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30 agosto 2012 4 30 /08 /agosto /2012 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti


appo i principali popoli del mondo

 

storia farmacia frontes

 

 

 

 

 

III



La farmacia in Roma antica- Scuola metodica- Galieno- Origine della parola farmacia- Le sage.

 

 

Quando si parla di popoli antichi, si affaccia subitamente il gran colosso romano che di giorno in giorno si veniva innalzando su la decadenza della Grecia e dell’Egitto. Come spesso interviene a quelli che son favoriti dalla fortuna, Roma possente e già padrona di gran parte del mondo vedeva affluire tra le sue mura gli scienziati, i letterati e gli artisti, attirati in Italia dal grido di Roma, dalla feracità del suolo e dalla bellezza e mitezza del clima. I popoli da essa soggiogati le recavano il tributo delle loro cognizioni.

 

 roma_imperiale_foro_romano_e_campidoglio.jpg

Ricostruzione plastica di Roma imperiale

 

Ma Roma per un lungo volgere di tempo non ebbe medici, e però non ebbe farmacisti.


Fu verso l’anno 535 dalla sua fondazione che un Arcagato, proveniente dal Peloponneso, vi esercitò per la prima volta l’arte medica. Il popolo romano comprò per costui un piccolo recinto appo il teatro di Marcello, e fu domandato il Vulnerario, vulnerariis, perciocché era particolarmente consacrato alla guarigione de’ feriti; ma ben presto un tal soprannome fu mutato in altro non molto lusinghevole e fu chiamato il Carnefice per la barbarie onde quel primo medico maneggiava il ferro e il fuoco.

 


iapige-Enea.jpg

Intervento chirurgico da un dipinto pompeiano: Iapige rimuove una freccia dalla coscia di Enea.


 

Non andò guari, e Roma si vide inondata da medici che vi affluivano da ogni parte del mondo; e se ne vedeano perfino tra gli schiavi. Ogni famiglia ne contava tre o quattro a suoi stipendii. E sembra che costoro non potessero esercitare la loro professione altrove che nella famiglia, dalla quale ricevevano un guiderdone.

Strumenti chirurgici ritrovati a Pompei

 

A poco a poco eglino si vennero affrancando da questi domestici legami, e cominciarono a spacciarsi pel pubblico, stabilendosi nelle botteghe a guisa di barbieri o di altri esercenti un’industria qualunque.

Non sappiamo se fosse effetto di soverchia libertà o di colpevole condiscendenza o di pericolosa sbadataggine; ma è certo che il governo romano non domandava da questi tali alcuna sicurtà della loro attitudine ad esercitare l’arte d’Ippocrate. Questo stato di cose era tanto più deplorabile in quanto che essi componevano da se stessi e vendevano i medicamenti da loro prescritti.


Le botteghe di questi medici droghieri erano il convegno degli oziosi e de’ novellisti, appunto come sono oggidì le botteghe da caffè e quelle in cui si spaccia tabacco od altri generi di simil fatta.


salasso-V-secolo-Grecia.jpg

Scena di cura medica, un salasso, all’interno di un iatrion greco, da un ariballo del V secolo a. C.

 

La parola Iatrion, greca, fu applicata in generale a tutte queste botteghe, sia che vi si curassero i feriti, sia che vi si vendessero droghe o vi si esponessero piante. Secondo il poeta Plauto, la parola medicus significa venditore di medicamento.

 


Ricostruzione-di-un-ambulatorio-medico-romano.jpgRicostruzione di un ambulatorio medico romano

 

Dalla estrema severità delle leggi di Silla che puniva di morte l’imperizia de’ medici farmacisti si arrivò fino alla estrema protezione di Augusto, che in occasione di una gran carestia scacciò da Roma tutti gli abitanti, ad eccezione de’ farmacisti, a cui egli dette il dritto di portare un anello d’oro.

 



asclepiade.jpg

Asclepiade di Bitinia


 

Asclepiade, che venne in Roma nell’epoca delle vittorie di Pompeo, fu il fondatore della Scuola metodica, benché altri attribuisca ad altri la origine di questa scuola.




celso.png

Stampa raffigurante Aulo Cornelio Celso 

 

Celso vivea sotto Augusto. A lui si deve la formola di parecchie composizioni farmaceutiche, tra le quali l’ambrosia di Zopiro, medico di Tolomeo.

