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16 novembre 2010 2 16 /11 /novembre /2010 16:50

 

Caricature di Jules Baric a soggetto medico e farmaceutico

 


 

 

Tra gli artisti che hanno dato lustro alla caricatura nel secolo XIX, alcuni, come Daumier, Gavarni e Cham, non hanno perso nulla della loro fama. Ma altri- decine di altri- dopo essere stati spesso ritenuti molto reputati e molto apprezzati ai loro tempi, sono caduti nell'oblio quando meriterebbero sicuramente una migliore sorte. È il caso del fecondo disegnatore umoristico e satirico che fu Baric.

 

 

 

 

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Ritratto di Baric.

 


Nato il 14 aprile 1825 a Sainte-Catherine-de-Fierbois, Jules-Jean- Antoine Baric riprese da suo padre le forti convinzioni repubblicane ed il suo gusto per le arti, ma non abbracciò la professione alla quale quest'amico dei fratelli Arago e numerosi rifugiati polacchi intendevano destinarlo: la filatura.

Due esposizioni, una nella sua provincia di origine [1], l'altra a Nogent-sur-Seine [2] hanno tratto dall'ombra una parte della opera.

Parallelamente ad una carriera “mediocre e movimentata” di commesso delle poste compiuta senza gioia dal 1848 al 1881, conduce un'attiva carriera artistica, che proseguirà dopo il suo pensionamento nel 1881 e sino alla morte il 19 giugno 1905. Amico di Philipon, esegue delle caricature per il Journal pour rire, poi diventato il Journal amusant, per la Semaine, per il Petit journal pour rire, per il Charivari, per la Chronique parisienne e la Chronique amusante alla Surprise. È uno dei fondatori, nel 1860, del Chérubin, giornale per bambini dai cinque ai dodici anni. Partecipa all'illustrazione del Magazin d'éducation et de récréationfondato da Hetzel e Jean Macé nel 1864, poi a quello del Petit Parisien che successe al Chérubin.

 

 

 

 

 

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-Allora! Signor Martin cos'è dunque 'sta bottiglia ch'accarezzate tutto 'l tempo così?

-Ragazzo mio, questo è vino di Coccagna fatto dal grande dottor Mariani in persona! Un vino famoso che, posso dirlo, m'ha resuscitato! È caro, ma ne vale la spesa, con esso non c'è pericolo di morire.


 

Pubblica numerose raccolte di disegni: Les proverbes travestis ou la morale en carnaval [I proverbi travestiti o la morale in carnevale], 1857; Monsieur Plumichon, 1858; Animaliana, 1858; Ces bonnes petites femmes, 1860; Les jolis soldats, 1861; una rivista comica dell'anno 1862; una Parodie des Misérables de Victor Hugo, 1862, ecc. In diverse occasioni compone e fa rappresentare dei lavori teatrali. Disegna dei costumi per delle opere recitate all'ippodromo. Esegue delle miniature su pergamena. Un soggiorno a Vesoul nel 1852-1854 gli dà l'occasione di collaborare con la celebre casa di stampe di Épinal Péllerin [3].

una testimonianza della sua notorietà è- tra le tante- la sua presenza nel 6° volume (1906) delle Figures contemporaines tirées de l'Album Mariani: c'è il suo celebre disegno sul famoso vino di coca Mariani battezzato “vino di coccagna” dal contadino della vignetta [4].

Baric ha praticato molto poco la caricatura politica: il regime della stampa dal 1835 al 1868, tranne l'intermezzo del 1848-1852, non vi si prestava e senz'altro il suo temperamento per giunta non ve lo portava. Il suo campo, è la caricatura sociale, la satira di costume. La donna e la moda, i balli in costume, portieri e affittuari, le invenzioni (strade ferrate, metropolitana, velocipede), la vita artistica fa le spese del suo umorismo e se bersaglia i militari, si mostra soprattutto severo verso i borghesi [5]. Il suo soggetto prediletto è tuttavia è tuttavia il mondo contadino. Le migliaia di disegni che ha loro dedicato sono improntate di simpatia al contempo di ironia e denotano nel loro autore un osservatore alla volta malizioso e attento.

Alcuni di essi hanno trattato di medicina e farmacia. Così vediamo una coppia il cui sbalordimento esplode nell'officina del villaggio, dove si è recata per confusione tra “purga ipotecaria” e “purga apotecaria” [6].

Un po' diverso è lo sbalordimento di una contadina che si crede furba richiedendo al farmacista un prodotto che crede “più fresco”, quando si tratta di veleno [7].

 

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-Non c'è nulla nel vostro boccale!? Nun deve esse' pe' niente fresco... Dateme dunque de questo qui ch'è pieno...

-Ma non è la stessa cosa: questo è veleno...

-Ah! È veleno? Male, certo, non è fresco...!

 


Alcune opere della serie dei Paysans costituisce l'inizio di una galleria sulla medicina popolare e i rimedi tradizionali. Quella che ha come didascalia Mangia le prugne! È di un'eloquenza che non necessita di commenti [8].

Altrettanto noto delle prugne contro la costipazione è l'aceto contro lo svenimento. Ma la scena si accompagna di una riflessione che colpisce al contempo il costo elevato del medico, il senso contadino per l'economia e la testardaggine femminile [9].

Le virtù della liquirizia contro le affezioni delle vie respiratorie sono tradizionalmente riconosciute. Dovremo meravigliarci se una brava contadina propone al veterinario di darne alla sua vacca affetta da bronchite? [10].

