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13 ottobre 2010 3 13 /10 /ottobre /2010 10:46

La Storia generale delle Droghe di Pierre Pomet

 

 

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 Frontespizio della celebre opera di Pomet Storia delle Droghe [1608].

 

di E.-H. Guitard

 

 

L’opera di Pierre Pomet, Histoire générale des Drogues simples et composées [Storia generale delle Droghe semplici e composte], la cui prima edizione data al secolo XVII [1]. Quest’opera fa parte delle opere di riferimento francesi del XVII secolo nel campo degli apotecari. È infatti il secolo in cui compare l’opera di Jean de Renou apparso la prima volta a Parigi nel 1608. Ci saranno anche i libri di de l’Ecluse (1605); di Nicaise Le Febvre, il suo Traité de la Chimie è del 1660; e sempre dello stesso anno Chesnau, Marsigliese, pubblica la Pharmacie théorique nouvellement recueillie de divers autheurs [Farmacia teorica nuovamente raccolta di diversi autori]. Bisognerà aspettare il 1672 affinché sia edita la Pharmacopée royale, galénique et chimique [Farmacopea reale, galenica e chimica di Moise Charas. Louis Pénicher fu incaricato sin da allora di scrivere una farmacopea concorrente, apparsa nel 1695 con il titolo di “Collectanea pharmaceutica, seu Apparatus ad novam pharmacopoeam, authore Ludovico Penicher, Parisino, pharmacopoeorum Parisiensium proefecto”. È in questo contesto che appariranno due opere chiave alla fine del XVII secolo: quella di Lémery e quella di Pomet.

  

Pierre Pomet è un parigino, ma come tutti i grandi botanici, un amante dei viaggi da cui riporta quantità di campioni di droga che egli esibirà nel suo corso all’Orto botanico reale (Jardin des Plantes). Pomet si onorava per le visite di Tournefort che si recava da lui per vedere da vicino alcune droghe indigene o esotiche, soprattutto di origine vegetale, di cui questo droghiere era importatore e depositario. È in quanto intenditore, in drogheria, che egli scrive e pubblica nel 1694 due bei volumi in quarto, ricercati oggi sia per le loro illustrazioni sia per il loro testo, presentati come Storia generale delle droghe [Histoire générale des drogues, traitant des plantes, des animaux et des minéraux, ouvrage enrichy de plus de quatre cent figures en taille-douce tirées d’après nature; avec un discours qui explique leurs differens Noms, les pays d’où ils viennent, la manière de connoître les véritables d’avec les falsifiées, et leurs proprietez, où l’on découvre l’erreur des Anciens et des Modernes; le tout tres utile au public].

 

Non nega l’esistenza del famoso liocorno “che i Naturalisti descrivono sotto forma di Cavallo avente in mezzo alla fronte un corno a spirale, di due o tre piedi di lunghezza”. Pensa che i Cinesi si nutrano di “Nidi di uccelli, cosa quasi incredibile la quantità che si trasporta a Pechino, città capitale della Cina, ma in Francia si preferiscono alimenti meno coriacei: L’uso delle castagne è di cibarsene… come tutti sanno. Ci si serve delle castagne anche in medicina, per via del fatto che sono molto astringenti. I pasticceri le ricoprono di zucchero e sono chiamate marons glacez [2].

 

Pomet figlio, apotecario a Saint-Denis, ne fece una seconda edizione nel 1735 (quella di cui trattiamo ora), dotata di 400 figure in taglia dolce, a Parigi, presso Etienne Ganeau e Louis-Etienne Ganeau figlio, librai, rue Saint-Jacques, aux Armes de Dombes. Il ritratto di suo padre non appare contrariamente alla prima edizione. È sostituito da un frontespizio inciso da Crespy. Leggiamo nel riquadro ornato di palme, di frutta e di animali di ogni genere: “Munera naturae cumulat cum foenore virtus”. In mezzo, si vede una seminatrice alla Roty), dai piedi alati, in piedi su di una piccola palla, seguita da Tempo che regge in mano una falce e sull’altra la clessidra, che trascina per mezzo di una corda, un carretto che conduce Minerva che, malgrado ciò, non ha abbandonato la sua lancia. 

 

 

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Incisione di Crespy per l’edizione del 1735.

