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11 giugno 2012 1 11 /06 /giugno /2012 09:00

Il Chirurgo Dentista

o Trattato dei Denti di Pierre Fauchard


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di Micheline Ruel-Kellermann

Dottore in chirurgia dentaria ed in psicopatologia clinica e psicanalisi Membro titolare dell'Accademia nazionale di chirurgia dentaria, Segretaria generale della Société française d'histoire de l’art dentaire (SFHAD)


 

Nel 1728, appare la prima edizione di Il Chirurgo Dentista o Trattato dei Denti. Nella sua introduzione all'opera profetica di Pierre Fauchard, Claude Rousseau ricorda a giusto titolo quest'avvenimento professionale maggiore, unanimamente riconosciuto nella storia dell'arte dentaria. Una seconda edizione, rivista, corretta ed aumentata dal suo autore, appare nel 1746 e sarà ristampata nel 1786. Questa seconda edizione, la più commentata è stata riedita in facsimile nel 1961, in occasione del bicentenario della sua morte. Sin dal 1733 una traduzione appare in Germania. Notiamo che la traduzione inglese non vedrà la luce che nel 1946.

 

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Nella sua Prefazione, egli dichiara e deplora, nel contempo, di non conoscere che due Scrittori che hanno parlato dei denti & delle loro malattie in particolare, come Urbain Hémard & B. Martin; essi non l'hanno fatto in modo abbastanza esteso. Il primo, (..) e la sua Recherche de la vraie Anatomie des dents, nature et propriétez d’icelles, avec les maladies qui leur adviennent, à Lyon, chez Benoît Rigaud 1582. Le sue ricerche, che sono curiose & colte, mostrano che questo Chirurgo aveva letto gli antichi Autori Greci e Latini, che impiega giudiziosamente nella sua Opera. Il secondo, (...) e la sua Dissertation sur les dents, imprimée à Paris chez Thierry 1679 (…) nella quale spiega la natura dei denti, e tratta delle loro malattie e della loro guarigione con molto metodo; ma un po' troppo succintamente, e senza parlare delle operazioni che loro convengono. Succinto, questo libro non per questo non sarà un canovaccio provvidenziale, che, a differenza dei prestiti a Hémard spesso referenziati, sarà raramente citato. Fauchard rimedierà dunque brillantemente a questa precarietà scientifica.

 

Riunisce tutte le conoscenze degli anatomisti contemporanei. È influenzato in particolare dall'anatomia descrittiva di Winslow. E appoggiandosi sia sugli apporti che sulle lacune degli uni e degli altri, scrive un trattato tanto scientifico quanto tecnico e didattico, accompagnato da spiegazioni descrittive precise. Lamentando nella sua Prefazione l'assenza di corsi pubblici o privati di chirurgia che trattino con precisione dei denti e l'esperienza che avrebbe potuto lasciare il fu signor Carmeline, dichiara: ciò che questo celebre Chirurgo Dentista non ha fatto, oso oggi intraprenderlo: darò per lo meno l'esempio di ciò che avrebbe potuto fare, senza dubbio con maggior erudizione & successo.

 

Questa prima opera illustrata con tavole sia anatomiche quanto strumentali, nutrite di osservazioni cliniche, di relazioni dettagliate di interventi, di diverse terapeutiche, e di numerose riflessioni gli varranno immediatamente la considerazione dei suoi compatrioti che, stimolati, avranno a cuore di apportare ognuno la loro pietra all'edificio. Fauchard inaugura i cinquant'anni di supremazia francese dell'odontologia dei Lumi. Segnaliamo che l'esame del manoscritto rivela delle scritture differenti; il che fa dire ad alcuni che una parte dell'opera sarebbe di Jean Devaux; quest'ultimo, benché chirurgo di professione, è conosciuto effettivamente per essere stato il redattore di numerose opere mediche e chirurgiche per conto dei suoi condiscepoli.

 

Elementi biografici 

Le ultime ricerche di Xavier Deltombe apportano alcune certezze sul luogo bretone della sua nascita* [1], ma nulla sui suoi genitori. Nato tra il 1677 ed il 1678, l'estratto della parrocchia di Saint Côme et Saint Damien [san Cosma e san Damiano] precisa che al momento del suo decesso che aveva l'etrà di 83 anni: il 21 marzo 1761 è stato inumato, nella navata del Santo Sacramento, il corpo del signor Pierre Fauchard, anziano maestro chirurgo-dentista, signore di Grand-Mesnil, vedovo in seconde nozze di Elisabeth Chemin & sposo di Louise Rousselot, deceduto avantieri, all'età di 83 anni, rue des Cordeliers di questa parrocchia .   

 

Un probabile primo matrimonio non ha lasciato tracce. Del suo matrimonio nel 1729, con Elisabeth Guillemette Chemin, (quarta figlia di due soci della Comédie Française), nasce un figlio Jean-Baptiste (1737-1816), avvocato e celebre commediante, amico di Talma, figlio di dentista e dentista anch'egli ai suoi inizi poi non meno celebre attore di tragedie. Nel 1734, Fauchard acquista il castello e la proprietà di Grand-Mesnil, vicino a Parigi. Elisabeth muore il 10 novembre 1739. Si risposa nel 1747, con la cugina minore di quest'ultima, Louise Rousselot, ma se ne separa tre anni dopo. Gli ultimi dieci anni della sua vita sono adombrate da incessanti complicazioni gudiziarie.

 

Per quanto riguarda la sua pratica, nella sua prefazione, dice di aver fatto degli studi nel Servizio sanitario della marina: Fui l'Allievo del signor Alexandre Poteleret, Chirurgo Maggiore dei Vascelli del Re, molto esperto nelle malattie della bocca: gli devo le prime pennellate di conoscenze che ho acquisito nella chirurgia che esercito. Secondo Jean Angot, non c'è nessuna traccia di questa formazione; in compenso suppone che Fauchard ha dovuto ottenere dalla comunità dei chirurghi di Saint Côme il titolo di esperto per i denti prima del 1708, poi quello di chirurgo nel 1711 o 1712; deve aver avuto una bottega a Parigi affidata a dei compagni durante i suoi spostamenti in provincia. Dal suo esercizio sin dal suo ventesimo anno, prima della sua installazione parigina definitiva nel 1718, rue des Fossés-Saint-Germain-des-Prés (attuale rue de l’Ancienne Comédie), si può dedurre, dalle sue relazioni riportate alla fine del primo tomo, che egli ha avuto un esercizio itinerante installandosi, come era l'uso all'epoca, sia presso un privato, sia in un albergo ad Angers, Nantes, Rennes e Tours.

 

A partire dal 1717, è accolto dal Collège de chirurgie [Collegio di chirurgia] così che da Devaux, il co-autore, forse, ad ogni modo il correttore del suo manoscritto terminato nel 1723; avrà dei corrispondenti come J. L. Petit, Fr. de La Peyronnie e l’anatomista Winslow. Forma alcuni discepoli, tra cui Gaillard che eserciterà con suo nipote, Gaillard-Courtois, e Gaulard noto per la sua triste fine* [2]. Il più importante fu Laurent Tugdual-Duchemin con il quale afferma molte volte di esercitare congiuntamente (a partire dal 1741), suo cognato ed unico allievo. Nel 1747, a 69 anni, la collaborazione si è allentata? Fauchard si installa in rue des Cordeliers (attuale rue de l’École de Médecine). Duchemin muore nel 1760 e Fauchard, benché molto colpito dalla mortedi suo cognato, prende un nuovo associato, André Leroux de la Fonde (1724-1789) che gli succederà alla sua morte l'anno seguente.

 

L'opera

 

L’opera comprende due tomi divisi in tre grandi parti. La prima parte tratta delle generalità sul dente: anatomia, eruzione, crescita, conservazione, cura, e tutta la patologia dentaria dall'infanzia all'adulto. La seconda parte si riferisce alla clinica odonto-stomatologica. La terza tratta della parte strumentale, la tecnica operatoria, l'ortodonzia e la protesica. L'essenziale del secondo tomo è trattato qui da Claude Rousseau.

 

Verrà evocato soltanto il capitolo che costituisce la prima bozza di ciò che diventerà l'ortodonzia. Ci compiacreremo nel ricordare la qualità della descrizione degli strumenti spesso creati da lui e dall'insegnamento del loro migliore uso durante la manipolazione tecnica. Anche la precisione delle posizioni ergonomiche, per la migliore efficacia operatoria e la preoccupazione della postura del paziente, sino ad allora lasciata alla "comodità" dell'operatore: il paziente è seduto sia su una sedia, sia su una poltrona di altezza normale o più bassa, seconda la necessità dell'intervento.

 

La seconda parte è dedicata alle "settantuno osservazioni sulle malattie più singolari che ho trattato e guarito; con alcuni insegnamenti per ben comportarsi in simili casi" [soixante et onze observations sur les maladies les plus singulières, que j’ai traitées & guéries; avec quelques enseignements pour se conduire en pareil cas]. Sempre seguite da una Réflexion, esse sono un documento prezioso che testimonia non soltanto del grande senso clinico dell'autore ma anche della difficoltà, e cioè della pericolosità dell'esercizio a quest'epoca, e del carattere di probante delle conseguenze degli interventi pesanti che non dovevano che raramente concludersi con una totale guarigione, malgrado le affermazioni dell'autore.

 

Ci si deve anche immaginare la forza e la capacità emotiva richieste per affrontare tali interventi. Del paziente certamente, di cui la rassegnazione di fronte al dolore era senz'altro una prova spaventosa, ma anche dell'operatore: Fauchard riconosceva egli stesso che non vi è nulla di cui si abbia maggior timore del farsi toccare i propri denti (tomo II, p.3). Il che non gli impediva di valutare spesso le sue operazioni come quasi insensibili (insensibilità o necessaria determinazione di un chirurgo?). Gli si concederà tuttavia un'attenzione speciale alle donne incinte ed alle nutrici, (...) così facili da spaventare con l'idea che esse si fanno della violenza che hanno da subire nell'operazione che si deve fare ad esse, che la loro sola apprensione può produrre gli effetti nocivi che esse temono d'altronde senza alcun fondamento (...) l'abilità del dentista in questa occasione consiste nel calmare innanzitutto per quanto gli è possibile l'immaginazione spaventata di queste persone e a dare loro della risoluzione attraverso le sue esortazioni, facendo loro capire la brevità dell'operazione, e gli inconvenienti che possono causare loro il dolore, le veglie e le preoccupazione che accompagneranno il loro male per un lungo periodo (p. 158). L'analisi globale della parte del tomo I segue la sintesi di Carlos Gysel.

 

Le fonti

 

Fauchard terrà in debito conto le messe a punto di Eustache (pur ignorandolo del tutto) trasmesse da Hémard: l’esistenza di tutte le gemme dentarie in utero, il rinnovamento dei venti primi denti e la cronologia dell'eruzione dei denti temporanei e definitivi, (p. 30-31). Di Martin, riterrà essenzialmente le osservazioni sull'igiene ed il ruolo nefasto della persistenza dei denti da latte. Per quanto riguarda l'odontogenesi, condividerà le divergenze degli anatomisti contemporanei. I pregiudizi li deve alla tradizione ippocratica concernenti gli inconvenienti e le complicazioni spesso drammatici dello spuntare dei primi denti: Le prime malattie dei denti sono così considerevoli, che a volte ci va di mezzo la vita (p. 83-85); ne farà un capitolo a parte nella seconda edizione; questa drammatizzazione perdurerà sino alla fine del XVIII secolo. Gli Antichi le hanno dato in eredità l'ignoranza della durata della calcificazione e della crescita del dente ed il dogma della gomfosi* [3] (p. 140). Le deduzioni della nuova fisiologia della circolazione del sangue gli fanno credere alla vascolarizzazione dei tessuti duri. E la fisiologia cartesiana lo conduce ad una concezione di un'alveolo preesistente, relativamente permanente, ed unico per il dente ed il suo sostituto. Tutti i denti sono inseriti in diverse cavità chiamate alveoli, che sono cavi nelle due ossa mascellari; il numero di queste cavità corrisponde a quello di denti (...) La forma di ogni alveolo è sempre conforme a quella di ogni dente contenutovi, e di cui esso è come uno stampo (P. 43).

 

 

Gli errori

 

In conseguenza alla pretesa vascolarizzazione dei tessuti duri, egli crede all'ingrandimento della corona nel corso della formazione della radice. Non ammette nemmeno la possibilità dell'inclusione di un dente e crede in questo caso ad un'inspiegabile sviluppo tardivo (p. 298). È anche convinto della possibilità per un molare definitivo di rinnovarsi: ho visto rinascere sino a due volte questi denti, dopo aver estratto il dente da latte ed il secondo che gli succede (p. 8). Conseguenza della concezione di una gemma evolventesi in un alveolo predeterminato, crede all'incompatibilità tra il volume di quest'alveolo e quello del dente, responsabile di deformazione radicolare e di dolori (p. 8-10). Nel suo primo capitolo, con tavola anatomica di appoggio, la morfologia dei denti è descritta minuziosamente (p. 14-23). La caduta dei denti da latte pone dei problemi come ai suoi successori: All'età di sette o otto anni, i denti incisivi, canini e premolari cadono nello stesso ordine in cui sono spuntati; finché essi non sono vacillanti, essi hanno delle radici solide; benché alcuni Anatomisti sostengano che non ne hanno affatto. Ma ciò che vi è di singolare, è che il corpo di questi primi denti chiamati denti da latte, si distacca dalle loro radici, senza che si sappia veramente cosa queste radici divengano; il che ha fatto concludere che questi denti non avessero affatto radici (p. 32).


 

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Ecco le due tavole anatomiche, in alto: Tavola prima, Tomo I, p.34; in basso: le anomalie, Tavola 27, Tomo II, p. 211.

 

 

 

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Le malattie dei denti

 

Dipendono da due cause, una interna, l'altra esterna.

