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21 dicembre 2009 1 21 /12 /dicembre /2009 07:00
Il medico della peste



Oggi ancora famosa a Venezia come una delle maschere più caratteristiche del famoso carnevale, questa tenuta da guerra batteriologica, ideata nel XVI secolo, fu per molto tempo utilizzata dai medici che si occupavano di coloro che erano stati contagiati dal morbo.


L’equipaggiamento era composto da guanti lunghi, occhialoni, stivaloni, una tunica cerata ed una bacchetta per sollevare le coperte e gli indumenti del malato. La maschera a forma di testa d’anatra proteggeva il volto e nel lungo becco erano conservati medicamenti ritenuti efficaci a combattere il contagio: sali, spezie ed essenze, soprattutto rosmarino, aglio, ginepro.

 

 

 

DOCUMENTO: Drammatica testimonianza di Alvise Zen, "medico della peste", in una lettera scritta a monsieur d'Audreville qualche anno dopo l'epidemia che decimò la popolazione di Venezia.



Eccellentissimo monsieur d'Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c'è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l'orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai Veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.

Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall'Oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.

 

Ah! mio caro amico, nemmeno le guerre e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l'epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. I detenuti vennero arruolati come "pizzegamorti" o monatti. Potevamo circolare liberamente solo noi medici.

Gli infermieri e i becchini dovevano portare segni distintivi visibili anche da lontano; noi indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole. Alzavamo le vesti dei malati con un lungo bastone e operavamo i bubboni con bisturi lunghi come pertiche. Uomini e donne malati venivano portati nell'isola del Lazzaretto Vecchio; le persone che erano state a contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo per più di venti giorni a scopo cautelativo. Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da "fignoli, pustole, smanie" e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri. Volete sapere quanti Veneziani se ne andarono al Padreterno? Ottantamila, pensate, in diciassette mesi; dodicimila nel novembre del 1630; in un solo giorno, il 9, furono cinquecentonovantacinque.

Non c'era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido "Chi gà morti in casa li buta zoso in barca". Per le strade cresceva l'erba. Nessuno passava. Illustrissimi medici dell'università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l'esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell'ira divina la vera causa di tutto quell'orrore calato su Venezia.

La situazione era davvero tragica. Allora il doge Nicolò Contarini, a nome del Senato, fece voto solenne di edificare una chiesa "magnifica e con pompa" alla Madonna della Salute se la Vergine avesse liberato la città dalla spaventosa malattia. Promise, inoltre, che ogni anno il 21 novembre, giorno della presentazione al Tempio di Maria, si sarebbe colà recato in processione. Durante l'inverno la peste si affievolì, ma nel marzo del 1631 ebbe una recrudescenza. Solo in autunno fu debellata. Contarini era morto e il nuovo doge, Francesco Erizzo, volle subito adempiere il voto. Bandì dunque un concorso per l'edificazione del tempio ma intanto fece erigere una chiesa di legno riccamente addobbata dove governo e popolo, dopo aver attraversato il Canal Grande su un ponte di barche, si recarono in processione a esprimere la loro riconoscenza alla Madonna. Questo è quanto, monsieur: ve ne affido la testimonianza per i posteri.

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15 dicembre 2009 2 15 /12 /dicembre /2009 10:59

apotecario Nantes

 

Mensola capitello, apotecario, Nantes, fine del XIV secolo, legno, Museo dipartimentale. L’apotecario è ritratto in piedi, con in testa un tocco e vestito con una tunica corta mentre sta tritando delle droghe in un mortaio posto su uno zoccolo. Questa composizione  è ubicata sotto un’arcata trilobata ornata di fioroni. La mensola capitello, posta all’angolo di due muri di un'abitazione , è al contempo un elemento architettonico reggente indispensabile ed un elemento decorativo della facciata poiché è decorato figurativamente in legno o pietra. La mensola capitello può servire da insegna e segnalare una bottega, una professione al passante, spesso illetterato.

 

 

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13 dicembre 2009 7 13 /12 /dicembre /2009 12:10


Apotecario--affresco-Issogne.JPG

Il soffitto a crociera del castello di Issogne in valle d’Aosta, ristrutturato a cavallo del XV e XVI secolo, ospita nelle sue lunette un ciclo pittorico di affreschi, ad opera di un certo Magister Collinus, in cui sono rappresentati, in uno spirito tipicamente rinascimentale, scene di vita quotidiana ed anche dei più noti mestieri dell’epoca.

 

Tra di esse possiamo riconoscere oltre che ad una scena del mercato settimanale, l’interno di un’osteria, i mestieri del fornaio, del beccaio (rivenditore di carne e pesce), del salumiere-formaggiaio, ecc. ed anche quello dell’apotecario rappresentato dietro un grande bancone di pietra o marmo, di fronte a sé una cliente. Sul lato destro dell'affresco possiamo osservare un garzone di bottega seduto su una cassa intento a triturare con un pestello qualche erba o spezia in un mortaio.

 

L'officina è riccamente ornata di vasi da farmacia di varie forme e misure perfettamente allineati, su tutto aleggia un aria di precisione, rigorosità ed igiene.

 

 

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10 dicembre 2009 4 10 /12 /dicembre /2009 10:25

La forma ed il valore dei pesi dall’Antichità alla Rivoluzione francese*

 

di E.-H. Guitard

 

Fig 1Conosciamo il motto dei mastri apotecari di Parigi: Lances et pondera servant. Fa certamente allusione non all’esattezza delle pesate, che era di regola nelle loro botteghe, ma al compito onorifico che era stato loro affidato al tempo in cui non esistevano funzionari incaricati di questa attività: è la loro corporazione che a Parigi ed in altre città aveva la custodia dei pesi-campioni e che verificava i pesi commerciali di ogni genere.


fig-2.JPGÈ dunque in modo del tutto naturale che la storia della farmacia si interessa ai pesi e misure! Delle civiltà iraniane, ci rimangono magnifici pesi di bronzo a forma di leone coricati e d’altri in bronzo o in pietra molto meno eleganti, perché presentano la forma del porco o quella dell’oca. In quanto al peso egiziano e siriaco, non ci dà la stessa sensazione di pittoresco: si tratta soprattutto di dischi o di rettangoli in basalto, in bronzo o bombati, sono a volte provvisti di un’ansa o di un’orecchia.


Fig-3.JPGIn Gallia, in tutte le epoche, ci si è serviti per le pesate, di semplici pietre tagliate, che nelle regioni ricche in argilla si sostituivano con dei tronchi di cono o tronchi di piramide in terracotta, quasi sempre forati da un buco in vista della loro collocazione sul un piatto di bilancia.


Nella Grecia primitiva ed in Magna Grecia compaiono altre forme più artistiche: dei dadi, un uomo trasportante un fardello, un bel petto di donna provvisto di seni esuberanti o dei corpi di animali.

fig-4.JPGPer Atene, si conoscono cinque tipi più ordinari degli altri: l’ossicino, l’anfora, la tartaruga, il delfino e la luna crescente, che corrispondono ognuno ad un’unità ponderale diversa: mina pesante, mina soloniana, dracma, ecc. ma durante l’epoca classica, i pesi non sono più trattati in ronde-bosse, la loro forma generale non è quella degli animali in miniatura: sono come presso gli Egiziani, delle lastre di metallo, generalmente quadrangolari, le cui facce piatte portano, stampate in bassorilievo con il processo del conio, l’immagine dei soggetti in questione, con a volte varie iscrizioni.


Fig-5.JPGPerché gli animali ornano, di preferenza a rispetto ad altri oggetti, i pezzi più antichi? Gli autori Romani si sono fatti carico di darci la spiegazione chiarendoci le origini della loro moneta, che si confonde, come presso molti popoli agricoltori, con quella della meteorologia. È facile indovinare infatti che le prime transazioni furono dei semplici scambi in natura: si pagava del grano dando una pecora, un angolo di terra in cambio di due o tre buoi.


fig-6.JPGUn bel giorno, si trovò comodo sostituire il bue vivente con una certa quantità di rame di valore equivalente e dei lingotti di questo metallo furono posti in circolazione, lingotti che bisognava ogni volta pesare sulla bilancia (libra). Poi, per evitare queste continue pesate si ebbe l’idea di graduare alcuni lingotti incidendo su una delle loro facce, la testa di bestiame (pecunia) di valore equivalente. Così nacquero i primi assi che valevano un bue e pesavano una libbra.


Tutti gli autori latini sono d’accordo per attribuire al primo as libral, cioè alla prima libbra, il peso di 12 once, cioè… di una libbra. Nessun esemplare di questo peso-moneta, senz’altro effimero, è giunto sia a noi. Di prelievo in prelievo di frammenti si giungerà a battere delle libbre-monete di 4 once ossia un terzo del loro valore nominale.


  Fig-7.JPGÈ stato calcolato che la libbra-peso (la vera libbra: litra  in greco, libra in latino) corrispondeva in Grecia a 360 dei nostri grammi moderni, a roma a 327.5 rappresentando un dodicesimo della libbra, l’oncia valeva da 27 a 30 grammi. In quanto allo scrupolo, o grammo, era la 24a parte dell’oncia: è superiore di una ventina di centigrammi al grammo del nostro sistema metrico che porta il suo nome gramma.


  Altre unità di misura, puramente greche, furono adottate dall’Impero Romano: Plinio ci dice che dei medici della sua epoca formulavano esclusivamente in pesi greci, di cui ecco la gamma: il talento pesava circa 3 Kg, la mina era un 60° del talento e valeva dunque 50 grammi; la dracma, equivaleva ad un denario d’argento da 3 a 4 grammi, rappresentava un centesimo di mina. I pesi inferiori erano quasi esclusivamente medicinali, come l’obolo (un sesto della dracma= 0.60 g) ed il Keration (o.20 g).

