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25 gennaio 2014 6 25 /01 /gennaio /2014 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti

 appo i principali popoli del mondo

 

storia farmacia frontes

CAPO IV

 

PRIMI FARMACISTI IN FRANCIA - GIURAMENTO DE’ FARMACISTI - ORDINANZE REGALI

 

 

Dopo aver dato un rapido cenno sui farmacisti dei più celebrati tra gli antichi popoli, noi vogliamo di presente occuparci di tempi non guari così remoti, e verremo esponendo la storia di questa così importante branca della medicina appo le più civili nazioni del mondo.

 

La divisione della medicina e della chirurgia era cominciata nel corso del primo secolo dell’ èra cristiana sotto il regno dell’ imperatore Caligola e nel tempo in cui fioriva il gran Celso. Ma questa divisione non fu consacrata che oltre mille anni dopo, sotto i regni dei re di Francia Luigi VII e Filippo Augusto.

 

In quanto alla farmacia, non si potrebbe con aggiustatezza assegnare il tempo preciso in cui essa fu disgiunta dalla medicina e dalla chirurgia. Faremo di ricercare un po’ di luce in queste tenebre.

 

Vedemmo che fin dalla più lontana antichità la medicina, la chirurgia e la farmacia non formavano che un’arte sola; che, in appresso, il numero delle sostanze medicamentose si accrebbe con le cognizioni mediche.

 

La farmacia fu disgiunta dalla medicina e dalla chirurgia per formare una branca distinta dell’arte salutare.

 

Questa separazione, effettuata secondo Celso circa 330 anni prima dell’ èra volgare, nel tempo di Erofilo e di Erasistrato, vale a dire nel tempo in cui fioriva la Scuola di Alessandria siccome vedemmo nel II Capo di questa opera, si mantenne per alquanti secoli, in sin tanto che le scienze si perdettero nello stato di barbarie che caratterizza l’ultimo periodo dell’ impero romano e il medio evo.

 

Questa si fu la prima separazione della farmacia.

 

La seconda ebbe luogo nel tempo in cui gli studi medici rifiorirono per effetto dello impulso che l’araba civiltà dette alle scienze in Europa.

 

Ma con maggiori elementi di sicurezza si può asseverare che il tempo in cui la farmacia cominciò a diventare una scienza tutta propria e disgiunta dalle altre affini è l’epoca della istituzione delle Università in Europa, vale a dire che dobbiamo riconoscere nella infanzia del XIII secolo il tempo in cui i farmacisti formarono un ceto distinto e civile.

 

Già da lungo tempo i medici avevano rinunziato alle preparazioni de’ medicamenti, e ne avevano affidato la cura agli allievi che studiavano sotto la loro direzione. Un tal motivo spiega quella specie di patronato che essi esercitarono su i farmacisti, i quali dovevano prestare un curioso giuramento, che ci piace di qui riportare:


“Io giuro e prometto innanzi a Dio, autore e creatore di tutte le cose, unico in essenza e distinto in tre persone eternamente beate, che manterrò punto per punto tutti gli articoli seguenti:
E primamente giuro e prometto di vivere e morire nella fede cristiana.

Item
. D’amare ed onorare i miei genitori il più che mi sarà possibile.
Item
. D’onorare, rispettare e far servire, per quanto le mie facoltà consentiranno, non solamente i dottori medici che m’avranno istruito nella conoscenza dei precetti della farmacia, ma anche i miei precettori e maestri sotto i quali avrò imparato il mestiere.

Item. Di non isparlare di nessuno de’ miei antichi maestri, dottori farmacisti od altro o di chicchessia.

Item. Di riferire tutto ciò che mi sarà possibile per l’onore, per la gloria, per l’ornamento e per la maestà della medicina.

Item. Di non insegnare agl’idioti ed agl’ingrati i segreti e le rarità della detta scienza.

Item. Di non fare niente temerariamente senza l’avviso dei medici e con la speranza del lucro.

Item. Di non dare alcun medicamento o purgante agli ammalati affetti da qualche malattia senza prima chiederne consiglio a qualche dotto medico.

Item. Di non toccare in verun modo le parti vergognose ed occulte delle donne, tranne che non sia per grande necessità, cioè a dire allorché sarà necessario di applicarvi qualche rimedio.

Item. Di non isvelare a nessuno il segreto che mi sarà stato affidato.

Item. Di non dare giammai a bere alcuna qualità di veleno, né consigliare ad alcuno di darne nemmeno ai più grandi nemici.

Item. Di non dar giammai a bere pozioni abortive.

Item. Di non tentare giammai di fare uscire dal ventre della madre il frutto, in qualunque siasi il modo, senza prima chiederne consiglio a qualche medico.

Item. D’eseguire punto per punto le prescrizioni dei medici senza aggiungere o togliere niente in quanto che saran fatte secondo l’arte.

Item. Di non servirmi mai di qualche succedaneo sostituto senza il consiglio di qualcuno di me più saggio.

Item. Di disapprovare e fuggire come la peste le pratiche scandalose e perniciose di cui si servono oggi i ciarlatani empirici suggeritori di alchimia, a grande vergogna dei magistrati che li tollerano.

Item. Di prestare aiuto e soccorso indifferente mente a tutti quelli che chiedono l’opera mia, e finalmente di non tenere alcuna cattiva o vecchia droga nella mia bottega.

 Il Signore mi benedica sempre fintantoché adempirò a tutte queste cose.

 

 

I farmacisti di quel tempo erano annoverati nella classe degli speziali, de’ droghieri e degli erbolai.

 

È noto che la parola speziale derivò da species ovvero aromi ed altre cose forti. Prima della scoverta delle Indie occidentali ed orientali, perciocché lo zucchero era caro e rarissimo, si faceva uso semplicemente di spezie od aromi; il che diede agli speziali una certa importanza; ed a Londra questo uso era tenuto in tanta considerazione che Guglielmo III volle formar parte del ceto degli speziali. Qualche tempo di poi, la corporazione degli speziali-farmacisti pervenne ad occupare un posto secondario tra le classi sociali; vivea sotto la disciplina di sei maestri o custodi, i quali, al pari de’ giudici e de’ consoli delle città, municipali, portavano la veste di panno nero orlata di velluto dello stesso colore, col collare e le maniche, pendenti.

 

In virtù di un titolo accordato nel 1312 da Filippo il Bello e confermato nel 1321 da Carlo IV, furono chiamati il comune degli uffiziali mercanti incaricati dei pesi dacché avevano in deposito il campione de’ pesi e delle misure di Parigi. Avevano il diritto di visitare i pesi di tutti gli altri mercadanti, ma eglino stessi erano tenuti di far verificare i loro in ogni sessennio sulle matrici originali.

 

Perlocché, la prima ordinanza emanata per la corporazione degli speziali e de’farmacisti risguarda precipuamente i pesi e le stadere. Questi primi regolamenti non si applicano che alla parte esterna del mestiere, cioè i pesi , il modo di comprare , di vendere e di stabilire la senseria; bensì non parlano di repressione che pel solo furto delle merci.

 

Ma ben presto si sentì il bisogno di esercitare su i farmacisti una sorveglianza più attiva di quella che non si applicava che ai pesi. Non solamente i custodi della corporazione, ma eziandio i medici furono incaricati di vegliare sulla vendita delle droghe.

 

Questi furono i princìpii della legislazione farmaceutica.

 

Questa corporazione mista portava ancora il nome di corpo di mercanti in grosso, speziali e farmacisti; e a somiglianza de’ pannaiuoli, avea per protettore S. Nicola.

 

Le riunioni di questa strana confraternita si tennero primamente nella chiesa dell’ospedale di S. Caterina; poscia, nel 1546, nella cappella di Nostra Donna (Nôtre-Dame), di poi a Sainte-Magloire: nel 1572, nel coro della chiesa di Santa Opportuna, e finalmente, nel 1589, appo l’altare maggiore de’ Grandi Agostiniani.

 

Bisognava fare un capolavoro prima di entrare in questo collegio; e i farmacisti erano più che altri rigorosamente astretti a questa formola.

 

Siffatte ordinanze e regolamenti non ebbero dapprima applicazione che nella sola città di Parigi, e non si estesero in tutta la Francia che poco appresso. Esse abbracciano complessivamente le due classi di speziali e di farmacisti.

 

Ma una certa rivalità non tardò a manifestarsi tra questi due ceti, rivalità che nacque in sulle prime per pretensioni di priorità, e si accrebbe in seguito fino a durare per secoli; ed oggi non è cessata del tutto.

 

Dodici anni prima della memorabile battaglia dei Greci, vale a dire nel 1336, Filippo di Valois stabilì la superiorità de’ medici su i farmacisti, per mezzo di un mandamento al prevosto di Parigi per costringere i farmacisti, i loro commessi e gli erbolai a custodire le ordinanze risguardanti l’esercizio dell’arte farmaceutica e le spezierie.

 

A seconda che si moltiplicavano i regolamenti, i farmacisti cercavano di concentrare nelle oro mani il monopolio della composizione e della vendita di rimedii: ottennero che fosse espressamente vietato a quelli che non erano della loro corporazione lo spacciare alcuna droga. Era questo un savio provvedimento di legittima precauzione, il quale non si potrebbe abbastanza raccomandare anche ai dì nostri, sendo di somma importanza che uomini non competenti e non facoltati non pongano a gravi pericoli la pubblica salute.

 

A tal uopo, venne emanata da Giovanni il buono una ordinanza nel 1352 secondo la quale, il capo della corporazione de’ farmacisti, assistito da due maestri in medicina nominati dal decano della Facoltà di medicina, e da due farmacisti eletti dal prevosto di Parigi o dal suo luogotenente, dovea fare due visite all’anno, circa la festa di Pasqua e quella di Ognissanti, a tutti i farmacisti di Parigi e sobborghi. E questa visita era di tale importanza che i visitatori doveano giurare, alla presenza del prevosto o del suo luogotenente, che secondo la loro scienza e coscienza, senza odio né favore per nessuno, si confermerebbero allo spirito della ordinanza, e che la loro visita non avrebbe altro scopo che quello della pubblica utilità e del bene de’ corpi umani; giuramento che precedentemente dovea esser fatto eziandio dal capo della corporazione.

 

I farmacisti della città e dei sobborghi giuravano dal canto loro, al cospetto del capo della corporazione e di quattro assistenti, che essi direbbero la verità tanto sulle medicine quanto su ogni altra cosa pertinente al loro mestiere; che dichiarerebbero pure quali fossero le loro medicine antiche e quali le novelle; che terrebbero il loro libro, cioè l’Antidotario Nicola corretto da’ maestri del mestiere ; che non porrebbero in vendita nessuna medicina corrotta e non sostituirebbero alle fresche le antiche; che non farebbero uso che di pesi riconosciuti buoni da’ visitatori; che quando volessero preparare una medicina lassativa ovvero un oppiato, ciò non farebbero senza il consiglio di un maestro del mestiere, e che, dopo aver composto una medicina, scriverebbero sul vaso da contenerla il mese in cui fu fatta, e che la gitterebbero via se cominciasse a corrompersi; che non venderebbero né darebbero alcuna medicina che potesse cagionare danni o aborti, tranne che non avessero la certezza che la dimanda fosse fatta per espressa ordinanza del medico; che non tollererebbero la frode, se qualche medico volesse far loro vendere le medicine ad un prezzo più alto del giusto ad oggetto di partecipare al lucro; insomma che nulla farebbero di contrario alla equità, alla moralità, del mestiere, per cupidigia di lucro, per particolari rancori o per altra causa qualsivoglia.

 

La stessa ordinanza disponeva che nessuno poteva far parte della corporazione se non sapesse leggere le ricette, preparare e comporre le medicine; e che, attesoché i garzoni de’ farmacisti facevano spesso delle medicine di nascosto, dovessero prestare lo stesso giuramento de’ loro padroni; che, se i maestri trovassero cattive composizioni, dovessero torle vie.

 

Presso a poco lo stesso giuramento era prestato dagli erbolai. Se queste ordinanze risguardavano il leale e legittimo esercizio dell’ arte farmaceutica, questa pertanto non era ancora uscita dalla infanzia.