 

 

Le cause interne

 

Dipendono di solito da vizi della linfa diffettosa in quantità o in qualità, acida o corrosiva, sino al punto di distruggere con le sue peggiori azioni le parti più solide del corpo umano, come lo sono i denti, rompendo e lacerando il tessuto delle lamine ossee che le compongono. Essa è sempre associata ad una malattia generale: lo scorbuto, la scrofola, soprattutto il vaiolo. Ma anche il regime di vita osservato, il troppo dormire, il troppo vegliare, la vita troppo sedentaria, o troppo turbolenta, non contribuiscono poco alla conservazione o alla perdita dei denti. Senza dimenticare l'importanza della qualità del latte delle nutrici per contribuire allo spuntare dei denti nel periodo in cui essi devono comparire. E tutte le passioni violenti capaci di alterare la digestione, di inacidire o di addensare la massa del sangue, di occasionare delle ostruzioni ed impedire le secrezioni e le escrezioni che devono essere effettuate per la conservazione ed il mantenimento della salute. Allo stesso modo il temperamento pituitario o pletorico e l'itterizia, causa di cos' grandi disordini nella massa del sangue. Il che accade anche alle donne incinte private del mestruo: La massa del sangue è carica di impurità che si depositano sui dento o sulle gengive, anche alle donne quando esse cessano di avere le loro regole (p. 64-67).

 

Le cause esterne

 

 

In primo luogo, sono i vapori troppo densi che si sollevano dallo stomaco e dai polmoni, che si attaccano alla bocca pressappoco come la fuligine si attacca al camino, formando un limo viscoso che rende la bocca pstosa. Questo limo è molto nocivo ai denti. Poi alcune parti di alimenti che si infilano tra i denti, ma anche il freddo, il caldo, cause di ostruzioni; le ingiurie del tempo, cause di reumi e di catarri; gli sforzi troppo violenti con i denti, i cattivi dentifrici, i dolci, i frutti austeri, i colpi violenti e naturalmente la mancanza d'igiene (p. 67-68). Senza dimenticare il tabacco di cui il fumo è dannaso ai denti, esso li rende neri e brutti (...). Esso riscalda la bocca (...). Non è che con ciò voglia distruggerne l'uso (...) So che ci si anneriscono i denti se non si ha una cura esatta nel tenerli puliti (...). Ma, poche righe dopo, il tabacco a condizione di un uso moderato si ritrova dotato di virtù preventive: Ma so anche che il fumo di tabacco può contribuire alla conservazione dei denti, procurando l'evacuazione degli umori in eccesso, che potrebbero agendo su di essi distruggerli (p. 45-46). Ma di gran lunga il più grande nemico dei denti è il mercurio, volgarmente chiamato argento vivo. (...) Con la sua azione fa gonfiare notevolmente le gengive, le logora, le distrugge; agisce allo stesso modo sulle membrane che rivestono la radice dei denti, sia internamente, sia esternamente; le dissecca, (...) le sradica, le fa cadere; o le distrugge con le carie che a cui dà occasione. Ne soffrono soprattutto i malati venerei, I Doratori di bronzo, i Vetrai, i Piombatori e tutti coloro che lavorano nelle miniere, ecc. (p. 69).

 

Segue l'elenco delle 103 malattie repertoriate in tre classi:

 

Quelle prodotte dalle cause esterne, 

 

Quelle prodotte dalle malattie occulte o nascoste

 

Quelle sintomatiche prodotte dai denti stessi


 

 L’enumerazione è pletorica: delle ripetizioni di cause ed effetti identici, di semplici varianti cliniche ne moltiplicano il numero. Carlos Gysel ne semplifica la classificazione.

 

 

 Le anomalie dentarie

 

Anomalie di conformazione. di costituzione e di produzione:

 

 

I denti soprannumerari (p. 3-4). 

 

Le radici soprannumerarie (p. 10-11). 

 

I canali soprannumerari dei molari inferiori (p. 12). 

 

L’abrasione eccessiva: dispersione di sostanzalo smalto si usura universalmente (...) soprattutto all'estremità della corona, per via dell'incontro con gli altri denti, ecc. (p. 73). 

 

L’ipoplasia o il difetto di consistenza dei denti dei bambini rachitici o bambini in fasce (malati caduti in languore e dimagriti un po' alla volta; cfr. Furetière) (p. 97).

 

Le agenesie: quelle dei denti del giudizio sono frequenti ed implicitamente considerati come normali (p.3). Quelle degli incisivi laterali superiori o inferiori abbastanza frequenti, quelle dei canini e dei premolari più rare: Quando questo accade ciò non può dipendere che dal fatto che la gemma dei secondi denti è perita per qualche motivo che non ci è sempre noto, o perché non si sono formate gemme per riprodurre i denti che avrebbero dovuto rinnovarsi secondo il corso ordinario (p. 297). 

 

 

L’eccezionale oligodonzia: è raro vedere che la natura non riproduca secondi denti  (p. 297). 

 

La fusione tra un canino ed un incisivo temporaneo: La parete separatoria di due alveoli non essendo stata formata, questi due alveoli non formano che una sola cavità e di conseguanza un dente doppio o due gemelli (p. 303). Bisogna pensare che l'unione dei loro corpi sarà stata effettuata allo stesso modo di quello delle ciliege che chiamiamo gemelle perché il loro nocciolo è doppio, benché non abbiano che una sola cosa (p. 13). 

 

La gemmazione: Il Signor Laudumiey (…) mi ha fatto vedere unmolare del lato destro della mascella superiore, composta da due denti uniti insieme per le loro radici (p. 14-15). 

 

Anomalie di morfogenesi:  

 

L’anchilosi: quando i denti vicini sono uniti tra di loro, che aderiscono alla parete separatoria, o in qualche altra parte dell'alveolo. Si deve, se possibile, separare i due denti con la lima prima dell'estrazione (p. 305). 

 

La colorazione intradentaria o ingiallimento della sostanza propria dello smalto dipendente da qualche materia alterata che la penetra, o del succo nutritivo viziato (p. 72). 

 

Les  macchie più bianche della sostanza dello smalto dei denti e che penetra sino alla cavità del corpo del dente  (p. 72). 

 

L’erosionetuberosità della sostanza smaltata del dente irregolarmente distrutto (p. 72). Esse rendono la surperficie esterna quachevolta ineguale e piena di asperità, quasi dall'aspetto di raspa, una malattia che somiglia molto allal carie; ma che tuttavia non è affatto carie (..). Essa proviene dal fatto che lo smalto è usurato da qualche materia erosiva, che vi ha prodotto lo stesso effetto in quest'occasione, che la rugine produce sulla superficie dei metalli (p. 94). 

 

 

Lo sviluppo tardivo dei denti temporanei nei bambini in fasce: Il difetto di consistenza dei denti dei bambini rachitici, fa sì che essi restino sempre racchiusi negli alveoli, senza uscirne, sino a che la parte viziata che determina la mollezza delle ossa siano dissipata, e che i loro denti abbiano acquisito l adurezza che essi dovevano avere, per dividere la gengiva che la ricopre (p. 29).


 

Anomalie da topogenesi 

 

 

La persistenza del dente temporaneo: A volte alcuni denti da latte, non si rinnovano mai, rimangono nei loro alveoli quasi così fermi e chiusi come quelli che si sono rinnovati (p. 32). 

 

L’ectopia: I denti che spuntanodal loro rango, che siano soprannumerari, o non, devono essere considerati come un difetto di conformazione e di conseguenza come una malattia  (p. 73-74). 

 

Lo spostamento: I denti si lussano o siscalzano verso l'esterno, l'interno o qualche volta di lato (p. 76). Tuttavia gli incisivi ed i caninipossono raddrizzarsi spontaneamente quando il dente da latte è estratto. Riprendendo ciò che dice Martin, egli sostiene che ciò non accade che per i premolari perché essi essendopiù larghi ed avendo più assestamento degli altri, quelli che arrivano a spingerli li sollevano per la parte mediana; da qui proviene il fatto che essi spuntino dritti (p. 33). 

 

L’égressione: I denti che eccedono in lunghezza i loro vicini devono essere considerati come dei denti malati, disposti in parte contro natura; poiché non soltanto essi sfigurano la bocca, ma causano anche degli inconvenienti alle parti vicine e nuociono all'articolazione della voca, il che obbliga a limarli (p. 73). 

 

L’ingressione: I denti si lussano, sprofondando nell'alveolo oltre la loro profondità naturale, in conseguenza di qualche caduta o colpo violente che li avrà colpiti sulle loro estremità esterne (p. 77). 

 

La rotazione; I denti si lussano rigirandosi nei loro alveoli;di modo che le loro parti si trovano per questo motivo disposti da un lato verso l'esterno e dall'altro verso l'interno (p. 76).

 

La posizione orizzontale: I denti si lussano obliquamente, di modo che una delle loro estremità tocchi la lingua, l'altra le labbra o la guancia  (p. 76).

 

La lussazione totale: I denti si lussano slogandosi interamente dai loro alveoli, per qualche colpo violento e reggendo ancora alla gengiva. Perciò si possono rimettere al loro posto; e molto spesso essi si mantengono in buon stato per molti anni; e a volte anche per tutto il resto della vita (p. 76). 

 

La carie  è la prima malattia che lavora per distruggere i denti; e fa loro maggiormente guerra durante la vita  (p. 85). 

 

 

Le specie di carie sono numerose: molli, secche, superficiali , profonde.

 

Delle cause esterne, [la carie] è più facile da riconoscere (…) e anche più facile da guarire (…). Delle cause interne, è più difficile da riconoscere: soprattutto quando essanon attacca che le radici, o il colletti del dente (...). Non si può spesso scoprirlòa che attraverso delole congiunture fondate sulla violenza e la permanenza dei dolori pulsanti, dei gonfiori, dei tumori, degli ascessi più o meno considerevoli che molto spesso l'accompagnano (p. 87). 

 

Le carie erosive , o come marce, causate da un virus verolico, scrofoloso, scorbutico, e sono quelle che fanno in poco tempo maggiormente progressi: esse sono quelle da temersi di più e le più difficili da guarire (p. 88). 

 

Tempo ottimale dei danneggiamenti: dall'età dei venticinque ai cinquant'anni (p. 88-89).

 

Per quanto riguarda il verme dentario: Fauchard è a volte perplesso: A volte troviamodei vermi nelle carie dei denti, tra il limo ed il tartaro (…) Non avendone mai visti, non lo escludo né li ammetto. Tuttavia concepisco che la cosa non sia fisiologicamente impossibile (p. 98-99), A volte incredulo perché Hémard non ne ha visti affatto (p.117-119). Poi dubitativo: I vermi dei denti (supposto che per caso a volte se ne incontrino) non causano affatto violenti dolori (p.124). 

 


Il dolore  

 

 

Quello dei denti è a volte acuto a volte pulsante (p. 104). 


Quello delle flussioni, in particolare quello dei denti affatto cariati (p. 99) dapprima sordo, poi diffuso: non vicino al punto dell'infiammazione, ma presso alla natura del disturbo circolatorio, da cui la prescrizione di dieta, salassi e clisteri prima di giungere insorabilmente alla soluzione finale, l'avulsione. 

 

Le conseguenze o complicazioni delle malattie dentarie soprattutto della carie sono le parulidi, flussioni, ascessi, fistole, trisma; che colpiscono le gengive ed il palato: le afte (ulcere), il cancro, lo scorbuto, o vaiolo.

 

 

Le malattie delle gengive 

 

Il principale uso delle gengive è di rendere i denti più fermi e più stabili negli alveoli, che contengono le loro radici; le gengive sono le conservatrici dei denti; esse contribuiscono all'abbellimento della bocca (p. 175). 

 

Fauchard mischia alle malattie della dentizione, il dolore, le ulcere (afte) e le conseguenze della carie dentaria: ascessi, parulidi, fistole, lo scorbuto, ecc. (p. 176). Il che lo costringe a dedicare il capitolo sulle malattie delle gengive quasi interamente agli inconvenienti di dentizione ed ai loro trattamenti che saranno l'oggetto di un capitolo nell'edizione del 1746. 

 

Per prevenire e calmare la violenza di questi accidenti, bisogna tentare di rendere la gengiva molle e più flessibile (...); bisogna molto presto dare un ciuccetto al bambino; questo ciucetto con il suo frescore calma il dolore, e modera l'infiammazione per un po' di tempo: e con la sua durezza facilita la divisione della gengiva pressandola, quando il bambino eccitato dal dolore, porta questo corpo duro alla bocca. Le radici di altea, miele di Narbona, cervello di lepre saranno sfregate sulla gengiva prima dell'ultimo rimedio, l’incisione con uno strumento per incidere (p. 177-179). 

 

 

In questa prima edizione le malattie sono descritte secondo:

 

La forma atrofica, repertoriata nella seconda classe dell emalattie dentarie (n°17): L’atrofia o diseccamento dell'alveolo dalle sue membrane e dalle gengive che sufficiente a causare la caduta del dente, senza che il dente sia cariato né tartarico, né che abbia causato alcun dolore (p. 78-79).

 

Le forme ipertrofiche: esse comprendono dapprima le epulidi, vere escrescenze , che si presentano sotto due diversi aspetti: il primo, in cui i tessuti sono molli, biancastre e come polipose (...) indolenti ed anche insensibili; l'altra, in cui i tessuti sono duri, rossastri (...) sempre doloranti e tendenti alla natura dello scirro, o del cancro (p. 188-189). Poi è desrcritta l'ipertrofia propriamente detta, quella chesubentra a seguito di qualche escoriazione, o ulcerazione delle gengive per il prolungamento o l'allungamento che il sangue ed il succo nutritivo producono accumulandosi all'orefizio dei vasi sanguigni che irrorano le gengive sulla zona in cui essi sono rotti o lacerati (p. 180-181).

