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9 dicembre 2012 7 09 /12 /dicembre /2012 10:00

Il mortaio

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Mortaio e boccali cilindrici. Incisione tratta dal Codex Dioscurides longobardicus, XI secolo. Monaco.


Colui che, per primo, si è servito di due pietre per macinare il grano, ha inventato il mortaio. Non era nemmeno un uomo, ma qualche antenato comune all'uomo ed alla scimmia... Non è dunque in secoli, ma in millenni, che si dovrebbe datare l'esistenza del mortaio. Rimane nell'uso quotidiano finché il mulino non è stato conosciuto. Lo schiacciamento del grano in questo strumento è stato cantato da Esiodo, ed è una scena correntemente rappresentata sugli affreschi d'Egitto o sui vasi greci. Mortarium è il nome latino del mortaio ordinario, moretum quello di una pietanza che si prepara con il suo aiuto... e anche quello di una poesia rustica attribuita a Virgilio, ma che risale soltanto alla sua epoca. Vi si vede un ghiottone dal nome di Simulus raccogliere dell'aglio e del prezzemolo e trattarli nella cavità di un mortaio.


mortaio2.jpgCon la sua mano sinistra, trattiene la sua tunica contro la regione villosa della sua persona; la destra, munita di un pestello, trita dapprima l'aglio odoroso, poi schiaccia la parte rimanente e forma una pasta molto omogenea. Con una rapida rotazione, ogni elemento perde l'aspetto che gli è proprio: da venti colori ne emerge uno... Spesso delle zaffate piccanti salgono alle narici di Simulo, che fa smorfie e maldeisce la sua cucina... Tuttavia il lavoro procede, il pestello ruota più adagio e sfrega un po' più la pietra. L'uomo versa a goccia a goccia l'olio dell'albero caro a Pallas, aggiunge un filo di aceto, batte, mischia, impasta, ottiene la mistura desiderata.

 

Ecco una ricetta dell'ailloli (maionese a base di aglio e olio di oliva) che risale a epoche remote. Nella Roma imperiale, l'uso medico del mortaio è così considerevole che accanto ai seplasiarii   ed agli erboristi, esiste una categoria per la triburazione dei medicamenti dei farmacisti, i farmacotribes, specializzati, come dice il loro nome, nella triburazione dei medicamenti. L'arte di costruire i mortai, e soprattutto di scegliere la materia con cui sarebbero stati fatti, era stata spinta tanto più in là in quanto questa materia contava molto nella composizione definitiva del prodotto da ottenere. Così, Plinio sostiene che per comporre un idrargiro e cioiè argento vivo, si pestava del minio in presenza di aceto in mortai di rame. Allo stesso modo si preparava una specie di acqua di piombo battendo a lungo un mortaio contenente dell'acque dio pioggia con un pestello dello stesso metallo.

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Daumier: Il dottor Véron, giornalista, commerciante di prodotti farmaceutici, direttore dell'Opéra.

 

 

 

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Mortaio a due anse a testa di leone, sul quale si può leggere: "Sono stato fatto fare dall'alto e potente Messere Pierre della Città di Ferrolles, cavaliere dell'Ordine del re, signore delle alte giustizie, terre e signorie di Ferrolles, di Liniers la Charrouillère Maye ed altre località nell'anno 1632".

 

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Mortaio con pestello del 1590 (Kettwig/Ruhr).

 

 

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Mortaio fiammingo senza anse, munito di fogliami e animali favolosi, 1739 (Braunschweig).

 

 

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Mortaio di forma troncoconica dalle insegne di Francia, attribuito ai fondatori di Puy-en-Velay, XVI secolo (Colonia).

 

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Mortaio in ferro a due anse con manici laterali, Spagna, XVI secolo (Colonia).