 

Più di un secolo scorse senza notabili mutamenti nella legislazione farmaceutica. Certo è pertanto che la professione di farmacista era già sottoposta, fin dal secolo decimo quarto, ad una severa disciplina. Fino al termine del secolo appresso, le ordinanze disciplinari non mutarono gran fatto. Intese primamente a tutelare gl’interessi del pubblico in quanto alla giustezza de’ pesi, affinché il compratore non venisse frodato sulla quantità, ebbero poscia in mira di accertare la buona qualità, delle droghe.

 

Prima di chiudere questo capitolo, per tener dietro ad in certo ordine cronologico, diremo che le prime tracce di una corporazione farmaceutica in Bruges si ritrovano nell’anno 1297. Questa corporazione possedeva, al cominciar del IV secolo, una spaziosa sala per trattarvi i suoi affari, un suggello, statuti ed una cappella. Essa aveva il privilegio esclusivo della vendita delle medicine. Membri di distinte famiglie appartenevano a questa corporazione e vi tenevano uffizi di magistratura. Essendo provvista di ricchezze e di privilegi , essa offerì alla città, in tempi diversi, grosse somme per patriotiche cause.

 

La prima bottega conosciuta di farmacia in Londra fu nel 1345, la prima in Norimberga nel 1404, e la prima in Francia nel 1336. Bruges aveva invece le sue farmacie fin dal principio del secolo decimo quarto. La prima legge che risguarda la loro ispezione porta la data del 1497. Nello intento di limitare il numero delle farmacie, un’ordinanza fu emanata nel 1582, la quale prescriveva che nessuno potesse aprir farmacia, se pria non avesse studiato le scienze relative pel corso di tre anni e dato saggio delle sue cognizioni e della sua capacità; dovesse in pari tempo prestare il giuramento della corporazione.

 

Nel 1585, un’altra ordinanza ebbe per oggetto la vendita dell’ arsenico. Nel 1683, dietro reclami dei farmacisti, fu proibito ai medici, sotto gravi multe, il dispensare da sé stessi i medicamenti. Soltanto nei primi tre giorni della fiera annuale erano tollerati nella città i cerretani e i cavadenti.

 

Nel 1697, per porre un freno ai prezzi arbitrarii delle medicine, fu ordinata una tariffa.

 

Nel 1760, Maria Teresa decretò la nomina di una Commissione medica, composta di due medici, di due chirurgi e di due farmacisti , la quale dovea sindacare le operazioni de’ medici. Questa Commissione fu annullata in sullo scorcio del secolo decimo ottavo , e fu surrogata da un giurì medico.

 

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Published by Massimo - in Farmacologia
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19 novembre 2013 2 19 /11 /novembre /2013 15:00

Storia generale delle droghe - Volume II

 

 

 

 

Il secondo volume dell'opera di Pomet si apre con il Libro I dedicato alle Gomme. Si distinguono, egli sostiene, due specie di Gomme: le Gomme acquose e le Gomme resinose. Vi sono alcuni che ne aggiungono una terza e che essi chiamano irregolari che presentano delle difficoltà a dissolversi nell'acqua e nell'olio, come la Mirra o il 

 

 

 


 

 

Le deuxième tome de l'oeuvre de Pomet s'ouvre sur le Livre I consacré aux Gommes On distingue, dit-il, deux sortes de Gommes : les gommes aqueuses et les Gommes résineuses. Il y en a qui y ajoutent une troisième, qu'ils nomment irrégulières qui ont de la peine à se dissoudre dans l'eau et dans l'huile, comme la Myrrhe ou le Benjoin. Le premier chapitre s'ouvre sur la Manne, dont Dieu nourrit les Israélites dans le désert, et se poursuit avec la Gomme-Gutte, puis la Gomme Arabique. "La Gomme Arabique, Thebaïque, Sarracene, de Babylone ou Achantine, ou d'Acacia d'Egypte, qui est le nom des arbres qui la portent, est une Gomme blanchâtre en petites larmes, qui découle de plusieurs petits arbres fort épineux, dont les feuilles sont si petites, qu'à peine les pourroit-on compter, qui se trouvent en quantité dans l'Arabie Heureuse, d'où elle a tiré son nom. cette Gomme nous est apportée en France par la voye de Marseille".


Pomet rapporte les propos de Sieur le Maître de janvier 1694 : "C'est des Maures que nous avons la gomme Arabique ; ils la ceuillent dans les Deserts de la Lybie intérieure. Elle croît aux arbres qui la portent, comme celle qui vient aux Cerisiers & aux Pruniers en France. ils la viennent vendre un mois ou six semaines avant l'inondation du Niger".

 

 

Parmi les nombreuses Gommes décrites par Pomet, ce dernier évoque le Camphre, résine fort combustible, dit-il, venant darbres qui croissent en quantité dans l'Isle de Bornéo, & autres endroits de l'Asie, & même dans la Chine. Les habitans des lieux où croissent ces arbres, incisent les troncs, d'où il en sort une gomme blanche, qui se trouve au pied de l'arbre en petits pains, & qui est envoyée en Hollande pour y être rafinée. Pomet indique également que le Camphre guérit les inflammations des yeux, appaise la douleur de la brûlure avec de l'eau de Rose, de l'eau de Plantin ou de Morelle, il appaise la douleur de tête ; il est chaud naturellement et froid par accident comme le vinaigre... L'on tire du Camphre par le moyen de l'esprit de Nitre, une huile de couleur d'ambre, qui sert pour la carie des os. 

 

 

 

 

Poursuivant ce très long chapitre sur les Gommes, Pomet en vient à décrire le Baume de Judée, que nous appellons ordinairement Opobalsamum, ou Baume d'Egypte, ou du Grand Caire. Jerico étoit autrefois le seul endroit du monde où croissoit le vrai Baume ; mais depuis que le Turc s'est rendu Maître de la terre-Sainte, il en a fait transpnater les arbrisseaux dans son Jardin de la Matarée au grand Caire, où ils sont gardez par plusieurs Janissaires, pendant que le Baume en coule.

Un de mes amis,
 précise Pomet, qui a été au Caire, m'a assuré que l'on ne pouvoit voir ces arbrisseaux, que par dessus les murs d'un Clos où ils sont, & dont l'entrée est défenduë aux Chrétiens. A propos du baume, il est presque impossible d'en pouvoir avoir sur les lieux, si ce n'est par le moyen des Ambassadeurs à la Porte, à qui le Grand seigneur en fait present, ou par le moyen des janissaires qui gardent ce précieux Baume.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pomet poursuit ce Livre I avec un long passage sur le fameux Baume de M. le Commandeur de Perne et ses propriétés nombreuses : Il n'y a point de coup de fer ou de feu, pourvu que la playe ne soit pas mortelle, qu'on ne guerisse dans huit jours, en y mettant du baume...Pour la colique, ce Baume est admirable...Pour la Goutte, il est souverain... Pour le mal des Dents, il est merveilleux,etc.... Toujours dans le chapitre des Gommes, Pomet donne une longue description de la Therebentine, une liqueur visqueuse, gluante, résineuses, huileuse, claire & transparenteNous vendons, dit-il, trois sortes de Therebentines : la Therebentine de Chio, la Therebentine du bois de Pilatre, & la Therebentine de Bourdeaux.

 

 

Pomet explique longuement les propriétés de ces Thérébenthines et indique que la seconde, la Thérébenthine de bois de Pilatre en Forêt (vendu faussement sous le nom de Thérébenthine de Venise) est la plus utilisée en raison de ses multiples propriétés. elle est en effet, selon Pomet, apéritive, vulnéraire, diurétique, nephretique, & employée pour la guérison des ulcères des Rheins & les gonnorhées, prise en bol depuis demie jusqu'à une dragme, & en lavement depuis demie jusqu'à une once. il faut la dissoudre avec quelques jaunes d'oeufs. Elle entre dans les baumes, onguents, emplâtres, & autres compositions galéniques.

 

 

 

 

 


Le Livre II de Pomet, après le chapitre des Gommes, traite le Suc."Le mot de Suc, signifie une substance liquide, qui fait partie de la composition des Plantes, & qui se communique à toutes les autres parties, pour servir à leur nourriture & à leurs accroissements ; le Suc est aux Plantes ce que le Sang est aux Animaux".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pomet commence ce chapitre avec la Scamonnée, la Scammonée de Smyrne, puis poursuit avec  l'Opium "que les Turcs appellent Amphiam". C'est une liqueur blanche comme du lait, qui découle de la tête des Pavotsblancs par le moyen des incisions qu'on leur fait. Cette liqueur étant écoulée, elle s'épaissit, & change sa couleur en brune : voilà ce que c'est que le véritable Opium, dont les Turcs font un si grand usage, & dont ils se peuvent nourrir pendant un jour ou deux , sans prendre aucune autre nourriture, ce qui leur est d'un grand secours ; & lorsqu'ils veulent se battre, ils en prennent par excès, ce qui les met hors du bon sens, & ensuite vont au combat tête baissée, sans se soucier du danger.
 

 

Pomet précise par ailleurs qu'il y a une autre forme d'Opium, qui découle des Pavots noirs (représentés à gauche) et que le mot opium vient du Grec Opon, ou Opion, qui signifie Suc. Il indique enfin que les Urcs tirent aussi le suc d'une autre plante que l'on appelle Glaucium et que l'on voit à gauche de l'image. Cette Plante est semblable au Pavot cornu, qu'ils mêlent avec le suc des Pavots, & du tout ensemble font une masse
 

 

La dernière plante décrite par Pomet est le Roucou, que les Indiens appellent Achiotl, ou Vrucu, & les Hollandais Orleane, & nous Roucou. Pomet précise que c'st une fécule que les habitants des Isles du levant & de Saint Domingue tirent d'une petite graine rouge qui se trouve dans une gousse. il décrit la fabrication du Roucou (dessin ci-dessous).

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 


   
 

 


 

Le fruit est une graine rouge, qui se trouve en grande quantité dans de grosses gousses rondes. Quand on a tiré cette graine de ses  gousses, on la pile, & on l'exprime à la presse pour en tirer le suc, que l'on expose ensuite dans un lieu chaud, pour en faire évaporer l'humidité, & quand est epaissi à peu près comme la pâte, on en fait des masses de différentes formes, qui étant entièrement desséchées, sont proprement ce qu'on appelle Achiols. Le Roucou est astringeant, convient dans les hemorragies, crachemens & pertes de sang, & autres maladies de pareille nature. il est fort en usage par les Teinturiers. on s'en sert aussi pour donner une couleur jaune à la Cire, après l'avoir délayé avec tant soit peu d'huile de Noix, & jetté dans la Cire fondue...
 

 
 

Pomet passe ensuite aux domaine des Animaux qui est le titre du Livre Troisième de ce Tome II. Curieusement, il commence ce chapitre par les Momies (Des Mumies) "qui contient en soi toutes les parties du corps humain. C'est le dessin que l'on voit ci-dessous. Pomet donne une longue description de ce que sont les "Mumies" et précise que ces dernières sont employées en Médecine pour le sang caillé ; elle convient dans les affections froides de la tête, à l'épilepsie, aux vertiges, à la paralysie, prise au poids de deux dragmes en poudre dans quelques opiattes convenables, ou en bol avec quelques sirops. elle resiste à la gangrène, consolide les playes,  & est encore employée pour quelques compositions galéniques. 




Après avoir passé en revue l'Axonge (ou graisse humaine), l'Usnée humaine (mousse verdâtre provenant des têtes de morts), Pomet consacre une page à la Licorne que la Naturalistes nous dépeignent sous la figure d'un cheval, ayant au milieu du front une corne en spirale, de deux à trois pieds de long, nous dit-il. Mais Pomet précise : Comme l'on n'a pu, jusques aujourd'hui, sçavoir la vérité de la chose, je dirai que celle que nous vendons sous le nom de Corne de Licorne, est la Corne d'un Poisson que les Islandais appellent Narwal.   