 

È per mettere ogni genere di persone in grado di conoscere esse stesse la natura e le qualità tanto esteriori quanto interiori delle differenti cose che la medicina impiega, che il fu Pomet pubblicò l’opera di cui abbiamo creduto dover dare una seconda edizione a causa della sua estrema rarità. Egli sistemò tutte queste cose in diverse classi di cui compose altrettanti capitoli e trattò separatamente ognuna, con un po’ di eleganza se si vuole, ma con una chiarezza che non permette di rimproverargli la negligenza del suo stile che, senza essere puro, è molto nitido” (Pomet figlio).

L’opera è divisa in tre parti, di cui ognuna ha la sua paginazione  special. La prima è dedicata ai vegetali, la seconda agli animali, la terza ai “fossili”, cioè ai minerali. L’autore fornisce delle descrizioni molto dettagliate delle piante, animali o minerali, ma indica molto sommariamente i rimedi che se ne traggono e non dà delle formule.

 

Il libro primo si intitola “Dei semi”. Ciò che chiamiamo Seme, ci dice Pomet, è la parte della Pianta che nasce dopo il fiore; ma poiché il seme ne è solitamente la parte più nobile ed è per suo tramite che essa rinasce, non lo si finisce mai di studiare allo scopo di conoscerlo meglio, il che non è facile, sia a causa della diversità delle specie, sia perché ve ne sono molti che si somigliano in quanto a forma ed in altri particolari gli uni dagli altri.

In questo primo libro, possiamo vedere la descrizione di numerosi semi come ad esempio quello dello Choüan: “Lo Choüan è un piccolo seme leggero, verde giallastro, dal sapore poco salino e asprigno e di Forma simile all’Artemisia, tranne che è più grande e più leggero”. Pomet conclude il paragrafo su questo seme con la sua utilizzazione: “Non vi è altro uso in Francia, per quel che io sappia, che per farne il Carmino e per i Piumai, benché attualmente se ne faccia poco uso”.

  

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Pianta Chouan

 

Un altro esempio di seme ci è dato nell’opera di Pomet con lo Thlaspi, pianta alta un piede o quasi, che ha delle foglie di un verde molto intenso della lunghezza del mignolo, largo alla base e terminante a poco a poco a punta; il suo stelo getta numerosi rami carichi di fiori bianchi, dopo i quali nascono dei baccelli piatti, aventi la forma di lenticchie, che contengono ognuna due semi di colore giallo tendente al rosso che con il tempo mutano in rosso scuro e più invecchiano più si anneriscono. È rotonda, lunga e un poco appuntita… Esso sono stimate per la guarigione delle gotte sciatiche, e per dissolvere dei calcoli ed i grumi di sangue, preso in polvere, per il peso di un semi grosso, il mattino a digiuno.

 

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La pianta Thlaspi

 

Ultimo esempio di questo libro, il Coriandolo che è il seme di una pianta che ci è molto familiare e che cresce in abbondanza nei dintorni di Parigi, soprattutto a Aubervilliers, da cui quasi tutto il Coriandolo che vendiamo proviene… Si impiega poco Coriandolo in Medicina, ma i Birrai ne impiegano molto, soprattutto in Olanda e in Inghilterra, per dare un buon sapore alla loro Birra doppia. I Pasticceri, dopo averlo cosparso di aceto, lo ricoprono di zucchero, che è ciò che noi chiamiamo Coriandolo zuccherato, o in confetto. Ci sono ovviamente in questo primo libro molti altri semi, come il Cardamomo, la Nigella sativa o il Sagù indiano.

 

 

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La pianta del Coriandolo.

 

Il secondo libro di Pomet è dedicato alle radici. Intendo con la parola Radice, ci dice Pomet, la parte della pianta che è sotto terra e che trae e comunica il nutrimento alle altre parti che essa produce, che sono lo stelo, le foglie, il seme, ecc. Le Radici che vendiamo di solito sono non soltanto numerose, ma molto differenti in quanto a forma e virtù. Secondo numerose descrizioni di radici, a cominciare dall’’Ipeca, chiamata anche Beguquella, Specacuanha, Chagofanga, Beculo, Beloculo o anche Miniera d’Oro, precisa Pomet. Tra le radici descritte da Pomet, possiamo ammirare quella di Gialappa. È una radice grigia, resinosa, da quattro a cinque piedi di altezza e che ha delle foglie molto simili a quelle della grande edera, eccetto il fatto che non sono così spesse; il seme è della grandezza di un piccolo pisello, di un colore nerastro, molto simile al Mirtillo, eccetto il fatto che non è così grosso… La Gialappa che vendiamo è la radice di questa pianta che ci giunge dalla nuova Spagna da non molto tempo, a cui il Signor de Tourenfort ha dato il nome di “Solanum Mexicanum, magno flore, semine rugoloe, Jalap existimatum”, che significa “Morella del Messico dai grandi fiori”, il cui seme è rugoso, che si crede essere una specie di Gialappa… Si stima la Gialappa adatta a purgare le sierosità; è impiegato anche per gli idropici, nella gotta, i reumatismi e per le ostruzioni, ma bisogna conoscerne la portata, perché opera vigorosamente, soprattutto se lo si somministra come sostanza e se non si modera la dose, la quale deve essere proporzionata alla costituzione, all’età ed alle forze delle persone, è il motivo per cui si deve usare con grande precauzione. Pomet termina questa descrizione con un paragrafo dedicato alla resina o Magistero della Gialappa, così come all’estratto.