A Pompei è stata scoperta una piccola cassa contenente diversi strumenti di chirurgia, ed anche 8 pesi di piccola taglia: così accompagnati, questi pesi erano evidentemente di uso medico. Erano piatti ed assai larghi mentre gli altri erano tozzi e stretti; inoltre portano come iscrizione delle lettere invece di cifre.

 

La rivoluzione dei pesi dal Medioevo alla Rivoluzione


 

fig-8.JPGRaccogliendo l’eredità scientifica dei Greci attraverso la mediazione dei Bizantini, gli Arabi si servirono dell’oncia e della dracma, di cui pronunciarono darakhmy, poi derham (un po’ più di 3 grammi); conoscevano anche il grano (habba= 0.07 g). ma in seguito alla rarità dei pesi-campione, in seguito anche all’alterazione delle monete (spesso utilizzate per le pesate), il valore reale delle unità correnti varia senza sosta durante il Medioevo mentre il vocabolario non muta. All’inizio del XVII secolo, “la libbra di Costantinopoli pesa 26 once, quella di Parigi 16, quella di Lione 15, quella degli Spagnoli 14, quella di Genova e dei loro circonvicini 12 e quella degli orefici, che è chiamata march, soltanto 8”. Anche il valore assoluto dell’oncia non è lo stesso qua e là.


fig-9.JPGLa libbra di Parigi, che dal XV al XVIII secolo vale 16 once, si chiamava anche libbra reale o libbra peso di marco perché equivaleva al doppio del marco o marco di Troyes (8 once), unità ponderale che i mercanti italiani apportarono alle grandi fiere di Champagne e che i re di Francia avevano in seguito adottata come unità monetaria.


Ma i pesi medici, che ci interessano più in particolare, erano molto differenti dai pesi commerciali; essi si erano meno evoluti perché la loro utilizzazione si trovava legata all’interpretazione di formule scritte da secoli e quasi invariabili. Ciò non vuol dire che essi erano l’immagine fedele dei loro modelli antichi e che costituivano una lingua comune all’universo medico.


Fig 10-copie-2Durante il XV e XVI secolo a Parigi, esistevano cinque libbre mediche diverse, i due più utilizzati valevano l’una 10 once peso di marco, l’altro 12 once. E ancora ognuna di esse poteva avere due modi di divisione differenti. “Il medico,” scrive con qualche esagerazione uno specialista della metrica medievale, Guilhermoz, “effettuava le sue ordinanze senza preoccuparsi di sapere quale era il peso di cui si serviva l’apotecario e l’apotecario li eseguiva con la stessa serenità”. Aggiunge, e ciò non è ancora che una mezza verità, che la compensazione  dei rimedi essendo affare “di proporzione, non di quantità”, gli errori di interpretazione erano senza importanza per il malato. Sì, se tutti i sistemi fossero stati comparabili e se le ordinanze non avessero spesso combinato le notazioni di capacità con quelle di peso.


fig-11.JPGIn realtà, ci si preoccupò spesso e senza successo, sino all’adozione del sistema metrico, di rimediare a questo impressionante disordine. Nel 1557, Enrico II fece consultare su questo punto gli apotecari parigini. Verso lo stesso periodo, il medico Fernel, poi gli apotecari Charas e Lémery, proposero, il che era bene, delle semplificazioni e le applicarono essi stessi, il che era male, poiché aumentavano così il numero dei sistemi.


Fig-12.JPGL’unificazione richiesta per tanto tempo dai nostri pratici doveva essere realizzata grazie ai decreti del 8 maggio 1790, del Germinale anno III e la legge del 19 frimaio anno VIII relativi ai sistemi metrici, che non divennero realmente esclusivi che nel 1840. Una lunga attesa come si vede, anche se è vero che nella metrologia medica, l’anarchia non aveva mai , e da molto tempo, stata così grave come nel commercio. Molti trattati medici e farmaceutici erano accompagnati da una chiave dei pesi e misure. Come il famoso Regimen sanitatis della scuola di Salerno che conteneva 20 versi dedicati a questa spiegazione: Audi loetando quod dicam versificando; e cioè: Grazie alle mie rime, troverai attraente la mia lezione.


Come tutte le farmacopee precedenti, il primo codex parigino, nel 1638, dà la concordanza dei pesi, sfortunatamente, tutto il suo sistema è basato sul grano (grain), che è definito: il peso di un grano d’orzo di spessore medio…!

 

fig 13Ecco una tavola dei pesi medici utilizzati sia nel celebre Antidotario di Nicolas (il breviario del farmacista del Medioevo) sia nel Codex del 1638 e nell’ Encyclopédie del XVIII secolo verrà unita una chiave delle abbreviazioni, che permetterà al farmacista di decifrare non importa quale ordinanza di cui un ammalato gli chiederà di eseguire.


fig-14.JPGTra le cause dell’alterazione del valore delle unità ponderali, non bisogna trascurare la varietà infinita e la fabbricazione fantasiosa dei pezzo di pietra o di metallo destinati alle pesate. L’Encyclopédie ci informa che dei pesi-campana erano fabbricati in bronzo come le campane ordinarie da parte dei fonditori e che erano in seguito riempiti di piombo dai bilanciai. In quanto ai pesi incastrati, essi venivano quasi tutti da Norimberga e li si chiamava pesi-di-marco perché, scatola compresa, essi pesavano esattamente un marco o 8 once.


fig-15.JPGIn tutte le epoche della storia, ahimè, vi furono molti pesi falsi in circolazione. Un’ordinanza celebre di Carlo Quinto assimilava agli avvelenatori coloro che se ne servivano e li minacciava della frusta, dell’esilio, della pena di morte. In Francia, gli statuti dei candelieri di sego rivelano un inganno abituale ai commessi della propria corporazione, che aggiungono del sego… sotto i pesi. I re di Francia non cessano di legiferare contro i mercanti disonesti e sappiamo che essi avevano “sin da tempi antichi” (secondo l’espressione di Francesco II) affidato ai mastri speziali-apotecari di Parigi e di altre città, la carica molto onorevole di verificare i pesi e bilance presso tutti i mercanti.


fig-16.JPGQuesti mastri potevano procedere alla “visita” delle botteghe due volte all’anno percependo un piccolo compenso e più spesso se volevano, ma, in quest’ultimo caso, gratuitamente. Essi dovevano distruggere gli strumenti difettosi o non contrassegnati e segnalare e segnalare i rei all’autorità preposta in vista delle ammende.


fig-17.JPGNaturalmente, vi furono numerosi recalcitranti ed i mastri apotecari dovettero per questo motivo numerosi processi: con i candelieri di sego e gli olieri candelieri, con i bilancieri giurati, i tintori “di lana, filo e seta di buona tinta”, con i pasticceri (che ebbero numerose cause, perché i loro pesi servivano alla fabbricazione, non alla vendita), infine, con un certo panettiere irascibile, che il tenente generale di polizia condannò nel 1762 a “portare ONORE e RISPETTO” agli apotecari incaricati dell’ispezione.

fig-18.JPG

Per l’esercizio di questa funzione delicata, le nostre guardie avevano già ricevuto da Filippo il Bello nel 1312 un peso dormiente o peso campione, un altro campione fu depositato al Chatelet ed un terzo posto al lièvre-caillou, cioè al pesatore-giurato incaricato di far funzionare- e fruttare- le bilance pubbliche o peso-del re, ubicate una alla Halle aux Blés (mercato delle granaglie) e l’altra in rue des Lombards.


 

* Tratto da: E.-H. Guitard, Les Annales Coopératives Pharmaceutiques, 1938-1939 ; Disegni di E.-H. Guitard dal vero o dalle collezioni del Museo Saint Raymond di Tolosa

 

 

LINK al post originale:

La forme et la valeur des poids de l'Antiquité à la Révolution française 

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6 dicembre 2009 7 06 /12 /dicembre /2009 07:00








Disegnato nel 1920, a vivaci colori, tipico del suo stile, da Leonetto Cappiello, uno dei più ricercati creatori di manifesti pubblicitari della Belle Epoque, l’artista personifica un prodotto destinato a vasto successo con una giovane donna fumatrice, all’epoca tangibile segno di emancipazione.


Il prodotto reclamizzato è tenuto in mano dalla giovane donna, si tratta di una scatolina di latta rotonda di un vivace giallo contenente delle pastiglie quadrate nere, a base di liquirizia. Il prodotto nacque nel 1880 a Tolosa per iniziativa di un intraprendente farmacista che si chiamava Leon Lajaunie. I sapori sarebbero poi stati diversificati comprendendo i sapori alla menta e alla vaniglia. Oggi soltanto quello alla liquirizia ha saputo resistere ai mutamenti di gusto e le vendite progredendo di decennio in decennio si sono attestate attualmente sui 10 milioni di scatole all’anno.


Questa caramellina è ricavata dalla palma di Betel o Areca catechu, una pianta originaria dell’India e della Malesia, dalla cui noce si estrae una resina bruno rossastra dalle propietà stimolanti, digestive e cardiotoniche, chiamata cachou, prodotto che sin dal XVII secolo, in Europa, era venduto un po’ dappertutto anche dagli apotecari e raccomandato dai medici per le sue proprietà benefiche per lo stomaco e la salute dei denti.

L’idea del farmacista Lajaunie, di creare le sue pastiglie gli venne da quella parte della sua clientela costituita da fumatori, ciclisti e quelli poco dediti all’igiene orale i quali si lamentavano del fatto di tossire continuamente o di avere l’alito troppo pesante.


Il prodotto comprendeva vari tipi di liquirizia, a cui si aggiungevano all’impasto zucchero, amido, lattosio, gelatina aromatizzata e cachou. Il farmacista incorporò polvere di Iris e resina di lentisco ed infine essenza di menta.