Cette licorne, dit Pomet, était autrefois beaucoup en usage, à cause des grandes propriétés que les anciens lui attribuaient, principalement contre les poisons. Ambroise Paré, dans un petit Traité qu'il a composé de la licorne, dit que dans l'Arabie déserte, il s'u trouve des Anes sauvages, qu'ils appellent Camphurs, portant une corne au front, avec laquelle ils combattent contre les Taureaux, & dont les Indiens se servent pour se garantir de plusieurs maladies, particulièrement les veneneuses, & qu'en Arabie, près de la Mer rouge, il se trouve un autre animal que ces peuples appellent Pirassoupi, qui a deux cornes longues, droites et en spirale, dont les Arabes se servent lorsqu'ils sont blessez ou mordus par quelques bêtes venimeuses, la mettant tremper pendant six ou sept heures dans de l'eau qu'ils boivent pour se garentir

 

 
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Parmi les autres animaux décrits par Pomet, il y a bien sûr le Bezoar, le Musc, la Civette, le Rat musquez, le castor, l'éléphant, le Rhinocéros, etc. Une page d'llustration (ci-dessus) est consacré aux oiseaux comme l'Autruche, avec ses plumes "qui servent d'ornement aux Capeaux, aux lits, & aux Dais". Mais Pomet précise que sa graisse est émolliente, résolutive & nervale. il parle aussi de l'Aigle. De tout cet oiseau, dit-il, nous ne vendons qu'une espèce de pierre qui se trouve à l'intérieur des trous où les Aigles font leurs nids... Cette pierre nous est apportée par les Pellerins de Saint Jacques en Galice. On attribue de grandes propriétez à cette pierre , sçavoir de faire accoucher les femmes heureusement & d'empêcher qu'elles tombent lorsqu'elles sont grosses. Pomet évoque également le Vautour, l'Hirondelle et la Frégate, un oiseau que les Indiens appellent ainsi à cause de la vitesse de son vol. "L'huile ou la graisse de ces animaux est un souverain remède pour la goute sciatique, & pour toutes les autres provenantes de cause froide. on en fait un grand cas dans toutes les Indes comme un médicament précieux".



Pomet parle également des Cantharides qui sont des mouches que les paysans des environs de Paris
nous apportent, dit Pomet, qui se trouvent en quantité sur les Frênes, sur les Rosiers, & sur les bleds. L'usage des Cantharides est pour l'extérieur, étant un fort grand vessicatoire ; c'est le sujet pour lequel les Apoticaires en font la base de l'emplâtre, surnommé vessicatoire. Elles sont cahudes, dessicatives, résolutives, etc... Le dessin ci-dessus évoque les Abeilles, ou mouches à miel. Quelques Naturalistes veulent que l'origine des Abeilles viennent du Lion & du Boeuf morts, & qu'au lieu de vers qui sortent ordinairement du corps des autres animaux, il sort du corps du Lion & du Boeuf, des Abeilles ou des Mouches à miel. Pomet décrit longuement le travail des abeilles, de la manière de receuillir le miel, le miel lui-même, ainsi que la Cire jaune et de la Cire blanche. Nous tirons du miel, dit Pomet, par le moyen de la distillation, une eau, un esprit et une huile qui sont estimez propres pour faire croître les cheveux, & pour effacer les taches du visage. On attribue à l'esprit du miel, bien rectifié, la faculté de dissoudre l'or et le plomb. On peut aussi tirer du miel qui a fermenté un vinaigre... On en tire encore un sel fixe qui est apéritif, propre pour fondre & attenuer les humeurs visqueuses.




Toujours dans le Livre III, Pomet consacre un passage à la Vipère, mais surtout à tous les médicaments composés qui lui étaient associées : Thériaque, Orviétan, Mitridat, Trochisques... Pomet indique que la Vipère est une espèce de Serpent qui se trouve en abondance en plusieurs endroits de la France, mais principalement dans le Poitou, d'où nous faisons venir presque toutes les Vipères que nous vendons à Paris.

Après un très long Livre III, le Livre suivant (Livre IV) du Tome II de Pomet porte sur "Les Fossiles": "J'entends par le mot de Fossille, généralement tout ce qui se rencontre dans les entrailles de la terre, comme sont les Métaux, les demi-Métaux, les Minéraux, les Bitumes, les Pierres & les Terres.Il fait une longue préface sur la définition de ces différents termes, en commençant par le mot Métal "un corps dur & d'une substance égale en toutes les parties, qui se fond au feu, qui est ductille, et qui s'étend sous le Marteau, & qui est différent des Mineraux, Bitumes, Pierres & Terres... Il y a bien de la constestation touchant le nombre des Métaux, les uns veulent qu'il y en ait neuf, les autres sept, & les autres six, en ce qu'il veulent que le vif-argent, l'étain de galce & la fonte passent pour Métaux, mais comme cette opinion n'est pas bien fondée, en ce que l'Etain de Glace & la Fonte sont des choses composées, je maintiendrai à ceux qui ont conclu qu'il n'y en avoit que sept qui répondent aux sept Planettes, & aux sept jours de la Semaine...


Dans ce long chapitre des "Fossiles" décrits par Pomet (l'Or, l'Argent, le Cinabre, de l'Etain, etc.), il y a une seule page d'illustration (extrait ci-dessus) qui illustre un passage consacré aux Mines du Frioul, mines de mercure situées à une journée & demie ou environ de Corentia, en tirant vers le Nord. Pomet donne des précisons sur l'obtention du mercure et les conditions de travail : "Les Machines dont on se sert dans ces Mines sont admirables. les roues sont les plus grandes que j'aye vûes de ma vie, & sont toutes mûës par la force de l'eau que l'on fait venir à peu de frais, d'une montagne qui est à trois mille de là. L'eau que l'on tire de la Mine par le moyen de 52 pompes, 26 de chaque côté, est employée à faire mouvoir d'autres roues, qui servent à differens usages. Les Ouvriers ne sont payez qu'à raison d'un Jule par jour, & ne durent pas long-tems à ce travail. Car encore qu'il n'y en ait point qui soient plus de six heures sous terre, ils deviennent tous paralytiques, & meurent hétiques, les uns plutôt, les autres plus tard". 

Les derniers Livres du Tome II de Pomet sont consacrés respectivement aux Minéraux (Livre V), aux Bitumes (Livre VI), aux Pierres (Livre VII) et aux Terres (Livre VIII). Pour le Livre V, le Minéral est définit comme étant "tout ce qui tient quelque chose des mines, qui croît dans le mines, ou qui a passé par les mines" : Antimoine, Aimant, CalamineArsenic, Sel Gemme et Sel marinSalpêtre, Alun, etc. Le Livre VI concerne le Bitume, "matière inflammable, grasse, & onctueuse" : Ambre jaune, Bitume de Judée, Pis-Asphaltum, Charbon de terre, Fleur de soufre, Naptha d'Italie, Petroleum, etc. Le Livre VII concerne la Pierre, "corps solide & dur, qui ne se peut fondre au feu ni s'étendre sous le Marteau, & qui s'est formé dans la terre par succession de tems, & qui est une espèce de minéral" : Hyacinthe, Diamant, Pierres de Serpent, Licorne Minérale, Jade, Craye de Briançon, font partie de cette catégorie. Le Livre VIII, enfin, inclut les Terres qui sont utilisées en Médecine mais aussi celles dont les Peintres se servent, en un mot "tout ce qui est tendre et fiable, & qui pour ce sujet n'a pu être mis au rang des Pierres" : Cachou, terre sigelée (sic), Bol, terre de Cologne, Rouge d'Inde, etc.

Ce dernier chapitre conclut l'ouvrage de Pomet qui est instructif à plus d'un titre : il montre une classification les matières premières,avec de multiples explications; il montre aussi l'usage de ces produits en Médecine et en Pharmacie au XVIIe et XVIIIe siècles ; il donne enfin à cette occasion de nombreuses informations sur le mode de recueil, de traitement de ces produits, les conditions de travail, les outils utilisés et l'aspect économique du médicament.    

 
     

LINK:
http://www.shp-asso.org/index.php?PAGE=expositionpomet3

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12 settembre 2013 4 12 /09 /settembre /2013 07:00

Il Cristo Apotecariocristo_apotecario1.jpg

Il Cristo farmacista, pittura a olio di Apelli, datata al 1731

 

 

Un dibattito intorno al Cristo apotecario. J. P. Sergent evoca questo soggetto nella Revue d'histoire de la Pharmacie [Rivista di storia della farmacia], nel 1966, con il titolo Le thème du Christ apothicaire [Il tema del Cristo apotecario].

 

"Intorno a numerosi lavori sul tema del Cristo apotecario, Fritz Ferchl fu in qualche modo il decifratore di questo soggetto e tentò di classificarne le molteplici rappresentazioni dipinte tra il 1600 e la seconda metà del XIX secolo. Gli apparivano limitate ad un'area geografica determinata, i paesi germanofoni, e vi vedeva l'opera della corporazione degli scultori di crocifissi  di santi, dei pittori di ex voto e di altri quadri di pietà- tesi che fu ripresa dagli storici dell'arte come W. J. Müller, per cui "questi quadri sono esclusivamente delle opere d'arte popolari anonime e non potrebbero essere attribuite alla personalità di un artista determinato".

 

Alla luce delle scoperte degli ultimi dieci anni*, queste teorie richiedono rettificazioni e sfumature. Così la miniatura firmata W. B. (Wilhelm Baur, pittore di Strasburgo, 1600-1640), la pittura su vetro con il monogramma ISP (Jérôme Spengler, di Costanza, 1589-1635), descritta da Frantz Fäh infirmano le asserzioni di Ferchl e di Müller. Di recente, il profesore Dann segnalava una pittura ad olio riprodotta un tempo da H. Peters che poteva essere attribuita alla bottega di Grégoire II Lederwasch (1679-1745). Allo stesso modo, la celeberrima miniatura della raccolta di Chants royaux [Canti reali] coronati al "Puy de la Conception de Rouen" (Paris, Bibl. Nat. entre 1519 et 1528, vedere fig. 2) non è certamente l'opera di un semplice artista popolare, ma di un eccellente miniaturista, di un maestro la cui arte reca ancora il segno della tradizione del libro d'arte francese. Questa pittura, in cui il Cristo, in presenza di Adamo e Eva, appariva chiaramente come "coelestis medicus", ma in un'officina, si distingue datutte le altre rappresentazioni del tema. Precedendo di 100 anni la prima altra opera più antica nota- una miniatura di Norimberga- essa conduce a riportare al primo quarto del XVI secolo il terminus a quo di Ferchl e a sfumare la tesi della limitazione geografica del tema ai territori germanofoni. Questa conclusione fa eco, a vent'anno di distanza, alle affermazioni effettuate, durante una comunicazione alla SHP nel 1947, da louis Sergent a proposito di questa stessa miniatura: " Si può dunque sostenere che, fin quando un altro pezzo venga a dimostrare il contrario, la rappresentazione del Cristo apotecario è di origine francese".

 

Il tentativo di classificazione tentato da Ferchl nel 1936 comportava i tre seguenti tipi: 1) il Salvatore, solo, dietro il bancone, senza sfondo; 2) scena divisa in tre piani, il piano mediano occupato dal Cristo al bancone e lo sfondo da ripiani di farmacia; 3) il tema assume un aspetto anedottico con, oltre a Cristo, altri personaggi, altre scene. Müller, in quanto a lui, distingue essenzialmente due tipi: i pezzi più antichi (XVII secolo) mostrano il Cristo in busto di fronte a uno sfondo neutro, mentre verso la fine del XVII secolo, sfondo e officina sono dipinti con una precisione crescente, annunciante il tipo realista che dominerà nel XVIII secolo.

 

Le miniature di Baur, dei Chants royaux [Canti reali] e del Museo nazionale germanico di Norimberga, in cui l'officina è accuratamente rappresentata, contraddicono questi principi di classificazione, così come una pittura ad olio di Eichstätt datante alla prima metà del XVII secolo. Aspettando nuove scoperte, un'altra classificazione sembrerebbe più degna di giudizio. Un primo gruppo include l'officina nella composizione. Parallelamente, un altro mostra il Cristo in busto dietro il bancone. Verso il 1700, altre compaiono altre opere che comprendono dei personaggi secondari - come dei peccatori pentiti o un angelo al mortaio - o che collocano il Cristo in un'officina più riccamente decorata. Infine, le ulteriori rappresentazioni, durante il XIX secolo, si concentrano sul Cristo di fronte ad uno sfondo neutro.

