous le nom de Thérébenthine de Venise) est la plus utilisée en raison de ses multiples propriétés. elle est en effet, selon Pomet, apéritive, vulnéraire, diurétique, nephretique, & employée pour la guérison des ulcères des Rheins & les gonnorhées, prise en bol depuis demie jusqu'à une dragme, & en lavement depuis demie jusqu'à une once. il faut la dissoudre avec quelques jaunes d'oeufs. Elle entre dans les baumes, onguents, emplâtres, & autres compositions galéniques.

 

 

 

 

 


Le Livre II de Pomet, après le chapitre des Gommes, traite le Suc."Le mot de Suc, signifie une substance liquide, qui fait partie de la composition des Plantes, & qui se communique à toutes les autres parties, pour servir à leur nourriture & à leurs accroissements ; le Suc est aux Plantes ce que le Sang est aux Animaux".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pomet commence ce chapitre avec la Scamonnée, la Scammonée de Smyrne, puis poursuit avec  l'Opium "que les Turcs appellent Amphiam". C'est une liqueur blanche comme du lait, qui découle de la tête des Pavotsblancs par le moyen des incisions qu'on leur fait. Cette liqueur étant écoulée, elle s'épaissit, & change sa couleur en brune : voilà ce que c'est que le véritable Opium, dont les Turcs font un si grand usage, & dont ils se peuvent nourrir pendant un jour ou deux , sans prendre aucune autre nourriture, ce qui leur est d'un grand secours ; & lorsqu'ils veulent se battre, ils en prennent par excès, ce qui les met hors du bon sens, & ensuite vont au combat tête baissée, sans se soucier du danger.
 

 

Pomet précise par ailleurs qu'il y a une autre forme d'Opium, qui découle des Pavots noirs (représentés à gauche) et que le mot opium vient du Grec Opon, ou Opion, qui signifie Suc. Il indique enfin que les Urcs tirent aussi le suc d'une autre plante que l'on appelle Glaucium et que l'on voit à gauche de l'image. Cette Plante est semblable au Pavot cornu, qu'ils mêlent avec le suc des Pavots, & du tout ensemble font une masse
 

 

La dernière plante décrite par Pomet est le Roucou, que les Indiens appellent Achiotl, ou Vrucu, & les Hollandais Orleane, & nous Roucou. Pomet précise que c'st une fécule que les habitants des Isles du levant & de Saint Domingue tirent d'une petite graine rouge qui se trouve dans une gousse. il décrit la fabrication du Roucou (dessin ci-dessous).

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 


   
 

 


 

Le fruit est une graine rouge, qui se trouve en grande quantité dans de grosses gousses rondes. Quand on a tiré cette graine de ses  gousses, on la pile, & on l'exprime à la presse pour en tirer le suc, que l'on expose ensuite dans un lieu chaud, pour en faire évaporer l'humidité, & quand est epaissi à peu près comme la pâte, on en fait des masses de différentes formes, qui étant entièrement desséchées, sont proprement ce qu'on appelle Achiols. Le Roucou est astringeant, convient dans les hemorragies, crachemens & pertes de sang, & autres maladies de pareille nature. il est fort en usage par les Teinturiers. on s'en sert aussi pour donner une couleur jaune à la Cire, après l'avoir délayé avec tant soit peu d'huile de Noix, & jetté dans la Cire fondue...
 

 
 

Pomet passe ensuite aux domaine des Animaux qui est le titre du Livre Troisième de ce Tome II. Curieusement, il commence ce chapitre par les Momies (Des Mumies) "qui contient en soi toutes les parties du corps humain. C'est le dessin que l'on voit ci-dessous. Pomet donne une longue description de ce que sont les "Mumies" et précise que ces dernières sont employées en Médecine pour le sang caillé ; elle convient dans les affections froides de la tête, à l'épilepsie, aux vertiges, à la paralysie, prise au poids de deux dragmes en poudre dans quelques opiattes convenables, ou en bol avec quelques sirops. elle resiste à la gangrène, consolide les playes,  & est encore employée pour quelques compositions galéniques. 