Soddisfatto della sua creazione il farmacista decise di commercializzarla dando al suo prodotto una confezione gradevole e pratica. Con un suo amico orologiaio ideò una scatolina rotonda di dimensioni ridotte di modo che risultasse comoda da tenersi persino nel taschino di un gilet.

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4 dicembre 2009 5 04 /12 /dicembre /2009 07:00






Riproduzione di una xilografia, effettuata per l’opera di Marsilio Ficino De Vita (1489) e tratta da un'edizione tedesca del 1508. La sua colorizzazione è stata effettuata in tempi recenti.


Il medico indica i vasi contenenti le sostanze che devono servire all’apotecario per preparare il rimedio e che egli gli ha prescritto. I rimedi non sono indicati con dei nomi, ma con disegni dall'aspetto arcano allo scopo di rendere ancor più grande il mistero di cui medici e farmacisti circondavano la loro pratica.






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3 dicembre 2009 4 03 /12 /dicembre /2009 07:00

 

Strasburgo, La Pharmacie du Cerf

 

La celeberrima farmacia del Cervo di Strasburgo, una delle più antichhe del mondo.



In questo grande edificio con elementi in carpenteria di Strasburgo, era ubicata sino all’anno 2001, la più antica farmacia francese. Da quella data infatti, l’edificio ha accolto la Boutique Culture del municipio a servizio della promozione culturale.


La sua esistenza è attestata sin dal 1268. Questa farmacia era chiamata del "cervo" per via della sua insegna in ferro battuto posto all’angolo della sua facciata e che rappresentava appunto quest’animale.

L’insegna celebrava quindi le virtù terapeutiche del cervo in quanto i suoi organi rientravano un tempo nella composizione di numerosi farmaci.


All’interno della farmacia si trovano numerose sculture di draghi e salamandre ad ornamento degli archi.

Gli affreschi esistenti al suo interno sono opera del pittore strasburghese Léo Schnug (1878-1933).

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27 novembre 2009 5 27 /11 /novembre /2009 07:00



L’ETÀ MEDIEVALE

 

Dopo l’apogeo, sotto Traiano ed Adriano, l’Impero romano è in decadenza durante il III secolo malgrado gli sforzi di Diocleziano e Costantino. Quest’ultimo, volendo dare alla parte orientale dell’Impero una capitale, scelse la città di Bisanzio che, nel 330, assunse il nome di Costantinopoli. Il cristianesimo, dapprima tollerato, divenne sotto Teodosio religione di Stato. Nel 476, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente sotto la spinta dei Barbari, soltanto quello d’Oriente, l’Impero Bizantino rimane in piedi. Costantinopoli diventa un grande centro culturale e lo resterà per mille anni.

 

Bisanzio

 

L’ellenismo si conserva in Oriente sotto la forma della civiltà bizantina che, dal V al XV secolo, raccoglierà l’arte di guarire del Mondo Antico. Bisanzio la trasmetterà, insieme alle sue conoscenze agli Arabi ed ai religiosi nei monasteri e così all’Occidente.

Durante il VI secolo, Alessandro di Tralles, fratello dell’architetto di Santa Sofia, riporta dai suoi viaggi diverse terapeutiche che consegna in De arte medicinae. Come ad esempio le pillole di Cinoglossa, composta da scorza di Cinoglossa (4 dracme e ½); oppio (2 dracme), Giusquiamo (4 dracme), Mirra (6 dracme).


Giovanni Mesue completerà questa formula aggiungendo l’incenso, il castoreum e lo zafferano. Per lottare contro i dolori raccomanda l’oppio ed altri anestetici. È un sostenitore del regime alimentare della crenoterapia e dell’elioterapia.


Durante il VII secolo, Paolo d’Egina dedica una parte del suo Compendio di medicina ai medicamenti semplici e composti.


Molto più tardi, durante il XIII secolo, appare un trattato contenente più di 2500 formule di medicamenti composti e le loro modalità di somministrazione e che richiedevano inoltre delle invocazioni religiose, è L’Antidotarium Nicolaï il cui autore, abitante di Alessandria, è Nicola Mirepso, bollitore di mirra e apotecario. Questo trattato diventerà la guida degli apotecari occidentali sino al XVII secolo.

 

Nicolas--Myrepsos.jpg

Nicola Mirepso, de compositione medicamentorum, 1339, Parigi, BNF.

 

In quest’opera, figura in particolare la preparazione dell’Unguento Populeum che verrà usato in unzioni per procurare il sonno, calmare i mal di testa e la febbre, applicandolo sulle tempie, il polso e la pianta dei piedi.

 

Il mondo arabo

 

All’inizio del VII secolo, nasce nel Mediterraneo orientale, nell’Arabia popolata soprattutto da tribù nomadi, una nuova religione, l’Islam, insegnata da Maometto, nato verso il 570 a La mecca.


Le conquiste arabe sottraggono al mondo occidentale una parte del Mediterraneo che non sarà più il Mare nostrum latino ma resterà tuttavia un luogo di interpenetrazione delle civiltà.


Dal VII al XVII secolo, gli Arabi trasmetteranno l’eredità medica antica arricchendola di apporti specifici. All’epoca dei califfi abassidi, le opere greche e latine sono tradotte in arabo da cristiani come Giovanni Mesue il Vecchio, Serapione il Vecchio. Le opere di Ippocrate, di Galeno e di Dioscuride sono state trasmesse da monaci nestoriani che dopo l’eresia e l’espulsione di Nestore, patriarca di Costantinopoli, avevano fondato una scuola di medicina nel Khoristan.


Trattato-di-chirurgia-di-Charaf-ed-Din.jTrattato di chirurgia di Charaf ed-Din, 1465, BNF.

 

Damasco e Bagdad diventano dei centri culturali e medici importanti. Così, gli Arabi riprendono le cifre indiane e inventano lo zero.

Essi hanno un’alta considerazione l’arte di guarire. Maometto stesso originario della tribù dei Coraichiti, venditore di droghe e di profumi ha lasciato diverse osservazioni in un’opera intitolata La Medicina del Profeta. Il Corano pone in paradiso una fonte di marijuana che fornisce agli eletti, per calmare la loro sete, una bevanda aromatica e rinfrescante.


“La farmacia, l’arte delle droghe e delle bevande, è la più nobile delle scienze insieme alla medicina”, scrive Cohen El Attar nel XIII secolo.

 

Pseudo-Galieno--01.jpgPseudo-Galeno. Libro della teriaca, Mesopotamia, 1199, BNF Parigi

 

Secondo il suo Manuale dell’Officina, l’apotecario “deve essere un uomo pulito e religioso, timoroso di Dio innanzitutto, poi degli uomini. Deve pesare le sue parole e soprattutto i suoi scritti”. In quanto al prezzo, egli consiglia di far pagare il prezzo giusto alle persone agiate, di aver riguardo verso gli altri e di dare i rimedi gratuitamente ai poveri.

 

Nascono tre grandi scuole:

 

1) La Scuola Iraniana e della Mesopotamia

 

Rhazes (al-Razi), 865-925, alchimista e medico rinomato per la sua diagnostica, fondatore della medicina araba crea un ospedale a Bagdad. Scrive numerose opere tra cui il Liber continens in cui cita diversi prodotti chimici.


Secondo lui, “Tutto ciò che troviamo nei libri ha molto meno valore dell’esperienza di un medico che pensa e ragione”, e “La medicina non è facile che per gli imbecilli, i medici seri scoprono sempre delle difficoltà”.

 

 

Razes.jpgRazès, Hauy seu Continens, 1280, Parigi, BNF.

 

Avicenna (Ibn Sina), 980-1037, principe dei medici arabi, introduce in terapeutica dei medicamenti minerali originari dell’India (borace, allume, solfato di ferro), e nell’arte galenica, la doratura delle pillole, credendo alle virtù terapeutiche dei metalli preziosi o forse alla potenza suggestiva e seduttrice dell’oro. Scrive numerosi libri, tra cui il Canone della Medicina che testimonia conoscenze mediche dell’epoca e contiene più di 700 rimedi. Quest’opera sarà utilizzata sino alla metà del XVII secolo.


avicenne2.jpgAvicenna ed I suoi allievi, BNF, Parigi.

 

2) La Scuola dell’Andalusia

 

Questa scuola è rappresentata da Abulcasis (al-Zahrāwī), autore di un Trattato di Chirurgia ispirato a Paolo di Egina, il Kitab al-Tassif, Avenzoar (ibn Zuhr) 1090-1162, chirurga di grande fama, il suo allievo Averroè, filosofo, medico, giurista, celebre per i suoi commentari filosofici su Aristotele.


Arib Al Kurtubi, alla fine del X secolo redige un trattato di ostetricia ed enuncia dei precetti a sfondo afrodisiaco di cui uno, il massaggio delle vertebre, per uno stimolo sessuale maschile. Come evidenzia J. C. Sournia, questa credenza in questo ruolo del midollo spinale si ritrova nel geroglifico egizio femminile rappresentante una vertebra e significante “principio di vita”.


Durante il XII secolo, Cordova è un grande polo culturale e religioso in cui si intrecciano le religioni ebraica, islamica e cristiana e in cui regna una buona intesa tra le diverse comunità. In questo ambiente, nasce nel 1135 Ibn Maymun detto Maimonide, da una famiglia di intellettuali e di rabbini. Nel 1146, l’arrivo al potere degli Almohadi, fanatici religiosi, distrugge questa serenità. Maimonide deve fuggire e terminare i suoi studi in esilio. Divenne medico di corte in Egitto. Di religione ebraica e di cultura araba, la sua doppia appartenenza si esprime nei suoi libri, testi religiosi in ebraico e scritti medici in arabo. Tra questi ultimi, il “Trattato dei veleni” in cui egli mette in guardia contro l’impiego abusivo dei contravveleni ed un glossario di materia medica. Nel suo Trattato della conservazione della salute, sostiene la massima del giusto mezzo per l’equilibrio indispensabile alla salute.

