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9 dicembre 2011 5 09 /12 /dicembre /2011 12:05

Farmacia tascabile di un medico romano [1]

 

01.jpg
 

 

 di Burkhard Reber (di Ginevra).
 


Nel gruppo dell’arte antica, all’Esposizione nazionale svizzera che ebbe luogo a Ginevra, nel 1896, si poteva notare in una delle vetrine destinate alle antichità romane trovate in Svizzera una piccola scatola in avorio molto curiosa. Secondo l’opinione generalmente ammessa oggi, si tratta della farmacia tascabile di un medico romano. L’oggetto appartiene al museo di Sion (Cantone Vallese), in cui l’ho avuto tra le mani alcuni anni prima della sua esposizione. Ma, durante lo svolgimento di quest’ultima, si è presentata l’occasione di farne delle fotografie, il che mi permette di possederne delle riproduzioni molto esatte.

 

 

 

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Notre Dame de Valère, Sion, Svizzera.



È il motivo che mi spinge nel pubblicare una breve nota sull’oggetto in questione benché esso il soggetto sia già stato trattato brevemente da altri autori [2]. Ma in nessun modo è trattato in modo esatto e, soprattutto per la nostra epoca, in modo esaustivo. Tengo particolarmente a por rimedio a quest’inconveniente. Successivamente si sono presentati dei nuovi casi, di modo che un riassunto su questo soggetto presenterà tanto più interesse in quanto in lingua francese, per quanto io ne sappia, non è ancora stato trattato.


Il corpo di questa scatola è scolpito in un sol blocco d’avorio; il coperchio presenta le figure di Esculapio e di Igea, si inserisce attraverso delle scanalature laterali. L’oggetto misura 11 cm di altezza e 7,5 cm di larghezza. Il suo spessore è un po’ più di 3 cm. Il colore bianco giallastro è quello del vecchio avorio. Gli archeologi si sono mostrati d’accordo sulla l’antichità di questa interessante farmacia portatile. La si attribuisce all’epoca romana della fine del terzo o dell’inizio del quarto secolo.


Questa scatola possiede la sua piccola storia che non manca di interesse. Quando in un angolo della camera degli archivi dell’antichissima chiesa di Valère a Sion, è stata ritrovata, coperta di polvere e dimenticata probabilmente da secoli, conteneva delle reliquie avvolte in stoffe molto belle, in seta. Tra queste si notava, ad esempio, un frammento della sedia su cui san Pietro si era seduto durante la condanna di Cristo. Si ha dunque il diritto di supporre che questo reliquiario era stato spedito da Roma, sotto forma di regalo, al vescovo di Sion. La scrittura sulle strisce di pergamena indicante il contenuto di ogni compartimento, sembrava appartenere al nono secolo.


Ma le figure di Esculapio e di Igea, divinità della medicina e della salute nell’antichità, non hanno nulla a che fare con un reliquiario cattolico; al contrario, esse dimostrano chiaramente l’antica destinazione della scatola. Per fortuna sono state lasciate le suddivisioni all’interno che sono testimoni egualmente dello scopo primitivo dell’oggetto. Su quest’ultimo punto si hanno tanto meno dubbi in quanto conosciamo oggi, come dimostrerò più avanti, un certo numero di queste farmacie portatili dei medici romani, tutte strutturate pressappoco allo stesso modo. Tuttavia, in generale, sono antichità molto rare e considerate essere della più alto interesse scientifico ed anche artistico.




02.jpgInterno della farmacia.



 


Le due figure che sono sulla nostra scatola rappresentano sicuramente Esculapio ed Igea. Gli attributi che questi personaggi reggono in mano lo provano nel modo più irrefutabile. L’uomo regge nella mano sinistra il bastone avviluppato dal serpente tradizionale e la donna un serpente ed una coppa. È la rappresentazione classica, così come l’abbiamo trovata incisa, scolpita e fusa su dei monumenti antichi. In quanto alla scultura in alto rilievo stessa, che orna il coperchio di questa scatola, non manca, malgrado una certa durezza delle forme e qualche errore di disegno, di uno stile elevato e di una tecnica che ricorda la grande epoca artistica dello sviluppo della nazione romana.


Molto spesso, si ritrova Esculapio ed Igea rappresentati insieme. Ma che li si incontri isolati o l’uno accompagnato con l’altro, ognuno reca sempre gli stessi attributi: Esculapio il suo bastone avviluppato con il serpente, Igea un serpente in una mano, la coppa nell’altra.

 


06.jpgEsculapio, Musei capitolini, Roma. 


Non è raro vedere queste due divinità della medicina e della salute che si crede siano a volte marito e moglie a volte padre e figlia, il che non ha nessuna importanza per noi, in compagnia di un bambino avvolto in un mantello e la testa sempre coperta da un cappuccio. È Telesforo, figlio di Esculapio che, secondo alcuni, rappresenta il convalescente, secondo altri un demone o il genio della salute. Ad ogni modo, egli aveva per sé dei templi a Smirne ed a Pergamo. Sappiamo che Esculapio e Igea contavano numerosi e magnifici templi ed altari tanto in Grecia quanto nell’antica Roma.


Si è recentemente scoperto a Tarda [3], in Ungheria, una placca in molassa, con la scultura delle tre divinità riunite, nelle loro forma più tipica e recanti i loro attributi. Insisto su questo ritrovamento perché proviene da un paese conquistato dai Romani, in cui il culto si è in seguito impiantato relativamente tardi. L’iscrizione che si vede sul piccolo monumento è così concepita: “Aur (elio) Eternalis ex voto posuit”.

 



04.jpgTavoletta votiva di Esculapio, Igea e Telesforo, II-III secolo d. C., Kyustendil, Bulgaria.