 

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La pianta e la radice di Gialappa.


 

 

 

 

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La Genziana, pianta e radice.

 

Un altro esempio di questo Libro II dato da Pomet, è la radice di genziana. La Genziana è una pianta così chiamata, ci dice Pomet, a causa del Re Gentius ne ha scoperto per primo le belle qualità. Essa cresce in abbondanza nei paraggi di Chabli in Borgogna e nei luoghi più umidi, sia della Borgogna sia della Francia ed anche sui Pirenei e le Alpi. La radice che è la sola parte della pianta che vediamo, è a volte grande come il braccio, divisa in qualche radice spesse come il pollice o come il mignolo , giallastra e di un’amarezza insopportabile… Questa radice è calda, aperitiva, febbrifuga, cordiale, isterica, stomachica e alessifarmaco*. Essa è impiegata in alcune composizioni galeniche e molto raccomandata in polvere con la Teriaca applicata per i morsi di cani rabbiosi: cpsì come per i dolori dei denti, mettendola così come si fa con il Piretro ed infine da mettere sulle piaghe, come si fa con la spugna preparata. È, inoltre, sudorifera e ce ne serviamo con successo nelle febbri intermittenti, il che le ha fatto dare il nome di Chinchona d’Europa.

 

 

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La Robbia, pianta e radice.

  

Una pianta che Pomet ci descrive ampiamente, è la Robbia che serve ai Tintori, sottolinea Pomet, ma anche in Medicina, perché le Robbie sono calde, essiccative e vulnerarie: esse convengono anche nelle ostruzioni del fegato e della milza, nell’itterizia e nell’eliminazione dell’urina. Pomet descrive la Robbia, che egli chiama Rubia tinctorum, come una pianta le cui radici sono numerose, rampanti, lunghe, divise in diversi rami, rosse soprattutto, legnose, di sapore astringente, che crescono su steli lunghi, fermetosi, annodati, ruvidi, gettanti da ognuno dei loro nodi cinque o sei foglie oblunghe strette che circondano il loro stelo a forma di stelle. È da questa radice da cui gli Olandesi traggono un così grande profitto, per la quantità di Robbia che essi inviano in diversi paesi, soprattutto in Francia.

 

 

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Lavorazione della canna da zucchero

 

La figura sopra rappresenta un altro capitolo importante di questo libro II di Pomet, capitolo dedicato alle Canne da zucchero o Cannamele, che sono delle canne che crescono in abbondanza in diversi luoghi dalle grandi Indie al Brasile e alle Antille. Pomet si impegna nel descrivere la pianta e le sue radici, ma anche l’estratto di zucchero che ne deriva. Grazie allo schema di Pomet, si può capire meglio la descrizione da lui effettuata del processo di produzione dello zucchero: “Gli Americani dopo aver tagliato le loro Canne al di sopra del primo nodo, ne eliminano le foglie e ne fanno un fascio che portano al mulino il quale è composto di tre rulli rivestiti di lame di ferro nel posto in cui passano le Canne. Quello di mezzo è molto più sollevato, affinché i due alberi che lo reggono in alto e ai quali i buoi sono aggiogati possono girare senza essere ostacolati dalla macchina. Il grande rullo di mezzo è circondato da una ruota dentata i cui denti vanno ad alloggiarsi in intagliature o sedi fatte appositamente a questo proposito; negli altri due che sono vicini, facendoli girare, essi comprimono, schiacciano e fanno passare le Canne dall’altra parte, le quali vengono così private del loro succo. (Se per caso l’Americano o il Francese che pone le Canne al Mulino, si lasciasse prendere le dita, bisognerebbe tagliargli subile il braccio, altrimenti il suo corpo verrebbe subito schiacciato; è questo che fa sì che un uomo che abbia le dita prese nell’ingranaggio, un altro deve tagliargli il braccio con un coltellaccio e serve, dopo essere guarito a consegnare dei messaggi”). Segue una lunga descrizione del processo che porta allo zucchero “che chiamiamo Moscovada grigia o Zucchero delle Indie non alterato, la quale per essere di buona qualità, deve essere di un grigio biancastro, secca, meno grassa e che odori il meno possibile di bruciato. Questa Moscovada è la base e la materia con cui si fanno tutte le diverse specie di zuccheri che vendiamo.