 

In quanto alle forme infiammatorie considerate come una escrescenza dovuta al tartaro o agli effetti dello scorbuto, essesaranno descritte nell'edizione del 1746: c'è anche una specie di scorbuto a cui credo che nessun Autore ha ancora avuto cura di parlare e dans l’édition de 1746 ... (T. I, p. 275). 

 

 

Il tartaro o tufo

 

La sua origine è triplice: 

 

Le parti degli alimenti stemperati dalla saliva, diventano un limo pastoso e che non tarda a seccarsi nei periodi in cui la bocca è menoirrorata di saliva.

 

La respirazione, fa sì che ciò che vi sia di viscoso, grasso e di pesante in queste esalazioni (…) si unisca al primo strato di tartaro.

 

Infine e soprattutto la saliva viziata carica di sali e di molte piccole parti solide, li deposita contro il corpo dei denti  (p. 133-134). 

 

 

 

Un abbozzo dell'ortodonzia

 

 

Due capitoli del tomo II (da p. 85 a 123) si intitolano: Dei denti storti, mal sistemati, lussati; degli strumenti e dei rimedi che servono ad operare, quando si raddrizza e consolidano i Denti per il rpimo. E per il secondo: Modo di operare per consolidare i denti vacillanti. Per Julien Philippe, essi sono "i punti di partenza di tutta l'ortodonzia". 

 

Non sono naturalmente che delle premesse perché il campo ricoperto è preso in senso molto ampio ed il raddrizzamento ingloba ogni genere di posizioni scorrette di origine molto diverse. Non è questione né di dismorfosi né di relazioni intramaxillari già intraviste da Bartolomeo Eustachio nel Libellus de Dentibus (1563), quando un maxillare è più lungo dell'altro o quando la sua parte anterioreè troppo lunga.

 

Le cause di queste posizioni scorrette non sono che degli inconvenienti locali: la persistenza o l'estrazione precoce di un dente da latte, i colpi e gli sforzi violenti, i denti soprannumerari, le agenesie che porovocano dei diastemi.

 

 

 

I principi terapeutici

 

 

L’esame clinico sarà accurato, perché da esso dipenderanno la decisione di estrarre o quella di raddrizzare.

 

In modo generale, il raddrizzamento non concerne praticamente che i denti anteriori.

 

Per raddrizzare il dente di un bambini, i Denti dei giovani soggetti sono molto più facili da raddrizzare, si tenterà dapprima con la lima, in seguito i mezzi meccanici, e fedeli a Celso. le dita diverse volte durante la giornata possono essere utilizzate alcune volte . Infine, se necessario: i mezzi chirurgici: Se non vi si riesce con questi mezzi, non si deve esitare ad estrarre il Dente, per prevenirne conseguenze deleterie. Ho visto diverse volte dei Denti ricurvi o mal posizionati forare poco alla volta le labbra, le guance e produrre delle ulcere più o meno difformi, o pericolose (p. 87).

 

Per un adulto, i mezzi meccanici richiedono spesso troppo tempo, meglio applicare immediatamente il metodo chirurgico, la lussazione o l'estrazione

 

Le precauzioni preliminari: esaminare il paziente, seduto su di una poltrona adatta, fargli aprire e chiudere la bocca allo scopo di esaminare la situazione da dare ai denti da raddrizzare; limare quelli che sono troppo lunghi così come i denti opposti troppo grandi, allo scopo di impedire che nei movimenti delle mascelle questi denti vengano ad urtare quelli che si saranno raddrizzati (p. 88).


Necessità di contenzione per ogni dente mobile, con l'aiuto di fili d'oro per reggere le lamine di piombo e deve essere allo stesso tempo consolidata da medicamenti o dai rimedi.


 


I mezzi e le tecniche


L'uso della lima per distribuire lo spazio richiede abilità ed estrema circospezione.

 

Per il raddrizzamento:

 

Le legatura con dei fili o della seta cerata per ridurre degli spazi o raddrizzare dei Denti inclinati.

 

I fili associati alle lamine d'oro o d'argento né troppo solidi né troppo flessibili per il raddrizzamento dei Denti malposizionati; o ancora i fili associati a delle lamine in piombo unite con l'impiego del pellicano, per il riposizionamentoi dei denti lussati e benché già segnalati da Martin, Fauchard non pretende non per questo di essere stato il primo ad utilizzare questa tecnica.


Per i Denti inclinati verso l'interno (linguoversione), l'impiego del pellicano si impone. 

 

 

Conclusione

 

Quest'opera maggiore segna una svolta nella storia della Professione. 

 

Tenuto conto della sua importanza, del suo innegabile apporto nei confronti degli autori del XVII secolo, si può tuttavia rimpiangere un accesso dell'opera spesso difficile per la sua profusione e un piano generale ritagliato in un numero elevato di capitoli che avrebbero potuto essere raggruppati per un migliore apprendimento di quest'incommensurabile opera scientifica. Si tratta forse della conseguenza di un ascrittura a quattro mani?


Coloro che l'hanno ammirata e che scriveranno dopo di lui si sforzeranno di costruire maggiormente e alcuni vi si dedicheranno con successo.


Infine a tratti, ci si può anche irritare per l'immodestia di un autore, più pronto a criticare i suoi pari che a riconoscere quanto egli deve loro, e che gli hanno per di più permesso di superarli. La qual cosa gli è stata rimproverata numerose volte, soprattutto all'estero.


 

NOTE

[1] Nous avons procédé alors à un suivi généalogique de ces familles au 17ème siècle: il n'y a que quatre registres faisant référence au nom de FAUCHARD: ISSEL, AVAILLES, ESSÉ, MOUTIERS, dans un rayon de 7 kilomètres en suivant la Seiche. (Actes SFHAD LYON 1999).

 

[2] Pierre-Nicolas Gaulard a été, de 1738 à 1740 le talentueux élève de Fauchard. Leur association sera interrompue par une affaire qui fit grand bruit. Très dépensier, criblé de dettes, Gaulard décide de cambrioler la Varlet, ancienne fille d’opéra, qu’il savait posséder des diamants, des bijoux, de l’argent, des vêtements précieux, etc. C’est en restituant partiellement et mystérieusement son larcin dans un linge marqué de son initiale qu’il fut découvert, accusé de préméditation et pendu.

 

[3] Gomphose : (du grec gomphos, clou, cheville). Articulation immobile dans laquelle les os sont emboîtés l’un dans l’autre. (Dict. Odonto-stomatologique, P BUDIN, S. D. P. S. 1970)

 


Bibliographie

 

Jean Angot. Fauchard et son œuvre. Étude analytique et critique. Thèse pour le diplôme d’État en chirurgie dentaire, Université de Paris VII, 1985

 

 

André Bésombes et Georges Dagen, Fauchard et ses contemporains. Ed. SNPMD, 1961, Paris

 

 

Carlos Gysel. « Les implications cartésiennes de la nosologie bucco-dentaire de Fauchard », Revue Belge de Médecine dentaire, 34, p. 313-320, 1979

 

Carlos Gysel. Histoire de l’Orthodontie, p. 141-142, p. 147, p. 391-416, Société belge d’Orthodontie, 1997, Bruxelles

 

Julien Philippe. Histoire de l’Orthodontie, S.I.D.E 2003 Paris


 

 

 

LINK al post originale:

 Le Chirurgien Dentiste ou Traité des dents

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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti

 

 

appo i principali popoli del mondo

 

 

storia farmacia frontes

 

 

CAPO II

 

Scuola empirica. Mitridate. Celebrità femminee nella scienza farmaceutica.


 

kernot_Alessandria.jpgL’epoca in cui comincia, per così dire, la separazione tra le professioni di medico e di farmacista par che debba assegnarsi al tempo della Scuola d’Alessandria, in cui siffatta separazione ebbe luogo per la prima volta.

 

Una delle cause che si son trovate per ispiegare e giustificare questo fatto fu la cresciuta opulenza dei medici, i quali, sdegnando di occuparsi di cose che uscivano dall’esercizio razionale della scienza, lasciarono ad altri la cura di manipolare quelle droghe e quelle composizioni, che essi pertanto prescrivevano a’ loro ammalati.

 

A questa ragione si può aggiugnere l’altra che, sendo cresciuta la importanza della scienza medica per le cresciute cognizioni e scoperte, si stimò conveniente il disgiungere queste due branche della medicina e della farmacia, definendo le attribuzioni che agli esercenti dell’una e dell’altra si appartenevano.

 

kernot_celso.jpgCelso parla delle attribuzioni de’ farmacisti, e noi ci varremo all’uopo de’ documenti che egli ne reca: Sotto i Romani la differenza fra medico e farmacista venne a cessare; ed egli interveniva pressoché sempre che la doppia professione venisse esercitata dallo stesso uomo; come parimente quelli che si occupavano di scienze mediche, e che ne lasciarono scritti alquanti opuscoli, trattavano in pari tempo di cose pertinenti alla farmaceutica.

 

Bensì, tanto l’una scienza quanto l’altra ebbero a modificarsi considerabilmente da quella scuola che fu detta Empirica, la quale, dove sulle prime accennò a spignere il progresso di entrambe queste essenziali branche dello scibile umano, venne dipoi, per funesti abusi, tralignando in modo che fu causa, diremmo quasi, d’una rivoluzione e d’uno scisma nella professione.

 

Ippocrate.jpgPuossi attribuire l'origine di questa scuola a non pochi fatti che concorsero ad un tempo, ma indipendentemente l'uno dall’altro, ad una specie di rivoluzione nelle scienze farmaceutiche; perocché l’introduzione de’ novelli medicamenti, venuti da diverse contrade e particolarmente dalle Indie e dall’Etiopia, gittarono il turbamento nelle dottrine già stabilite, e cominciarono a distogliere i medici dal sentiero che Ippocrate avea segnato.

 

Gli empirici non si servirono sempre di un buon metodo di osservazione; giacché, invece di studiare l’azione segregata di ogni medicamento, essi ne mischiarono parecchi con formole estremamente complicate. Errore gravissimo fu questo che mostrava appunto l'infanzia della scienza. Gli empirici credevano che unendo due o tre sostanze medicinali si potessero debellare due o tre diverse affezioni simultanee. Non occorre il dimostrare l’erroneità di questa pratica.

 

kernot_Celio-Aureliano-de-morbis-acutis-et-cronicis.JPGCelio Aureliano ci ha trasmesso parecchi esempii di queste informi associazioni di farmachi. Egli dice, per esempio, che si facea uso contro il colera [1] delle pillole composte col seme di giusquiamo, dell'anice e dell’oppio. È singolare che un simile recipe non si scosti molto da quello che venne adottato ai tempi nostri con alquanto successo contro questa crudele malattia. Nelle affezioni illiache, si facea uso d’una composizione in cui entravano le bacche del daphne mezereum, il sale, l’elaterio, la resina, il castoro e il diagridio [2]. Si combatteva la tigna ed altre malattie della pelle con un misto di nitro, di zolfo e di resina; l’epilessia era curata col castoro, col cervello e col fiele di camello, col caglio del vitello marino, cogli escrementi del coccodrillo, col cuore e coi reni del lepre, col sangue della tortorella e coi testicoli dell’ariete, dell’orso, del gallo o del cignale.

 

giusquiamo.jpgApollonio, di Antiochia, scrisse un trattato sulla preparazione degli unguenti, ed un altro sulla composizione de’ medicamenti estemporanei. Eraclido, di Taranto, discepolo di Mandia, perfezionò molto la materia medica e scrisse un’opera completa sui medicamenti. Questo libro andò perduto. Egli si occupò eziandio de’ contro-veleni. La cicuta, l’oppio ed il giusquiamo formavano la base de’ suoi antidoti, (li cui egli faceva sempre un saggio sopra se medesimo. L’oppio era uno de’ rimedii che egli prediligeva, come pure alcuni de’ nuovi aromi fatti venire dall’Oriente, come il costus il pepe lungo, la cannella, l’opobalsamo e l’assafetida.


opobalsamum.jpgCleofante, che fu il maestro d’Asclepiade, lasciò una dotta descrizione delle piante medicinali.


Zopiro, che vivea nella corte de’ Tolomei, compose un antidoto a cui dette il nome di ambrosia. Si narra aver lui proposto a Mitridate di farne lo sperimento su un reo, che fosse stato primamente avvelenato; ed assicurava che l’antidoto avrebbe ottenuto il desiderato effetto.

 

Mitridate-Eupatore.jpgÈ da osservare che nell’Asia minore e nell’Egitto la scienza farmaceutica progredì per opera de’ sovrani, i quali si occupavano da se stessi della composizione di non pòchi rimedii ed in ispezialita di veleni e contro-veleni.

 

Il più celebre di tutti i sovrani farmaceuti fu senza dubbio Mitridate Eupatore, re del Ponto, l’implacabile e felice rivale della romana potenza.

 

Portiamo opinione che nessun monarca fece più accurati studii sulla natura de’ veleni e su i loro antidoti di quel che fece Mitridate, famoso appunto per questa vasta cognizione che ei si avea de’ veleni e dei contro-veleni. Pare che egli avesse una sterminata paura di morire attossicato, perché, non solo egli attese a studiare accuratamente la tossicologia, ma usava di prendere ogni mattina una certa quantità or di un veleno or di un altro per avvezzare le fibre dello stomaco in modo da non risentirne più i dannosi e letali effetti, qualora da nemica’ mano ei fosse stato avvelenato; dappoiché è noto che può lo stomaco a poco a poco siffattamente avvezzarsi anche alle sostanze più eterogenee alla umana organizzazione, da finire con assimilarsele appunto come se le fossero sostanze alimentari. Mitridate ebbe impertanto a pentirsi di questa pratica che egli avea seguita, imperciocché egli avvenne che volendo, un giorno appresso alla perdita di una battaglia, por fine ai propri giorni col trangugiare un possente veleno, questo non produsse in lui il più lieve sconcerto, da che trovò lo stomaco già agguerrito contro le sostanze eterogenee.