 

Un'analisi iconografica molto serrata permette di constatare

 

 

 


 

 

 


Une analyse iconographique très serrée permet de constater que le petit tableau du musée de Stockholm, soigneusement décrit par Müller en 1955, que l'on présume dater de 1740-1780, n'est qu'une variante suédoise de la série protestante  et germanique des représentations du "Christ apothicaire avec le pécheur repentant et l'agneau divin" publiée par Ferchl en 1935. Un Christ apothicaire du XIXe siècle décrit par Hanslick en 1955 s'insère nettement dans une lignée catholique dont il est un des plus tardifs exemples. Ce groupe se distingue par la main levée du divin médecin en un geste oratoire, par une disposition identique des récipients, calice au milieu, par un livret de remèdes évangéliques et par un rameau fleuri de "Tag und Nacht".


Entre les différents groupes se sont établies des relations que l'examen minutieux de divers détails permet de préciser : disposition des versets  bibliques et des récipients, arrangement des poids, gestes des mains (tenue de la balance, prélèvement de "Kreuzwurtz" dans un sac), plis de la robe du Christ, visage et coiffure, etc. Au terme de cette analyse minutieuse un début de schéma historique peut être dressé, au moins pour les œuvres germaniques. Quant à la distinction de Ferchl entre "pharmacies de l'âme" et "pharmacies du corps" selon les inscriptions portées sur les récipients, elle se révèle, à l'examen, sans fondement solide. On ne saurait, en particulier, l'appliquer à une gravure d'une conception jusqu'ici inconnue. Elle représente une pharmacie dont les portes à ferrures, largement ouvertes, laissent voir l'intérieur. Au dessus de l'entrée, deux anges portent une banderole avec cette citation de l'Exode : "Je suis le seigneur, ton médecin". Devant une fenêtre de l'officine garnie de barreaux, un homme tenant le fouet de la maladie dans la main droite est accueilli avec un geste de bénédiction le divin médecin-apothicaire. Cette gravure date probablement de la fin du XVIIe siècle et illustrait un ouvrage de théologie protestant. une recherche dans la littérature religieuse illustrée amènerait peut-être d'autres découvertes qui éclairciraient la genèse spirituelle des représentations du Christ apothicaire. En tout cas, cette œuvre originale nous rappelle la multitude d'interprétations du thème : dessins, miniatures, peintures à l'huile, gravures sur bois et sur cuivre, tapisseries, stucs, etc.: quatre-vingt-cinq pièces connues à ce jour".


 

Ce sujet a été si souvent traité par les peintres soit protestants, soit catholiques de langue allemande qu’il y a reçu un nom: c’est le thème du « Christ apothicaire ». Quelle en est l’origine ? Quelle en est l’exacte signification ? Jésus a été charpentier: on ne lit nulle part dans l'Evangile qu'il ait jamais exercé «humainement » la pharmacie ou même la médecine. Mais « divinement » il a fait mieux, puisqu'il a ressuscité un mort.  Rendre la vie aux trépassés, n'est-ce pas pratiquer l'art de guérir ? Aussi haut qu'on puisse remonter dans la tradition, on voit le Christ considéré à la fois comme le sauveur des âmes et comme le guérisseur des corps. « Qui est médecin? » questionne Saint Augustin dans un de ses commentaires. « Notre Seigneur ! … C’est lui qui soignera toutes nos blessures. » Et dans un autre : « Nous étions anéantis, nous ne pouvions plus avancer : mais voici que le médecin vient aux malades, le chemin s'ouvre aux pèlerins ... »

 

Dans un petit traité en vers publié par Thomas Murner à Strasbourg en 1514, Le voyage aux bains mystiques, le Christ est représenté comme le baigneur: c'est lui qui se charge d’appliquer les ventouses (qui symbolisent le jeûne et les vigiles), c'est lui qui prépare le bain de la source acide (qui figure la souffrance:bienfaisante), c'est lui qui administre le bain de vapeur (emblème de la confession).

 

cristo_apotecario2.jpg

Fig. 1. Le Christ apothicaire, peinture à l'huile du peintre strasbourgeois Wilhelm Baur représentant une officine vers 1626-1630
© Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens


 


 


 

Et de même que tel ou tel saint a la spécialité de combattre telle infirmité, de même le Christ, - sans doute en souvenir de ses blessures - est invoqué contre les hémorragies. Le Dictionnaire d’archéologie chrétienne de Dom Cabrol, mentionne un camée du IXe siècle en jaspe où le lapidaire a gravé un Christ  bénissant, et dont la monture porte en latin cette inscription: « J'arrête le cours du sortilège et le flux du sang. »

 Et parfois la magie s'en mêle. Si l'on en croit M, Hackwood (Christ lore), la rose était utilisée dans l'Allemagne du Moyen-Age pour arrêter les épanchements sanguins, et l’opération était accompagnée d'une imprécation de ce genre: « Abek ! Tabek ! Fabek ! Dans le jardin du Christ, il y a trois roses rouges: l'une pour le bon Dieu, la seconde pour le sang de Dieu, la troisième pour l'archange Gabriel. Sang, cesse de couler! »

 


 cristo_apotecario3.jpg

Fig. 2. Le Christ pharmacien prépare une ordonnance pour Adam et Eve.
Miniature tirée du manuscript "Chants royaux du Puy de Rouen" (1519-1528), Bibliothèque Nationale, Paris

 


 


 

Tous ces faits n'expliquent pas cependant comment le Christ est devenu dans l'art pictural, à une époque relativement récente, un maître apothicaire tenant boutique, alors qu'on ne le trouve pour ainsi dire jamais coiffé du bonnet doctoral, ou pratiquant une saignée, ou même cueillant des simples.

 

Quelques constatations et réflexions vont peut-être nous éclairer. Très anciennement .les maisons et les boutiques se distinguaient les unes des autres par des enseignes, et un grand nombre de ces enseignes offraient un caractère religieux. On aimait placer une demeure, un commerce sous la protection d'un personnage sacré. Parfois même il y a un contraste choquant entre la sainteté du protecteur et la mauvaise réputation de ses protégés.

 Les contemporains s'en indignent, tel le poète Artus Désiré:


 


 

En leur logis plein de vers et de teignes,

Où est logé le grand diable d'enfer,

Mettent de Dieu et de saints les enseignes.

.. L'un pour enseigne aura la Trinité,

L'autre Saint Jehan et l'autre Saint-Savin,

L'autre Saint Maur, l’autre l’Humanité

De Jésus-Christ notre Sauveur divin, -)

De Dieu; des saints sont leurs crieurs de vin...

 

 

 

 

cristo_apotecario4.jpg

Christ apothicaire avec un pécheur repentant, entouré des remèdes de la "pharmacie de l'âme" : foi, amour, charité , espérance, constance, etc. Le crucifix dans le plateau droit de la balance pèse plus que les péchés et le petit monstre diabolique, symbole du mal, dans l'autre plateau. 1747 Vienne, Österreichisches Museum für Volkskunde, collection d'art populaire religieux de l'ancien couvent des Ursulines
Photo Bruno Bonnemain©


 

 

 

cristo_apotecario5.jpg

 


 


 

Tallemant raconte qu'on fit descendre du fronton de deux auberges mal famées de Paris une «Teste-Dieu» et une Notre-Dame qui s'y morfondaient, et Boursault signale dans une venelle voisine de la rue Saint-Honoré une gargotte qui avait pour enseigne le Christ emprisonné avec la légende « Au juste prix » - jeu de mots de fort mauvais goût !

 

Les sujets religieux étaient certainement moins déplacés à l'entrée des officines. Ils s'y trouvaient d'ailleurs en grand nombre, mais ils ne figuraient pas seulement dans les enseignes. Au mur du fond de la boutique était souvent fixée aussi une pieuse image : un Christ en croix dans la gravure du Musée de Nüremberg figurant Cyriacus .Schnaus en prière, un Enfant-Jésus dans la boutique gravée au frontispice des Œuvres de Renou, une vierge sur le célèbre tableau du Vénitien Pietro Longhi, etc ...


 

cristo_apotecario6.JPG

Christus als Apotheker, Ausstellung im Focke-Museum Bremen (Afiche)
Focke Museum, 1975, Bremen
© Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens


 


 

De toute évidence, quand, à partir du XVII° siècle la peinture eut pris une grande place dans la signalisation et la décoration des boutiques, quand vers cette même époque l'allégorie eut été mise à la mode, les artistes qu'on chargeait de peindre un Christ pour une officine eurent l'idée de le placer dans le milieu correspondant ; ils voulurent évoquer celui qui était tout à la foi le Sauveur des âmes et celui des corps. N'en doutons pas, les portraits de « Christ apothicaire » qui nous restent ne sont point des peintures de salon : ce sont avant tout des enseignes ou des tableaux d'apothicaireries parfois hospitalières ou conventuelles. Par leur destination autant que par leur sujet ils appartiennent exclusivement à l'art pharmaceutique, si riche en chefs-d'œuvre. 

 

cristo_apotecario7.jpgGravure sur cuivre de la collection Pachinger à Linz
 
(Haute-Autriche) (XVIIesiècle)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

cristo_apotecario8.jpg


   Christ apothicaire. (Christus als segmender Apotheker mit Gedichttert ö, um 1750, 83x65 cm, Diëzean museum, Freising)

 

On peut voir sur la peinture les pots de pharmacie correspondant aux 3 vertus théologales (foi, espérance, charité), aux 4 vertus cardinales (prudence, tempérance, force et justice) et d'autres...

 



 

* Ricordiamo che il saggio fu scritto nel 1937

 

LINK al post originale:

Le Christ Apothicaire

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26 gennaio 2013 6 26 /01 /gennaio /2013 07:00

farmacista-.cattolico.png

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30 dicembre 2012 7 30 /12 /dicembre /2012 10:00

Alambicchi

alambicco01.jpgMiniatura da un manoscritto francese del XV secolo. Il medico, al centro, tende con la mano destra, un'ordinanza all'Apotecario, mentre con la mano sinistra indica le piante da fornire all'erborista.

 

 

 

Alambiccchi e mortai sono insieme alla bilancia ciò che più spesso rappresenta la farmacia. La presente esposizione ha per oggetto di scoprire un po' di più l'alambicco (e la distillazione).

 

alambicco02.jpg

Piccolo alambicco di laboratorio rame e ottone (XIX secolo).

 

 

 

 

 

alambicco03.jpg

Alambicco di rame da 40 kg.

 

Il passato remoto della distillazione ha appassionato il grande chimico Marcellin Berthelot. In uno dei numerosi articoli che egli gli ha dedicato, lancia l'idea che è versando, sulla brace dei sacrifici, dei vini forti (come lo sono i vini mediterranei) che gli Antichi notarono l'apparizione di un vapore infiammabile e appresero così l'esistenza dell'alcool. Il seguente testo di Teofrasto, risalente al 371 a. C.,sembra fatto apposta per appoggiare la sua ipotesi: "Il vino versato sul fuoco, ad esempio per delle libagioni, emana uno sfrigolio immediato e produce una fiamma brillante". È questa una constatazione, d'altronde molto sommaria, della distillazione naturale; ma nessun documento certo ci prova che la distillazione artificiale era nota prima dell'era cristiana. Zosimo di Panoplia, Dioscoride, Plinio e Sinesio descrivono, in epoca Alessandrina e in epoca Romana, delle cornute di vetro riscaldate a bagno-maria. Essi narrano come il cinabro venisse posto in una coppa di ferro racchiusa essa stessa in un vaso di terra accuratamente chiuso munito di un specie di becco; il tutto era riscaldato al carbone; il mercurio si sublimava e veniva a condensarsi nel becco del vaso, dove lo si raccoglieva raschiandolo.

 

alambicco04Strumenti distillatori con cornute munite di capitelli conici per raccogliere le acque distillate, da Jérôme Brunschwig, Liber de arte distillandi, 1512.