 

3) La Scuola del Cairo

 

Ibn-El-Baitar (1197-1248), scrive il Diami El Marfridat, raccolta alfabetica degli alimenti e dei medicamenti dei tre regni con i caratteri, proprietà, utilizzazioni e dosi


Ibn al-Nafis scopre la piccola circolazione.


Sin dall’inizio del IX secolo, degli ospedali sono creati e costituiscono allo stesso tempo un centro di cure gratuite per i poveri ed il luogo di insegnamento e di trasmissione del sapere medico. Il primo, sembra, è creato a Bagdad, per iniziativa del califfoHarûn al-Rashid (786-809). Per sopperire alle spese dell’ospedale, una dotazione di beni è attribuita /terre agricole, botteghe del mercato e terme). Tra i più prestigiosi, l’ospedale al-Mansuri dono di Saladino al Cairo, l’ospedale al-Kabir al-Nuri e l’ospedale al-Adudi fondato nel 979 sulle rive del Tigri a Bagdad. In quest’ultimo esercitano 24 pratici tra cui alcuni specialisti in chirurgia ed in oftalmologia.

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Al-Halabi.jpgAl-Halabi; Chirurgia dell'occhio.

Tavola degli strumenti, Mosul, 1275, BNF.

 

I due fondamenti della terapeutica, l’igiene e la medicazione si appoggiano sulla conoscenza approfondita di una farmacopea proveniente dall’antichità.


Così, durante l’VIII secolo, Geber (Jabir ibn Hayyan) fa riferimento alla teoria degli antagonismi, il caldo è l’opposto del freddo, il secco dell’umido. Rimedi e malattie si oppongono allo stesso modo. Contro le malattie del sangue, raccomanda le sostanze fredde e secche come l’aceto, il melograno; contro le affezioni pituitarie, il castoreum, l’Opopanax. L’Assa fedita; contro le affezioni atrabiliari, la cipolla, la rucola, il miele, contro le affezioni biliari, le zucche, la mucillagine di Psylium.


La medicina araba introduce delle nuove droghe, caffè, camfora, noce di betel, gomma adragante, gomma arabica, manna, noce moscata, ambra. Grazie alle scoperte dello zucchero di canna, dell’alcol, dell’aceto, i medici creano diverse forme farmaceutiche: giuleppe, sciroppi, conserve con lo zucchero, elisir, le macerazioni nel vino bianco, l’ossimele.


I medici arabi manifestano un grande interesse nei confronti della chimica. Al psoto dei processi di fusione dei metalli, essi propongono delle tecniche di dissoluzione negli acidi nitrici, solforici, cloridici e acqua regia. Grazie a queste tecniche ed quelle dell’evaporazione, di distillazione, di sublimazione, di cristallizzazione, di calcinazione nei crogioli, cornute, alambicchi che hanno fatto conoscere i vetrai siriani ed egiziani, i chimici arabi effettuano diverse combinazioni chimiche: nitrato d’argento, ossido di mercurio, solfato di rame, allume. Inoltre, chimica, alambicco, alcali, alcol, allume, benzoino, borace sono termini derivanti dall’arabo.


Vengono utilizzate delle pietre preziose, granata, topazio, smeraldo, zaffiro, etite o sesquiossido di ferro idratato naturale.

La professione di preparatore di medicamenti, diventata distinta da quella del medico, si organizza. Vengono create delle farmacie pubbliche quanto ospedaliere. Dei regolamenti professionali elaborati dagli Arabi saranno ripresi nel 1220 da Federico II nel regno di Napoli e durante la creazione delle diverse comunità religiose.


Durante il XIII secolo, il califfo Alimanzur crea a Bagdad un’officina. Vengono utilizzate delle droghe vegetali come l’Anice, l’Enula, il Benzoino, il Betel, il Borago, il Cacciù, la Coloquintide, la Cannella, la Fumaria, la Noce vomica, lo Zafferano, i chiodi di Garofano, la Manna, la Noce Moscata, il Pavero bianco, il Piretro, il Rabarbaro, il Rosmarino, la Rosa, il Sandalo, il Semen contra, la Marijuana.


Discussione-tra-tre-medici.jpgDiscussione fra tre medici, Bagdad, 1224.


Il sapere medico arabo verrà trasmesso all’Occidente dai Crociati di ritorno dall’Oriente e attraverso le compenetrazioni delle due civiltà soprattutto in Andalusia grazie al ruolo eminente della scuola di Cordova e in Sicilia.


Costantino l’Africano, scienziato arabo terminerà la sua vita a Monte Cassino e contribuirà così alla trasmissione dell’Arte medica in Occidente. È l’autore di Antidotario dei medicamenti semplici e di Osservazioni sulle piante.

 

Il Medioevo in Occidente

 

Periodo molto contrastato durante il quale, per mille anni si succederanno le fasi di regressione, di rinascita, di attività creatrice mentre nella parte asiatica dell’Europa si compenetrano le civiltà latina, araba e bizantina.


Si succederanno tre fasi: dal V al X secolo, alto Medioevo, periodo di torbidi in cui appare durante il IX secolo la rinascita carolingia durante la quale intorno ai monasteri e le scuole episcopali in cui sono conservati, studiati, copiati i manoscritti antichi, si verifica una rinascita culturale, scientifica e medica insieme alla comparsa dei primi ospedali. La nascita della Scuola di Salerno si situa durante questo periodo.


A partire dal XI secolo, grazie all circolazione dei saperi attraverso i contatti delle civiltà durante i pellegrinaggi e le crociate, è il risveglio dell’Europa la cui popolazione passa da 40 milioni durante l’anno mille a 70 milioni nel 1250. Degli scambi commerciali si stabiliscono tra l’Oriente e l’Occidente. Durante il XIII secolo e l’inizio del XIV secolo, mentre Salerno entra in decadenza, delle università vengono create in Eurpa, soprattutto in Italia ed in Francia.

Durante l’ultimo periodo, dal 1350 al 1450, la decadenza della scolastica e delle università che l’hanno insegnata lascia il campo libero alle scienze sperimentali che cominciano a svilupparsi.

 

La Scuola di Salerno

 

Erede della tradizione medica araba, la scuola di Salerno, fondata durante il IX secolo, è la scuola di Medicina più famosa del Medioevo, la “Civitas ippocratica”. Per la sua creazione, diverse ipotesi sono state avanzate. Essa sarebbe dovuta, sia a Carlo Magno sia agli Arabi ed a Costantino l’Africano, sia ai religiosi dell’Abbazia di Monte Cassino, vicina a Salerno. Secondo la Leggenda, quattro medici, l’Arabo Adela, l’Ebreo Helinus, il Greco Pontus ed il Latino Salernus, avrebbero contribuito alla fondazione di questa scuola con l’unione delle loro quattro culture, la posizione geografica di Salerno nel cuore del Mediterraneo ponva infatti la città al crocevia degli scambi culturali e commerciali. Il grande rinnovamento culturale benedettino avente come centro principale Monte Cassino, rappresentata a Salerno dall’Abbazia di San Bendetto svolse egualmente un ruolo nell’evoluzione delle scineze ed in particolare nella terapeutica.


La medicina si arricchì di conoscenze sperimentali acquisite dai medici religiosi nei monasteri e attraverso i medici laici. I primi indizi storici dell’attività della scula di Salerno risalgono  al X secolo. Ma è nel 1231 nelle “Costituzioni di Federico II” pubblicate a Melfi, che la scuola è citata: “Scuola medica di Salerno, la sola del reame” ed è nel 1280 che Carlo I gli dà i suoi statuti. Medicina e farmacia vengono codificate. Speziali ed apotecari in numero limitato devono prestare giuramento.


A Salerno verso il 1100, appariva l’alcol utilizzato sotto due forme: aqua ardens a 60° e aqua vitae a 90°. Questo nuovo solvente doveva essere ampiamente utilizzato per le preparazioni di rimedi e di profumi. Numerosi saranno i vocaboli per designarlo: anima del vino, acqua flagrante, permanente o eterna, spirito sottile, luce dei mercuri, prima essenza, quintessenza.

La medicina salernitana è basata sulla teoria umorale ippocratico-galenica. La malattia essendo uno squilibrio dei quattro umori, è necessario ristabilire l’equilibrio umorale diminuendo o aumentandone le secrezioni tenendo in conto l’età, la stagione e la parte del corpoi presa in considerazione.


Niccolò Sanernitano (o Preposito), direttore della Scuola verso il 1150 è probabilmente l’autore del Qui pro quo e dell’Antidotarium, prima dell farmacopee di tipo moderno con composizione e proprietà dei preparati destinati a scopi pratici. Così, nel Spongia soporifera sono citate le sostanze narcotiche da respirare a fini anestetici: oppio, mandragora, cicuta, mora, lattuga, edera. Quando era necessario ridare forze al paziente, del succo di finocchio è posto nelle narici. Un certo numero di sostanze appartengono alla medicina araba. Quest’opera sarà il Codice degli apotecari durante il regno di san Luigi.


Mathaeus Platearius (o Matteo Plateario) redige il Liber de simplici medicina conosciuto anche con il nome di Circa instans il cui titolo è ricavato dalle prime parole del prologo: “Circa instans negocium in simplicibus medicinis nostrum versatur propositum”. Questt’opera inizia con una descrizione di quasi 500 piante con la loro origine geografica. Le conoscenze riprendono essenzialmente quelle del De Materia Medica di Dioscoride. Una Salernitana, Trotula o Trocta, ostetrica della metà del XI secolo, scrive un famoso trattato di ginecologia e di ostetricia: concernente tutti gli aspetti della femminilità, compreso le preoccupazioni psicologiche ed estetiche: De mulierum passionibus ante et post partum.