 

È dall'Etiopia che gli Italiani dell'epoca facevano venire, secondo Plinio, le pietre più ricercate per la fabbricazione dei mortai per oculisti, e ciò perché esse producevano un succo. Sempre per la stessa ragione ci si procurava con grande spesa l'alabastrite d'Egitto, l'ofite bianca, l'ematite (la pietra che sanguina) e la pietra tebaica disseminata di goccioline d'oro. È ciò che fa dire a Giovenale, quando attacca nella sua VII Satira l'insegnamento ciarlatanesco del suo tempo:

Et quoe jam veteres sanant mortaria coecos!

Ed i mortai che restituiscono la vista ai ciechi!

 

mortaio9.jpgMortaio Svedese del XVIII secolo.

 

 

Il mortaio non doveva perdere un pollice di terreno durante il Medioevo. Diventa anche l'emblema per eccellenza della farmacia: lo si ritrova rappresentato sulle insegne, sui sigilli, i blasoni, le bandiere, gli stemmi, gli ex libris degli apotecari e delle loro corporazioni. Se ne fanno, così come veniamo a saperlo dagli inventari delle officine, di ogni genere di materiali: avorio, agata, prfido, alabastro, marmo, vetro, legno e di tutti i tipi di metallo, compreso l'oro e l'argento. Ma i più comuni sono quelli di ferro o di bronzo. Molto spesso i grandi mortai erano fabbricati dai fonditori di campane. In un documento del 1394, un certo Bernat Valor, residente a Barcellona, è pomposamente qualificato come magister cimbalorum et ollarum cupri, il che significa molto probabilmente "Mastro fonditore di campane e di mortai in bronzo". Il convento della Visitazione a Poitiers possedeva, durante il XVII secolo, un mortaio di bronzo alto 24 centimetri e del paso di 39 chili. Nel 1497, un apotecario catalano, Gabriel Granslachs, lascia, morendo, un mortaio di 2 quintali.

 

Nelle leggende russe, la strega cattiva è sempre rappresentata mentre vola sopra dei campi dentro un mortaio di ferro gigantesco che lei frusta con un pestello appropriato: da qui deriva la locuzione che il popolo impiega per designare un individuo malvagio: "Madre Yaga l'ha covato in un mortaio!". Soltanto una strega poteva evidentemente manipolare divertendosi degli strumenti così formidabili. I commessi apotecari del Medioevo se ne servivano come se fosse una campana: essi attaccavano i pestelli ad una corda che manovravano con due o anche a quattro mani tramite una puleggia, sollevando il pestello tirando la corda e lasciandolo cadere di peso sul mortaio.

 

 

babayaga.jpgLa strega Baba Yaga e il suo magico mortaio.

 

 

 

 

 

 

Cette scène est représentée sur la gravure du Stradanus, « Distillaetio » figurant un laboratoire.

 

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Panacea, estampe allégorique de Van Hemmskerk (XVI° siècle). Au second plan, à gauche une opération chirurgicale, à droite, la devanture d'une boutique d'apothicaire avec le mortier et l'alambic.


 

A Venise, il existait, au XIVe siècle, une corporation de pileurs, « pestatori ». ils allaient s’inscrire au greffe de la commune et juraient de ne prendre de nouvelles commandes d’un apothicaire qu’après avoir exécuté celles qu’ils avaient acceptées d’un autre ; ils devaient aussi refuser de concasser de mauvais ingrédients et dénoncer les fraudes qu’ils découvriraient.

 

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Officine baroque avec médecin et pharmacien au comptoir avec trois aides. A l'arrière-plan, laboratoire et vue sur le jardin botanique. Peinture à l'huile de G. Souville, 1751 (Beaune, pharmacie de l'Hôtel Dieu).

 


 

« Entre tant de sortes d’instruments qui soient nécessaires au pharmacie, écrit Jean de Renou en 1626, il n’y en a point, selon mon jugement, qui soit plus utile que le mortier ».