 

nicandro1.jpgVuolsi che questo principe avesse composto un elettuario da ricetta assai pregevole, che Pompeo fece ricercare dopo la morte del famoso monarca del Ponto. L’elettuario di Mitridate si componea di 54 sostanze, ed era il più complicato di tutti quelli dei trattati allora conosciuti. E noto che la celebrità di questa composizione vinse i secoli; e solo da pochi anni in qua cessò di far parte de’ repertorii farmaceutici.

 

nicandro_da_colofone.jpgTra gli autori che appartengono alla scuola empirica merita particolar menzione Nicandro, nativo di Jonia, e contemporaneo di Scipione Africano e di Paolo Emilio. Di questo autore restaron due poemi, che si ebbero entrambi per oggetto la storia e la tossicologia. Il primo è intitolato Theriaca: contiene la descrizione de’ serpenti e degli insetti velenosi, il quadro delle precauzioni da usare per evitare le morsicature di questi malefici animali e la serie de’ medicamenti adatti a guarirle. Questo poema contiene circa mille e cento versi. Vivaci ne sono le descrizioni de’ tormenti degli ammalati e dei sintomi delle malattie.

 

 medea-Nancy_Klagmann.jpgContinuazione di questo poema poema è l’altro che s’intitola Alexipharmaca. Dove nel primo l’autore si fa a descrivere l’azione de’ veleni trasfusi nel corpo umano da malefici insetti, in questo secondo tratta de’ veleni che si sviluppano nel corpo umano dall’ alterazione delle sostanze alimentari.

 

 Una traduzione in versi francesi fu fatta di questi poemi dal calvinista Gorris che morì di spavento la notte di S. Bartolomeo.

 

Con Nicandro ebbe fine la storia della Scuola d’Alessandria i cui avanzi ritroveremo in Italia sotto il nome di Scuola metodica.

 

Circe_Offering_the_Cup_to_Odysseus.jpgVogliamo chiudere questo capitolo con una curiosità istorica, cioè che nell’antichità la scienza farmaceutica ebbe anche celebrità, femminee, come una Medea, che attossicò Giasone e gli stessi suoi due figliuoli, e Circe, i cui stregonecci su Ulisse debbonsi ritenere come non estranei alla manipolazione di misteriose bevande.

 

Aspasia, di Mileto, contemporanea di Pericle, da cui era amata, dava pubbliche lezioni sulla botanica; ed Artemisia, regina di Caria, trecento ottant’ anni avanti Gesù Cristo, studiava le virtù segrete delle piante e delle droghe; e dette il suo nome alla pianta che fu in latino addimandata Artemisia Vulgaris. Finalmente, citeremo la fastosa Cleopatra regina di Egitto, alla quale si attribuisce un'opera che ha per titolo De medica minei faciei.

 

Aspasia-di-Mileto.jpgOltre delle versiere Medea e Circe ed altre, furono donne che scrissero formole di ricette per malattie del loro sesso, le quali furono proscritte per lo scopo immorale o pericoloso che aveano in mira.


Artemisia-di-Caria.jpgAl quale obbietto non vogliamo trasandare di ricordare che in tutti i tempi, fino ai dì nostri, ci furono e son tuttavia di quelle scelleratissime femmine, che valendosi del privilegio d'un'arte che esse esercitano, qual si è l’ostetricia, si prestarono a coprire con loro particolari ricette l’onta di una colpa giovanile, attraversando l’opera della natura [3].

 

Cleopatra-Waterhouse.jpgFinalmente, il Ceramico di Atene era popolato di cortigiane di Frigia e di Tessaglia che vendevano a prezzi esorbitanti alcuni filtri da esse composti e destinati a ravvivare ne’ dissoluti i sensi affiacchiti dal libertinaggio, ovvero alcune bevande narcotiche, che venivano presentate ai mariti dalle sciagurate mogli, che volevano postergare il tetto maritale per recarsi, sotto il velo della notte, a prostituirsi nel fango di osceni ritrovi.

 

Queste sciagurate erano l'oggetto di un'attiva sorveglianza; e già, Solone e Licurgo aveano promulgato leggi che ordinavano la espulsione de’ farmacisti da Atene e da Lacedemone, a causa delle loro infamie. Queste leggi, necessarie in que' tempi, riserbavano ai soli stranieri il permesso di esercitare l’arte farmaceutica.

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

[1] Da ciò desumano i nostri lettori che il colèra è n'antichissima malattia, surta, come pare, appo i popoli d’Oriente dopo la sparizione della lebbra. Ne troviamo fatto menzione ne' libri di Mosè; e ci piace di riferire un versetto del Deuteronomio, in cui è detto: Vigilia, cholera et tortura viro infrunito.


[2] Preparazione della scamonea, il cui nome viene dalla parola greca Daerition, che significa lagrima, perché questa sostanza liquefatta piglia la forma d’una lagrima.


[3] Di questa categoria di scellerate donne troviamo fatta menzione nell’opera del nostro infaticabile romanziere signor Francesco Mastriani intitolata Le Ombre.

 


 

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Storia della farmacia e dei farmacisti, 02

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31 gennaio 2012 2 31 /01 /gennaio /2012 14:15

Storia della farmacia e dei farmacisti 

 

appo i principali popoli del mondo

 

kernot_frontespizio.jpg

 

 

 

PARTE PRIMA


LA SCIENZA FARMACEUTICA PRESSO GLI ANTICHI

 

 
 

Je jure et promets devant Dieu.
De donner aide et secours indifféremment
à tous ceux qui m’emploieraient, et finale-
ment de ne tenir aucune mauvaise et vieille
drogue dans ma boutique.

(Antico giuramento de’ farmacisti)


 

CAPITOLO 1

ORIGINE DELLA FARMACIA - PRIME SCOPERTE.

kernot-Adamo-EvaChi potrebbe con precisione assegnare l’epoca in cui nacque la farmacia? Dacché il peccato originale scaricò sul seme di Adamo i mali inseparabili dalla umana corrotta natura, nacque il bisogno di ricercare i mezzi di debellare que’ disordini, a cui la debole organizzazione dell’uomo è soggetta.

kernot-uomo-selvatico.jpgQuelli che hanno per sistema il denigrar sempre la più nobile fattura di Dio dicono che dal momento in cui furono due uomini nel mondo, l’uno dovette essere ingannatore e l’altro ingannato, ovvero che ambedue si studiassero d’ingannarsi a vicenda. Noi invece siam di parere che la carità o l’amor fraterno fosse il primo sentimento a sorgere e sviluppare nell’uman cuore, e che la prima sofferenza fosse il richiamo delle più amorose cure.

Egli sembra che ne’ primissimi tempi dell’uomo la medicina e la farmacia non fossero, diremmo, che quasi istintive; dappoiché, se il bruto ritrova nei suoi istinti di conservazione i rimedii atti a fugare le sue malattie, quanto maggiormente questi provvidi istinti dovettero svilupparsi nell’uomo, chiamato ad alti e nobili destini, e dotato di sì mirabile intelligenza!

kernot_Egypt.jpgFurono primamente gl’istinti di conservazione e poscia le tradizioni di famiglia quelli che gittarono le fondamenta della scienza della guarigione.

 

È indubitato che tra i primi rimedii a cui l'uomo si appigliò per guarire da' mali che il travagliavano furono le erbe e le piante, ricca e mirabile farmacia spiegata su tutta la faccia della terra.

imhotep.jpgE, naturalmente, i primi semi della farmacia han dovuto germogliare sul suolo d’Oriente, in quelle contrade così fertili di profumi, di aromatiche piante, di resine salutari. E, perciocché l’Oriente è la culla del genere umano, dovette naturalmente essere eziandio quella della farmacia; tanto più che antiche tradizioni ci dipingono gli abitanti delle regioni orientali come quelli che seppero temperare e calmare le ardenti allucinazioni del delirio.


Vasi-canopi.jpgÈ d’uopo trasportarsi nell’Egitto per assistere ai primi albori della scienza farmaceutica. Di ciò fanno testimonianza non pochi fatti, che ricorderemo. Ma innanzi tutto è necessario far notare che appo gli Egizi la longevità era tenuta come indizio di buona e costumata vita, mostrando con ciò che le intemperanze e gli altri vizii son quelli appunto che abbreviano il corso della umana esistenza. Il re Osimandia aveva fatto apporre, al sommo dell’ uscio della Biblioteca del suo vasto e splendido palagio, queste parole: Farmacia dell’anima. Le quali dimostrano non solo come quel monarca intendesse bene il valore de’ libri e l’utilità morale che se ne cava, ma bensì che il tropo farmacia, preso in significato morale, supponeva già la cognizione dell’arte farmaceutica per la guarigione delle malattie fisiche.

Naturalishistoria.jpgPlinio l’antico e Clemente d’Alessandria narrano che gli Egizi avevano appreso dai maghi l’arte di apparecchiare i medicamenti. È noto che la parola mago avea appo gli orientali una estesa e svariata significazione; e per essa intendevansi non solo gl’incantatori ma i dotti e i sapienti; in guisa che ben può darsi che i due citati autori attribuiscano ai dotti e sapienti piuttosto che agli incantatori la invenzione dell’arte di preparare i rimedii.

Clemente_d-Alessandria.jpgVuolsi che gli Egizi usassero il sale cirenario, vale a dire il cloridrato d’ammoniaco, il  litargirio e  l'allume contro i furungoli, le ulceri, le oftalmie. Plinio dice altresì che eglino componevano, con certe erbe, alcune bevande purgative.

mummia.jpgDove mancasse ogni altro argomento a dimostrare che la proprietà di certe sostanze medicamentose non dovea essere ignota a questo antico popolo, basterebbe il fatto delle imbalsamazioni, per cui vennero gli Egizi in tanta fama. Le mummie si vendevano a prezzi esorbitanti; ma l’arte di prepararle era pressoché un privilegio de’ sacerdoti , i quali la rivestivano con quel mistero onde coprivano tutte le operazioni che facevano nel fondo de’ loro tempi. Di ciò parleremo in appresso.

fegato-epoca-babilonese.jpgNé la composizione di un gran numero di rimedii era ignota agli Indiani ed agli Assirii. Il filosofo Democrito, che vivea trecento anni prima dell’era volgare, dopo aver fatto, nella grave età di 95 anni, un viaggio presso gli adoratori d’Iside, visitò i preti della Caldea e i sapienti della Persia, e da queste remote regioni riportò alcune formole farmaceutiche, di cui non poco si giovò in appresso la greca medicina.


Egypt-and-Practise-of-Medicine.jpgL’oscurità de’ tempi che precedettero l’era volgare annebbia un lungo periodo in cui si va a tentoni alla ricerca di fatti storici, che il più delle volte si perdono nel regno della favola. Laonde, non potendo in questa opera intrattenerci molto su queste prime epoche del mondo, in quanto a notizie che risguardino la farmacopea, noi sorvoleremo su questi tempi, in cui d’altra parte non troviamo nessun nome intorno al quale raccogliere elementi al nostro proposito. Lasciando dunque da banda la nebulosa remota antichità, noi verremo ad una epoca non cosi lontana, in cui non ci sarà difficile precisare con maggiore esattezza i fatti.

 

E primamente, è da osservare che in origine ci sembra che la medicina, la chirurgia e la farmacia non formassero che una sola professione, come leggiamo nel Pasquier: "In quel tempo, la professione di medico consisteva nell’esercizio di tre punti, cioè: 1° a dar consigli secondo i precetti dell'arte, per le malattie interne del corpo umano; 2° alle unzioni pei morbi esterni; 3° nella preparazione delle bevande e de' medicamenti. Voglio dire che uno era medico, chirurgo e farmacista ad un tempo".

Così eran le cose appo gli Ebrei, gli Egizi, i Babilonesi, i Persiani, i Macedoni e i Greci. Non erano soltanto i medici quelli che si occupavano di farmaceutica; ma eziandio i patriarchi, i profeti, i principi ed i re erano versati in questa scienza.

 

Verso gli anni 1990 e 1880 avanti G. C., sotto i patriarchi Abramo e Giacobbe, circolavano già nello Egitto non pochi mercadanti Ismaeliti, che interrogavano gli ammalati su le sofferenze che questi aveano, e vendeano loro aromi, gomma, ambra, balsamo e mirra. A giusto titolo questi mercadanti poteano domandarsi farmacisti ambulanti.

Troviamo nel Libro de' Profeti che Salomone scrisse parecchie formole farmaceutiche, che il re Ezechia suo pronipote distrusse, affinché Dio non venisse offeso da’ maleficii in cui erano stati convertiti i segreti salutari del suo bisavolo.

Leggiamo che Geremia profeta adoperava una medicina molto attiva ed eccitante; e 200 anni di poi Isaia adoperava olio e i fichi per guarire le piaghe.

Nella Persia, Cambise facea da sé stesso gli unguenti e ne facea traffico col re di Egitto. E i re macedoni si esercitavano nell’arte delle preparazioni farmaceutiche.

 

Percorrendo la storia de’ tempi eroici della Grecia, troviamo un fatto assai degno di attenzione, cioè che il medico Melampo guariva coll’elleboro nero, domandato però Melampodium, la follìa furibonda nelle donne, ovvero la erotomania, terribile malattia, i cui casi non sono, per lieta ventura, assai frequenti. Con tal medicina il Melampo guarì le figlie di Preto, re d’Argo.

Troviamo la prima ambulanza stabilita sotto le mura di Troja, nella famosa guerra cantata da Omero e celebrata da tutt’i poeti dell’antichità. Questa prima ambulanza fu formata da’ due figliuoli di Esculapio, Macaone e Podalirio, i quali apparecchiavano e recavano secoloro tutt’i medicamenti necessarii a’ guerrieri. Macaone curò la piaga di Menelao e l’ ulcera infetta che Filottete aveva al piede. Patroclo, per estrarre un dardo dalla coscia di Eripilo, stagnò il sangue con una radice tritata e nota a lui soltanto.