 


Esisteva, secondo questi autori, una procedura ingegnosa per l'estrazione dell'essenza di trementina (acquaragia): la resina veniva riscaldata in un vaso sull'apertura del quale era steso uno spessore di lana: non si aveva altro da fare che attorcigliare la lana per ottenere l'essenza. Il pompholyx o ossido di zinco veniva preparato in modo simile. Infine, secondo Alessandro di Afrodisia, i marinai del III secolo sapevano rendere potabile l'acqua di mare riscaldandola in caldaie e condensando il vapore su dei coperchi sovrapposti. Il disegno che segue e che si trova in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Parigi, che è esso stesso una copia da un manoscritto greco del X secolo conservato a Venezia, mostra che gli strumenti erano già molto pratici.

 

alambicco05.jpgAlambicchi e vasi a digestione del X secolo da un manoscritto greco (2327), alla BNF)

 

 

 

Gli Arabi non hanno dunque inventato la distillazione,non più di quanto il Fiorentino Taddes o il maestro di Monpellier Arnaldo di Villanova, come si è creduto per molto tempo. Ma ci hanno fornito la parola alambicco; e lo avevano rubato anche ai Greci. Ambix è una delle numerose parole che i Greci possedevano per designare i loro vasi di terra. Gli Arabi l'hanno fatta precedere dal loro articolo al. È vero che se non hanno inventato né la parola né la cosa, essi si sono serviti dell'uno e dell'altra ad oltranza. Avicenna, Benzoar, Averroe ne parlano senza posa. Gli estratti di piante e di fiori li interessavano soprattutto; in compenso, essi si astennero assolutamente - forse per saggezza - di bruciare il vino. I nostri antenati occidentali non imitarono questa riserva. Ecco una delle loro ricette per l'acqua ardente estratta da Il Libro dei Fuochi di  Marcus Graecus risalente al XII secolo: "Prendete del vino invecchiato, denso. Per un quarto di libbra, aggiungete due scrupoli di zolfo vivo in polvere impalpabile, una o due libbre di tartaro estratto di vino vecchi, denso. Per un quarto di libbra, aggiungete due scrupoli di zolfo vivo in polvere impalpabile, una o due libbre di tartaro estratto da un buon vino bianco e due scrupoli di sale grosso. Ponete il tutto in un bel alambicco di piombo, sistemate il capitello sulla parte superiore e distillerete acqua ardente. La conserverete in un flacone di vetro ben chiuso".

 

 

alambicco06.jpg

Alambicco proveniente da una farmacia del Giura di Berna e che permette tutte le distillazioni possibili.

 

 

 

 

 

alambicco07.jpg

A Parigi, gli apotecari ebbero il monopolio della distillazione e della vendita dell'acquavite e degli alcool sino all'ordinanza reale del 1514 che tolse questo privilegio a vantaggio degli acetai. È perché sino ad allora l'alcool non era considerato come un rimedio; lo si utilizzava a volte per i bagni di vapore. Froissart narra la fine tragica del re di Navarra, Carlo il Malvagio, arso vivo nel suo letto per l'incendio dell'"acqua ardente" che gli veniva inviata "attraverso l'aria" per mezzo di una canna.

 

alambicco08.jpgLa distillazione, incisione su legno tratta dal libro di Michel Schrick (1500 circa)

 

 

 

 

 

alambicco09.jpg

 

La distillazione, incisione di Philippe Galle, da J. Stradano (XVI secolo)

 

 

Gli strumenti da distillazione di un tempo hanno offerto delle forme molto varie e molto pittoresche. Michele Savonarola (1384-1462), medico padovano, narra nel suo De confidencia aqua vitae che i distillatori della sua epoca davano al collo del loro alambicco una lunghezza smisurata per ottenere un'acquavite perfetta al primo colpo. È per questo che uno dei suoi amici aveva posto la caldaia al piano terra della sua casa e il capitello all'ultimo piano. Un'opera di Giorgio Agricola mostra chiaramente attraverso il testo e attraverso l'immagine come si distillava l'olio durante il XVI secolo; un altro, di Giambattista Porta (1608), descrive un'invenzione italiana, la distillazione solare. Il sistema è semplice e poco costoso. Si univano insieme due grandi flaconi di vetro, collo dentro collo; si era preventivamente riempito di erbe o di fiori uno dei due, quello che doveva rimanere esposto al sole la testa verso il basso; le essene si condensavano nel vaso inferiore che era posto all'ombra. "Le donne di Bologne-la-Grâce", dice Liébaut, "distillano in questo modo acqua di fiore di rovo per gli occhi".

 

 

alambicco10.jpg

Distillazione solare, dall'opera De distillatione, di Giambattista Porta (1608).

 

 

 

alambicco11.jpg

I sette sapori corrispondono alle sette note della gamma, secondo la chimica del gusto di Polycarpe Poncelet (edito nel 1755).

 


Per terminare con gli alambicchi, segnaliamo una varietà di alambicchi poco nota immaginata verso il 1750 da un originale di Sarrelouis, Polycarpe Poncelet. È in questo modo molto pacifico che la Sarre attirava verso sé a quell'epoca l'attenzione dei popoli: "Considero un liquore ben inteso" scriveva Poncelet, "come una specie di aria musicale. Sette toni pieni... sono la base della musica saporitta". In virtù di questo principio, egli fece costruire una valigetta d'organo portatile i cui tubi erano strettamente combinati cone le storte che distillavano ratafià, acque profumate, olii esssenziali. Quando i tubi vibravano armonicamente, i boccali si riempivano, sembra, di liquori squisiti; i suoni discordanti priducevano al contrario misture abominevoli...

 

alambicco12.jpg

Palazzo Reale d'Oriente (Madrid). Farmacia reale. Laboratorio (XVII-XVIII secolo).

 

 

 

 

 

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Les Alambic

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9 dicembre 2012 7 09 /12 /dicembre /2012 10:00

Il mortaio

mortaio1.jpg

Mortaio e boccali cilindrici. Incisione tratta dal Codex Dioscurides longobardicus, XI secolo. Monaco.


Colui che, per primo, si è servito di due pietre per macinare il grano, ha inventato il mortaio. Non era nemmeno un uomo, ma qualche antenato comune all'uomo ed alla scimmia... Non è dunque in secoli, ma in millenni, che si dovrebbe datare l'esistenza del mortaio. Rimane nell'uso quotidiano finché il mulino non è stato conosciuto. Lo schiacciamento del grano in questo strumento è stato cantato da Esiodo, ed è una scena correntemente rappresentata sugli affreschi d'Egitto o sui vasi greci. Mortarium è il nome latino del mortaio ordinario, moretum quello di una pietanza che si prepara con il suo aiuto... e anche quello di una poesia rustica attribuita a Virgilio, ma che risale soltanto alla sua epoca. Vi si vede un ghiottone dal nome di Simulus raccogliere dell'aglio e del prezzemolo e trattarli nella cavità di un mortaio.


mortaio2.jpgCon la sua mano sinistra, trattiene la sua tunica contro la regione villosa della sua persona; la destra, munita di un pestello, trita dapprima l'aglio odoroso, poi schiaccia la parte rimanente e forma una pasta molto omogenea. Con una rapida rotazione, ogni elemento perde l'aspetto che gli è proprio: da venti colori ne emerge uno... Spesso delle zaffate piccanti salgono alle narici di Simulo, che fa smorfie e maldeisce la sua cucina... Tuttavia il lavoro procede, il pestello ruota più adagio e sfrega un po' più la pietra. L'uomo versa a goccia a goccia l'olio dell'albero caro a Pallas, aggiunge un filo di aceto, batte, mischia, impasta, ottiene la mistura desiderata.

 

Ecco una ricetta dell'ailloli (maionese a base di aglio e olio di oliva) che risale a epoche remote. Nella Roma imperiale, l'uso medico del mortaio è così considerevole che accanto ai seplasiarii   ed agli erboristi, esiste una categoria per la triburazione dei medicamenti dei farmacisti, i farmacotribes, specializzati, come dice il loro nome, nella triburazione dei medicamenti. L'arte di costruire i mortai, e soprattutto di scegliere la materia con cui sarebbero stati fatti, era stata spinta tanto più in là in quanto questa materia contava molto nella composizione definitiva del prodotto da ottenere. Così, Plinio sostiene che per comporre un idrargiro e cioiè argento vivo, si pestava del minio in presenza di aceto in mortai di rame. Allo stesso modo si preparava una specie di acqua di piombo battendo a lungo un mortaio contenente dell'acque dio pioggia con un pestello dello stesso metallo.

mortaio3.jpg

Daumier: Il dottor Véron, giornalista, commerciante di prodotti farmaceutici, direttore dell'Opéra.

 

 

 

mortaio4.jpg

Mortaio a due anse a testa di leone, sul quale si può leggere: "Sono stato fatto fare dall'alto e potente Messere Pierre della Città di Ferrolles, cavaliere dell'Ordine del re, signore delle alte giustizie, terre e signorie di Ferrolles, di Liniers la Charrouillère Maye ed altre località nell'anno 1632".

 

mortaio5.jpg

Mortaio con pestello del 1590 (Kettwig/Ruhr).

 

 

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Mortaio fiammingo senza anse, munito di fogliami e animali favolosi, 1739 (Braunschweig).

 

 

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Mortaio di forma troncoconica dalle insegne di Francia, attribuito ai fondatori di Puy-en-Velay, XVI secolo (Colonia).

 

mortaio8.jpg

Mortaio in ferro a due anse con manici laterali, Spagna, XVI secolo (Colonia).

 

È dall'Etiopia che gli Italiani dell'epoca facevano venire, secondo Plinio, le pietre più ricercate per la fabbricazione dei mortai per oculisti, e ciò perché esse producevano un succo. Sempre per la stessa ragione ci si procurava con grande spesa l'alabastrite d'Egitto, l'ofite bianca, l'ematite (la pietra che sanguina) e la pietra tebaica disseminata di goccioline d'oro. È ciò che fa dire a Giovenale, quando attacca nella sua VII Satira l'insegnamento ciarlatanesco del suo tempo:

Et quoe jam veteres sanant mortaria coecos!

Ed i mortai che restituiscono la vista ai ciechi!

 

mortaio9.jpgMortaio Svedese del XVIII secolo.

 

 

Il mortaio non doveva perdere un pollice di terreno durante il Medioevo. Diventa anche l'emblema per eccellenza della farmacia: lo si ritrova rappresentato sulle insegne, sui sigilli, i blasoni, le bandiere, gli stemmi, gli ex libris degli apotecari e delle loro corporazioni. Se ne fanno, così come veniamo a saperlo dagli inventari delle officine, di ogni genere di materiali: avorio, agata, prfido, alabastro, marmo, vetro, legno e di tutti i tipi di metallo, compreso l'oro e l'argento. Ma i più comuni sono quelli di ferro o di bronzo. Molto spesso i grandi mortai erano fabbricati dai fonditori di campane. In un documento del 1394, un certo Bernat Valor, residente a Barcellona, è pomposamente qualificato come magister cimbalorum et ollarum cupri, il che significa molto probabilmente "Mastro fonditore di campane e di mortai in bronzo". Il convento della Visitazione a Poitiers possedeva, durante il XVII secolo, un mortaio di bronzo alto 24 centimetri e del paso di 39 chili. Nel 1497, un apotecario catalano, Gabriel Granslachs, lascia, morendo, un mortaio di 2 quintali.

 

Nelle leggende russe, la strega cattiva è sempre rappresentata mentre vola sopra dei campi dentro un mortaio di ferro gigantesco che lei frusta con un pestello appropriato: da qui deriva la locuzione che il popolo impiega per designare un individuo malvagio: "Madre Yaga l'ha covato in un mortaio!". Soltanto una strega poteva evidentemente manipolare divertendosi degli strumenti così formidabili. I commessi apotecari del Medioevo se ne servivano come se fosse una campana: essi attaccavano i pestelli ad una corda che manovravano con due o anche a quattro mani tramite una puleggia, sollevando il pestello tirando la corda e lasciandolo cadere di peso sul mortaio.