  

Pomet descrive in seguito la Cassonada, Lo Zucchero da sette libbre, lo Zucchero Reale, lo Zucchero Candodo bianco, lo Zuccehro Candodo rosso, lo Zucchero torto, lo Zucchero rosato…”.

  

Il Libro III di Pomet è dedicato ai legni che, secondo il Signor Grew, “non sono altro che unìinfinità di canali piccolissimi, o di fibre cave, di cui gli uni si orientano verso l’alto e si pongono in forma di un cerchio perfetto e gli altri, che vanno dalla circonferenza al centro. Pomet descrive allora numerose parti di piante, in particolare il legno di Aloe, l’Aspalato, i Sandali, il Guaiaco, il Cedro del Libano e il Ginepro ossicedro.

 

 

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Ginepro Ossicedro

 

Pomet così ne parla nella sua opera: “È un albero di cui vi sono tre specie, che non differiscono che per l’altezza o per lo spessore delle foglie. Questi alberi sono solitamente contorti, nodosi, carichi di foglie lunghe, acuminate e sempre verdi, specialmente in inverno, dalle quali nascono dei frutti della grandezza di un acino, verde all’inizio e che più maturano, più diventano rossi… Si estrae dal legno di Ossicedro per mezzo del fuoco, cioè attraverso la cornuta, un olio nero, il quale una volta rettificato, può essere chiamato Cedria o olio di Cade… Il vero olio di Cade o Cedria è notevole nel guarire la forfora, la galla dei cavalli, buoi, montoni ed altri animali. La dose è dalle due gocce sino a sei.

 

Il Libro quarto tratta delle scorze des écorces, cioè la prima, seconda o la terza pellicola del tronco di un Albero, la quale si produce naturalmente come è stata tratta dai Vegetali, come potrebbe essere il Cinchona pubescens, la Scorza di Mandragora e epurato della sua prima pelle, come la Cannella, la Cassia lignea e altri del genere. Così, comincerò il presente Trattato con l’Albero che fornisce la Cannella, sia a causa del suo grande consumo che facciamo della seconda scorza sia a causa delle sue piccole proprietà.

 

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Vari tipi di alberi di Cannella.

 

La Cannella, che gli Antichi hanno chiamato Cinamone, è la scorza di messo dei rami di un albero che cresce sino all’altezza dei Salici, che ha delle foglie così simili al Folium Indum, che nessuno potrebbe capirne la differenza al primo colpo… Pomet descrive successivamente l’olio di cannella, l’acqua di cannella, lo sciroppo di cannella e considera che la Cannella è adatta per fortificare il cervello, il cuore, lo stomaco, per resistere al veleno, per eliminare i venti e per aiutare la digestione.

 

Tra le altre piante che forniscono delle scorze, Pomet cita la Cinchoma officinalis o “Quina-Quina, Scorza del Perù o scorza contro le febbri. Pomet racconta: “Poiché non sono mai stato in Perù per poter parlare adeguatamente degli alberi che danno la Cinchona officinalis, ho fatto ricorso al Signor Bernard, Ordinario della musica del Re, che è un uomo molto onesto e molto curioso della conoscenza dei rimedi semplici, il quale mi ha ben volentieri dato una descrizione del Cinchona officinalis, che gli è stata fornita dal Signor Rainssant, Medico della città di Reims, che l’aveva ricevuta a sua volta da uno dei suoi amici chiamati Gratien, che era dimorato vent’anni in Portogallo e che aveva compiuto diversi viaggi nelle Indie ed in Perù…”. Pomet descrive in seguito la Cinchona pubescens e precisa che “questa scorza fu in principio portata in Francia nel 1650 dal Cardinale de Lugo Gesuita, che l’aveva portata egli stesso dal Perù e questa scorza ha avuto tanta voga in Francia da essere venduta a pesi d’oro… La Cinchona pubescens è calda, essiccativa, incisiva, vermifuga, ma il suo uso più ampio è contro le febbri, soprattutto nelle febbri intermittenti.