 



L’Esculapio nella nostra scultura presenta una singolarità. Regge con la mano destra un oggetto somigliante ad un pino. Quest’ultimo è solitamente l’attributo di Bacco. Può darsi che qui l’artista abbia voluto rappresentare una pianta o un fiore medicinale. Attiro su questo punto l’attenzione senza pensare di aver risolto la questione.


La croce che si scorge tra le due teste è più recente. Essa data naturalmente all’epoca in cui la scatola era destinata a diventare un reliquiario. Prima di utilizzare nella chiesa cristiana un oggetto che era appartenuto a dei pagani, occorse, attraverso un segno visibile, consacrarlo al cristianesimo. Questa pratica era generale ed è conosciuta in tutto il mondo. Il foro che si osserva in alto serviva per mettere un chiodino con un bottone a mo’ di serratura, per la chiusura.


Il dottore C. Brunner, menziona anche quattro altre cassette simili, tutte destinate al trasporto comodo di medicamenti e sempre provenienti dall’epoca romana. La prima di queste scatole, rettangolare, in bronzo, trovata a Pompei, suddivisa in cinque compartimenti, contiene ancora presentemente dei medicamenti, di cui una parte in pastiglie. Una seconda scatola simile, rinvenuta nei dintorni di Napoli, mostra sul coperchio a scorrimento l’immagine di Esculapio, si trova ora nel museo di Berlino. Un’altra scatola della stessa categoria, in bronzo, ma molto artisticamente rialzata da una placcatura in argento e rame puro, rappresentante il serpente di Esculapio rampante intorno ad un allora, con degli uccelli ai quattro angoli, è stato ritrovato nel letto del Reno a Magonza. L’interno di quest’oggetto notevole mostra quattro suddivisioni, due piccole e due più grandi, il cui contenuto è stato sfortunatamente rovesciato al momento del ritrovamento. Si conserva questa reliquia della medicina antica al museo di Magonza. La quarta scatola di questo genere, trovata come la precedente, nelle province renane, tra Neuss e Xanten, fa parte delle antichità romane del museo di Berlino. Dal punto di vista del loro impiego, l’opinione di tutti i ricercatori è unanime.



07.jpgVenere Hygeia, statua romana, 200 d. C.


La somiglianza di queste quattro farmacie tascabili, benché in bronzo, con quella che sto segnalando è assolutamente notevole. Come decorazione, quest’ultima è la più sviluppata ed allo stesso tempo la più tipica. Questa forma oblunga appiattita conveniva evidentemente ad un oggetto portatile, posto probabilmente in una tasca speciale.


In quanto alla strutturazione interna in undici suddivisioni un po’ differenti come grandezze, è la più complessa di tutte queste farmacie antiche conosciute sino ai nostri giorni. Visto lo spazio molto ridotto destinato ad ogni specie di rimedio, siamo obbligati a supporli di dimensioni minime se senza dubbio eleganti, probabilmente in pillole, pastiglie ed altro.


Ora si pone una domanda. Queste divinità non avevano che lo scopo di indicare in modo generico la destinazione dell’oggetto come recipiente di rimedi? La riflessione che ci ritroviamo in presenza di immagini di divinità e non soltanto di semplici figure decorative ci induce nel compiere un passo più lungo. L’oggetto appartiene all’epoca dell’idolatria per eccellenza, l’immagine di un Dio qualunque imprimeva all’oggetto un carattere sacro. Ne concludo che questa scatola di rimedi, in materia pregiata (l’avorio era già presso i Greci molto apprezzato per raffigurare le divinità), formava allo stesso tempo un piccolo altare portatile. E se c’è altare c’è culto.




03.jpgCoperchio della farmacia.

 




Ciò ci spiega egualmente perché l’oggetto è stato ritrovato in una chiesa cristiana (quest’ultima stessa avendo i suoi inizi in un tempio romano) [4]. Tutti gli oggetti dalla semplice pietra sino al più bel tempio, una volta consacrato ad un culto, non dovevano più cambiare destinazione. I sacerdoti cristiani si mostravano accaniti nello strappare al cosiddetto paganesimo tutti gli oggetti sacri per destinarli al culto del cristianesimo. Basta menzionare allo scopo gli esempi più noti di ognuno di essi. Mi sembra dunque di poter ammettere che l’ultima destinazione della nostra scatola come reliquiario deriva del tutto naturalmente dal suo scopo più antico e primario come altare degli dei della salute allo stesso tempo contenitore di rimedi.
Se si pensa che durante l’epoca romana la medicina era ancora puramente empirica, si capisce che ci voleva non soltanto una fiducia illimitata ma una vera credenza nel medico ed ai suoi rimedi. Da qui si può capire come facilmente come il medico abbia potuto avere egli stesso spesso più fiducia nelle sue divinità portatili che nella sua scienza problematica.


In queste condizioni, la bella scatola del medico, recante l’immagine, un po’ primitiva, degli dei della salute, poteva provocare presso il malato una suggestione salutare che non si disdegna nemmeno ai nostri tempi moderni.




NOTE

[1] Tratto da: Bulletin de la Société française d’Histoire de la Médicine (1903).


[2] Indicateur d’histoire et antiquités suisse, Zurigo, 1857, (p.32, tav. III). Dr med. Conrad Brunner, Die Spuren römischer Aerzte auf Boden der Schweiz, Zurigo, 1893, (p. 44 e tav. IV).


[3] Dr Jules Orient, Aus römischen Zeiten. Pharmac. Post. Vienna, 1901, n°23 (per l’obbligo che gli dobbiamo per la comunicazione della Tavola).


[4] B. Reber, Pourquoi voit-on le soleil dans ler armoiries gênevoise? [Perché si vede il sole negli stemmi ginevrini?], Ginevra, 1903, p. 19. 

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