 

 

babayaga.jpgLa strega Baba Yaga e il suo magico mortaio.

 

 

 

 

 

 

Cette scène est représentée sur la gravure du Stradanus, « Distillaetio » figurant un laboratoire.

 

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Panacea, estampe allégorique de Van Hemmskerk (XVI° siècle). Au second plan, à gauche une opération chirurgicale, à droite, la devanture d'une boutique d'apothicaire avec le mortier et l'alambic.


 

A Venise, il existait, au XIVe siècle, une corporation de pileurs, « pestatori ». ils allaient s’inscrire au greffe de la commune et juraient de ne prendre de nouvelles commandes d’un apothicaire qu’après avoir exécuté celles qu’ils avaient acceptées d’un autre ; ils devaient aussi refuser de concasser de mauvais ingrédients et dénoncer les fraudes qu’ils découvriraient.

 

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Officine baroque avec médecin et pharmacien au comptoir avec trois aides. A l'arrière-plan, laboratoire et vue sur le jardin botanique. Peinture à l'huile de G. Souville, 1751 (Beaune, pharmacie de l'Hôtel Dieu).

 


 

« Entre tant de sortes d’instruments qui soient nécessaires au pharmacie, écrit Jean de Renou en 1626, il n’y en a point, selon mon jugement, qui soit plus utile que le mortier ».

 

 

mortaio12.jpgDe gauche à droite : Mortier de la Pharmacie Centrale des Hôpitaux de Paris;

 

 

 

 

mortaio13.jpg Mortier évasé de forme très simple, à motif érotique, 1691, (Salins-les-Bains);

 

 

mortaio14.jpgMortier de pierre en forme d'urne, XVIII°/XIX° siècle (Haarlem);

 

 

 

 

 

 

mortaio15.jpgMortier en bronze. Sur le coprs, deux licornes s'affrontent. Anses en forme de dauphins, 1659, Francfort

 

 

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Mortaio rinascimentale in bronzo con due anse ornate dalla Trinità e dal "Ceppo della Redenzione", 1593 (Francoforte).


 

Il ajoute qu’il faut en avoir un de plomb, un de verre, un de pierre, et plusieurs en métal, dont un fort petit pour mélanger l’ambre, le musc, la civette, le bézoard et les produits aromatiques ; d’autres, plus grands, pour les potions purgatives et pour les clystères, enfin de très grands pour les électuaires qui se préparent toujours en grande quantité. Mais il ajoute qu’on se sert d’une plaque de marbre ou de porphyre pour pulvériser, avec addition d’eau de rose, les perles et les pierres précieuses. Si on laisse les médicaments dans le mortier après le broyage, il importe, dit Jean de Renou, de les couvrir d’une feuille de papier ou d’une peau « à cette fin que la plus subtile partie d’iceux ne s’exale et ne se perde insensiblement, ou bien pour empescher qu’ils ne frappent le cerveau par leurs vapeurs penetrantes et importunes. »

 

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Antica officina di Peter Ogg, 1762 (Wurtzburg)

 

 

 

 

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Pharmacie de l'ancienne Charité Saint-Evre, XVIII° siècle (Nancy) 


 

Contrairement aux préoccupations des anciens qui faisaient venir de très loin pour y tailler des mortier une pierre susceptible de se combiner avec les substances médicinales, les modernes recherchent des matériaux physiquement et chimiquement inattaquables. L’Encyclopédie du XVIIIe siècle insiste tout particulièrement sur le danger des mortiers de cuivre. Et dans cette encyclopédie, qui saurait, aujourd’hui, ce qu’est le mortier de veille ? 

 

On appelle, y lit-on, chez le roi de France, mortier de veille, un petit vaisseau d’argent… rempli d’eau sur lequel surnage un morceau de cire jaune grosse comme le poing, pesant une demi-livre et ayant un lumignon au milieu : ce morceau de cire se nomme aussi mortier. On l’allume quand le roi est couché, et il brûle toute la nuit dans un coin de la chambre, conjointement avec une bougie qu’on allume en même tems dans son flambeau d’argent au milieu d’un bassin d’argent qui est à terre.

 

Comment expliquer qu’on ait donné à ce « vaisseau d’argent » servant de veilleuse le nom de mortier ? Ne croyez vous pas que le premier apothicaire-cirier qui fut chargé d’éclairer sans risque d’incendie le sommeil royal eut l’idée d’apporter à la chambre un de ses mortiers, pratiquement inversables ? Et le mot resta, même quand l’objet eût changé de forme.

 

mortaio19.jpgMortier  de bronze, aux armes d'Amboise, provenant de la pharmacie de l'Hôpital des Chevaliers (Versailles)

 

 

mortaio20.jpgMortier en bronze des Hospices de Starsbourg (1729)

 

 

 

 

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Mortier de l'Hôpital de Villefranche sur Saone (1606) 


 

C'est ainsi que se termine cette exposition sur les alambics et les mortiers. Ils sont les témoins d'un art pharmaceutique où les pharmaciens et leurs aides mettaient tout leur savoir-faire pour servir les patients ! comme aujourd'hui.

Le mortier peut avoir des formes très différentes. La forme du mortier romain, par exemple était bien différente. On en conserve un spécimen au Musée des Antiquités de la Côte-d’Or et correspond aux descriptions qu’en ont données les auteurs latins sous le nom de coticula. C’est une pierre plate, assez épaisse, dont la face supérieure a été, en son centre, évidée en forme de cupule : bref, le mortier que fournit la nature, à peine dégrossi:

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Coticula de l'époque gallo-romaine (Musée des Antiquités de la Côte-d'Or)

 


Si la forme générale du mortier ne révèle point son époque, elle peut, dans certains cas, nous indiquer sa patrie. Ainsi, tandis que les mortiers italiens sont plutôt trapus, les allemands présentent une hauteur exagérée par rapport à leur diamètre. A quoi cela tient-il ? Peut être au fait que beaucoup de mortier nordiques du haut Moyen-âge étaient faits de troncs d’arbres creux. De bonne heure, on s’est préoccupé de faciliter la manœuvre du lourd accessoire. On l’a pourvu de deux anneaux, dont l’un servait à le fixer au socle par l’intermédiaire d’une chaîne. Mais, le plus souvent, les mortiers de métal avaient soit des poignées, soit des anses, sans que l’on puisse dire que les anses aient été employées avant les poignées ou inversement. Les Arabes, de leur côté, ne se contentaient pas  de marteler et de guillocher le cuivre de leurs mortiers ; ils y incrustaient parfois des pierres précieuses.

 

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Mortiers allemands du XV° siècle (Musée de Nuremberg)

 

 

Naturellement, la Renaissance est l’époque où la décoration des mortiers de bronze est la plus riche. Les reliefs, surtout verticaux, se multiplient, reproduisant des motifs géométriques, des branches, des fleurs, des animaux, voire même des enfants dansant et choquant des cymbales, ou encore le martyre de Saint-Sébastien, ou Suzanne admirée par les vieillards… Les poignées figurent souvent des têtes d’animaux. Au XVIIe et au XVIIIe siècles, on préférera souvent des surfaces lisses, simplement ornées du blason de l’apothicaire ou de la statue du saint protecteur de la communauté à laquelle appartenait le lourd ustensile. Et nous trouvons souvent de curieuses devises:


A povre gens menu monoie,

Tel a dueis (deuil) qui requiert joie.


A moins qu’il n’y ait une phrase pieuse : Te Deum laudamus ; Soli Deo gloria 1619, In Deo spes mea A. D. 1584 ; et bien d’autres. Parfois, le nom du propriétaire, par exemple : « Nicolas Staam, Apotheker in Leyden A° 1724 », ou encore « G. Roger » (Apothicaire à Poitiers en 1628), ce nom étant accosté de quatre fleurs de lys. En 1617, François Terrasson, apothicaire à Angoulême, lègue son grand mortier à une chapelle pour être converti en une cloche sur laquelle son nom « sera employé ». L’Illustration a publié, en 1855, une petite lithographie, que nous reproduisons ici, représentant un mortier, autour duquel on peut lire: « André Morel, appoticaire à Fontainebleau, 1660 ». Comme cette belle pièce était endommagée, le rédacteur qui l’a découverte attribue le dégât à la ruade d’un cheval de Cosaque qui serait entré dans la pharmacie en 1814!!

 

mortaio24.jpgMortier français de 1660 d'après une lithographie de l'Illustration (1855)

 


Mais, l’artiste de jadis n’était pas aussi modeste que l’a imaginé Michelet (« Pas un nom, pas un signe ! il eut cru voler sa gloire à Dieu ! »). Les noms de fondeurs abondent sur les mortiers : l’Encyclopédia Italiana en publie une longue liste commençant à l’année 1468. Et, l’on a pu assez aisément, grâce aux noms et aux dates, reconstituer l’histoire de la dinanderie, c'est-à-dire de l’industrie du cuivre, qui florissait à Dinant, près de Liège, avant la destruction de cette ville par Philippe (dit « le Bon », en 1466.

 

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Llivia (Espagne): détail de la pharmacie




 

 

 

 

E. H. Guitard

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]


 

 

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Alambics et Mortiers

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26 ottobre 2012 5 26 /10 /ottobre /2012 07:00

Clysterium


Storia del clistere

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 L'apotecario della "Commedia dell'arte" di Maurice Sand.





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Il clistere alla candela, dipinto del XVIII secolo.

 

 

 

 

di E.-H. Guitard


 

 

 

blasoni.png   Blasoni di apotecari con la siringa a clistere come simbolo, XVII secolo


 

 


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Manifesto pubblicitario del purgativo Geraudel, fine XIX secolo.

 

 

Da Molière è questo un soggetto con cui si scherza e che non si approfondisce. La maggior parte degli autori che l'hanno trattato si sono preoccupati di far ridere creando o riportando degli aneddoti sull'operazione e le sue circostanze, ma nessuno, a nostra conoscenza si è accorto ad esempio che le apparecchiature utilizzate erano, tanto e ben altre, dalla scienza archeologica, nessuno ha descritto metodicamente l'evoluzione del più nobile di questi strumenti, la siringa; nessuno ha attirato l'attenzione su quel che chiamerò le siringhe d'arte... Occorrerebbe un grosso libro per trattarne decentemente: che mi si permetta di indicarne qui l'essenziale in poche righe.

 

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Apprendista apotecario con una siringa. Stampa di Jean-Antoine Watteau. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

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Apprendista apotecario, con la siringa in spalla. Stampa di Jean-Antoine Watteau. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

 

 

 007b.jpgApprendista apotecario reggente una siringa. Stampa di Jean-Antoine Watteau. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

Cominciamo dai tempi eroici. tutti gli storici del clistere pensano che l'idea fu data agli uomini da alcuni uccelli soprattutto l'ibis, che utilizza "il suo lungo becco montato su di un lungo collo" per inviare dell'acqua pulita nei suoi intestini quando soffre di una digestione faticosa. Il gesto in se stesso non ha nulla di sgraziato: notiamo le qualità pittoriche di questo atteggiamento.

 

Evidentemente l'uomo non poteva prendere dall'uccello che l'idea del clistere: la natura gli diceva di imitarlo servilmente. Eppure presso alcuni popoli selvaggi dell'Africa, dei lavamenti sono effettuati ancora oggi senza l'uso di alcun strumento; la mamma pulisce l'intestino di suo figlio applicando le sue labbra al posto giusto ed inviandogli così l'acqua immagazzinata in bocca. Un primo affinamento consistette nell'uso di uno stelo di canneto che si interpose tra le labbra dell'operatore e l'orefizio dell'operato. Questo sistema primitivo è descritto ironicamente in un libello del  1757 che è falsamente intitolato: Mémoires de l'Académie de la ville neuve de Nancy (Tome premier.) [Dissertazione dell'Accademia della città nuova di Nancy (Tomo primo).