La miniatura sottostante rappresenta il parto cesareo della storia di Cesare. Quest’ultimo nacque così, secondo una tradizione che si è dimostrara falsa.

 

 

Paolo-Orosio.jpgPaul Orose, Histoire du monde, verso 1460, BNF.

 

Costantino l'Africano, dopo una vita di studi e di viaggi che lo aveva condotto in Persia, in Arabia, in Spagna, va a Monmte Cassino. Traduce numerosi testi e favorisce la loro diffusione che svilupperà l’interesse per la dottrina aristotelica di cui sono portatori, contribuendo così alla nascita della filosofia scolastica.


Un chirurdo del XII secolo, Ruggero da Frugardo, scrisse un trattato di chirurgia intitolato Rogerina in cui affronta tanto i trattamenti esterni quanto delle operazioni, la parola chirurgia designando all’epoca medievale “ogni cosa guarita con la mano”. Nel 1250, Rolando da Parma fece apparire una nuova edizione della Practica Chirurgiae di Ruggero.


Gilles de corbeil (1140-1224), allievo della Scuola di Salerno, medico di Filippo Augusto, scrisse numerosi trattati: Sulle urine, Sui polsi, De medicamenti composti.


Ma la Scuola di Salerno acquisisce soprattutto notorietà per la pubblicazione nel 1066, del Regola Sanitaria Salernitana, raccolta di regole igieniche per un modo di vita vicino alla natura ed una sdrammatizzazione della malattia. Alcuni precetti come questi sono rimasti celebri: “Se tu venissi a mancare di medici eccone tre eccellenti: l’allegria, la tranquillità e dei pasti moderati”; “Di salvia, può un uomo morire quando la salvia fiorisce nel suo giardino?”.

 

Regimen-Sanitatis.jpgRegimen Sanitatis. Esemplare con miniature, 1486, Parigi, BNF.

 

Medicina conventuale


In Occidente, sin dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente e della decadenza che ne seguì, il cristianesimo si interessa alla salute morale me anche alla salute fisica della popolazione. Durante l’epoca merioingia (481-751), in prossimità del vescovado, è presente la casa dei poveri. Più tardi, durante l’epoca carolingia (751-987), canonici e monaci si sostituiscono al vescovo. In ogni monastero, il frate cappellano è incaricato dell’accoglienza dei poveri e dei pellegrini che sono ospitati in un locale vicino alla porta della casa, l’hospitalia (nel senso etimologico del termine la camera per gli ospiti). La presenza, tra gli assistiti, di infermi e di malati ispira presso i monaci che li accolgono nelle infermerie o in ospedali, delle preoccupazioni di ordine medico. I religiosi, fondando i primi ospedali, curando i poveri con la carità hanno seguito le parole del Cristo di cui San Matteo si è fatto eco: «Guarite i malati, resuscitate i morti, purificate i lebbrosi».


Sotto l’impulso di certi dirigenti di comunità, i monasteri servono da luogo di asilo all’arte di guarire che i monaci eserciteranno dal V al XII secolo in concorrenza con i laici prima di vedersi interdire l’esercizio della medicina dai superiori dei conventi. Durante il V secolo, San Patrizio in Irlanda, nel VI secolo, San Colombano a Luxeuil verso il 590 ed a Bobbio, vicino a Pavia, nel 612, fondano dei conventi.


Cassiodoro, uomo di scienza benedettino che redige nel 544 le Institutiones divinarum et humanorum in cui raccomanda ai monaci: «Imparate… le proprietà dei semplici e dei rimedi composti…», è il primo a sollecitare i monaci a curare il loro prossimo. Questi conventi raggiungeranno il loro apogeo durante il regno di Carlo magno.


Nel monastero, dei monaci, medici e infermieri si occupano dell’infermeria; gli apotecari, della riserva delle droghe. Qualche volta, il monastero, possedendo delle reliquie attira gli ammalati. Tra i più famosi, Saint-Martin de Tours, Sainte-Radegonde vicino Rodez, Conques. Alcuni monaci medici sono diventati famosi come Ugo, abate di Sainte-Denis.


Di fronte all’espansione demografica, alle fusioni di popolazioni, pelegrinaggi, crociate, epidemie, gli ospedali creati dall’Episcopado così come gli Ordini Ospitalieri si moltiplicano per l’accoglimento e la cura dei malati. I mezzi sono modesti ma al Carità e la fede fanno il resto.

 

Cosma e Damiano

 

Durante il III secolo, in Asia Minore, Cosma e Damiano, due fratelli animati dalla carità, dopo i loro studi a Pergamo, esercitano la medicina senza retribuzione e guariscono numerosi malati. Subiscono il martirio sotto Diocleziano, verso l’anno 287. Dopo la loro morte, si verificano numerosi miracoli. Da allora diventano i patroni dei medici e degli apotecari. Gli attributi dei due santi sono molto spesso l’urinale per san Cosma, patrono dei medici ed il vaso degli unguenti per San Damaino, patrono degli apotecari. Tra le guarigioni attribuite ai due santi, la più spettacolare è il trapianto di una gamba di un soggetto di razza nera recentemente deceduto su un malato di razza bianca.


Una delle rappresentazioni di questo miracolo dipinta da Fra Beato Angelico tra il 1438 ed il 1440 si trova al convento san Marco a Firenze. La scena della predella del retablo di san Marco è interpretata, secondo gli esegeti, sia come la guarigione del diacono Giustiniano sia come un sogno che questi avrebbe fatto. La scena dipinta da Fra Angelico rappresenta uno scenario «minimalista». il malato allungato sul letto, lo sgabello, il paio di sandali che indica la fiducia nel successo dell’operazione sono di una grande sobrietà. In questo scenario realista e profano, appaiono in piena luce i copricapi e le aureole di Cosma e Damiano nel momento in cui trapiantano la gamba messa in risalto dal colore nero.

 

La-guarigione-del-diacono-Giustiniano.jpLa guarigione del diacono Giustiniano

 

Secondo la teoria umorale ereditata dall’Antichità, l’urina è il riflesso dell’equilibrio o dello squilibrio dei quattro umori dell’organismo. Così per emettere una diagnosi, il medico osserva le urine del paziente in un vaso chiamato matula, Si tratta dell’uroscopia.


Il trattamento del malato è allo stesso tempo spirituale e materiale. Dopo la confessione e la comunione, quest’ultimo, l’anima purificata, il suo corpo lavato, può ricevere le cure. L’alimentazione ne fa parte integrante. Segue ogni settimana un calendario con dei «digiuni» che non significano soppressione del nutrimento ma variazione dell’alimentazione. Tali regole unite all’affidarsi a Dio miglioravano lo stato degli ammalati meno gravi. Nei casi più seri, rimedi ed operazioni chirurgiche sono necessari, i rimedi sono forniti dalla natura. I letti ospitano diversi ammalati, come si può constatare dalla miniatura rirpodotta qui sotto.

 

Storia-ospedale-santo-spirito.jpgStoria dell’ospedale del Santo Spirito di Digione, BNF.


Il medico utilizza prioritariamente, tranne nei casi gravi, dei medicamenti dolci, gradevoli al gusto di cui assorbe una piccola quantità davanti al malato allo scopo di metterlo di avere l asua fiducia.


La farmacopea medievale comprende sei classi di rimedi corrispondenti a degli stati patologici precisi: le piante contro le febbri, le piante delle donne, le piante vulnerarie, le purghe, le piante dei mal di ventre, le piante antiveleno.

Secondo una credenza, incontrata inoltre nelle civiltà orientali, l’aspetto della piante permette di conoscere le sue proprietà terapeutiche, è “la teoria dei segni”.


Secondo essa, Dio ha previsto nella natura delle piante che presentano delle analogie (forma, colore, ambiente) con la malattia o l’organo da trattare.


L’Iperico le cui foglie presentano una moltitudine di piccoli fori somigliano a occhi serve per le affezioni oculari. I tubercoli del Colchico ricordano le dita dei gottosi. Il principio attivo, la colchicina, è specifico dell’accesso di gotta. Il Salice e la Regina dei Prati (Spirea Ulmaria), crescendo in luoghi umidi sono utili contro i reumatismi, queste due piante contengono dei salicilici. coincidenza fortunata, un derivato di essi è l’aspirina, il suo nome proviene da Spiraea ulmaria (Regina dei Prati). La Celidonia, secernendo un lattice giallo-arancione, è indicato nelle malattie del fegato. La foglia di Polmonaria, la cui forma ricorda quella del polmone è rinfrescante ed espettorante. Altre droghe, i cui segni non manteranno le loro promesse, cadranno in oblio.


Il giardino medievale, associando il bello ed il buono , si ordina secondo i principi della rappresentazione simbolica del paradiso. Al centro del giardino, la fonte d’acqua viva, la fontana o in mancanza l’albero della vita, spazio circolare. Il cerchio, simbolo geometrico della sfera rappresenta l’immensità e l’eternità, attributi di Dio. Questo spazio circolare è circondato da quattro quadrati, il terrestre, i quattro elementi, le quattro stagioni, spazi legati alla vita vegetale del giardino. I quattro viali o quattro fiumi dell’Eden che hanno la loro origine alla fonte si dirigono in direzione dei quattro punti cardinali e simboleggiano le braccia della croce.