Il cantore di Achille nomina altri medici-farmacisti che, coll’opera loro e colle droghe da essi ritrovate, curavano gl’infermi nel tempo in cui durò quel lungo assedio e i feriti nel tempo della battaglia.

La prima nozione d’una specie di bottega da farmacia, la troviamo nella Persia antica, 522 anni prima dell’era cristiana.

Democede, di Crotone, compose gli unguenti che egli applicava sul cancro d'una mammella di Atossa, moglie di Dario e figliuola di Ciro. Questo Democede avea raccolti in una stanza tutti gli empiastri e tutte le preparazioni per uso esterno ed interno. Questa stanza nomavasi Iatrion. Fu, per quanto ci è dato conoscere, la prima bottega da farmacista che si fosse stabilita.

Lo stesso Iatrion troviamo in Grecia, nel secolo di Pericle, 1160 anni avanti l’èra cristiana, e il troviamo mentovato in una commedia di Aristofane, dove si narra la storia d’un certo Lamaco che, ferito alla gamba, era stato trasportato nell’Iatrion del medico Pittalo, appo il quale (leggesi nell’altra commedia dello stesso autore Le Vespe) fu anche menato un sibarita colpito in sul capo.

Ma eccoci a Ippocrate, al grande Ippocrate, che diede il suo nome all’arte salutare, e che da circa ventitré secoli detta ancora i suoi sublimi aforismi a’ figliuoli del progresso ed al genio scientifico che segnala i tempi nostri.

Il grand’uomo, benché fosse molto sobrio in preparazioni medicinali, componea pur tuttavia da sé medesimo i medicamenti , ed egli stesso recavali ai suoi ammalati.

Leggiamo nel Myrouël: “È stata la chirurgia quella parte della medicina che fu trovata la prima; ma dopo la venuta d’Ippocrate, che trovò la medicina dommatica e razionale, la chirurgia fu compresa nella medicina; ed Ippocrate fu medico, chirurgo e farmacopolo, il quale coglieva da sé stesso le erbe e le altre medicine, e le applicava agli infermi, avvegnaché ei fosse signore e principe”.

Cinquant’anni dopo d’Ippocrate, Aristotile, ancora giovine, esercitò la farmacia per sottrarsi alla miseria. La Scuola di Alessandria si aprì l’anno 320 prima dell’era cristiana. Non grandi progressi fecero in questa scuola le scienze farmaceutiche, benché in essa soltanto si potessero attignere cognizioni di alcuna importanza. A questa scuola appartennero i due celebri medici farmacisti Erasistrato ed Erofilo.

Diremo poche cose sull’uno e sull’altro di questi due famosi greci , i cui nomi si congiungono a non poche importanti scoperte fatte in quell’aurora della scienza medico-farmaceutica.

Aveva il primo seguito le lezioni di Teofrasto, il quale aveva attinto nelle scuole egiziane gli elementi della sua botanica medica. Visse nella corte di Seleuco Nicànore, re di Siria; ed è noto che egli scoprì di che malattia fosse preso Antioco, figlio di questo principe, appassionatamente innamorato di Stratonice; ed é noto altresì che, la mercé della sua valentia, riuscì a guarire il giovine principe dalla passione che il travagliava.

Pare che Erasistrato fosse stato il primo a semplificare l’uso dei farmachi, di cui già si faceva dagli altri medici un deplorabile abuso. Fece segnatamente la guerra agli antidoti ed a quelle composizioni dette reali, che i medici dei suoi tempi chiamavano la mano degli dei (manus deorum). Vuolsi che egli scrivesse un’opera su i veleni.

Erofilo di Calcedonia, professò sull’ uso dei medicamenti una dottrina affatto opposta a quella di Erasistrato, perocché egli adoperava molto elleboro ed attribuiva alle sostanze vegetali efficaci proprietà. Al converso di Erasistrato, egli era partigiano dei rimedii addimandati la mano degli dei purché fossero convenientemente adoperati. E sembra che contro lui in ispezialità fossero dirette su tale oggetto le vivaci diatribe del discepolo di Teofrasto.

Celebrati furono alcuni discepoli di Erofilo, tra i quali facciamo menzione di Endemo, che compose una teriaca, la cui formola fu conservata da Galieno. Questa composizione, descritta in versi, era stata scolpita sulle porte del tempio di Esculapio. Non vogliamo trascurare di ricordare che Erofilo visse nel quarto secolo innanzi dell’era cristiana, come pure Erasistrato.


 

 

LINK all'opera originale: 

Storia della farmacia e dei farmacisti, 1871

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14 dicembre 2011 3 14 /12 /dicembre /2011 17:28

 

 

 

 

cruikshank_il-_mal_di_testa.jpg

 

Cruishank, Il mal di testa.

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9 dicembre 2011 5 09 /12 /dicembre /2011 12:05

Farmacia tascabile di un medico romano [1]

 

01.jpg
 

 

 di Burkhard Reber (di Ginevra).
 


Nel gruppo dell’arte antica, all’Esposizione nazionale svizzera che ebbe luogo a Ginevra, nel 1896, si poteva notare in una delle vetrine destinate alle antichità romane trovate in Svizzera una piccola scatola in avorio molto curiosa. Secondo l’opinione generalmente ammessa oggi, si tratta della farmacia tascabile di un medico romano. L’oggetto appartiene al museo di Sion (Cantone Vallese), in cui l’ho avuto tra le mani alcuni anni prima della sua esposizione. Ma, durante lo svolgimento di quest’ultima, si è presentata l’occasione di farne delle fotografie, il che mi permette di possederne delle riproduzioni molto esatte.

 

 

 

05.jpg

Notre Dame de Valère, Sion, Svizzera.



È il motivo che mi spinge nel pubblicare una breve nota sull’oggetto in questione benché esso il soggetto sia già stato trattato brevemente da altri autori [2]. Ma in nessun modo è trattato in modo esatto e, soprattutto per la nostra epoca, in modo esaustivo. Tengo particolarmente a por rimedio a quest’inconveniente. Successivamente si sono presentati dei nuovi casi, di modo che un riassunto su questo soggetto presenterà tanto più interesse in quanto in lingua francese, per quanto io ne sappia, non è ancora stato trattato.


Il corpo di questa scatola è scolpito in un sol blocco d’avorio; il coperchio presenta le figure di Esculapio e di Igea, si inserisce attraverso delle scanalature laterali. L’oggetto misura 11 cm di altezza e 7,5 cm di larghezza. Il suo spessore è un po’ più di 3 cm. Il colore bianco giallastro è quello del vecchio avorio. Gli archeologi si sono mostrati d’accordo sulla l’antichità di questa interessante farmacia portatile. La si attribuisce all’epoca romana della fine del terzo o dell’inizio del quarto secolo.


Questa scatola possiede la sua piccola storia che non manca di interesse. Quando in un angolo della camera degli archivi dell’antichissima chiesa di Valère a Sion, è stata ritrovata, coperta di polvere e dimenticata probabilmente da secoli, conteneva delle reliquie avvolte in stoffe molto belle, in seta. Tra queste si notava, ad esempio, un frammento della sedia su cui san Pietro si era seduto durante la condanna di Cristo. Si ha dunque il diritto di supporre che questo reliquiario era stato spedito da Roma, sotto forma di regalo, al vescovo di Sion. La scrittura sulle strisce di pergamena indicante il contenuto di ogni compartimento, sembrava appartenere al nono secolo.


Ma le figure di Esculapio e di Igea, divinità della medicina e della salute nell’antichità, non hanno nulla a che fare con un reliquiario cattolico; al contrario, esse dimostrano chiaramente l’antica destinazione della scatola. Per fortuna sono state lasciate le suddivisioni all’interno che sono testimoni egualmente dello scopo primitivo dell’oggetto. Su quest’ultimo punto si hanno tanto meno dubbi in quanto conosciamo oggi, come dimostrerò più avanti, un certo numero di queste farmacie portatili dei medici romani, tutte strutturate pressappoco allo stesso modo. Tuttavia, in generale, sono antichità molto rare e considerate essere della più alto interesse scientifico ed anche artistico.




02.jpgInterno della farmacia.



 


Le due figure che sono sulla nostra scatola rappresentano sicuramente Esculapio ed Igea. Gli attributi che questi personaggi reggono in mano lo provano nel modo più irrefutabile. L’uomo regge nella mano sinistra il bastone avviluppato dal serpente tradizionale e la donna un serpente ed una coppa. È la rappresentazione classica, così come l’abbiamo trovata incisa, scolpita e fusa su dei monumenti antichi. In quanto alla scultura in alto rilievo stessa, che orna il coperchio di questa scatola, non manca, malgrado una certa durezza delle forme e qualche errore di disegno, di uno stile elevato e di una tecnica che ricorda la grande epoca artistica dello sviluppo della nazione romana.


Molto spesso, si ritrova Esculapio ed Igea rappresentati insieme. Ma che li si incontri isolati o l’uno accompagnato con l’altro, ognuno reca sempre gli stessi attributi: Esculapio il suo bastone avviluppato con il serpente, Igea un serpente in una mano, la coppa nell’altra.

 


06.jpgEsculapio, Musei capitolini, Roma. 


Non è raro vedere queste due divinità della medicina e della salute che si crede siano a volte marito e moglie a volte padre e figlia, il che non ha nessuna importanza per noi, in compagnia di un bambino avvolto in un mantello e la testa sempre coperta da un cappuccio. È Telesforo, figlio di Esculapio che, secondo alcuni, rappresenta il convalescente, secondo altri un demone o il genio della salute. Ad ogni modo, egli aveva per sé dei templi a Smirne ed a Pergamo. Sappiamo che Esculapio e Igea contavano numerosi e magnifici templi ed altari tanto in Grecia quanto nell’antica Roma.


Si è recentemente scoperto a Tarda [3], in Ungheria, una placca in molassa, con la scultura delle tre divinità riunite, nelle loro forma più tipica e recanti i loro attributi. Insisto su questo ritrovamento perché proviene da un paese conquistato dai Romani, in cui il culto si è in seguito impiantato relativamente tardi. L’iscrizione che si vede sul piccolo monumento è così concepita: “Aur (elio) Eternalis ex voto posuit”.

 



04.jpgTavoletta votiva di Esculapio, Igea e Telesforo, II-III secolo d. C., Kyustendil, Bulgaria.

 



L’Esculapio nella nostra scultura presenta una singolarità. Regge con la mano destra un oggetto somigliante ad un pino. Quest’ultimo è solitamente l’attributo di Bacco. Può darsi che qui l’artista abbia voluto rappresentare una pianta o un fiore medicinale. Attiro su questo punto l’attenzione senza pensare di aver risolto la questione.


La croce che si scorge tra le due teste è più recente. Essa data naturalmente all’epoca in cui la scatola era destinata a diventare un reliquiario. Prima di utilizzare nella chiesa cristiana un oggetto che era appartenuto a dei pagani, occorse, attraverso un segno visibile, consacrarlo al cristianesimo. Questa pratica era generale ed è conosciuta in tutto il mondo. Il foro che si osserva in alto serviva per mettere un chiodino con un bottone a mo’ di serratura, per la chiusura.


Il dottore C. Brunner, menziona anche quattro altre cassette simili, tutte destinate al trasporto comodo di medicamenti e sempre provenienti dall’epoca romana. La prima di queste scatole, rettangolare, in bronzo, trovata a Pompei, suddivisa in cinque compartimenti, contiene ancora presentemente dei medicamenti, di cui una parte in pastiglie. Una seconda scatola simile, rinvenuta nei dintorni di Napoli, mostra sul coperchio a scorrimento l’immagine di Esculapio, si trova ora nel museo di Berlino. Un’altra scatola della stessa categoria, in bronzo, ma molto artisticamente rialzata da una placcatura in argento e rame puro, rappresentante il serpente di Esculapio rampante intorno ad un allora, con degli uccelli ai quattro angoli, è stato ritrovato nel letto del Reno a Magonza. L’interno di quest’oggetto notevole mostra quattro suddivisioni, due piccole e due più grandi, il cui contenuto è stato sfortunatamente rovesciato al momento del ritrovamento. Si conserva questa reliquia della medicina antica al museo di Magonza. La quarta scatola di questo genere, trovata come la precedente, nelle province renane, tra Neuss e Xanten, fa parte delle antichità romane del museo di Berlino. Dal punto di vista del loro impiego, l’opinione di tutti i ricercatori è unanime.



07.jpgVenere Hygeia, statua romana, 200 d. C.


La somiglianza di queste quattro farmacie tascabili, benché in bronzo, con quella che sto segnalando è assolutamente notevole. Come decorazione, quest’ultima è la più sviluppata ed allo stesso tempo la più tipica. Questa forma oblunga appiattita conveniva evidentemente ad un oggetto portatile, posto probabilmente in una tasca speciale.


In quanto alla strutturazione interna in undici suddivisioni un po’ differenti come grandezze, è la più complessa di tutte queste farmacie antiche conosciute sino ai nostri giorni. Visto lo spazio molto ridotto destinato ad ogni specie di rimedio, siamo obbligati a supporli di dimensioni minime se senza dubbio eleganti, probabilmente in pillole, pastiglie ed altro.


Ora si pone una domanda. Queste divinità non avevano che lo scopo di indicare in modo generico la destinazione dell’oggetto come recipiente di rimedi? La riflessione che ci ritroviamo in presenza di immagini di divinità e non soltanto di semplici figure decorative ci induce nel compiere un passo più lungo. L’oggetto appartiene all’epoca dell’idolatria per eccellenza, l’immagine di un Dio qualunque imprimeva all’oggetto un carattere sacro. Ne concludo che questa scatola di rimedi, in materia pregiata (l’avorio era già presso i Greci molto apprezzato per raffigurare le divinità), formava allo stesso tempo un piccolo altare portatile. E se c’è altare c’è culto.