 

Si trattava, lo si capisce, di ridicolizzare l'Accademia di Nancy facendo credere al pubblico che si appasionava per delle questioni di questo ordine: "Occorreva," dice l'autore di questa storica burla, "che l'operatore si fosse istruito attraverso un esercizio frequente nell'arte di trattenere il suo respiro, per timore che dopo aver svuotato i suoi polmoni e la sua bocca espirando la composizione, egli non la pompasse di nuovo con un movimento involontario... Tale fu l'arte nella sua infanzia. Lo sapete, Signori, le invenzioni più sublimi hanno avuto degli umili inizi!".

 

008.jpg Lavamento con vescica a cannula (iniziale miniata da un manoscritto del XIV secolo)

 

 

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Il Signor Purgon Medico, Le Tavernier, stampa anonima 

© Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens

 

 

 

 

 

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Georges Berr, rappresentato come medico di Molière, stampa.

 Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens

 

Un tale inconveniente non esiste più nell'apparecchio descritto da Reignier de Graaf nel 1668 e che si compone:

1° da una cannula destinata ad essere introdotta nell'intestino: è di legno, forata da piccoli buchi in cima;

2° da un tubo sottile della lunghezza di una o due aune, di materia molto flessibile;

3° da una imboccatura in legno.

 

Ciò dava già al malato la possibilità di non ricorrere all'aiuto altrui per l'operazione.

 

Ed ecco il terzo stadio: si immaginò di sopprimere l'intervento della bocca e di sostituirgli una vescica riempita con il liquido adatto. In un'opera apparsa a Rostock el 1639, Simon Pauli chiama questo strumento vesica bubula. Aggiunge che i chirurghi tedeschi avevano l'abitudine di servirsene mentre in Francia preferivano la siringa.

 

Secondo la Storia della Medicina di Feind, un chirurgo inglese avrebbe inventato verso il 1370 uno strumento a clistere assolutamente meraviglioso e il cui segreto sarebbe andato perduto. Era senz'altro un perfezionamento della vescica a cannula.

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Un'insegna del XV secolo (Museo Dobrée, a Nantes). La siringa di forma conica, doveva avere un pistone di pergamena che formava una ventosa.

 

 

 

blasoni2.pngBlasoni degli apotecari con la siringa a clistere come simbolo della professione (XVII secolo).
 

 

Ma è tempo di giungere alla nobile siringa, allo strumento molieriano. Essa era conosciuta nell'antichità, perché a Pompei è stata scoperta una vera siringa, ma di dimensioni ridotte, costruita senza dubbio per le cure da dare alle orecchie. Gli Egiziani, che secondo Erodoto lavavano i loro intestini tre volte al mese dovevano utilizzare degli strumenti di questi tipo.

 

 

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Il Signor de Pourceaugnac (Atto I, Scena 8. è seduto tra due medici: l'apotecario arriva reggendo una siringa. Stampa di Joullain, da Coypel).  © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.


Nella siringa di Pompei il pistone è azionato da uno stelo la cui estremità esterna, può essere manovrata comodamente, presenta la forma di una T, al contrario delle epoche moderne, l'impugnatura è costituita spesso da una palla o un pulsante cilindrico. È sotto questa forma che lo strumento è rappresentato nelle incisioni che illustrano le edizioni contemporanee del Signor Pourceaugnac e in molti quadri celebri di cui uno del grande Watteau.

 

Questa rapida enumerazione basterebbe da sola a dimostrare che la siringa ha ispirato i pittori e gli incisori. Ma c'è di meglio: alcune rappresentazioni sono esse stesse dei capolavori scolpiti. Una magnifica siringa in avorio del XVII secolo la cui impugnatura rappresenta una mano delicatamente ceselata, figurava in evidenza nelle collezioni del Signor Dr. Debat a Parigi. Se ne conoscono altre in osso scolpito o inciso, ma la maggior parte delle volte la siringa comune era costruita in stagno. In Francia questo metallo veniva fuso. In Europa centrale veniva lavorato.

 

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Cap. Cardoni. Maramao (Personaggi della Commedia italiana, che si inseguono con una siringa). Stampa di jacques Callot. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

Evidentemente nel corso dei secoli si dovette ricorrere ai buoni offici di un terzo per manovrare queste siringhe diritte. Ma ricordiamoci bene che l'apotecario fu per lunghi secoli, assolutamente estraneo a questo incarico. Durante il Medioevo sono i medici e più spesso i chirurghi barbieri che ne hanno il monopolio. A volte i medici hanno come aiutanti degli specialisti, specie di infermieri allenati a questo genere di sport. È Il caso di un pratico famoso del Borbonese che è l'eroe di una delle Cent nouvelles nouvelles [Cento nuove novelle] attribuite a Michault de Chanzy. Aveva per abitudine, qualunque malattia gli si dichiarasse, di far sempre "sbadigliare il clistere".

 

Riceve un giorno la visita di un bravo contadino che era venuto a chiedergli consiglio allo scopo di ritrovare il suo asino. Molto occupato e molto distratto. Crede il contadino ammalato e gli fa fare un lavamento dai suoi familiari. L'altro se ne va, non avendo capito nulla, ma è obbligato a fermarsi "per dare apertura al clistere, che richiedeva la chiave dei campi [clef des champs]". L'evacuazione fece un tale baccano che l'asino che brucava nei paraggi, si mise a ragliare. Il suo padrone lo udì e lo recuperò per aver ben eseguito l'ordinanza.

 

abitalmente le persone di qualità si facevano clisterizzare dai loro domestici.

 

Saint-Simon racconta che un galante cavaliere di nome Estoublon penetrò un giorno in casa della bella Signora de Brégis nel momento in cui era impegnata nell'introduzione della cannula, e poiché la dama non poteva vederlo, egli sostituì la cameriera che si era assentata per un istante. Ciò diede luogo a diversi racconti dai titoli suggestivi: L'apothicaire de qualité [L'apotecario di qualità] o Le Mousquetaire à genoux [Il Moschettiere inginocchiato]. 

 

 

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Medico. Stampa di Alfred Grevin (1880 circa). © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens


 

016.jpgIl Signor Purgon. Stampa (anonima). © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens

 

 

 

017.JPGLouis-Philippe salassa un operaio ammalato personificante il popolo. Il Duca di Orléans regge in mano un flacone a forma di pera recante questa iscrizione: Medicina del Re (rimedio esistito e ritenuto molto pericoloso. Il Maresciallo Lobau si appresta ad amministrare un clistere (Daumier).

 

 

Ma quanto segue non è un racconto: si sono conservati tutti gli atti di un che Etiennette Boyau, detta Tiennette, abitante a Troyes in Champagne intentò nel 1746 a François Bourgeois, canonico di Saint-Urbain, perché costui rifiutava di pagare le 150 libbre per essere stato "operato" da lei per due anni.  Ora Bourgeois assumeva sino a sei lavamenti al giorno. "Così valutando ogni giorno tre lavamenti in media (e questa valutazione non è eccessiva), si ritrovò per i 730 giorni un capitale di 2.190 lavamenti, i quali alla fine formarono la somma di 273 libbre 15 soldi". Finalmente si patteggiò. Questa storia fu utilizzata in un romanzo di Dorvigny, in cui il canonico in questione è rappresentato come "robusto e illustre personaggio" che si concedeva due o tre indigestioni al giorno.

 

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Pierrot ministro. Pierrot postulante. Pierrot malade. Pierrot medico (armato di una siringa). Pierrot poeta.
Stampa di Louis Morin (primo quarto del XX secolo)
. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens




019.jpgApotecario. Servite la bavarese. Stampa di Charles Philipon. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

 

E.-H. Guichard

 

 

[Traduzione di Massimo cardellini]

 

 

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30 agosto 2012 4 30 /08 /agosto /2012 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti


appo i principali popoli del mondo

 

storia farmacia frontes

 

 

 

 

 

III



La farmacia in Roma antica- Scuola metodica- Galieno- Origine della parola farmacia- Le sage.

 

 

Quando si parla di popoli antichi, si affaccia subitamente il gran colosso romano che di giorno in giorno si veniva innalzando su la decadenza della Grecia e dell’Egitto. Come spesso interviene a quelli che son favoriti dalla fortuna, Roma possente e già padrona di gran parte del mondo vedeva affluire tra le sue mura gli scienziati, i letterati e gli artisti, attirati in Italia dal grido di Roma, dalla feracità del suolo e dalla bellezza e mitezza del clima. I popoli da essa soggiogati le recavano il tributo delle loro cognizioni.

 

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Ricostruzione plastica di Roma imperiale

 

Ma Roma per un lungo volgere di tempo non ebbe medici, e però non ebbe farmacisti.


Fu verso l’anno 535 dalla sua fondazione che un Arcagato, proveniente dal Peloponneso, vi esercitò per la prima volta l’arte medica. Il popolo romano comprò per costui un piccolo recinto appo il teatro di Marcello, e fu domandato il Vulnerario, vulnerariis, perciocché era particolarmente consacrato alla guarigione de’ feriti; ma ben presto un tal soprannome fu mutato in altro non molto lusinghevole e fu chiamato il Carnefice per la barbarie onde quel primo medico maneggiava il ferro e il fuoco.

 


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Intervento chirurgico da un dipinto pompeiano: Iapige rimuove una freccia dalla coscia di Enea.


 

Non andò guari, e Roma si vide inondata da medici che vi affluivano da ogni parte del mondo; e se ne vedeano perfino tra gli schiavi. Ogni famiglia ne contava tre o quattro a suoi stipendii. E sembra che costoro non potessero esercitare la loro professione altrove che nella famiglia, dalla quale ricevevano un guiderdone.

Strumenti chirurgici ritrovati a Pompei

 

A poco a poco eglino si vennero affrancando da questi domestici legami, e cominciarono a spacciarsi pel pubblico, stabilendosi nelle botteghe a guisa di barbieri o di altri esercenti un’industria qualunque.

Non sappiamo se fosse effetto di soverchia libertà o di colpevole condiscendenza o di pericolosa sbadataggine; ma è certo che il governo romano non domandava da questi tali alcuna sicurtà della loro attitudine ad esercitare l’arte d’Ippocrate. Questo stato di cose era tanto più deplorabile in quanto che essi componevano da se stessi e vendevano i medicamenti da loro prescritti.


Le botteghe di questi medici droghieri erano il convegno degli oziosi e de’ novellisti, appunto come sono oggidì le botteghe da caffè e quelle in cui si spaccia tabacco od altri generi di simil fatta.


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Scena di cura medica, un salasso, all’interno di un iatrion greco, da un ariballo del V secolo a. C.

 

La parola Iatrion, greca, fu applicata in generale a tutte queste botteghe, sia che vi si curassero i feriti, sia che vi si vendessero droghe o vi si esponessero piante. Secondo il poeta Plauto, la parola medicus significa venditore di medicamento.

 


Ricostruzione-di-un-ambulatorio-medico-romano.jpgRicostruzione di un ambulatorio medico romano

 

Dalla estrema severità delle leggi di Silla che puniva di morte l’imperizia de’ medici farmacisti si arrivò fino alla estrema protezione di Augusto, che in occasione di una gran carestia scacciò da Roma tutti gli abitanti, ad eccezione de’ farmacisti, a cui egli dette il dritto di portare un anello d’oro.

 



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Asclepiade di Bitinia


 

Asclepiade, che venne in Roma nell’epoca delle vittorie di Pompeo, fu il fondatore della Scuola metodica, benché altri attribuisca ad altri la origine di questa scuola.




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Stampa raffigurante Aulo Cornelio Celso 

 

Celso vivea sotto Augusto. A lui si deve la formola di parecchie composizioni farmaceutiche, tra le quali l’ambrosia di Zopiro, medico di Tolomeo.

 

Astrazione facendo dalle credenze superstiziose e dai traviamenti d’immaginazione a cui si abbandonarono alcuni seguaci della Scuola metodica in quanto ai medicamenti, non si può disconvenire che questa scuola in generale abbia lavorato con molto successo al progredimento della materia medica. I suoi seguaci distrussero l’abuso di purganti drastici; rialzarono l’uso degli emollienti nell’interno come all’esterno; dettero una grande importanza al sistema igienico, agli alimenti, e segnatamente alla purezza dell’aria che si respira.

 


 

 

 

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Disegno di una mignatta o sanguisuga, utilizzate per millenni in campo medico. 