 

Astrazione facendo dalle credenze superstiziose e dai traviamenti d’immaginazione a cui si abbandonarono alcuni seguaci della Scuola metodica in quanto ai medicamenti, non si può disconvenire che questa scuola in generale abbia lavorato con molto successo al progredimento della materia medica. I suoi seguaci distrussero l’abuso di purganti drastici; rialzarono l’uso degli emollienti nell’interno come all’esterno; dettero una grande importanza al sistema igienico, agli alimenti, e segnatamente alla purezza dell’aria che si respira.

 


 

 

 

sanguisuga.jpg

Disegno di una mignatta o sanguisuga, utilizzate per millenni in campo medico. 


 

I metodisti avevano una serie di rimedii debilitanti ed un’altra di rimedii tonici. I primi erano il salasso, le mignatte, i fomenti, i cataplasmi, le bevande emollienti e i leggieri purganti. I secondi erano, per l’esterno, l’acqua fredda, l’olio freddo, l’aceto, le decozioni di mortella, di rosa, di sempreviva, e poi il carbonato di calce, l’allume, il piombo bruciato, il gesso; con le quali sostanze essi aspergevano il corpo per arrestarne i sudori. Per l’interno, facevano mangiare del pane abbrustolito, delle mele cotogne e facevano bere acqua fredda, aceto o vino rosso; talvolta facevano masticare della senape o del pepe commisto con miele per eccitare la secrezione salivare. Combattevano il dolor di capo con la starnutazione che essi provocavano iniettando nelle narici il succo della bietola nera.


 


teriaca.jpgVaso per il contenimento della Teriaca, uno dei medicamenti più famosi della medicina occidentale dal costo proibitivo e riservato quindi ai ceti facoltosi. Fu in commercio nel nostro paese in certi luoghi anche sino agli inizi del XX secolo. 


 

Il rimedio che ottenne più credito, che vinse i secoli, nacque sotto Nerone. Questo rimedio fu la Teriaca, composta da Andromaco, primo medico di questo imperatore. Sembra che questi avesse di mira nel comporre un simile rimedio di combattere gli effetti fatali delle sostanze velenose.

 

La teriaca ebbe in breve volgere di tempo una riputazione straordinaria.

 

Dicemmo altrove che gl’Imperatori non isdegnavano di occuparsi eglino stessi di farmaceutica, anzi recavano talvolta con loro i medicamenti che essi offrivano in segno di amicizia. Vuolsi che Tiberio si componesse da se stesso alcune pomate ed unguenti per isbarbicare le volatiche da cui era affetto.

 

Nell’anno 110 della nostra era, Giovenale, parlando de’ medici che componevano e vendevano i medicamenti, dice:

 

Ocius Archigenem quœre atque eme quod Mithridates

Composuit, si vis aliam decerpere ficum

Atque alias tractare rosas.  


 

galeno_Opera_Venedig_1550.jpg

Le opere complete di Galeno stampate a Venezia nel XVI secolo.
 


 


 


galeno-anagni.gif

Galeno, particolare da un affresco della cattedrale di Anagni, XII secolo 


 

Ma ecco sorgere al secondo secolo di Roma il più grande, il più famoso de’ medici farmacisti, l’immortale Galieno, che visse sotto i regni degl’imperatori Adriano e Antonino, e fu medico di Marco Aurelio e di Settimo Severo. Le sue opere sono piene di precetti sulla terapeutica; di tal che può dirsi che egli fu in Roma, per la farmacia, ciò che Ippocrate era stato in Grecia, per la medicina. I principali trattati che egli ha lasciati su questa scienza da lui coltivata col più ardente entusiasmo, sono: 1° De ptisana; 2° De simplicium medicamentorum facultatibus; 3° De Theriaca ad Pisonem; 4° De medicinis facile parabilibus. Egli teneva un’officina nella Via sacra e componea egli stesso i medicamenti per gl’Imperatori, suoi illustri clienti.