 

 

mortaio12.jpgDe gauche à droite : Mortier de la Pharmacie Centrale des Hôpitaux de Paris;

 

 

 

 

mortaio13.jpg Mortier évasé de forme très simple, à motif érotique, 1691, (Salins-les-Bains);

 

 

mortaio14.jpgMortier de pierre en forme d'urne, XVIII°/XIX° siècle (Haarlem);

 

 

 

 

 

 

mortaio15.jpgMortier en bronze. Sur le coprs, deux licornes s'affrontent. Anses en forme de dauphins, 1659, Francfort

 

 

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Mortaio rinascimentale in bronzo con due anse ornate dalla Trinità e dal "Ceppo della Redenzione", 1593 (Francoforte).


 

Il ajoute qu’il faut en avoir un de plomb, un de verre, un de pierre, et plusieurs en métal, dont un fort petit pour mélanger l’ambre, le musc, la civette, le bézoard et les produits aromatiques ; d’autres, plus grands, pour les potions purgatives et pour les clystères, enfin de très grands pour les électuaires qui se préparent toujours en grande quantité. Mais il ajoute qu’on se sert d’une plaque de marbre ou de porphyre pour pulvériser, avec addition d’eau de rose, les perles et les pierres précieuses. Si on laisse les médicaments dans le mortier après le broyage, il importe, dit Jean de Renou, de les couvrir d’une feuille de papier ou d’une peau « à cette fin que la plus subtile partie d’iceux ne s’exale et ne se perde insensiblement, ou bien pour empescher qu’ils ne frappent le cerveau par leurs vapeurs penetrantes et importunes. »

 

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Antica officina di Peter Ogg, 1762 (Wurtzburg)

 

 

 

 

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Pharmacie de l'ancienne Charité Saint-Evre, XVIII° siècle (Nancy) 


 

Contrairement aux préoccupations des anciens qui faisaient venir de très loin pour y tailler des mortier une pierre susceptible de se combiner avec les substances médicinales, les modernes recherchent des matériaux physiquement et chimiquement inattaquables. L’Encyclopédie du XVIIIe siècle insiste tout particulièrement sur le danger des mortiers de cuivre. Et dans cette encyclopédie, qui saurait, aujourd’hui, ce qu’est le mortier de veille ? 

 

On appelle, y lit-on, chez le roi de France, mortier de veille, un petit vaisseau d’argent… rempli d’eau sur lequel surnage un morceau de cire jaune grosse comme le poing, pesant une demi-livre et ayant un lumignon au milieu : ce morceau de cire se nomme aussi mortier. On l’allume quand le roi est couché, et il brûle toute la nuit dans un coin de la chambre, conjointement avec une bougie qu’on allume en même tems dans son flambeau d’argent au milieu d’un bassin d’argent qui est à terre.

 

Comment expliquer qu’on ait donné à ce « vaisseau d’argent » servant de veilleuse le nom de mortier ? Ne croyez vous pas que le premier apothicaire-cirier qui fut chargé d’éclairer sans risque d’incendie le sommeil royal eut l’idée d’apporter à la chambre un de ses mortiers, pratiquement inversables ? Et le mot resta, même quand l’objet eût changé de forme.

 

mortaio19.jpgMortier  de bronze, aux armes d'Amboise, provenant de la pharmacie de l'Hôpital des Chevaliers (Versailles)

 

 

mortaio20.jpgMortier en bronze des Hospices de Starsbourg (1729)

 

 

 

 

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Mortier de l'Hôpital de Villefranche sur Saone (1606) 


 

C'est ainsi que se termine cette exposition sur les alambics et les mortiers. Ils sont les témoins d'un art pharmaceutique où les pharmaciens et leurs aides mettaient tout leur savoir-faire pour servir les patients ! comme aujourd'hui.