Le strutture monastiche possono essere immaginate dagli archivi del monastero di San Gallo, abbazia svizzera ricostruita nell’anno 820 che ha, come quella di Reichenau, subì l’influenza della regola irlandese di san Colombano. Sul piano comparivano la domus medicorum l’infermeria situata al sol levante; l’hortulus, l’orto, il più famoso era quello di Walafrid Strabus, monaco a Reichenau, il pomarius, il frutteto; l’herbularius, il giardino delle erbe semplici in cui da 16 a venti piante venivano coltivate se ci si riferisce a san Gallo: salvia, rucola, iris, erisimo, cumino, finocchio, levistico, fagiolo, santoreggia, menta, rosmarino, balsamita major, trigonella, giglio e rosa per abbellire gli altari; l’armarium pigmentorum una specie di riserva gestita da un monaco apotecario e non l’armadio dei pigmenti. In seguito, l’armarium pigmentorium, significherà l’armadio dei pigmenti o droghe esotiche o veleni e sarà come il giardino medicinale sotto la responsabilità di un monaco. Nella Scriptoria, (dalla radice indoeuropea sker, “grattare”), biblioteca sono sistemati gli erbolari (trattati di botanica), gli antidotario (farmacopea).


I prodotti sono acquistati presso gli speziali o apotecari. Così l’Hôtel-Dieu di Parigi, durante il XV secolo, si rifornisce presso diciotto rivenditori di cui l amaggior parte è installata sul Petit Pont o nelle sue adiacenze. Ogni anno, gli apotecari forniscono agli ospedali qualche fornitura: zucchero, pepe, zafferano.

Le proibizioni di alcuni concili: Clermont (1130), Laterano (1135), Montpellier (1195) non impediscono al clero di esercitare la farmacia quanto la medicina.


Secondo P. Rambaud, questa proibizione era dovuta al fatto che «i monaci-medici, abituati ad uscire a loro piacimento dai monasteri, finivano poco allavolta con l’eluderne l eregole. Sono incessantemente in contatto con l’elemento secolare da cui acquisiscono i gusti e le abitudini.

 

Il risveglio dell’Occidente

 

Nel 1095, il papa Urbano II lancia un appello ai cristiani per incitarli a riconquistare i Luoghi Santi ai Turchi, Gerusalemme è conquistata dai Crociati il 15 luglio 1099 e ripresa dai Turchi nel 1187. Le crociate seguenti per riprendere Gerusalemme falliscono sul piano politico e religioso. Esse favoriscono tuttavia i contatti tra le diverse civiltà nei campi commerciali, culturali, scientifico e medico. Appaiono in Occidente al ritorno dei Crociati lo zucchero che la medicina araba ha fatto conoscere, la Marijuana (Cannabis sativa). Dal tempo delle crociate, il consumo della Marijuana o dell’ Hashish da parte delle truppe in lotta contro i Crociati, li rendeva fanatici. Per questo questi soldati erani chiamati hashishin termine da cui deriva la parola assassino.

 

Il commercio delle droghe

 

Dopo le crociate, Bisanzio cede il posto a Napoli, Firenze e soprattutto Venezia, la citta di Marco Polo (1254-1324), situata all’incrocio delle vie dell’oriente e dell’occidente. I mercanti creano nella città i fondachi (fondak: magazzino in arabo), locali in cui sono ammassati Cannella, Zenzero, Sandalo, Zafferano, mirra, canfora, indaco, pepe, incenso. Lo zafferano entra nella composizione della teriaca, preparazione considerato risolutore contro la peste. In Francia, in questo commercio di spezie, Marsiglia e Montpellier svolgono un ruolo preminente. Aggirando al Spagna, dei cascelli apportano le spezie nei porti del mare del Nord. Più tardi, la scoperta dell’America e quella della rotta marittima delle Indie sposteranno il centro di gravità del commercio mondiale verso il Portogallo, la Spagna, l’Olanda.


Nel corso del XII secolo, in seguito alla proibizione di esercitare la medicina, alcuni monaci abbandonano i loro conventi e diventano medici, mercanti e preparatori di medicine. È la laicizzazione progressiva della medicina e della farmacia. Le prime botteghe appaiono in Francia ed in Italia. I medici vengono a dare dei consulti.


A Parigi, verso l’anno 1200, moltre officine sono raggruppate nel quartiere del Petit Pnt. Ad Avignone, le botteghe si trovano alloggiate nella stessa strada, la carriera Pelrarie vel Speciare, i pelrarie erano i mercanti di pepe, gli speciarii, mercanti di spezie.


La bottega dell’apotecario, segnalata da un’insegna, è ampiamente aperta sulla strada. L’apotecario, bilancia alla mano, cosciente della sua responsabilità, prepara il rimedio. Le droghe sono esposte alla vista nei diversi vasi e scatole dipinte, come mostra la miniatura seguente. In essa possiamo vedere sul lato della strada, il medico al capezzale del malato mentre osserva le urine.


Barthelemy-l-anglais.jpgBarthélemy l’Inglese, Delle Proprietà delle Cose, Manoscritto del XV secolo, BNF

 

Gli speciarii, chiamati anche apothecarii o aromatorii si riuniscono nelle prime corporazioni che adottano dei regolamenti ufficiali o statuti municipali. I primi saranno stabiliti ad Arles nel XII secolo, Altri seguiranno, Avignone, Marsiglia, Nizza, Tolosa (1309). A Parigi, l’esercizio della farmacia è regolamentato da editti reali. Gli apotecari controllano il reclutamento dei loro confratelli ed insegnano loro il mestiere per lunghi anni (da due a otto anni per l’apprendistato, da uno a sei per il compagnonaggio). Il giuramento corona la fine degli studi.

 

La creazione delle Università

 

Parallelamente all’apertura dei porti europei al commercio delle droghe, delle università vengono create in Occidente, da Bagdad in cui i califfi hanno creato una Università, degli insegnanti si trasferiscono nel mondo mediterraneo e trasformano i ricoveri religiosi in ospedali-scuole. Verso il 1200, Bagdad è rovinata dall’invasione dei Mongoli. Gli insegnanti e gli allievi  in esilio facilitano la creazione delle prime università in Occidente: Bologna (1088), Salerno (1140), Padova (1222), Parigi (1220), Montpellier (1272)in cui insegnerà il chirurgo più famoso del XIV secolo, Guy de Chauliac, medico dei papi di Avignone, Clemente VI, Innocenzo VI e Urbano V. Le sue opere faranno autorità per duecento anni. La sua Chirurgia magna studia tutti gli aspetti dell’arte medica, con la materia medica ricca di 750 medicine. L’università di Tolosa voene creata nel 1224 dal potere regio per estirpare l’eresia catara.

 

Chirurgia-magna.jpgChirurgia Magna, di Guy de Chauliac, XV secolo, BNF.

 

Costituita in origine esclusivamente da chierici, le facoltà di medicina si aprono ai laici a condizione che siano celibi, e ciò sino al 1452, data dalla quale il cardinale d’Estoueville abolisce l’obbligo del celibato. L’insegnamento essenzialmente orale consiste nel comentare Ippocrate, Galeno, Avicenna, Averroé, Disocoride senza mettere in dubbio il contenuto scientifico delle loro opere ma sviluppando le qualità di logica e di dialettica nell’argomentazione. Rare dissezioni sono effettuate dai barbieri sotto l’autorità degli anatomisti, le prime dissezioni ebbero luogo a Bologna, Padova, Montpellier.

 

Barthelemy-l-anglais--2.jpgBarthélemy l'Inglese, Delle Proprietà delle cose

Scena di dissezione, manoscritto del XV secolo, BNF.

 

Il sapere medico del tempo che ingloba la matematiche, la cosmologia, l’astrologia, le scienze naturali, l’alchimia ha origini religiose, scientifiche e popolari.


Il sapere popolare lega pensiero magico, ricorso ai santi guaritori, reincarnazioni degli dei pagani e conoscenze empiriche essenzialmente botaniche trasmesse di generazione in generazione. La corrente scientifica (erede del mondo antico) rappresentata dalla scuola di Chartres di cui il fondatore, il vescovo Fulberto (960-1026), fu il discepolo di Gerberto, il papa dell’anno mille con il nome di Silvestro II, che ha introdotto in Europa le cifre arabe e l’astrolabio, si oppose alla corrente mistica secondo la quale soltanto le idee immutabili ed eterne sono importanti ed al pensiero razionale di Aristotele. Per integrare questi concetti, la Chiesa favorisce, durante il XII secolo, il sorgere delle università con una forte impronta teologica, la Scolastica che tenta un equilibrio tra ragione, rivelazione ed esperienza.


Durante il XIII secolo, appaiono delle nuove dottrine. Alberto Magno (1193-1280), viaggiatore infaticabile, curioso di tutto, in particolare di fisica e di chimica, volgarizzatore di Aristotele espone la sua dottrina durante delle orazioni ai Parigini sulla piazza che attualmente porta il suo nome, la piazza Maubert (Maesetro Alberto). Provinciali dei Domenicani, avrà come discepolo, Tommaso d’Aquino, alchimista, teologo, filosofo. Le reliquie di San Tommaso riposano sotto l’altar maggiore della chiesa dei Giacobini di Tolosa, chiesa della casa madre dei Domenicani. Alberto Magno fa consocere diversi composti chimici: potassio caustica, acetati di piombo e di rame.


Durante lo stesso periodo, Raimondo Lullo studia la rettificazione dello spirito di vino. Arnaldo di Villanova, seguace della scuola di Salerno, introduce nella medicina l’acqua vite (1260) che egli chiama Acqua dell’Immortalità di cui fa una vera panacea. L’acqua vite diventa un rimedio venduto esclusivamente dagli apotecari contro i mali più diversi: dolori, paighe infette, morsi. Dotata si dice del potere di ringiovanire, prende il nome di  aqua vitae.