 

I metodisti avevano una serie di rimedii debilitanti ed un’altra di rimedii tonici. I primi erano il salasso, le mignatte, i fomenti, i cataplasmi, le bevande emollienti e i leggieri purganti. I secondi erano, per l’esterno, l’acqua fredda, l’olio freddo, l’aceto, le decozioni di mortella, di rosa, di sempreviva, e poi il carbonato di calce, l’allume, il piombo bruciato, il gesso; con le quali sostanze essi aspergevano il corpo per arrestarne i sudori. Per l’interno, facevano mangiare del pane abbrustolito, delle mele cotogne e facevano bere acqua fredda, aceto o vino rosso; talvolta facevano masticare della senape o del pepe commisto con miele per eccitare la secrezione salivare. Combattevano il dolor di capo con la starnutazione che essi provocavano iniettando nelle narici il succo della bietola nera.


 


teriaca.jpgVaso per il contenimento della Teriaca, uno dei medicamenti più famosi della medicina occidentale dal costo proibitivo e riservato quindi ai ceti facoltosi. Fu in commercio nel nostro paese in certi luoghi anche sino agli inizi del XX secolo. 


 

Il rimedio che ottenne più credito, che vinse i secoli, nacque sotto Nerone. Questo rimedio fu la Teriaca, composta da Andromaco, primo medico di questo imperatore. Sembra che questi avesse di mira nel comporre un simile rimedio di combattere gli effetti fatali delle sostanze velenose.

 

La teriaca ebbe in breve volgere di tempo una riputazione straordinaria.

 

Dicemmo altrove che gl’Imperatori non isdegnavano di occuparsi eglino stessi di farmaceutica, anzi recavano talvolta con loro i medicamenti che essi offrivano in segno di amicizia. Vuolsi che Tiberio si componesse da se stesso alcune pomate ed unguenti per isbarbicare le volatiche da cui era affetto.

 

Nell’anno 110 della nostra era, Giovenale, parlando de’ medici che componevano e vendevano i medicamenti, dice:

 

Ocius Archigenem quœre atque eme quod Mithridates

Composuit, si vis aliam decerpere ficum

Atque alias tractare rosas.  


 

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Le opere complete di Galeno stampate a Venezia nel XVI secolo.
 


 


 


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Galeno, particolare da un affresco della cattedrale di Anagni, XII secolo 


 

Ma ecco sorgere al secondo secolo di Roma il più grande, il più famoso de’ medici farmacisti, l’immortale Galieno, che visse sotto i regni degl’imperatori Adriano e Antonino, e fu medico di Marco Aurelio e di Settimo Severo. Le sue opere sono piene di precetti sulla terapeutica; di tal che può dirsi che egli fu in Roma, per la farmacia, ciò che Ippocrate era stato in Grecia, per la medicina. I principali trattati che egli ha lasciati su questa scienza da lui coltivata col più ardente entusiasmo, sono: 1° De ptisana; 2° De simplicium medicamentorum facultatibus; 3° De Theriaca ad Pisonem; 4° De medicinis facile parabilibus. Egli teneva un’officina nella Via sacra e componea egli stesso i medicamenti per gl’Imperatori, suoi illustri clienti.

 

 

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L’Arco di Tito, da cui iniziava la via sacra, dipinto di Oswald Achenbach

 

Fu sotto il regno d’Augusto, quarant’anni prima di Gesù Cristo, che alcuni medici cominciarono a rinunziare alle preparazioni farmaceutiche, compito che eglino lasciarono a coloro che esercitarono l’arte della Seplasia, i quali abitavano in un quartiere speciale a pie’ del monte Capitolino.

 

Le botteghe di questi mercanti di droghe furono chiamate appunto Seplasie, dal nome d’una piazza pubblica di Capua, dove si teneva mercato di droghe.

 

Fu distinto in Roma l’esercizio della professione che avea per oggetto la preparazione e la vendita de’ medicamenti.

 

È indispensabile di dare una idea esatta e precisa su tal subbietto.

 

Quelli che coltivavano la medicina medicamentaria si chiamavano Pharmaceutae.

 

Il nome di Pharmacopoeus si applicava a quelli che preparavano i medicamenti; derivato dalla parola greca farmacon che è il termine generico per ogni droga buona o cattiva, o per ogni veleno tanto semplice quanto composto.

 

Forse dalla promiscua significazione di questa parola i Latini non fecero differenza veruna tra farmacista e avvelenatore, come se colui che vende medicamenti ed anco veleni quando questi possano servire alla guarigione de’ morbi, debba meritare un nome che si dà a quel reo che porge altrui il veleno nel solo scopo di torgli la vita.

 

La parola pharmacus nel Petronio, che vivea sotto Nerone, e quella di pharmaceutria significano entrambe avvelenatore.

 

I Latini non facevano alcuna differenza tra queste due cose, e le esprimevano con un sol nome- medicamentarius, cioè farmacista od avvelenatore.

 

I farmacopoli erano quei che vendevano i medicamenti: essi percorrevano tutte le contrade, come un dì facevano i mercanti ismaeliti sotto il patriarca Giacobbe.

 

Erano in fama di cerretani,- ed i Greci avevan dato loro la denominazione Agyrtoc da una parola che significa Assemblea perciocché riunivano il popolo intorno ad essi.

 

Più onesta riputazione godevano in Roma i farmacopoli sedentarii, addomandati sellularii, dai quali ìvano i medici a comperare i medicamenti, come per comperare le piante traevano dagli herbarii o dai botanologi, ovvero raccoglitori di radici.

 

Questi erbolai, per darsi una certa importanza, affettavano di cogliere le erbe in certe date stagioni e tempi, con cerimonie superstiziose e con ridevoli smorfie; tenevano il mezzo tra il farmacopolo e lo speziale; il loro santuario variava tra la bottega e la seplasia; e il loro compito consisteva a disseccare, pestare e frantumare tutti i vegetali del mondo conosciuto. Si vedevano strade intiere tappezzate di piante di ogni sorta; la facciata delle loro case era una vera scena da teatro, un curioso e seducente saggio delle ricchezze rinchiuse nell’interno. Queste case, al pari che a Parigi, si univano tra loro per via di ghirlande di gramigna capelluta, di boragine, di tiglio, di veronica e di rosso centauro; le finestre e le porte erano pavesate di caprifoglio, di scabbiosa e di cento altre piante intralciate tra loro in guisa da rappresentare i più bizzarri e capricciosi disegni; i soffitti erano coperti da coccodrilli egiziani e da tartarughe numide.

 

Questi mercadanti erano inclinatissimi ad ingannare i medici, cui vendevano, per ispeculazione, molto spesso un'erba per un'altra.

 

Plinio l’antico deplorava queste audaci frodi e faceva una colpa ai medici del suo tempo di trascurare la cognizione delle droghe e di adoprarle sulla fede di uomini senza coscienza.


Diverse erano le categorie dei farmacisti che esercitavano a Roma il loro mestiere sotto i regni d’Augusto, di Tiberio e di Caligola. Ci erano i farmacotribi, i farmacotriti cioè i macinatori e i pestatori di droghe. I primi si mettevano innanzi alle loro botteghe ed era facile il riconoscerli alla faccia tutta incrostata degli atomi delle droghe che essi vendevano.

 

Questi farmacisti facevano guadagni favolosi; ma la maggior parte dei loro lucri era fondata sulla corruzione dei costumi e massime nell’alta classe del popolo romano. Pare che eglino facessero colpevoli speculazioni, vendendo col più sfrontato cinismo illecite droghe alle dame romane, affinché sparissero le clandestine gravidanze.

 

Queste infami pratiche avevano a tal segno gittato nel disprezzo la classe dei farmacopoli che Orazio li pone in un fascio coi battellieri, cogli accattoni, coi saltimbanchi e con altre persone infami.

 

Bensì, non era tanto il sesso maschile quanto il femmineo che davasi, forse con maggior profitto, a queste turpi speculazioni. Ricordiamo quelle donne anziane, avanzi di prostituzione, che eran dette medicœ, che trafficavano sulle malattie delle donne, e le Sagœ (da cui forse è derivato la parola francese sage-femme le quali componevano unguenti, filtri e pozioni abortive. Queste malvage donne circondavano una gran dama, non sì tosto la vedevano incinta, e le profferivano i loro servigi per ispignerla a fare alla sua bellezza il sacrifizio della prole che ella recavasi in grembo.

 

In nessun paese, neanche in Atene, la scienza dei filtri di amore fu spinta così oltre come a Roma. Le Sagœ andavano, al pallido raggio della luna, cogliendo magiche piante a cui riunivano le ossa ed i capelli dei morti: facevano orribili bevande da queste mostruose associazioni di sostanze eterogenee, le quali portavano il nome di amatoria o pure di aquae amatrices.

 

goya-il-sabba-delle-streghe.jpg

Goya, Il sabba delle streghe.

 

I filtri afrodisiaci, composti da queste scellerate femmine, erano per lo più una miscela, secondo la tradizione, di mandragora, di pomo spinoso, di canape selvatica, di aristolochi e di resine acri. Gl’insetti ed i pesci entravano a comporre queste strane miscele a cui si dava il nome di Satyrion; come pure i grilli, i ragni , le cantaridi macerate nel vino, le uova di muggine, di seppia, di tartaruga erano adoprate per ravvivare gli ardori del senso.

 

Il più celebre ed in pari tempo il più terribile dei filtri afrodisiaci composti dalle Sagœ era l’hippomane, sugli elementi del quale sono divise le opinioni degli scrittori antichi. Il feroce Caligola diventò pazzo, e morì dopo aver gustato questo terribile filtro.

 

E qui poniam fine a queste aberrazioni a cui lo spirito di speculazione da una parte e la sensualità dall’altra spingeano con tanto discapito della salute e della pubblica morale.



uguentari-di-eta-tomana.jpgUnguentari di età imperiale.

 

 

Negli antichissimi tempi era in Napoli, quando questa nuova città era ancora colonia greca, un collegio addimandato degli Unguentarii che con vocabolo moderno si chiamerebbero oggidì profumerie. Un passo di Varrone, riportato da Nonio Marcello, parla di due famosi profumi che si componevano a Capua ed a Napoli, il passo del Varrone era così conceputo: Hic narium Seplasiae, hic Hedycas Neapolis. Camillo Pellegrino interpretò pel primo un celebre unguento, che si vendeva a Capua nella piazza Seplasia, e pel secondo un certo unguento che, secondo Pietro Vittorio, gratam aspectu, suavemque et nitidam cutem redderet, ac bonitatem coloris praestaret.

 

Leggesi presso Ateneo che di altri unguenti abbondava questa città composti di essenze di rose, comuni nella perfezione con quelli di Capua.

 

 

 

[A cura di Massimo Cardellini]
 


 

LINK all'opera originale:

Storia della farmacia e dei farmacisti

 

 

 

LINK alle parti precedenti:

Storia della farmacia e dei farmacisti, 01

Storia della farmacia e dei farmacisti, 02

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12 luglio 2012 4 12 /07 /luglio /2012 07:00

Il Medico, miniatura del XV secolo.

 

 

 

medico-XVsecolo.jpg

Miniatura da un manoscritto francese del XV secolo.



Il medico, al centro, tende, con la mano destra, un'ordinanza all'Apotecario, mentre con la mano sinistra indica delle piante da fornire all'erborista. (BNF- Bibliotce Nazionale di Francia).

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11 luglio 2012 3 11 /07 /luglio /2012 10:08

Formella del XIV secolo del campanile di Giotto

 

 

 

raffigurante uno studio medico

 

 

Fomella-Giotto.jpg

 

 

Copia in gesso del XX secolo di autore anonimo di una formella del primo ordine di rilievi che decorano il basamento del campanile di Giotto. La formella raffigura un "ambulatorio" medievale. In essa si vedono alcune donne che aspettano di consegnare al medico la matula con l'urina da analizzare. Il bassorilievo originale, oggi conservato nel Museo dell'opera del Duomo, fu scolpito fra il 1334 e il 1336 da Andrea Pisano e aiuto, o dal figlio Nino.

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