Le mortier peut avoir des formes très différentes. La forme du mortier romain, par exemple était bien différente. On en conserve un spécimen au Musée des Antiquités de la Côte-d’Or et correspond aux descriptions qu’en ont données les auteurs latins sous le nom de coticula. C’est une pierre plate, assez épaisse, dont la face supérieure a été, en son centre, évidée en forme de cupule : bref, le mortier que fournit la nature, à peine dégrossi:

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Coticula de l'époque gallo-romaine (Musée des Antiquités de la Côte-d'Or)

 


Si la forme générale du mortier ne révèle point son époque, elle peut, dans certains cas, nous indiquer sa patrie. Ainsi, tandis que les mortiers italiens sont plutôt trapus, les allemands présentent une hauteur exagérée par rapport à leur diamètre. A quoi cela tient-il ? Peut être au fait que beaucoup de mortier nordiques du haut Moyen-âge étaient faits de troncs d’arbres creux. De bonne heure, on s’est préoccupé de faciliter la manœuvre du lourd accessoire. On l’a pourvu de deux anneaux, dont l’un servait à le fixer au socle par l’intermédiaire d’une chaîne. Mais, le plus souvent, les mortiers de métal avaient soit des poignées, soit des anses, sans que l’on puisse dire que les anses aient été employées avant les poignées ou inversement. Les Arabes, de leur côté, ne se contentaient pas  de marteler et de guillocher le cuivre de leurs mortiers ; ils y incrustaient parfois des pierres précieuses.

 

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Mortiers allemands du XV° siècle (Musée de Nuremberg)

 

 

Naturellement, la Renaissance est l’époque où la décoration des mortiers de bronze est la plus riche. Les reliefs, surtout verticaux, se multiplient, reproduisant des motifs géométriques, des branches, des fleurs, des animaux, voire même des enfants dansant et choquant des cymbales, ou encore le martyre de Saint-Sébastien, ou Suzanne admirée par les vieillards… Les poignées figurent souvent des têtes d’animaux. Au XVIIe et au XVIIIe siècles, on préférera souvent des surfaces lisses, simplement ornées du blason de l’apothicaire ou de la statue du saint protecteur de la communauté à laquelle appartenait le lourd ustensile. Et nous trouvons souvent de curieuses devises:


A povre gens menu monoie,

Tel a dueis (deuil) qui requiert joie.


A moins qu’il n’y ait une phrase pieuse : Te Deum laudamus ; Soli Deo gloria 1619, In Deo spes mea A. D. 1584 ; et bien d’autres. Parfois, le nom du propriétaire, par exemple : « Nicolas Staam, Apotheker in Leyden A° 1724 », ou encore « G. Roger » (Apothicaire à Poitiers en 1628), ce nom étant accosté de quatre fleurs de lys. En 1617, François Terrasson, apothicaire à Angoulême, lègue son grand mortier à une chapelle pour être converti en une cloche sur laquelle son nom « sera employé ». L’Illustration a publié, en 1855, une petite lithographie, que nous reproduisons ici, représentant un mortier, autour duquel on peut lire: « André Morel, appoticaire à Fontainebleau, 1660 ». Comme cette belle pièce était endommagée, le rédacteur qui l’a découverte attribue le dégât à la ruade d’un cheval de Cosaque qui serait entré dans la pharmacie en 1814!!

 

mortaio24.jpgMortier français de 1660 d'après une lithographie de l'Illustration (1855)

 


Mais, l’artiste de jadis n’était pas aussi modeste que l’a imaginé Michelet (« Pas un nom, pas un signe ! il eut cru voler sa gloire à Dieu ! »). Les noms de fondeurs abondent sur les mortiers : l’Encyclopédia Italiana en publie une longue liste commençant à l’année 1468. Et, l’on a pu assez aisément, grâce aux noms et aux dates, reconstituer l’histoire de la dinanderie, c'est-à-dire de l’industrie du cuivre, qui florissait à Dinant, près de Liège, avant la destruction de cette ville par Philippe (dit « le Bon », en 1466.

 

mortaio25.jpg

Llivia (Espagne): détail de la pharmacie




 

 

 

 

E. H. Guitard

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]


 

 

LINK al post originale:

Alambics et Mortiers

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