 

 

arco-tito-Oswald-Achenbach.jpg

L’Arco di Tito, da cui iniziava la via sacra, dipinto di Oswald Achenbach

 

Fu sotto il regno d’Augusto, quarant’anni prima di Gesù Cristo, che alcuni medici cominciarono a rinunziare alle preparazioni farmaceutiche, compito che eglino lasciarono a coloro che esercitarono l’arte della Seplasia, i quali abitavano in un quartiere speciale a pie’ del monte Capitolino.

 

Le botteghe di questi mercanti di droghe furono chiamate appunto Seplasie, dal nome d’una piazza pubblica di Capua, dove si teneva mercato di droghe.

 

Fu distinto in Roma l’esercizio della professione che avea per oggetto la preparazione e la vendita de’ medicamenti.

 

È indispensabile di dare una idea esatta e precisa su tal subbietto.

 

Quelli che coltivavano la medicina medicamentaria si chiamavano Pharmaceutae.

 

Il nome di Pharmacopoeus si applicava a quelli che preparavano i medicamenti; derivato dalla parola greca farmacon che è il termine generico per ogni droga buona o cattiva, o per ogni veleno tanto semplice quanto composto.

 

Forse dalla promiscua significazione di questa parola i Latini non fecero differenza veruna tra farmacista e avvelenatore, come se colui che vende medicamenti ed anco veleni quando questi possano servire alla guarigione de’ morbi, debba meritare un nome che si dà a quel reo che porge altrui il veleno nel solo scopo di torgli la vita.

 

La parola pharmacus nel Petronio, che vivea sotto Nerone, e quella di pharmaceutria significano entrambe avvelenatore.

 

I Latini non facevano alcuna differenza tra queste due cose, e le esprimevano con un sol nome- medicamentarius, cioè farmacista od avvelenatore.

 

I farmacopoli erano quei che vendevano i medicamenti: essi percorrevano tutte le contrade, come un dì facevano i mercanti ismaeliti sotto il patriarca Giacobbe.

 

Erano in fama di cerretani,- ed i Greci avevan dato loro la denominazione Agyrtoc da una parola che significa Assemblea perciocché riunivano il popolo intorno ad essi.

 

Più onesta riputazione godevano in Roma i farmacopoli sedentarii, addomandati sellularii, dai quali ìvano i medici a comperare i medicamenti, come per comperare le piante traevano dagli herbarii o dai botanologi, ovvero raccoglitori di radici.

 

Questi erbolai, per darsi una certa importanza, affettavano di cogliere le erbe in certe date stagioni e tempi, con cerimonie superstiziose e con ridevoli smorfie; tenevano il mezzo tra il farmacopolo e lo speziale; il loro santuario variava tra la bottega e la seplasia; e il loro compito consisteva a disseccare, pestare e frantumare tutti i vegetali del mondo conosciuto. Si vedevano strade intiere tappezzate di piante di ogni sorta; la facciata delle loro case era una vera scena da teatro, un curioso e seducente saggio delle ricchezze rinchiuse nell’interno. Queste case, al pari che a Parigi, si univano tra loro per via di ghirlande di gramigna capelluta, di boragine, di tiglio, di veronica e di rosso centauro; le finestre e le porte erano pavesate di caprifoglio, di scabbiosa e di cento altre piante intralciate tra loro in guisa da rappresentare i più bizzarri e capricciosi disegni; i soffitti erano coperti da coccodrilli egiziani e da tartarughe numide.

 

Questi mercadanti erano inclinatissimi ad ingannare i medici, cui vendevano, per ispeculazione, molto spesso un'erba per un'altra.

 

Plinio l’antico deplorava queste audaci frodi e faceva una colpa ai medici del suo tempo di trascurare la cognizione delle droghe e di adoprarle sulla fede di uomini senza coscienza.


Diverse erano le categorie dei farmacisti che esercitavano a Roma il loro mestiere sotto i regni d’Augusto, di Tiberio e di Caligola. Ci erano i farmacotribi, i farmacotriti cioè i macinatori e i pestatori di droghe. I primi si mettevano innanzi alle loro botteghe ed era facile il riconoscerli alla faccia tutta incrostata degli atomi delle droghe che essi vendevano.

