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28 novembre 2010 7 28 /11 /novembre /2010 09:00

Il Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi

 

 

Una cronaca del paludismo e del suo trattamento nell’Italia meridionale.


Levi, 01

Carlo Levi, Autoritratto, 1945.

 

Molti scrittori e non dei minori furono anche medici. Tale è il caso in Francia di Rabelais, Eugene Sue, V. Ségalen, G. Duhamel, E. Faure e L.-F. Destouches (Céline) Tra gli autori stranieri si possono citare Schiller, Čechov, Smollett, Conan Doyle, Somerset Maugham e Carlo Levi, autore della celebre opera autobiografica Cristo si è fermato a Eboli, edito nel 1945.  

Prima di esaminare le incidenze mediche e farmaceutiche incontrate in questo capolavoro della letteratura italiana di questo secolo, dobbiamo richiamare un ricordo personale.

Nel marzo del 1964, in seguito al Congresso internazionale stendhaliano che si era tenuto a Civitavecchia, in cui Stendhal fu console di Francia durante la Monarchia di luglio, una lastra fu apposta sulla facciata dell’Albergo Minerva, A Roma menzionante che il celebre scrittore vi aveva fatto numerosi soggiorni. Come spesso è regola durante la primavera nella Città eterna, pioveva a dirotto ed è sotto una selva di ombrelli che si svolse questa breve cerimonia. Tra le personalità presenti si trovava un uomo di bella aspetto, dall’abbondante capigliatura e dal profilo di una medaglia, indossante uno strano berretto di lana a cui fui presentato dal presidente del nostro congresso, il professore Vittorio del Litto. Si trattava di Carlo Levi.

 

levi-libro-einaudi.pngPrima edizione del Romanzo, 1945


 

Conoscevo allora il suo nome e il suo libro, ma non l’avevo letto e non è che molto più tardi, dopo aver visto il superbo film che ne fu tratto da Francesco Rosi (1979), in cui l’eccellente attore Gian Maria Volonté recitava la parte di Carlo Levi, che lessi e rilessi la sua notevole opera nell’eccellente traduzione francese di Jeanne Modigliani [1]. La mia sorpresa fu all’altezza della mia ammirazione, perché scoprii allora che Carlo Levi era un medico.

 

levi--3.jpgLocandina del film Cristo si è fermato a Eboli del 1979 di Francesco Rosi tratto dal romanzo di Carlo Levi.

 

Nato a Torino il 29 novembre 1902, Carlo Levi vi terminò i suoi studi medici, dedicandosi in seguito alla politica (fondò il movimento antifascista “Giustizia e Libertà”) ed alla pittura, il che mostra la molteplicità dei suoi talenti. Sono le sue attività politiche che lo fecero assegnare alla residenza (confinato) nel 1935-36 nella remota provincia della Basilicata, prima a Grassano, poi a Aliano, chiamato Gagliano nel suo libro.


levi-I-Lucani-di-Gagliano.jpgCarlo Levi, I Lucani di Galiano.

 

La Basilicata (antica Lucania) è una delle regioni montagnose più selvagge d’Italia, costituita da blocchi calcarei e da bacini argillosi scavati dall’erosione. È anche una delle regioni più povere, perché l’agricoltura (cereali, uva, olive, agrumi) presenta uno dei rendimenti più deboli a causa dell’aridità del suolo. Per il suo sovrappopolamento, un grande numero dei suoi abitanti emigrarono all’inizio del secolo negli Stati Uniti e molte famiglie vivevano di sussidi inviati dai loro parenti d’America. Per si più, questa regione era molto malsana perché il paludismo imperversava sino alla fine dell’ultima guerra.

levi-bassorilievo-Grassano-copia-1.pngSul muro della strada principale di Grassano, un bassorilievo rappresenta l'arrivo di Carlo Levi a Grassano dove lo scrittore era stato assegnato a risiedere per motivi politici.

 

Il titolo dell’opera è spiegato sin dalla prima pagina: si tratta della frase pronunciata dai contadini che si consideravano totalmente abbandonati dal potere centrale di Roma. “Noi non siamo cristiani, il Cristo si è fermato a Eboli” località “in cui la strada ed il terno abbandonano la costa di Salerno ed il mare per spingersi nelle terre desolate della Lucania… Il Cristo non è arrivato qui, non più dei Romani, che non seguivano che le grandi strade e non penetravano tra i nostri monti e foreste, né i Greci, che prosperavano sul mare di Metaponto e di Sibari”.

Sin dal suo arrivo a Aliano. Carlo Levi fu posto a confronto con la grande miseria fisica e morale dei contadini che vivevano in condizioni igieniche molto precarie, perché spesso gli animali domestici condividevano il loro tetto.

Levi--Autoritratto-con-Paola--1937.jpgAutoritratto con Paola, 1937.