03.jpgCoperchio della farmacia.

 




Ciò ci spiega egualmente perché l’oggetto è stato ritrovato in una chiesa cristiana (quest’ultima stessa avendo i suoi inizi in un tempio romano) [4]. Tutti gli oggetti dalla semplice pietra sino al più bel tempio, una volta consacrato ad un culto, non dovevano più cambiare destinazione. I sacerdoti cristiani si mostravano accaniti nello strappare al cosiddetto paganesimo tutti gli oggetti sacri per destinarli al culto del cristianesimo. Basta menzionare allo scopo gli esempi più noti di ognuno di essi. Mi sembra dunque di poter ammettere che l’ultima destinazione della nostra scatola come reliquiario deriva del tutto naturalmente dal suo scopo più antico e primario come altare degli dei della salute allo stesso tempo contenitore di rimedi.
Se si pensa che durante l’epoca romana la medicina era ancora puramente empirica, si capisce che ci voleva non soltanto una fiducia illimitata ma una vera credenza nel medico ed ai suoi rimedi. Da qui si può capire come facilmente come il medico abbia potuto avere egli stesso spesso più fiducia nelle sue divinità portatili che nella sua scienza problematica.


In queste condizioni, la bella scatola del medico, recante l’immagine, un po’ primitiva, degli dei della salute, poteva provocare presso il malato una suggestione salutare che non si disdegna nemmeno ai nostri tempi moderni.




NOTE

[1] Tratto da: Bulletin de la Société française d’Histoire de la Médicine (1903).


[2] Indicateur d’histoire et antiquités suisse, Zurigo, 1857, (p.32, tav. III). Dr med. Conrad Brunner, Die Spuren römischer Aerzte auf Boden der Schweiz, Zurigo, 1893, (p. 44 e tav. IV).


[3] Dr Jules Orient, Aus römischen Zeiten. Pharmac. Post. Vienna, 1901, n°23 (per l’obbligo che gli dobbiamo per la comunicazione della Tavola).


[4] B. Reber, Pourquoi voit-on le soleil dans ler armoiries gênevoise? [Perché si vede il sole negli stemmi ginevrini?], Ginevra, 1903, p. 19. 

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1 ottobre 2011 6 01 /10 /ottobre /2011 07:00

angelico10.jpg

 

 

 

L'Angelico ha realizzato in questo piccolo dipinto, che è uno scomparto della predella della pala di san Marco a Venezia, terminata verso il 1440, una delle sue opere più perfette.

 

L'infermo addormentato è il diacono Giustiniano, il quale serviva nella chiesa dedicata ai due santi sulla via Sacra. Egli aveva una gamba rosa dalla cancrena ed ecco apparirgli in sogno gli stessi santi Cosma e Damiano a sostituirgli la gamba malandata con quella di un etiope, che era stato da poco sepolto nel cimitero di san Pietro in Vincoli. L'operazione è tanto più meravigliosa in quanto, com'è noto, neppure un pezzo di pelle nera attecchisce innestata ad un bianco.

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28 settembre 2011 3 28 /09 /settembre /2011 12:00

Il caduceo di Ermete non è quello di Esculapio

 

 

 

 

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  Adamo ed Eva, miniatura  x secolo 

 

Il caduceo è un simbolo molto antico e che si presta a numerose e complesse interpretazioni. Eccone alcuni rudimenti per le persone interessate ai miti e le antiche rappresentazioni e sicuramente per i professionisti della comunicazione. In alcuni casi, ho indicato alcuni collegamenti verso siti interessanti.

 

La parola caduceo proverebbe dal sanscrito Kàrù che significa cantore o poeta. Sarebbe stato ripreso dal greco dorico con il significato di “araldo” o “messaggero ufficiale” che officiava durante le trattative diplomatiche. La parola latina “caduceus” significa “bastone” (da pellegrino)”. Per alcuni autori, sembra che il dio egiziano Thot (dalla testa di Ibis), inventore della scrittura e delle arti, pesatore delle anime che accompagnava il passaggio dalla vita alla morte ed era egualmente il messaggero degli dei potrebbe averne avuto uno. La traccia sarebbe il primo ruolo di Hermete, cioè Ermete psicopompo (colui “che guida le anime”). Da non confondersi con il suo appellativo dato nel III secolo dai Greci (Trismegisto, e cioè “Tre volte grande”!).

 

  03.JPGNella tomba di Seti I in Egitto si vede chiaramente il Dio Thot reggere con la mano sinistra il caduceo, rappresentato da due serpenti incrociati che indossano sulla testa le corone dell'Alto e del Basso Egitto.

 

 

Questo appellativo proverebbe dal fatto che Ermes sarebbe vissuto una ventina di secoli prima della nostra era per inventare l’astronomia (e le cosmogonie) e si sarebbe incarnato una prima volta per la filosofia e la medicina poi una seconda volta per approdare alla grande opera degli Alchimisti e cioè la “rivelazione” della teoria macrocosmo/microcosmo e della similitudine tra l’uomo e l’universo, poi la sua trasformazione fisica e mentale personale come preludio della conoscenza universale. È evidentemente alla fonte duale dell’ermetismo (oscurità, incomprensione) e dell’ermeneutica (comprensione profonda dei testi religiosi e più tardi teorie generale della comprensione o della conoscenza). Ermete è forse il più completo dei semidei, cioè, perfetto ed imperfetto, positivo e negativo, benevolente e malvagio, sintesi mai compiuta delle due tendenze opposte dell’essere umano: l’apertura verso l’altro, la generosità e la fermezza, l’interesse.

 

Ecco alcune rappresentazioni classiche di Ermete che regge il caduceo.

 

 

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(vaso greco, statua e monete greche)

 

   

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  La moneta con effige di Ermete data del 481 a.C. Il caduceo è chiaramente visibile a destra.

 

 

 

 

Un pezzo molto raro, la parte alta di un caduceo con i due serpenti ben visibili (le ali non compaiono):

caduceo06.gif


 

 

Infine, la rappresentazione qui sotto della dea romana Felicitas mostra che le donne reggevano anch’esse il caduceo (qui insieme al corno dell’abbondanza).

caduceo07.jpg 

Ed un altro di Mercurio, equivalenti presso i Romani:

caduceo08.jpg Ne esiste una superba versione a Lione. Si vede chiaramente il petaso, il cappello del viaggiatore.

 

 

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Ed un altro a Londra:


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 Troviamo numerose monete romane che presentano dei caducei, anche con la figura di Giulio Cesare!

 


caducee11.jpg Sandro Botticelli ne ha rappresentato uno superbo nel suo quadro La Primavera. Ermete è a sinistra, si distingue il caduceo tra le fronde.


caduceo00.jpg

 

 

Ma, prima di lui, Michelangelo, sui soffitti della Sistina, aveva rappresentato il serpente della conoscenza in una posizione evocante il caduceo:

 

caduceo12.JPG

 

 

 

 Il primo detentore della “bacchetta d’oro” sarà Apollo, il fratellastro di Ermete. Il suo caduceo non presenta che un solo serpente e l’avrebbe ceduto ad suo figlio Asclepio (Esculapio per i Romani) dopo oscure storie di furto di greggi. In quanto ad Ermete, il suo primo attributo era la lira che Apollo gli comprò per quanto ne era affascinato. Ma in seguito, Apollo avrebbe voluto cambiare questo stesso bastone contro il flauto che Ermete aveva egualmente inventato e costruito. Qui si trova l’origine del caduceo di Ermete e del rischio di confusione con quello di Esculapio.

caduceo13.jpg Secondo la leggenda, Ermete (Mercurio per i Romani) scoprì la virtù magica del bastone d’oro ceduto da suo fratello Apollo quando tentò di separare due serpenti in lotta. Quest’ultimi si attorcigliarono in senso inverso  intorno al bastone. Uno specialista ipotizza anche che con alcuni serpenti Arboricoli la cosa è abbastanza normale.

 

In seguito, la simbolica si installò ed il caduceo accompagnò sempre Ermete. Realizza l’equilibrio di tendenze antagonistiche intorno all’asse del mondo o dell’asse della vita (i serpenti rappresentando l’acqua ed il fuoco, il bastone la terra e le ali, il cielo). Il caduceo diventa un simbolo di mediazione e di pace portato dal “Messaggero degli Dei” e anche, per gli iniziati, la guida degli esseri nei loro mutamenti di stato. Da cui il legame già sottolineato con il dio Thôt con il nome di Ermete psicopompo, incaricato di accompagnare i morti e di assicurare il loro passaggio verso l’aldilà.

caduceo14.jpg Gli altri attributi di Ermete sono ben noti (dialogo, commercio, magia e furto). Da cui la buona reputazione della comunicazione e dei comunicatori che hanno lo stesso dio dei mercanti, dei maghi e dei ladri!

 

 La frequente presenza delle ali sui due serpenti, all’estremità del bastone simboleggia anche il lato messaggero con gli dei. Si noterà che le tradizioni indiane e/o cinesi è in coincidenza con il tema del drago (serpente) alato, visibile all’entrata di tutti i templi. Alcuni commentatori arrivano a pretendere che le ali solari egiziane sarebbero un caduceo visto dall’alto.


caduceo15.jpg

 

 

 Quel che è certo, è che queste ali hanno evidentemente un valore simbolico che si è perpetuato molto tardi. Si pensi al Leone alato, simbolo di Venezia. 

 

 Al Louvre esiste una magnifica rappresentazione di un caduceo del 2150 a.C. su una coppa il da libagione” del principe Gudea di Lagash (Sumero), certamente uno dei più antichi al mondo.


caduceo_Gudea16.jpg 

 Gudea fa a ponte tra le rappresentazioni occidentali (greche poi romane passando per gli Etruschi) ed orientali, indiane, cinesi ed egiziane.

 

Nell’approccio indiano, sanscrito, il bastone è l’asse del mondo, intorno a cui sale e scende l’energia vitale e cosmica della Kundalini (traduzione: serpente di fuoco, ma anche manifestazione del Ki cinese, del Ki giapponese, del santo spirito cristiano?). I due serpenti simboleggerebbero il passaggio, uno affinché arrivi, l’altro affinché parta. In questa tradizione, ripresa dallo Yoga ed il Tantrismo, il caduceo e la rappresentazione a volte molto precisa dei serpenti e delle loro 7 intersezioni può illustrare le ruote del corpo, i chakra (ricordiamo che questa parola sanscrita molto carica di esoterismo, significa “ruota”). Si avrebbe così, dal basso in alto: il perineo, la zona genitale (attenzione, non gli organi sessuali), il plesso solare, la regione del cuore, la regione della gola, la regione della fronte, la fontanella sulla sommità del cranio (il chakra corona).

 

La kundalini, nella tradizione ermeneutica sarebbe la “Forza forte di tutte le forze”. Sarebbe il principio femminile di Dio, da cui forse la metafora dei serpenti della conoscenza. Il caduceo significherebbe allo stesso tempo benessere fisico al più semplice livello di interpretazione e armonia celeste, vacuità, pienezza, apertura al mondo per il più alto.

 

Per tornare alla coppa di Gudea, eccola rappresentata “svolta”, disegnata con un commento sulla “copulazione delle vipere”.

 

 


caduceo.Gudea17.gif

 

 

L’interpretazione sessuale è molto frequente in tutte le tradizioni, il bastone essendo evidentemente fallico dunque maschile ed i serpenti che lo circondano rappresentano il principio femminile. Alcuni autori ci vedono l’universalità dello Yin e delle Yang che riunisce il principio maschile e femminile ma anche morte e vita.

 

Un’interpretazione insiste sull’accoppiamento dei serpenti e la simbolica della fecondità. Il caduceo sembra una delle più antiche immagini indoeuropee. Ma ricorda anche molte rappresentazioni azteche o i draghi alati cinesi già citati.

 

Studi più eruditi cercano i caducei presso altre divinità, come i Celti (Cesare parla del Mercurio dei Galli) o si preoccupano del tipo di serpente, forse una biscia piuttosto che una vipera.

 

Gli alchimisti non si sono anch’essi esentati di fornire la loro spiegazione del caduceo, perché Ermete è anch’egli il loro dio: i due serpenti rappresenterebbero i principi antagonisti (zolfo/mercurio, fisso/volatile, Umido/secco, caldo/freddo) che devono unirsi nell’oro unitario dell’asse del mondo. Da questo punto di vista l’alchimia mira alla trasformazione interiore, l’iniziazione e non la volgare trasformazione del piombo in oro che non è che un preliminare, una causa facile da afferrare per i non iniziati.

 

Asclepio è in principio rappresentato in piedi mentre regge con la mano un bastone da pellegrino, simbolo del viaggiatore universale, ma con un solo serpente attorcigliato intorno al bastone. Questo serpente, come tutti gli altri, è simbolo del sapere: insinuandosi nelle fessure della Terra, era in grado di conoscere tutti i segreto, tutte le virtù delle piante medicinali, i misteri della morte, il tempo che resta da vivere, ecc. Possiamo dire anche che il serpente si rinnova costantemente attraverso la muta ed comporta una simbolica affascinante di rinascita e di giovinezza perpetua. Si abbandona la propria vecchia pelle per rinascere da se stesso. A volte, si giunge sino a nutrirsi del suo vecchio involucro.

 

Nel mito, Asclepio vide un serpente che si dirigeva verso di lui, gli tese un bastone, l’animale vi si arrotolò, Asclepio colpì il suolo ed lo uccise. Apparve un secondo serpente, che aveva tra le fauci un’erba con la quale richiamò il primo alla vita. È così che Asclepio ebbe la rivelazione della virtù delle erbe medicinali.