 

Questi farmacisti facevano guadagni favolosi; ma la maggior parte dei loro lucri era fondata sulla corruzione dei costumi e massime nell’alta classe del popolo romano. Pare che eglino facessero colpevoli speculazioni, vendendo col più sfrontato cinismo illecite droghe alle dame romane, affinché sparissero le clandestine gravidanze.

 

Queste infami pratiche avevano a tal segno gittato nel disprezzo la classe dei farmacopoli che Orazio li pone in un fascio coi battellieri, cogli accattoni, coi saltimbanchi e con altre persone infami.

 

Bensì, non era tanto il sesso maschile quanto il femmineo che davasi, forse con maggior profitto, a queste turpi speculazioni. Ricordiamo quelle donne anziane, avanzi di prostituzione, che eran dette medicœ, che trafficavano sulle malattie delle donne, e le Sagœ (da cui forse è derivato la parola francese sage-femme le quali componevano unguenti, filtri e pozioni abortive. Queste malvage donne circondavano una gran dama, non sì tosto la vedevano incinta, e le profferivano i loro servigi per ispignerla a fare alla sua bellezza il sacrifizio della prole che ella recavasi in grembo.

 

In nessun paese, neanche in Atene, la scienza dei filtri di amore fu spinta così oltre come a Roma. Le Sagœ andavano, al pallido raggio della luna, cogliendo magiche piante a cui riunivano le ossa ed i capelli dei morti: facevano orribili bevande da queste mostruose associazioni di sostanze eterogenee, le quali portavano il nome di amatoria o pure di aquae amatrices.

 

goya-il-sabba-delle-streghe.jpg

Goya, Il sabba delle streghe.

 

I filtri afrodisiaci, composti da queste scellerate femmine, erano per lo più una miscela, secondo la tradizione, di mandragora, di pomo spinoso, di canape selvatica, di aristolochi e di resine acri. Gl’insetti ed i pesci entravano a comporre queste strane miscele a cui si dava il nome di Satyrion; come pure i grilli, i ragni , le cantaridi macerate nel vino, le uova di muggine, di seppia, di tartaruga erano adoprate per ravvivare gli ardori del senso.

 

Il più celebre ed in pari tempo il più terribile dei filtri afrodisiaci composti dalle Sagœ era l’hippomane, sugli elementi del quale sono divise le opinioni degli scrittori antichi. Il feroce Caligola diventò pazzo, e morì dopo aver gustato questo terribile filtro.

 

E qui poniam fine a queste aberrazioni a cui lo spirito di speculazione da una parte e la sensualità dall’altra spingeano con tanto discapito della salute e della pubblica morale.



uguentari-di-eta-tomana.jpgUnguentari di età imperiale.

 

 

Negli antichissimi tempi era in Napoli, quando questa nuova città era ancora colonia greca, un collegio addimandato degli Unguentarii che con vocabolo moderno si chiamerebbero oggidì profumerie. Un passo di Varrone, riportato da Nonio Marcello, parla di due famosi profumi che si componevano a Capua ed a Napoli, il passo del Varrone era così conceputo: Hic narium Seplasiae, hic Hedycas Neapolis. Camillo Pellegrino interpretò pel primo un celebre unguento, che si vendeva a Capua nella piazza Seplasia, e pel secondo un certo unguento che, secondo Pietro Vittorio, gratam aspectu, suavemque et nitidam cutem redderet, ac bonitatem coloris praestaret.

 

Leggesi presso Ateneo che di altri unguenti abbondava questa città composti di essenze di rose, comuni nella perfezione con quelli di Capua.

 

 

 

[A cura di Massimo Cardellini]
 


 

LINK all'opera originale:

Storia della farmacia e dei farmacisti

 

 

 

LINK alle parti precedenti:

Storia della farmacia e dei farmacisti, 01

Storia della farmacia e dei farmacisti, 02

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Published by Massimo - in Farmacologia
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