D’altra parte, il paludismo colpiva i bambini sin dalla più tenera età, provocando una mortalità notevole. È d’altronde l’Italia intera che pagava allora il suo tributo a questa malattia. Per l’insieme della penisola si registrava nel 1919 più di 300.000 casi di paludismo con 8400 morti, mentre nel 1945 su più di 400.000 casi, non si contavano che 386 decessi. Ciò è dovuto da una parte al prosciugamento delle zone paludosi in cui si sviluppavano le zanzare (anofele) che trasmettevano la malattia, da un’altra parte alla scoperta degli insetticidi di sintesi, di cui il D. D. T. fu il più efficace. Parallelamente il trattamento dei malati con i derivati del chinino e gli antipaludici di sintesi venivano perfezionati.

Non è inutile ricordare qui che la parola italiana “malaria” (mauvais air) per designare il paludismo fu utilizzata sin dal 1835 da Stendhal nella sua corrispondenza consolare. Non sarà tuttavia ufficialmente introdotto nella nostra lingua che a partire dal 1855, in seguito al Salon del 1850 dove era stato esposto i quadro di Ernest Hébert, cugino di Stendhal, intitolato La Malariae che ebbe un grande successo.

 

Levi--4.jpgLa Malaria, olio di Ernest Hébert del 1850.

 

Ma torniamo a Calo Levi. L’arrivo nel loro villaggio di un confinatoche era un medico giovane e competente fu accolta con gioia ed entusiasmo dai suoi abitanti sino ad allora abbandonati alle cure di praticanti limitati ed incapaci.

 

Levi--Contadina-calabrese--1953.jpgContadina calabrese, 1953.

 

Questi due medicastri erano il dott. Milillo, medico del comune e zio del podestà, e il dott. Gibilisco, di cui Carlo Levi ha lasciato dei ritratti di un’implacabile ed impietosa ironia: “Il primo, dell’età di settanta anni, dà l’impressione di essere un brav’uomo completamente rimbambito”; ha un tempo compiuto i suoi studi a Napoli, ma scrive l’autore, “attraverso il suo balbettio non capisco che un asola cosa: è che della medicina non sa più nulla, se mai ne seppe qualcosa”. E poi giunge questo ammirevole passaggio: “Gli insegnamenti gloriosi della celebre scuola napoletana si sono inariditi nel suo spirito, confusi nella monotonia di una lunga e quotidiana indifferenza. Le briciole di conoscenze perdute galleggiano, senza senso, in un naufragio di noia, su un mare di chinino, unico rimedio a tutti i mali”. Il ritratto del secondo non è affatto più adulatore: “È un uomo anziano, grande, panciuto che gonfia il petto con una barba grigia a punta e dei baffi che cadono su una bocca immensa, piena da scoppiare di denti gialli ed irregolari. L’espressione del suo viso è di diffidenza rancorosa, di continua collera e mal repressa”. Critica i contadini con “l’aria velenosa e collerica di un papa che stigmatizzasse un’eresia”, dicendo: “Non hanno fiducia che nel farmacista. È chiaro, non può aver tutto, ma vi si può supplire. Se la morfina manca, si può impiegare l’apomorfina”. E Carlo Levi aggiunge: “Gibilisco, come Milillo, tiene a mostrare il suo sapere. Ma mi accorgo subito che la sua ignoranza è peggiore di quella del vecchio. Non sa assolutamente nulla e parla a caso”.

Per colmo di sventura, veniamo a sapere che la farmacia del villaggio era gestita in origine da suo fratello, poi, alla morte di quest’ultimo, dalle sue figlie sprovviste di diploma [2].

Levi--Il-figlio-della-Parroccola--1936.jpgCarlo Levi, Il figlio della Parroccola, 1936.

 

Da tutto ciò risulta che i contadini diffidenti rifiutavano di andare dal medico o alla farmacia e, aggiunge Carlo Levi, “la malaria”, giustamente, li uccide”.

Sin dal suo arrivo ad Aliano, fu infatti posto ad affrontare un caso di paludismo pernicioso mortale. Il malato era stato trasportato a dorso d’asino a Stigliano, villaggio situato a 25 chilometri da Aliano per consultare un medico che, considerando il suo caso come disperato, lo aveva rispedito a casa sua a morire.

Il giorno successivo, Carlo Levi fu chiamato a curare i ragazzi del villaggio di cui ci ha lasciato una commovente descrizione: “Erano tutti pallidi, magri, con dei grandi occhi neri e tristi in visi di cera, dei ventri gonfi e tesi come dei tamburi su piccole gambe storte e sottili. La malaria, che non risparmia nessuno qui, si era già installata nei loro corpi sottoalimentati e rachitici [3].

All’inizio del suo soggiorno forzato ad Aliano, Carlo Levi avrebbe voluto evitare di curare gli ammalati, perché non aveva più esercitato da molto tempo, ma davanti alle suppliche degli abitanti, capì che avrebbe saputo resistito.