 

Le grandi epidemie

 

I mali dell’epoca sono dominati dalle endemie e le grandi epidemie. In relazione con i movimenti di popolazione dovuti alle crociate, pellegrinaggi, allo sviluppo del commercio ma anche con le pessime condizioni di vita, la carestia, il mal nutrimento, in particolare il pane, fatto con la farina di segale cornuta, appaiono delle epidemie di ergotismo. Questo male chiamato anche “fuoco di sant’Antonio”, “Male degli Ardenti” si caratterizzava per dolori intensi, convulsioni, cancrene comportanti delle mutilazioni di cui erano responsabili gli alcaloidi vasocostrittori della Claviceps purpurea della segale. Durante i secoli XI e XII, molte guarigioni miracolose avendo avuto luogo nell’abbazia di sant’Antonio di Vienne, si verifico un grande afflusso di ammalati. La devozione degli ammalati a Sant’Antonio può spiegarsi per l’analogia delle loro sofferenze con quelle del santo durante il suo supplizio.


Molto frequenti, la lebbra suscitava il terrore della popolazione e l’esclusione definitiva del malato rinchiuso dopo una cerimonia religiosa in un lebbrosario distante dalle abitazioni (esistevano duemila lebbrosari all’inizio del XIII secolo in Francia). In seguito, durante il XIV secolo, la lebbra comincerà a regredire.


Le epidemie di peste si verificano regolarmente nel corso dei secoli. Quelle di Cipriano e Giustiniano che devastarono l’impero romano avevano già lasciato delle tracce nella memoria. Due forme coesistono, la forma bubonica o ghiandolare e la forma polmonare molto più rapidamente mortale. Qualche ora dopo, sopraggiunge la morte. secondo Jacopo da Varazze nella Leggenda aurea, se qualcuno starnutiva, spesso rendeva l’anima. Così alla persona che starnutiva, si gridava subito: “Dio vi benedica!”, da cui l’espressione usuale. A Roma, nell’anno 590, il papa Palgio II moriva per l’epidemia. Il suo successore, Gregorio diresse una processione durante la quale, sul molo di Adriano, l’angelo sterminatore apparve riponendo la spada nel fodero. L’epidemia cessò. Il molo di Adraino divenne Castel Sant’Angelo.


Tra il 1346 ed il 1353, la peste venuta dall’Asia minore si propaga in Europa in cui fa più di 25 milioni di morti. Di fronte al flagello, soltanto, la profilassi conta. Restare in casa, rintanati. Bere del vino. Utilizzare dell’aceto. Mangiare aglio, l’acetosa, cipolla, mirra, Zafferano ed anche la teriaca. Fare bruciare incensi, canfora, painte aromatiche. La popolazione fortificata cerca delle cause sovranaturali al suo male, cerca rifugio presso i santi protettori, San Sebastiano, sant’Antonio, san Rocco. Le persone più coraggiose e devote avvicinano gli appestati, muniti di maschere a forma di testa d’anatra il cui becco è riempito di erbe aromatiche e profumi.


medico-della-peste--XVII-secolo.jpgIl medico della peste.

 

I meno coraggiosi utilizzano la “pillola ai tre avverbi” proposta da un medico di Tolosa, Augier Ferrier: “scappare via veloci, andare lontani, tornare tardi”. Così, durante l’epidemia di peste del 1522, il tenente generale del Delfinato preferisce abbandonare Grenoble. Quest’ultimo si chiama Pierre du Terrail, signore di Bayard e porterà anche l’epiteto di “Cavaliere senza paura e senza macchia”. I medici, coscienti della loro impotenza tentano di prevenire e redigono dei consigli.


Peste-nera.jpgLa peste nera a Tournai nel 1349. Bibl. Reale di Bruxelles, coll. Goldner

 

Redazione: J.C.D

iconografia:J.L.D

 

 

Link al post originale:
Les temps mediévaux

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26 novembre 2009 4 26 /11 /novembre /2009 07:00

L’EREDITÀ DELL’ANTICHITÀ: L'Oriente

 


 

Terapeutica primitiva, dall’istinto alla magia.

 

La malattia ed i “tentativi terapeutici” risalgono all’apparizione dell’uomo sulla terra. La terapeutica primitiva (termine che non possiede affatto un senso peggiorativo) è stata la sola per millenni prima che non fosse soppiantata da quelle dell’Oriente e dell’Occidente, senza tuttavia essere eliminata del tutto. In effetti alcuni dei suoi caratteri specifici si ritrovano nei nostri giorni in popolazioni viventi in Africa, America del Sud, Oceania così come nella nostra medicina popolare.


Molto presto, l’uomo primitivo scopre l’utilità o la nocività di ciò che lo circonda e acquisisce la conoscenza di alcune pratiche. La malattia è un corpo estraneo che deve essere estirpato attraverso diverse pratiche di espulsioni del male, di purificazione (suzioni, purghe, vomiti, bagni, massaggi).


Questi metodi sono ai giorni nostri impiegati a volte con successo (prime cure dopo una puntura d’ape). È fatto anche appello alla potenza di suggestione, potere sfruttato ai nostri giorni dai guaritori. Trasponendo le sue acquisizioni, le sue constatazioni empiriche dall’ambiente umano alla natura, l’uomo primitivo distingue degli animali e dei vegetali benefici o nocivi. Quanto è nocivo causa malattia e dolore. Scoprendo l’interesse per certi vegetali, egli coltiva delle piante come Valeriana, Camomilla, Achillea, papavero. La scoperta del fuoco permette la preparazione di decotti più concentrati in principi attivi. Cura le sue ferite con applicazioni di capsule surrenali ricche di adrenalina dagli effetti vasocostrittori. Effettua alcune operazioni chirurgiche: estrazioni di corpi estranei, trapanazioni, come l’attesta la paleontologia.


L’osservazione della natura fa nascere alla prima scienza, l’Astronomia. La terapeutica, da istintiva, diventa magica in relazione con i fenomeni naturali. Per spiegare l’origine delle epidemie, la guarigione, l’uomo ricorre alla credenza in forze sopranaturali astrologiche o divine.


L’istinto e la magia che caratterizzano questa terapeutica sono ancorate nel più profondo dell’anima umana, così tanto che il ragionamento non può estirparli.


Con l’invenzione della scrittura, verso il 4.200 a. C., la storia succede alla preistoria per i popoli che l’utilizzano e le conoscenze possono essere conservate e trasmesse. Ma i popoli non entrano contemporaneamente nella storia. È soltanto in luoghi privilegiati, lungo i grandi fiumi che assicurano una economia prospera, che si creano dei centri umani: L’Impero egiziano sul Nilo, le città-stato tra il Tigri e l’Eufrate, lungo l’Indo in India, più tardi in Cina nelle valli del fiume Giallo e del fiume Azzurro.

 


ANTICHITÀ E MAGIA

 

ASIA

 

La terapeutica è strettamente intrecciata alla magia, alla religione, alla filosofia, ad una certa concezione del mondo improntata dall’immobilismo e dalla meditazione.

 

INDIA

 

 

La Scienza della longevità, l’Ayurveda, è trasmessa dai trattati di medicina, Le Samhita, o Corpus di Bhela, Charaka e Suçruta. L’Ayurveda, dettato da Brahma nel 1.300 a. C., rivela i progressi della scienza indiana. Come in Cina sono anche qui note la circolazione del sangue, la trasmissione del paludismo attraverso le zanzare e quella della peste attraverso i ratti. Più tardi, durante il V secolo d.C., all’epoca di Sucruta, le conoscenze riguardanti il vaiolo, il diabete, la tubercolosi così come le norme igieniche e dietetiche si sviluppano.


Secondo il trattato di Sucruta: “Il medico, il paziente, il rimedio e l’infermiere sono i quattro pilastri della medicina su sui riposa la guarigione. Se tre di questi pilastri sono ciò che essi devino essere, con l’aiuto del primo, il medico, la guarigione sarà completa”.


La fitoterapia rappresenta un posto importante, con lo Zenzero, l’Aglio, il benzoino ottenuto per incisione del troco di Styrax tonkinensis, l’Aconito, il Pepe, la canapa, il Tamarindo (lassativo), il Ricino (purgativo e disinfettante cutaneo contro la lebbra). Nel Tshakara Samita attribuito a Tshakara (I e II secolo a.C.) figura il Rauwolfa serpentina. Questa radice è utilizzata a titolo preventivo e curativo contro le punture d’insetti, i morsi di serpente e serve anche a trovare la tranquillità. Un alcaloide isolato a partire da questa pianta, la reserpina sarà utilizzata nel XX secolo per la sua attività ipotensiva e come neurolettico.



Manoscritto medico sanscrito, Parigi, BNF


Tuttavia la magia rientra in larga parte. La malattia è ritenuta essere la ragione del peccato. Così gli dei sono invocati per diversi malattie. È il caso del Dio del fuoco per le affezioni febbrili, quello della tempesta per i dolori. Nel Atharvaveda, degli incantesimi sono indirizzati agli dei per guarire la febbre intermittente: “Oh, Takman, Dio del fuoco, sii compassionevole e risparmiaci. Rendo grazie a Takman, il freddo e all’altro, il caldo, l’infuocato che ci turba lo spirito. Lodo siano rese a Takman che ritorna l’indomani, poi due giorni di seguito e che si riproduce il terzo giorno”.


In seguito, la scienza indiana sarà adottata in Tibet, in Asia centrale, in Indonesia, in Indocina in alcune contrade del Giappone e della Cina. Avrà un’influenza comparabile a quella della scienza greca.

 

CINA

 

In Cina, per il leggendario sovrano, Fu Hsi (2852-273 a. C.), “All’origine del mondo, del ‘Grande Estremo’, specie di Caos, si staccarono due principi opposti: il Yang, principio maschile, caldo, attivo e lo Yin, principio femminile, freddo, debole. Dall’equilibrio di questi due principi deriva l’ordine universale del mondo. Dal loro antagonismo e dalle loro reazioni attraverso gli esseri e le cose derivano i movimenti, le generazioni”.