 

Il caduceo può ancora rappresentare la lotta tra gli istinti e la padronanza di sé o le malattie e la salute, con un esito fortemente spirituale (le ali). Il serpente (unico) si arrotola intorno al bastone che simboleggia l’albero della vita, per significare la vanità domata e sottomessa, il suo veleno si trasforma in rimedio, la forza vitale pervertita ritrova la via verticale che risale che permette la sola vera guarigione, quella dell’anima. Il caduceo appare allora come un simbolo privilegiato dell’equilibrio psicosomatico, dell’armonizzazione dei desideri, del porre ordine nell’affettività, dell’esigenza, dell’esigenza di spiritualizzazione/sublimazione che presiedono non soltanto alla salute dell’anima ma condeterminano la salute del corpo sradicandone l’Hýbris.

 

 

Jean Luc Michel 

 

 

 

 

LINK al post originale:

Le caducée de Hermès n'est pas celui d'Esculape

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10 settembre 2011 6 10 /09 /settembre /2011 13:50

Dolori dentali acuti e psicosomatici

 

 

autoritratto_Wilhelm_busch.png

posti in scena da Wilhelm Busch, il padre del fumetto

 

 

 

 

 

di Micheline Ruel-Kellermann

 

 

 

 

Sono due "fumetti" ad essere rappresentati ed entrambi pongono in scena dei personaggi che soffrono di problemi dentali, necessitanti dell'intervento di un dentista. Essi si svolgono nella seconda metà del XIX secolo e si distinguono per il ricorso dell'autore ad una successione di immagini, ognuna presentante un breve testo in versi, che crea un vero fumetto, genere di cui Wilhelm BUSCH potrebbe essere il padre.

 

 

Wilhelm BUSCH, è nato il 15 aprile 1832 a Wiesensahl, figlio di Friedrich, e di Henriette, Dorothée, Charlotte Kleine. È il maggiore di sette figli. Si dedica alla pittura, la scultura, il disegno, in cui eccelle e, in particolare ai disegni umoristici che compaiono in un giornale popolare e conoscono un tale successo che gli si richiedono di accompagnarli con delle didascalie in versi. I suoi "fumetti" sbefeggiano e caricaturano, a volte ferocemente, la cultura e la morale borghese dell'epoca. L'insieme della sua opera è raccolta in un'opera: "Das goldene Wilhelm BUSCH", ALBUM 1959 Fackelträger - Verlag Schmidt, Hannover.

 

 

La prima storia pubblicata nel 1862 Der Hohle Zahn [Il dente cariato] pone in scena un brav'uomo colpito feromente, durante un pasto condiviso con la moglie,

 

 

bb-330-zahn-01.jpgda un'improvviso e insopportabile dolore dei denti che lo porta,

 

 

 

 

 

 

 

bb-330-zahn-03.jpgdopo una notte in cui passa tutti gli stadi di un dolore che lo spinge anche ad essere violento,

 


 

 

 

 

bb-330-zahn-08.jpg

lui, il pacifico, a ricorrere all'intervento di un dentista.

 


 

 


 

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Wilhelm Busch ci fa penetrare nell'abitazione di un dentista del XIX secolo, ed il nostro povero paziente è ricevuto da un praticante in vestaglia da camera ornata, come era d'uso a quell'epoca, molto sofisticata, con una calotta greca ed una pipa-narghilè, dal bel effetto teatrale.

 

 

 

 

 

 

bb-330-zahn-22.jpg Il paziente è seduto su un semplice sgabello e l'esame endo-buccale è rapido, la gestualità della scelta e della messa in azione della chiave di Garangeot, accuratamente orchestrata, così come l'avulsione del dente causale, realzzata con maestria...

 

 

 

 

 

 

 

bb-330-zahn-24.jpg Abbiamo a che fare con un dentista di qualità ed il paziente, visibilmente pieno di riconoscenza per il suo "salvatore", che egli onora volentieri,

 

 

 

 

 

 

 

bb-330-zahn-25.jpg

gli permette di ritrovare la gioia di gustare, di nuovo, i talenti culinari delal sua tenera sposa.

 

 

 

 

 

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*   *

 

 




 Nel 1883, Wilhelm Busch "scrive" e "disegna" la storia tragi-comica di un poeta alla ricerca di ispirazione: Der verhinderte Dichter Balduin Bählamm.

Quest'uomo commovente e fragile lascia sposa e figli per un soggiorno bucolico che si rivelerà ancor meno favorevole alla creazione poetica.

 

Una disavventura romantica con Rike, una custode di capre, si salda con un'imboscata in cui precipita in uno stagno al chiar di luna. L'acqua fredda e l'umiliazione faranno rifugiare Balduin in fondo al suo letto, in preda ad un orribile e non meno opportuno dolore dentale, sulla zone del pugno che Rike gli aveva violentemente dato. 



 

 


Questo straordinario disegno si accompagna ad un ammirevole commento: Il mal di dentio è dei più mal venutio: Eppure permette all'energia vitale, troppo spesso dilapidata all'esterno, di fissarsi su di un solo punto, del tutto esterno, e di concentrarlo energicamente.

 

Appena risentiamo il primo slancio, appena lo rimarchiamo "maschiamente" ben conosciuto, le spinte, i soprassalti e gli schiamazzi interni che è finita degli affari mondiali, dimenticati gli andamenti della Borsa, le imposte e i due più due fanno quattro.

 

In una parola le cose della vita che, di solito hanno la loro realtà e la loro importanza, diventano di colpo inesistenti e senza interesse. Sì, anche il grande amore vacilla, si dimentica il prezzo del burro perché: l'anima si riserra, interamente, nello stretto foro del molare".

 

Frase-chiave che sarà ripresa da Sigmund Freud nel suo saggio: "Per introdurre il Narcisismo" (1914).


Questo dolore ci appare psicosomatico nella misura in cui il fattore psico-emotivo può essere considerato come l'elemento sactenante o "risvegliante" un molare, forse non del tutto innocente, ma tuttavia silenzioso sono a questo sfortunato incidente.

 

Secondo interesse di questa storia, è il racconto molto critico della consultazione notturna presso il Dottor Schmurzel, perché Baldovino non ha che una sola idea in testa; "che questo sporco dente se ne vada!".

 

Il destista lo riceve in pigiama, ciabatte e berretto da notte e tenta, invano, di estrarre questo molare alla luce di una sola candela, che diventeranno 36 per il povero poeta che deve sborsare pure 3 marchi e mezzo...



 


 



 
 

La sua guancia gonfia, le lacrime scorrono, una sciarpa circonda la sua povera testa. Wilhelm BUSCH commenta: "I grandi poeti si ispirano e traggono profitto dal dolore, ma Bählamm non potrà ahimè contare su quest'ultimo per essere trasportato nel Tempio della Gloria!!!"

Disperato,contrariato, torna, dopo molte altre peripezie, verso il suo bozzolo familiare in cui ritroverà pace, sollievo e rassegnazione... e forse un giorno l'ispirazione.  


 


 

Non abbaimo estratto da questa lunga storia, più crudele che comica, che gli episodi che ci riguardano in modo più particolare, e cioè una notevole descrizione del dolore dentale e dei suoi frequenti probabili pericoli terapeutici in questa seconda metà del XIX secolo.


 


 

 


  


 


 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

LINK al saggio originale: 

Douleurs dentaires aïgues et psychosomatiques mises en scène par Wilhelm BUSCH, le père de la Bande Dessinée 

 
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10 giugno 2011 5 10 /06 /giugno /2011 14:33

 

 

Gli spettatori nelle pitture antiche

 

IlCavadenti_Gerrit-Van-Honthorst.jpg rappresentanti scene dentistiche


di Pierre BARON


 

 Per i periodi anteriori alla fotografia ed al cinema, non abbiamo a nostra disposizione che le arti grafiche che ci permettono di visualizzare le scene dentistiche. Lo studio dettagliato delle miniature, pitture, disegni ed incisioni rappresentanti delle scene dentarie non cessa di darci delle preziose insegnamenti, i soli potremmo dire, su ciò che potevano essere le condizioni del lavoro del dentista, e cioè sul suo ambiente immediato. Si deve, tuttavia, fare una piccola riserva su ciò che riguarda il realismo di queste scene tenendo conto dell'interpretazione artistica, se ve ne è una, e della volontà del pittore di far passare alcuni messaggi attraverso dei simboli spesso difficili a decifrare. Quest'ultimo punto concerne soprattutto i pittori fiamminghi e olandesi del XVII secolo, che hanno dipinto un gran numero di scene del genere, e, tra di esse, delle scene scientifiche, mediche e dentistiche.

 

 

Uno spettatore di scelta: la assistente o l'assistente

 

Lo spettatore più vicino alla coppia pratico-paziente è, senza alcun dubbio, la assistente o l'assistente. Colui o colei che è nella prima fila degli spettatori, testimone privilegiato di ciò che si fa e di ciò che si dice.

 

La prima rappresentazione di un assitente è particolarmente antica, poiché data al IX-X secolo. È una miniatura che fa parte del Codex Nicetas (Ms Laur Plut 74.7 c f° 198 v° ) conservato alla Biblioteca Medicea Laurentiana a Firenze.

 

 

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Un assistente aiuta il pratico a ridurre una lussazione temporo-mandibolare reggendo la testa del paziente.

 

Duecento anni dopo, e cioè verso il 1100-1200, nel XII secolo), una miniatura di Ruggero da Fruggardo che illustra la sua Chirurgia (Ms O. 1. 20) conservata alla Master and Fellows of Trinity College Library à Cambridge, ci mostra l'aiuto, che è un monacaccio, mentre sta attizzando il fuoco con un mantice per far scaldare i cauteri.

 

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Il trattamento di certe patologie dentarie attraverso la cauterizzazione era molto in voga durante quest'epoca. Vediamo a sinistra il pratico seduto, mentre regge dei cauteri.

 

È in un manoscritto di Rolando da Parma che data della fine del XIII secolo e che si ispira esso stesso a Ruggiero da Palermo (1180), intitolato Cyrurgia e conservato alla Biblioteca Casatanense di Roma (Ms 1382) che troviamo una miniatura (f° 19 r°) che ci mostra un'altra riduzione di lussazione temporo-mandibolare.

 

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Qui la assistente regge dei panni che servono ad effettuare il bendaggio di contenzione. Essa mostra l'aspetto di compatire la sofferenza del paziente. Il pratico e la paziente sono delle donne.

 

Per il XV secolo, abbiamo selezionato diverse rappresentazioni dell'assistente o della assistente: innanzitutto vediamo un disegno ad illustrazione di un manoscritto tedesco datante al 1467.

 

 

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Questo manoscritto è conservato alla Landesbibliothek di Stoccarda (Cod. Poet. 2°2) e ci mostra un pratico mentre estrae un dente ad un paziente. Il pratico, di aspetto orientale con la sua cuffia, è perfettamente posizionato. Egli è aiutato da una assistente che regge il paziente per la mano e la spalla.

 

Del XV secolo anch'esso, un disegno ad illustrazione di un'opera celebre il Châh–Namé (Il libro dei Re) di Abu’l Qasim Firdusi (930-1020).

 

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Questo manoscritto persiano (Ms suppl. persan 443) è conservato alla BNF (Bibliothèque Nationale de France). Il disegno (f° 363 v°) ci mostra un pratico, seduto dietro il paziente sdraiato (posizione descritta dai medici arabi e che si è perpetuata  sino all'inizio del XX secolo), mentre sta estraendo un dente ed è aiutato da due assistenti. Uno, a sinistra attizza il fuoco con un mantice, e l'altro, a destra, regge con una pinza il fuoco vicino al pratico.

 

Della stessa epoca, Charaf-ed-Din (1404-1468) ci ha lasciato la sua famosa Chirurgia degli Ilkhani, scritta ed illustrata da lui nel 1465-1466. Questo manoscritto (Ms suppl. turc 693 LI) è conservato alla BNF (Bibliothèque Nationale de France). Numerosi disegni possono illustrare la nostra affermazione, ne abbiamo però scelto uno soltanto: un'estrazione dentaria (capitolo 20 f° 80 v°).

 

 


 

 

 

Il pratico è di fronte al paziente e l'assistente dietro e gli regge la testa.

 

 

 

 

Affrontiamo ora il XVII secolo e le sue numerose rappresentazioni di scene dentistiche.

 

 

Adriaen van Ostade (1610-1685), pittore olandese, ci ha lasciato questa scena d'interno datata verso il 1630-1635 e conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

 

 

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Il pratico, posto dietro il paziente, gli sta estraendo un dente, mentre il piccolo assistente regge un piatto assistendo anch'egli alla scena. Vi sono alcuni spettatori in secondo piano, forse la famiglia del paziente ed un altro appoggiato su un lungo baston, guarda attentamente il lavoro del pratico.

 

 

 

 

Gerrit van Honthorst (1590-1659), pittore olandese ha lasciato numerose scene di genere, è un adepto di Caravaggio e di altri pittori olandesi chiamati i "Caravaggeschi del Nord". Quest'estrazione dentistica è firmata e datata 1622. Il dipinto è conservato allo Staatlische Kunstammlungen di Dresda.


 

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L’assistente regge una candela per illuminare il campo di lavoro. Il pratico è posto dietro il paziente mentre gli spettatori, molto interessati si trovano sul davanti. Joos van Craesbeck (1608- circa 1654/1662) è un pittore fiammingo.

 

 

 

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Ci mostra qui, conservato in una collezione privata, l'interno di un barbiere-chirurgo. Il pratico si è posto dietro la paziente seduta al suolo. Compie un'estrazione mentre un aiutante regge la mano della paziente tenendo fisso lo sguardo sulla bocca di quest'ultima.

 


Esaminiamo ora questo superbo disegno a penna e matita di Lambert Doomer (1623-1700) conservato all'Ashmolean Museum ad Oxford.