Après avoir passé en revue l'Axonge (ou graisse humaine), l'Usnée humaine (mousse verdâtre provenant des têtes de morts), Pomet consacre une page à la Licorne que la Naturalistes nous dépeignent sous la figure d'un cheval, ayant au milieu du front une corne en spirale, de deux à trois pieds de long, nous dit-il. Mais Pomet précise : Comme l'on n'a pu, jusques aujourd'hui, sçavoir la vérité de la chose, je dirai que celle que nous vendons sous le nom de Corne de Licorne, est la Corne d'un Poisson que les Islandais appellent Narwal.   




Cette licorne, dit Pomet, était autrefois beaucoup en usage, à cause des grandes propriétés que les anciens lui attribuaient, principalement contre les poisons. Ambroise Paré, dans un petit Traité qu'il a composé de la licorne, dit que dans l'Arabie déserte, il s'u trouve des Anes sauvages, qu'ils appellent Camphurs, portant une corne au front, avec laquelle ils combattent contre les Taureaux, & dont les Indiens se servent pour se garantir de plusieurs maladies, particulièrement les veneneuses, & qu'en Arabie, près de la Mer rouge, il se trouve un autre animal que ces peuples appellent Pirassoupi, qui a deux cornes longues, droites et en spirale, dont les Arabes se servent lorsqu'ils sont blessez ou mordus par quelques bêtes venimeuses, la mettant tremper pendant six ou sept heures dans de l'eau qu'ils boivent pour se garentir

 

 
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Parmi les autres animaux décrits par Pomet, il y a bien sûr le Bezoar, le Musc, la Civette, le Rat musquez, le castor, l'éléphant, le Rhinocéros, etc. Une page d'llustration (ci-dessus) est consacré aux oiseaux comme l'Autruche, avec ses plumes "qui servent d'ornement aux Capeaux, aux lits, & aux Dais". Mais Pomet précise que sa graisse est émolliente, résolutive & nervale. il parle aussi de l'Aigle. De tout cet oiseau, dit-il, nous ne vendons qu'une espèce de pierre qui se trouve à l'intérieur des trous où les Aigles font leurs nids... Cette pierre nous est apportée par les Pellerins de Saint Jacques en Galice. On attribue de grandes propriétez à cette pierre , sçavoir de faire accoucher les femmes heureusement & d'empêcher qu'elles tombent lorsqu'elles sont grosses. Pomet évoque également le Vautour, l'Hirondelle et la Frégate, un oiseau que les Indiens appellent ainsi à cause de la vitesse de son vol. "L'huile ou la graisse de ces animaux est un souverain remède pour la goute sciatique, & pour toutes les autres provenantes de cause froide. on en fait un grand cas dans toutes les Indes comme un médicament précieux".



Pomet parle également des Cantharides qui sont des mouches que les paysans des environs de Paris
nous apportent, dit Pomet, qui se trouvent en quantité sur les Frênes, sur les Rosiers, & sur les bleds. L'usage des Cantharides est pour l'extérieur, étant un fort grand vessicatoire ; c'est le sujet pour lequel les Apoticaires en font la base de l'emplâtre, surnommé vessicatoire. Elles sont cahudes, dessicatives, résolutives, etc... Le dessin ci-dessus évoque les Abeilles, ou mouches à miel. Quelques Naturalistes veulent que l'origine des Abeilles viennent du Lion & du Boeuf morts, & qu'au lieu de vers qui sortent ordinairement du corps des autres animaux, il sort du corps du Lion & du Boeuf, des Abeilles ou des Mouches à miel. Pomet décrit longuement le travail des abeilles, de la manière de receuillir le miel, le miel lui-même, ainsi que la Cire jaune et de la Cire blanche. Nous tirons du miel, dit Pomet, par le moyen de la distillation, une eau, un esprit et une huile qui sont estimez propres pour faire croître les cheveux, & pour effacer les taches du visage. On attribue à l'esprit du miel, bien rectifié, la faculté de dissoudre l'or et le plomb. On peut aussi tirer du miel qui a fermenté un vinaigre... On en tire encore un sel fixe qui est apéritif, propre pour fondre & attenuer les humeurs visqueuses.




Toujours dans le Livre III, Pomet consacre un passage à la Vipère, mais surtout à tous les médicaments composés qui lui étaient associées : Thériaque, Orviétan, Mitridat, Trochisques... Pomet indique que la Vipère est une espèce de Serpent qui se trouve en abondance en plusieurs endroits de la France, mais principalement dans le Poitou, d'où nous faisons venir presque toutes les Vipères que nous vendons à Paris.