 

 

 

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La pianta Cinchona officinalis.

 

Sempre nella categoria delle scorze, Pomet descrive la scorza di Mandragora, sottolineando la rarità di questa radice nei dintorni di Parigi, ne approfitta per evidenziare che degli apotecari poco scrupolosi sostituiscono la mandragora con altre piante in alcune preparazioni. Conclude costatando che “la scorza di Mandragora è poco utilizzata in Medicina, per via del fatto che è usata in alcune composizioni Galeniche, come Populem e altre. Le foglie di questa pianta sono impiegate cotte con del latte e applicate sotto forma di cataplama per la guarigione dei tumori scrofolosi.  

 

 

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La Mandragola

 

 

 

 

Il libro V dell'opera di Pomet ha per tema le foglie. Come per tutti i capitoli precedenti, Pomet definisce ciò che egli intende con foglie, "primo verde che le piante (...) fanno spuntare non appena giunge il bel tempo". Per Pomet, la parola  foglie è derivato dalla parola greca Philon e dalla parola latina Folium. Tra le foglie descritte, quella del Senna, a cui alcuni hanno dato il nome di Foglia Orientale, è la foglia di una pianta, 


 

 

 

feuille d'une plante, ou plutôt d'un arbrisseau qui a environ un pied de haut, qui croît en plusieurs endroits du Levant, & même en Europe.

 

 

 

 

 

 

 


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Pomet décrit trois sortes de Sené que nous distinguons en Sené de la Palte ou d'Alexandrie, en Sené de Tripoly, & en Sené de Moca, ce dernier, que les colporteurs appellent Sené de la pique, ne devait en aucun cas être utilisé, n'étant propre à rien. Pomet conclut que le Sené est un excellent purgatif pour les humeurs crasses & glaireuses; il est aussi la base des ptisannes laxatives, comme aussi ces folicules qui sont préférées aujourd'hui au Sené. Toujours dans ce chapitre V, Pomet donne une description de la culture et du travail du Tabac, "ainsi appelé à cause qu'il s'en trouve quantité dans l'île de Tabaco, & à qui quelques uns ont donné le nom de Nicotiane, à cause de M. Jean Nicot Ambassadeur de France en Portugal, qui en a apporté le premier en France à la Reine, ce qui lui a fait donner aussi le nom d'Herbe à la Reine. Elle est appellée aussi Buglose antartique, à cause que cette herbe croît en grande abondance dans les Isles; & Herbe Sainte, à cause de ses  propriétez, & finalement Petun qui est le nom que les Indiens lui ont donné, & qui est son premier et véritable nom".

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Pomet poursuit longuement ensuite la description de la plante et de la façon de la cultiver. Il précise également que la vertu du tabac est d'être vomitif, purgatif, vulnéraire, cephalique & convient à l'apoplexie, paralysie, & aux cathares. il décharge le cerveau d'une limphe dont la trop grande quantité ou mauvaise qualité incommode cette partie : l'usage médiocre en fumée ou mâché convient dans les maux de dents, la migraine, les fluxions de tête, dans la goutte, les rhumatismes & autres causées par un dépôt d'humeurs glaireuses.. Le Sirop de Tabac est employé dans l'asthme & dans les toux opiniatres.

1-POMET020.jpgPomet décrit de très nombreuses autres plantes dont on utilise les feuilles : Berel, Coca, Alcana ou Cyprus, Cochenille, Corail, Coraline, Eponges. Il consacre une page aux Scilles qui sont des Oignons qui nous sont apportés d'Espagne, où ils croissent en abondance, principalement des rivages de la mer ; Il en vient aussi en quantité en Normandiesur tout auprès de Quilboeuf, à dix-huit lieuës par de-là Rouen.. On estime les Scilles principalement le coeur, être un poison, c'est pourquoi quand on veut s'en servir on les fend en deux, et on rejette les feuilles sèches et le coeur, & le milieu on l'expose à l'air, & quand elles sont sèches on en fait le vinaigre & le miel ; et pour la Thériaque on en fait de même, mais au lieu de les exposer à l'air, on les couvre de pâte, & on les fait cuire au four, surtout quand c'est pour en faire des trochisques, ainsi qu'il est décrit dans plusieurs Pharmacopée.




 

1-POMET021.jpgLe Livre sixième de Pomet concerne les fleurs.