Quest’equilibrio tra questi due principi è materializzato dal disegno centrale della tavola “Fu Shi”. Ognuno dei due spazi, uno scuro, l’altro chiaro, contiene un piccolo cerchio chiaro o scuro a secondo del caso. Ciò ricorda che non c’è Yang senza Yin e viceversa.


Otto trigrammi circondano questo disegno centrale. Essi corrispondono alle otto basi della filosofia cinese, alle otto regole di diagnostica, agli otto fondamenti dell’agopuntura.


A partire dei due principi, si sviluppano cinque elementi: l’acqua, il fuoco, la terra. Il legno, il metallo. Questi elementi che servono alla costituzione degli esseri comportano la formazione del cielo (puro) e della terra (impura). Queste due forze riunite ne generano una terza, l’Uomo.


Ognuno dei cinque elementi ha sotto la propria dipendenza un punto d’orientamento, uno dei cinque pianeti, uno dei cinque pianeti, una delle cinque grandi visceri dipendenti  dal principio maschile, uno dei cinque organi retti dal principio femminile, uno dei cinque differenti polsi, uno dei cinque umori.


La tradizione attribuisce ad un altro sovrano leggendario, Shen Nung, che regnò nel 2700 a.C., il Grande Erbolario o Pents’ao in cui tratta della guarigione delle malattie attraverso i minerali, gli animali e soprattutto le piante.


Con l’imperatore Huang Ti, 2600 a.C., comincia la prima dinastia cinese, quella degli Xià. Secondo l tradizione, sotto il suo regno, sono scoperte la bussola, la ruota, l’uso del bronzo e la scrittura cinese. Redige il Noi-Kinh, trattato di base dell’agopuntura nel quale, diffidente nei confronti dei rimedi, egli scrive: “Il mio desiderio è che non si diano più rimedi velenosi e che non ci si serva più di antichi punteruoli di pietra. Desidero che si utilizzino soltanto i misteriosi aghi di metalli con i quali si dirige l’energia”.


Nel III secolo a.C., la dinastia dei Qin è fondata dall’imperatore Qin Shi Huang che unifica la Cina dal punto di vista politico, militare, sociale ed intellettuale. Fa edificare la Grande Muraglia. Per vincere l’opposizione degli intellettuali fa bruciare la maggior parte dei libri, ma protegge dalla distruzione i libri che trattano di medicina.


Nel corso della dinastia seguente, quella degli Han, l’agopuntura si sviluppa, è insegnata e sanzionata da esami. L’agopuntore può subire un controllo delle sue conoscenze. Se il malato non guarisce o decede, la famiglia può ricorrere al tribunale. Curare i malati comportando un certo rischio, l’abitudine è quella di curare le persone che godono di buona salute. Questo è possibile con la scoperta della pulsologia.


L’esame del polso, che riflette il flusso dell’elemento vitale formato di Yang e di Yin per mette di stabilire una diagnostica e dunque di prescrivere il trattamento. Il polso è preso in undici punti differenti e 200 specie di polsi sono inventariati.

In effetti, durante l’affezione di un organo, il polso è perturbato prima che la malattia si dichiari. I Cinesi prendono l’abitudine di recarsi regolarmente presso il medico che deve prevenire l’apparizione della malattia. Ciò ha come conseguenza il pagamento degli onorari da parte dei soggetti che godono di buona salute.


L’agopuntura interviene sui flussi di energia vitale che circola attraverso il corpo attraverso il sistema dei “canali principali e collaterali”. In certi punti lungo questi canali, si possono piazzare gli aghi da agopuntura oppure bruciare delle “moxas” (foglie di artemisia essiccate messe a bruciare su un determinato punto) per correggere gli squilibri del flusso di energia e concentrare i poteri di auto guarigione del corpo nei punti necessari.


Per codificare la medicina e la terapeutica, i medici cinesi si ispirano ai principi fondamentali della cosmologia cinese e dei cinque elementi che ne derivano. La materia che compone gli esseri viventi è di genere “yin” che traduce l’aspetto mutevole della natura. Le funzioni vitali degli esseri viventi sono rette dai cinque centri del corpo:

 

-“il cuore” o “spirito”, centro di comando in cui si manifestano coscienza e intelligenza,

-“i polmoni” o “il sistema respiratorio”

-“il fegato”, termine che include le membra ed il tronco, il meccanismo di reazione emotiva all’ambiente così come l’azione degli organi,

-“la milza” che equilibra la distribuzione degli alimenti nutritivi ed il loro metabolismo. Apporta forza e vigore.

-“i reni” sistema che regola l’immagazzinamento del nutrimento e l’utilizzazione dell’energia. La forza vitale dell’uomo dipende da questo sistema.


I cambiamenti di stagione e variazioni del tempo influiscono sul corpo umano. Quelli i cui effetti sono i più manifesti sono: il vento, il freddo, il calore, l’umidità, la siccità ed il calore interno.


I cambiamenti eccessivi o straordinari nel tempo (emozioni) nuocono al corpo e sono chiamati le sei cause esterne di malattie.

Se i cambiamenti di umore nell’uomo tra gioia, collera, preoccupazione, meditazione, malinconia, paura e sorpresa son troppo eccessivi, essi nuocono alla salute.


Le sei cause esterne di malattia, in interazione con le sette emozioni, costituiscono il fondamento teorico della patologia.

Questo fondamento teorico (6 cause, 7 emozioni) associato ai cinque centri del corpo (cuore, polmoni, fegato, milza, reni) sono impiegati per analizzare la costituzione del paziente e la sua malattia e per diagnosticare la causa esatta dello squilibrio fisico o psicologico e correggerlo.


L’oggetto della medicina cinese è la persona e non soltanto la malattia. La malattia non è che una manifestazione di uno squilibrio presso il malato. I medici cinesi hanno testato le piante per le loro proprietà: provocare il freddo, il calore, il tepore e la freschezza. Gli effetti curativi delle piante sono stati testati sulle diverse parti del corpo umano. I medicinali sono classificati in funzione delle simpatie o antipatie.


Ad esempio, la Menta è di natura fredda ed è impiegata per alleviare le malattie causate dai fattori di calore.

La farmacopea cinese è molto ricca. Nel Pen ts’ao completato nel XVI secolo della nostra era da Li Che-tchen, sono inventariate numerose sostanze vegetali: Zafferano, Fagioli, Datura, Rabarbaro, Segale cornuta, Zenzero, Pepe, Cannella, Melograno, Canfora, Ginseng.


Le ricette di longevità sono molto numerose. Il Panax-Ginseng che deve il suo nome alla forma delle sue radici che ricordano due gambe umane possiede delle qualità toniche. Il suo uso permette dunque la conservazione della salute.

 

Pent ts’ao p’in-hui ching yao, 1505

Biblioteca Nazionale Centrale Vitttorio Emanuele II, Roma.

 

Alcune di queste droghe presentano ai nostri giorni un interesse incontestabile: Rauwolfia, Efedra, Chaulmoogra…


La terapeutica empirica cinese fa egualmente appello a dei farmaci scelti in funzione della comparazione tra questi e l’organo da trattare. È la teoria dei segni o delle similitudini. Lo zafferano di colore giallo è utilizzato per le itterizie, il fagiolo che ha forma di rene è raccomandato per le malattie renali. Le piante che hanno dei fiori rossi sono spesso impiegate come emmenagoghi o come emostatici (fiori di Melograno o di Ibisco, Rosa Chinensis). I prodotti di origine animale o umana possono curare gli organi corrispondenti dei pazienti.


Le farmacie cinesi, più spesso, si presentano come un museo in miniatura di storia naturale con una moltitudine di vasi e di cassetti riservati a centinaia di prodotti animali, vegetali e minerali.

 


Officina tradizionale e occidentale

 

Ai nostri giorni, questa medicina tradizionale coesiste con una medicina di ispirazione occidentale che comporta tuttavia alcune varianti…

 

Consultazione a catena



 

Dentista in una strada di Pechino


 


 


Link al post originale:

HISTOIRE DE LA PHARMACIE ET DES MEDICAMENTS 

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25 novembre 2009 3 25 /11 /novembre /2009 07:00


Vaso per il contenimento della teriaca, fine XVIII secolo

 

La teriaca era considerata, sin dalla più remota antichità, il rimedio per eccellenza di tutti i mali, una panacea universale, il suo costo era elevatissimo e ciò faceva sì che fosse riservata soltanto ai ceti abbienti. Il suo nome deriva dal greco therion, termine con il quale erano indicati tutti gli animali velenosi.


Si trattava quindi di un polifarmaco che veniva somministrato sotto forma di elettuario, cioè di un preparato farmaceutico composto da una densa miscela di principi attivi, polveri, estratti vegetali il tutto amalgamati con dolcificanti soprattutto il miele allo scopo di coprirne il sapore che doveva essere molto sgradevole.


La tradizione vorrebbe che fosse stata ideata da Mitridate Eupatore, re del Ponto, che, ossessionato dall’idea di morire avvelenato, assumeva ogni giorno piccole dosi delle più diverse sostanze velenose allo scopo di immunizzarsi contro ognuna di esse.


La teriaca, passata a Roma attraverso Pompeo, vincitore di Mitridate, che sembra ne ritrovasse in una cassetta la formula di composizione, venne quindi ricreata e perfezionata da Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, con l’aggiunta di carne di vipera che avrebbe dovuto aumentarne a suo parere, le sue virtù come antidoto.


Dopo aver attraversato l’intera antichità ed il Medioevo, la teriaca mantenne come farmaco tutto il suo prestigio sino alla rivoluzione chimica del XVIII secolo che la discreditò anche se essa continuò ad essere prodotta in molte località sino agli inizi del XX secolo.

 

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