Après un très long Livre III, le Livre suivant (Livre IV) du Tome II de Pomet porte sur "Les Fossiles": "J'entends par le mot de Fossille, généralement tout ce qui se rencontre dans les entrailles de la terre, comme sont les Métaux, les demi-Métaux, les Minéraux, les Bitumes, les Pierres & les Terres.Il fait une longue préface sur la définition de ces différents termes, en commençant par le mot Métal "un corps dur & d'une substance égale en toutes les parties, qui se fond au feu, qui est ductille, et qui s'étend sous le Marteau, & qui est différent des Mineraux, Bitumes, Pierres & Terres... Il y a bien de la constestation touchant le nombre des Métaux, les uns veulent qu'il y en ait neuf, les autres sept, & les autres six, en ce qu'il veulent que le vif-argent, l'étain de galce & la fonte passent pour Métaux, mais comme cette opinion n'est pas bien fondée, en ce que l'Etain de Glace & la Fonte sont des choses composées, je maintiendrai à ceux qui ont conclu qu'il n'y en avoit que sept qui répondent aux sept Planettes, & aux sept jours de la Semaine...


Dans ce long chapitre des "Fossiles" décrits par Pomet (l'Or, l'Argent, le Cinabre, de l'Etain, etc.), il y a une seule page d'illustration (extrait ci-dessus) qui illustre un passage consacré aux Mines du Frioul, mines de mercure situées à une journée & demie ou environ de Corentia, en tirant vers le Nord. Pomet donne des précisons sur l'obtention du mercure et les conditions de travail : "Les Machines dont on se sert dans ces Mines sont admirables. les roues sont les plus grandes que j'aye vûes de ma vie, & sont toutes mûës par la force de l'eau que l'on fait venir à peu de frais, d'une montagne qui est à trois mille de là. L'eau que l'on tire de la Mine par le moyen de 52 pompes, 26 de chaque côté, est employée à faire mouvoir d'autres roues, qui servent à differens usages. Les Ouvriers ne sont payez qu'à raison d'un Jule par jour, & ne durent pas long-tems à ce travail. Car encore qu'il n'y en ait point qui soient plus de six heures sous terre, ils deviennent tous paralytiques, & meurent hétiques, les uns plutôt, les autres plus tard". 

Les derniers Livres du Tome II de Pomet sont consacrés respectivement aux Minéraux (Livre V), aux Bitumes (Livre VI), aux Pierres (Livre VII) et aux Terres (Livre VIII). Pour le Livre V, le Minéral est définit comme étant "tout ce qui tient quelque chose des mines, qui croît dans le mines, ou qui a passé par les mines" : Antimoine, Aimant, CalamineArsenic, Sel Gemme et Sel marinSalpêtre, Alun, etc. Le Livre VI concerne le Bitume, "matière inflammable, grasse, & onctueuse" : Ambre jaune, Bitume de Judée, Pis-Asphaltum, Charbon de terre, Fleur de soufre, Naptha d'Italie, Petroleum, etc. Le Livre VII concerne la Pierre, "corps solide & dur, qui ne se peut fondre au feu ni s'étendre sous le Marteau, & qui s'est formé dans la terre par succession de tems, & qui est une espèce de minéral" : Hyacinthe, Diamant, Pierres de Serpent, Licorne Minérale, Jade, Craye de Briançon, font partie de cette catégorie. Le Livre VIII, enfin, inclut les Terres qui sont utilisées en Médecine mais aussi celles dont les Peintres se servent, en un mot "tout ce qui est tendre et fiable, & qui pour ce sujet n'a pu être mis au rang des Pierres" : Cachou, terre sigelée (sic), Bol, terre de Cologne, Rouge d'Inde, etc.

Ce dernier chapitre conclut l'ouvrage de Pomet qui est instructif à plus d'un titre : il montre une classification les matières premières,avec de multiples explications; il montre aussi l'usage de ces produits en Médecine et en Pharmacie au XVIIe et XVIIIe siècles ; il donne enfin à cette occasion de nombreuses informations sur le mode de recueil, de traitement de ces produits, les conditions de travail, les outils utilisés et l'aspect économique du médicament.    

 
     

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http://www.shp-asso.org/index.php?PAGE=expositionpomet3

Published by Massimo - in Grandi opere
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