C'est un chapitre plus court et moins illustré que les autres. Pomet défini les fleurs comme des Boutons épanouis de diverses couleurs et grosseurs, que poussent les végétaux, & d'où naissent  & sortent leurs fruits & leurs graines.... Le mot fleur vient du mot Grec Phlox, & du Latin Flos ou Flamma, qui signifie Flamme, en ce que l'on prétend que les fleurs représentent une espèce de flamme. Parmi les fleurs décrite dans l'ouvrage, on trouve la Rose de Provins, fleurs d'un rouge foncé & velouté, que l'on nous apporte de Provins, petite ville à dix-huit lieuës de Paris. Les Rose de Provins sont des fleurs fort estimées de tous le monde, à cause qu'elles sont très astringeantes, & fort propres pour fortifier les nerfs, ou autres parties du corps affaiblies, soit pour foullure ou détorse, après avoir bouillies dans de gros vin, ou dans de la lie de vin ; elles ont beaucoup d'usage dans la Médecine, en ce qu'elles entrent dans plusieurs compositions Galéniques.

 

 


1-POMET022.jpgLe septième et dernier chapitre du premier tome de l'oeuvre de Pmoet est consacré aux fruits et "tout ce qui sort des Herbes , Arbrisseaux, Sous-Arbrisseaux, & même des Arbres immédiatement après les fleurs". C'est un chapitre assez long où Pomet décrit un grand nombre de plantes, à commencer par le poivre auquel il consacre plusieurs pages. Les illustrations sont également nombreuses. On voit ici l'exemple du poivre d'Etiopie et le poivrier de Thevet.
 
 Pomet distingue le poivre blanc, dont l'usage, dit-il, est trop répandu pour s'y arrêter ; et le poivre noir qui n'a pas d'autre usage que le blanc, il est aussi d'usage en Médecine , à cause qu'il est chaud, dessicatif, incisif, attenuant, aperitif, stomachal, & febrifuge, donné dans l'eau de vie avant l'accès des fièvres intermittentes. On l'emploie pour remettre l'aluette, & il entre aussi dans plusieurs compositions chaudes, comme la Thériaque & autres.




1-POMET023.jpgAutre plante de ce chapitre des fruits : le Girofle, qui est à proprement parler, la fleur endurciue de certains arbres, note Pomet. Il se livre à une analyse de la culture géopolitique du Girofle, très commun aux iles des Moluques : mais depuis quelques années, les Hollandais ne pouvant empêcher les Anglois, les Portugais & Nous d'y aller, & d'en apporter du girofle, il se sont avisez pour se conserver et se rendre suels les maîtres de cette marchandise, d'en arracher tous les arbres, & de les transporter dans l'Isle de Ternate, & par ce moyen, il faut que les autres Nations achetent d'eux le Girofle, n'en pouvant avoir ailleurs. Quant au Girofle Royal, Pomet indique que l'arbre qui porte le fruit est unique au monde & ne se trouve "qu'au milieu de l'Isle de Massia, aux Indes Orientales, où il est appellé des habitants de l'Isle Thinca-Radai. Ce fruit est tellement révéré du Roy de l'Isle, qu'il le fait garder par ses soldats, afin que personne n'en ait que lui. On prétend aussi que lorsque cet arbre est chargé de ses fruits, les autres arbres s'inclinent devant lui comme pour lui rendre hommage, & pour lui faire honneur...

 


1-POMET024.jpgD'autres fruits sont largement décrits par Pomet : Muscade, Caffé, Cacaos, Vanilles, Acajoux, Jujubes, Palmier, Dattes, Coque du Levant, etc... Il décrit aussi la Coloquinte, fruit de la grosseur de nos pommes de rainettes, qui croît sur une plante rempante, qui a ses feuilles vertes, assez approchantes de celles du concombres. La Coloquinte est une drogue la plus amère, & la plus purgative qu'il y ait dans la Médecine ; c'est pourquoi il ne faut s'en servir qu'avec de grandes précautions, & surtout rejetter les pepins.... On s'en sert pour l'apoplexie, la létargie, la goutte, les Rhumatismes. On fait aussi un extrait de Colloquinte qui est employé & convient pour les maladies cy-dessus. Pomet indique enfin que certains apothicaires se servent des pépins "après les avoir réduites en poudre pour mettre dans les compositions purgatives , sur-tout dans le Lenetif commun, ce qui est un grand abus, & un très méchand remède. Pour ce qui est des Colporteurs ou faiseurs de Bernez, ils ne savent ce que c'est que d'employer  de la Coloquinte , ne se servant que des pepins.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 

 

E.-H. Guitard

 

 


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L'Histoire des Drogues de Pierre Pomet

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