L’arrivo di sua sorella, anch’essa dottore in medicina, ed il suo breve soggiorno presso di lui furono un palliativo momentaneo alla sua solitudine. Durante il viaggio aveva effettuato una sosta a Matera, il capoluogo della Basilicata, dove aveva constatato la grande miseria fisica di una parte della popolazione (ventimila abitanti) che vivevano nelle grotte insieme ai loro animali (cani, capre, montoni, maiali). I bambini di questi trogloditi soffrivano di tracoma, grave malattia oculare propagata dalle mosche, oltre ad essere decimati dal paludismo. “Incontravo”, dice lei “altri bambini dai piccoli volti pieni di rughe da vegliardi scheletrici ed affamati, la testa piena di croste e di pulci. Ma la maggior parte avevano grossi ventri rigonfi, enormi e poveri visi gialli di malaria”. Questa sosta a Matera le permette di portare delle opere sul paludismo, delle riviste mediche, degli strumenti e delle medicine. L’Italia meridionale era allora ancora in uno stato di sottosviluppo medico notevole, il che è attestato dal fatto che essa non poté trovare a Matera uno stetoscopio, i farmacisti locali ignoravano del tutto questo strumento eppure allora uno strumento corrente.

Durante un soggiorno a Grassano, Carlo Levi rese visita a due dei suoi confratelli, i dottori Zagarella e Garaguso che, secondo le sue stesse parole, “erano una felice eccezione in questi paesi dove quasi tutti i loro colleghi somigliavano più o meno ai due medici da barzelletta di Gagliano”. Essi gli chiesero dei consigli preziosi e gli mostrarono le loro statistiche sul paludismo. Delle misure di risanamento erano state prese in questa località in cui l aforma perniciosa della malattia dovuta a Plasmodium falciparum era quasi del tutto sparita.

A questo proposito, Carlo Levi fa le seguenti considerazioni: “La malaria è qui un flagello ben peggiore di quanto non si immagini. Colpisce tutti e, mal curata, dura tutta la vita. Mette le persone nello stato di non poter più lavorare, indebolisce ed esaurisce la razza… Sfocia nella miseria più nera, nella schiavitù senza speranza. La malattia nasce dalla miseria, dalle argille disboscate, dai fiumi trascurati, da un’agricoltura senza risorse, e a sua volta genera la miseria in un cerchio infernale”.

Ebbe inoltre l’occasione di curare altre malattie oltre al paludismo. Apprendiamo, infatti, che gli abitanti di Aliano fecero ricorso alle sue cure per delle malattie di cuore, una polmonite, un caso di antrace umano (pustula maligna), un altro di dissenteria, una peritonite ahimè fatale. Praticherà anche alcuni piccoli interventi chirurgici.

Evoca anche il folclore medico dei contadini (formule magiche, incantesimi, amuleti) ed i rimedi popolari come quello consistente nel mettere sulla pelle delle monete d’argento per curare l’erisipela.

Quest’aspetto “medico” di questo libro è della più grande importanza, perché se l’autore non fosse stato medico, non sarebbe stato ammesso così facilmente nell’intimità degli abitanti e non si sarebbe legato con essi come lo fece. Ciò spiega anche in parte i sentimenti di compassione e di fratellanza umana che lo animarono. In questo libro ammirevole si evidenzia infatti uno slancio di carità e di altruismo che fu uno delle ragioni del suo successo.

Ma c’è anche e soprattutto il dono dell’osservazione e lo stile inimitabile di Carlo Levi. L’evocazione dei principali personaggi di questo microcosmo è abbagliante di vita e di verità, che si tratti di Don Luigino, il podestà, di Don Trajella, il curato, di Don Cosimino, il postino, o di Giulia, la serva un po’ “strega” di Carlo Levi che gli rifiutò di farsi fare il ritratto per timore di un sortilegio. Ci sono in Cristo si è fermato a Ebolidei veri pezzi da antologia, come le evocazioni della messa di mezzanotte nella chiesa di Aliano o del passaggio nel villaggio del “sana porcelle”, il castratore di scrofe.

Il libro, pubblicati nel 1945, ebbe una grande risonanza e fu presto tradotto in molte lingue. Con il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, costituisce uno dei grandi successi della letteratura italiana successivi all’ultima guerra.

Dopo le opere a sfondo medico come lo sono La peste di Camus o L'ussaro sul tetto di Giono (cronaca del colera in Francia verso il 1835), quello di Carlo Levi è basato su un'altra malattia meno frequentemente evocata nella letteratura: il paludismo. Il che conveniva, mi sembra di ricordarlo un quarto di secolo dopo aver avuto l’onore di incontrarlo questo grande scrittore.

 

Jean Théodorides

 

 

NOTE

 

[1] Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino, 1945.

 

[2] Cfr. P. Julien, Pharmacie et Littérature, Revue d’Histore de la Pharmacie, n° 274, 1987, 291-93.

 

[3] Cfr. il proverbio italiano: “Il rimedio del paludismo è nella marmitta”.

 

 Le Christ s'est arrêté à Eboli, de Carlo Levi: une chronique du paludisme et de son traitement dans l'Italie méridionale 

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Published by Massimo - in Arte e scienza
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