 

 

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Questo disegno olandese è notevole, non soltanto per le sue eccezionali qualità artistiche, ma anche per la perfetta posizione ergonomica del pratico in rapporto al paziente ed all'assistente che regge una fiaschetta, tutti riparati da un parasole. Numerosi spettatori assistono alla scena, mentre altri sono interessati allo spidocchiamento praticato da una scimmia, altro aiuto del pratico, su di un uomo.

 

 

 

Questo quadro dipinto da Jan Miense Molenaer, olandese, (1610-1668) rappresenta un dentista, conservato all'Anton Ulrich Museum di Brunswick, ci mostra un vero ciarlatano che ha l'aria di simulare una cura dentistica.

 

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Il suo accolito, per confermare l'intenzione dell'autore che è di mostrare la disonesta dei ciarlatani, ha un aspetto astuto, beffardo, di uno che è piuttosto un complice piuttosto che un assistente. Tra gli spettatori interessati alla scena c'è una dama che ha le mani giunte, perché compatisce il dolore del paziente che sta tra le mani del ciarlatano. Questa dama si sta facendo rubare da un ladro, forse un altro accolito: le sta rubando i suoi volatili dal suo paniere.

 

 

 

 

Del XIX secolo possiamo esaminare questa pittura di S. Cox, pittore britannico, conservata alla biblioteca del Wellcome Institute a Londra.


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L’assistente regge la testa del paziente mentre il dentista lavora. Due spettatori stanno presso l'ingresso del gabinetto, alcuni metri più in là.

 

 

 

Del XX secolo considereremo soltanto questo dipinto eseguito da Edouard Tytgat (1879-1957): è firmata e datata 1930, e fa parte di una collezione privata.

 

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L’assistente, porta un grembiule ed una cuffia bianca, come il camice del dentista, è posta accanto al paziente e lo sostiene. È in questa rappresentazione una spettatrice molto vicina al lavoro del pratico.

 

 

È con questo quadro di Tytgat che possiamo chiudere il capitolo dell'assistente o assistente-testimone privilegiato più vicino al lavoro del dentista. Ora andremo a vedere altre scene dentistiche dove non tratteremo più dell'assistente o della assistente ma di altri spettatori. Questi ultimi possono essere numerosi, soprattutto quando il dentista ambulante ha montato dei cavalletti su una piazza di mercato o in una fiera, e che su questi cavalletti dei buffoni o degli attorucoli impiegati dal dentista, che recitano qualche breve improvvisazione teatrale o qualche scenetta per attirare i clienti. Quando la scena si svolge all'interno, gli spettatori sono più ristretti.

 

 

Scene d'interno

 

Prendiamo alcuni esempi di pitture di scene dentistiche d'interno, e per cominciare questo quadro di Egbert van Heemkerck (1634-1704), pittore fiammingo. Questo quadro è conservato al Museo delle Belle Arti di Gand.


 

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La scena si svolge nella sala comune di lavoro di un barbiere e di un chirurgo. Oltre ai due pratici si trovano quindici persone. Un uomo si fa la barba sul fondo della bottega, mentre un altro in primo piano si fa curare, il pratico asciuga la guancia del paziente sulla quale si vede un po' di sangue. È probabile che l'estrazione di un dente sia stata appena compiuta. Alcuni spettatori stanno attenti, altri probabilmente aspettano il loro turno guardando il pratico al lavoro.

 

 

Il dipinto di Theodore Rombouts (1597-1637) è molto celebre. Questo pittore fiammingo ci ha lasciato, lui o i suoi allievi, numerose versioni di questa scena. Esiste anche un gran numero di copie antiche. Questa versione è una delle due migliori: è conservata al Museo delle Belle Arti di Gand, l’altra al Museo del Prado a Madrid.

 

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Sei spettatori assistono alla scena, di cui due hanno un atteggiamento che mostra che essi sono particolarmente interessati all'estrazione praticata dal ciarlatano: a sinistra in primo piano un uomo appoggiato sul suo bastone regge i suoi occhiali sul naso per meglio vedere, e l'altro, più giovane, è appoggiato sulla tavola in cui sono collocati gli strumenti e le fiale, anch'essi con aria molto interessata. I due uomini che stanno a destra del ciarlatano parlano, come si può vedere, dei loro denti.

 

Gerrit van Honthorst (1590-1659), pittore fiammingo di cui abbiamo visto poco prima una pittura, ci ha lasciato un'altra scena dentistica. Questo dipinto è conservato al Museo del Louvre a Parigi.

 

 

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Vi sono qui quattro spettatori, tra cui un ladro. A questo proposito bisogna ricordare che la presenza di questo ladro, relativamente frequente in questo genere di scena potrebbe avere un valore simbolico, come la presenza della scimmia. Entrambi sono astuti e ladri: è un modo per avvertire la folla di diffidare del ciarlatano, egli stesso astuto e ladro. Qui c'è un altro simbolo di questo tipo: il falso diploma con i suoi sigilli. Attenzione non lasciatevi sedurre dalle apparenze.

 


Scene di esterni

 

Già un secolo prima, Pieter Bruegel il Vecchio (1525/1530-1569), pittore Fiammingo, ci aveva mostrato un ladro in azione. Si tratta di una scena d'esterno intitolata Il Cristo caccia i mercanti del Tempio, e datata 1556. Essa è conservata alllo Statensmuseum for Kunst a Copenhagen.

 

 

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Vi è in questa scena a sinistra il dentista con alcuni spettatori tra cui un ladro in azione, la mano nella borsa di una donna.

 

 

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Passiamo ora ad altre scene d'esterno, e cominciamo con una di Jan Victors (1620-1674), Olandese. Questo dipinto firmato e datato 1654 è conservato al Rijksmuseum di Amsterdam.

 

 

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Questo dipinto di Jan Steen (1625-1679), anch'egli Olandese, data al 1651 ed è conservato al Mauritshuis all'Aia: come abbiamo già visto un a donna presenta le mani giunte in segno di preghiera.

 

 

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Ancora una spettatrice con le mani giunte nel quadro dell'Olandese Andries Both (1612/1613-1641). Questo quadro esiste in diverse versioni: quest'ultimo appartiene ad una collezione privata.

 

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Peter Jansz Quast (1606-1647), altro Olandese ci mostra qui un dentista installato su dei cavalletti. Questo dipinto è conservato nei Musei Comunali di Verviers.

 

 

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Alcuni spettatori assistono a questa scena nella quale il pittore a introdotto tre simboli: il falso diploma , la scimmia e la civetta. Ricordiamo che la civetta (o il gufo) è il simbolo dell'ingannato- in questo caso il paziente. Il proverbio olandese utilizzato dice: "Cosa importano la candela e gli occhiali se il gufo non può ne vuole vedere".

 

Durante il XVIII secolo questo genere di scene diventa sempre più raro. Pietro Longhi (1702-1785), pittore italiano ci ha lasciato una scena dentistica conservata al Museo Brera a Milano.

 

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È una scena di carnevale nella quale gli spettatori sono mascherati e travestiti.

 

 

Scene di esterni teatrali

 

Per finire vedremo ora dei dipinti con dei dentisti ambulanti che hanno montato dei cavalletti sui quali esseguono delle evoluzioni dei buffoni o degli attorucoli che recitano alcune scene o parodie per attirare la folla.

 

La più antica è della fine del XVII secolo. Esso data al 1680 circa ed è dipinta da Gerrit Berckheide (1638-1698), pittore olandese. Esso è conservato allo Staatmuseum di Colonia.

 

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Esso ci mostra una vera scena teatrale con alcuni attori su dei cavallletti montati in aperta campagna. Una folla di spettatori assiste allo spettacolo ed alla cura dentistica.

 

 

All'inizio del XVIII secolo Balthazar van den Bossche (1681-1715) ci ha lasciato questa scena datata al 1710, conservata ai Musei Reali delle Belle Arti del Belgio a Bruxelles ed intitolata "Lo strappadenti sulla Grande Piazza a Bruxelles".


 

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Qui si tratta di un vero piccolo teatro che è montato al centro della Grande Piazza.

 

 

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La folla è numerosa per assistere all'evento: il dentista in abiti borghesi si tiene sul davanti della scena con nell amano una fiala o un dente. Alla sua destra, un altro personaggio fa un inchino alla folla riunita davanti alla ribalta, mentre regge in mano un oggetto poco identificabile. Alla sua sinistra un arlecchino mascherato, tira il sipario per far apparire il preparatore di droghe o di elisir.

 

Dell'inizio del XVIII secolo anche questa scena dipinta dal fiammingo Peter Angillis (1685-1734) e conservata in una collezione privata: vi sono delle tavole posate su quattro botti e la scena stessa è circondata da passanti.

 

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Un dentista sta operando un paziente seduto su un ripiano, in piedi dietro quest'ultimo. Alla sua sinistra un uomo ben vestito arringa alla folla mostrando il falso diploma, con ai suoi lati un cofano di fiale destinate ad essere vendute. Alla destra del dentista un attore che mima il dolore del paziente. La scena è particolarmente animata con i bambini, i mercanti di volatili, un pellegrino in partenza per San Giacomno di Compostella, dei monaci ed una coppia di borghesi.

 

Altra testimonianza di questi ambulanti: la scena dipinta dall'Italiano Faustino Bocchi (1659-1742). Essa fa parte di una collezione privata.

 

 

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Qui c'è una particolarità: tutti i personaggi sono dei nani. Due altri pittori italiani del XVIII secolo ci hanno lasciato delle scene dentistiche che posso illustrare le nostre affermazioni. Il primo dipinto è di Giandomenico Tiepolo (1727-1804). È firmata e datata 1754 esi trova al Museo del Louvre a Parigi.

 

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Questa scena di carnevale è anch'essa dotata di cavalletti sui quali si esibiscono delle attrici e degli attori in costumi. Numerosi spettatori travestiti assistono allo spettacolo. La seconda è di Michele Granieri (attivo a Torino verso il 1770 e morto nel 1778). Questo quadro è conservato al Museo Civico di Torino.


 

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Qui non ci sono attori ma il modo in cui i cavalletti sono montati evoca un teratro. Degli spettatori assistono alla scena. Vedremo ora un molto bel dipinto eseguito dal pittore Fiammingo Léonard Defrance (1735-1805). Questo quadro è di una collezione privata.

 

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Ciò accade in una città, i cavalletti sono addossati ad una casa. Il dentista, riccamente vestito, mostra al pubblico un dente che ha appena estratto, probabilmente all agiovane seduta di fianco. Quest'ultima ha l'aria molto calma e discute con un giovane disteso sul ventre su di una tavola. Sullo sfondo un personaggio travestito.

 

Un'altra scena della fine del XVIII secolo, interessante da vedere, è francese, dipinta da François Watteau detto Watteau de Lille (1758-1823), collezione privata.

 

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 È Arlecchino che opera e Pierrot lo sfortunato paziente che ha l'aria di soffrire: ha l'atteggiamento tipico che i pittori in larga maggioranza, hanno raffigurato, e cioè un braccio in aria (segno di difesa) ed un piede che non poggi al suolo (segno di dolore). Una bella dama, molto ben vestita, con un bello scollo ed un grande cappello retto con la destra, ed un signore, quasi calvo, si interessa da molto vicino a Pierrot (cosa fa esattamente?). Sullo sfondo un altro Arlecchino, con la cappa, chiacchiera con una giovane, mentre un donna più anziana sta dietro il sipario accostato. I treppiedi sono ricoperti di tessuto e la scena stessa costituisce la scalinata di una casa di cui una porta s'apre sulla scena.

 

Infine, un'acquarello di J. A. Langendijk pittore olandese (1780-1818), collezione privata, ci mostra ancor meglio quest'atmosfera da fiera in cui il dentista ha il suo posto su una scena teatrale.

 

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Siamo agli inizi del XIX secolo. La folla è molto numerosa ed ognuno è occupato a fare delle compere o anche a parlare con altri. Ma una grande parte del pubblico è rivolta verso il dentista che opera un paziente. Un attore travestito regge con la mano destra la mano del paziente che soffre e con l'altra una tromba sull aquale egli soffia, sia per coprire le grida di colui che soffre sia per attirare la folla. Alla sinistra di questo gruppo un altro attore travestito ha l'aria di soffiare del fumo. Una scimmia si regge su un ripiano alto china sul davanti della scena. I sipari sono aperti e retti da tavole decorate, sul frontone dei quali si può leggere il nome del dentista.

 

 

Conclusione

Più vicino ai nostri tempi, possiamo vedere su questa incisione della fine del XIX secolo di Léon Tynaire (1861- ?), proveniente dal Museo Nazionale dell'Educazione del Mont Saint Aignan, una sala della Scuola Dentistica di Parigi in cui l'insegnante è l'unico spettatore, perché dà dei consigli alla studentessa.


 

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All'inizio del XX secolo c'erano ancora dei dentisti ambulanti che operavano per le strade: alcune fotografie, ben note, di dentisti parigini delle strade, sono le ultime testimonianze di queste scene oggi sparite dai paesi moderni. Ma numerosi sono coloro che hanno assistito a queste scene dentistiche all'aperto nei paesi del terzo mondo, che possono ancora testimoniare del loro legame diretto con i quadri che abbiamo visto. Ai nostri giorni, nei paesi moderni, non vi sono cure per le strade ed i pazienti preferiscono la discrezione, fatta eccezione delle facoltà e scuole dentistiche.


 

Pierre Baron

 

 

 

 

LINK al post originale:

 

Les spectateurs dans les peintures anciennes représentant des Scènes dentaires

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Published by Massimo - in Arte e scienza
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8 giugno 2011 3 08 /06 /giugno /2011 08:00

 

 

 

 

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LA CARIE


Una delle possibili cause della carie era in tempi remoti imputata all'azione di vermi dentari che rodevano dall'interno il dente ed i cui morsi provocavano appunto il dolore. Si riteneva che una cura adeguata per la loro eliminazione fosse rappresentata dalle fumigazioni.

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Published by Massimo - in Odontologia
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