Un'altra scena dal valore di testimonianza su una pratica di medicina popolare vicina alla magia o alla stregoneria. Ha come didascalia: -Ragazzo mio, hai senz'altro una cateratta nel ventre: devi mettere un dente di serpente nella tua tasca sinistra e bruciare con la candela una ciocca di capelli insieme a zampe di ragno. Vedrai come guarirai...!

La medicina, infine, come la farmacia, dà luogo dà luogo a degli imbrogli. Sulla tubercolosi ad esempio:

-'Sta pora piccina, nun sta bene! Il medico ha detto che è nèmica all'ultimo grado, per via di tubi d'èrcoli ch'avrebbe nei polmoni.

-Dei tubi d'èrcoli, nun sarà mica facile levargliegli stamattina! [12].

 

 

 

 

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-Ah, eccovi infine! La moje vostra è svenuta de colpo! Nun riesce a ripijasse! Tocca da chiama' er medico!

-Er medico? N'antra spesa in più! La conosco io: se s'è messa in testa de nun arpijasse, nun s'arpija de certo!

 

Disegni originali o disegni stampati, i primi molto superiori ai secondi [13]. Queste caricature costituiscono dei veri documenti sulla farmacia popolare e sull'immagine della medicina nella mentalità contadina alla fine del XIX secolo. Non soltanto colpiscono per la verità del disegno, non soltanto sono altrettante istantanee colte dal vero, ma le loro didascalie sono di una perfetta autenticità, se si deve credere al figlio dell'artista: “Mio padre,” ci dice, “disegnava i suoi brav'uomini e componeva le sue scenette partendo dalle didascalie, sempre scritte ed effettuate per prime... Le sue parole e didascalie, le raccoglieva un po' dappertutto e le trascriveva in tutta la loro freschezza su un apposito quaderno che non lasciava mai”.

 

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-Mia brava donna, la vostra vacca ha una bronchite.

-Secondo me, è come dire ch'è 'na specie de raffreddore... Se je facessimo pijà la liquirizia?

 

 

 

 

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-Semo venuti pe' 'na purga...

-Avete la ricetta del medico?

-No, è 'na purga d'apotecario (purga ipotecaria) ch'er notaro dice ch'è dovuta sulla nostra eredità.


 


 

 

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-Mangia delle Prugne!

 

 

 

 

 

 

 

baric--8.jpg"Metà Quaresima"

Non sono come quei ciarlatani che vi vendono a peso d'oro una bottiglietta d'acqua- una vera fortuna se è pura! come adatta contro tutti i mali! No! signore e signori! Darete come elemosina ai poveri quel che volete! Da un soldo sino ai centomila franchi accettiamo tutto! E vi rivelo i miei rimedi... per niente! Avete male alla gola? Prendete una mela o una pera tra i denti... una stufa accesa... mettevi seduti ed aspettate! e quando la mela è cotta, sarete certi di essere del tutto guariti! Stesso rimedio contro il mal di denti e contro il raffreddore! Vai con la musica!

 

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Grande serata artistica per il vaccino di Cruppo

 

 

Varrebbe la pena, sicuramente, di ricercare tutti i disegni che possono aver attinenza alla medicina ed alla farmacia nella serie Paysans. E anche nel resto dell'immensa opera di Baric. Ne testimoniano l'incisione su Le Journal amusant sul tema del ciarlatano intitolata "Metà Quaresima" ed il programma di una Grande serata artistica per il vaccino di Cruppo, dove sembra che l'artista si sia rappresentato bacchetta in mano.

 

 

 

 

 

NOTE

 

[1] Jules Baric, caricaturiste tourangeau (1825-1905), Tours, Musée des Beaux-arts, 27 ottobre 1983- 2 gennaio 1984. Catalogo in 4° di 72 pagine con numerose illustrazioni e bibliografia.


[2] Musée Paul Dubois-Alfred Boucher, estate 1984, esposizione senza catalogo, circa 90 disegni scelti tra la serie di 140 dati al museo nel 1906 dal figlio dell'artista.


[3] Il catalogo dell'esposizione di Tours riproduce di lui un'immagine della serie “Aux armes d'Épinal”: Les bottes de Bastien.


[4] Nella notizia che gli è dedicata, si vanta il grande successo della sua serie Nos paysans, sulla quale torneremo e si osserva che i “suoi albi, diventati introvabili, raggiungono oggi nelle vendite prezzi elevati”.


[5] Riprendo qui le suddivisioni stesse dell'esposizione di Tours.


[6] Museo di Nogent-sur-Seine, N. S. 06.002.293; 25,5x19 cm; disegno a matita Conté e gesso bianco; verso il 1880.


[7] Disegno in Petit Journal pour rire, anno 30°, 3aserie, n° 566, Coll. P. Julien.


[8] Tours, Musée des Beaux-Arts, esposizione, n° 89.


[9] Tours, Musée des Beaux-Arts, esposizione, n° 88.


[10] Disegno da Le Petit journal pour rire, 30° anno, 3a serie.


[11] Museo di Nogent-sur-Seine, 1880 circa.


[12] Spesso semplificati e irrigiditi, i disegni stampati perdono in vitalità e spontaneità. “Malgrado il lato meccanico della stampa litografica, la più grande finezza della matita di Baric perde in rapporto sula pietra”, faceva notare Émile Bayard e non ci lascia che un aspetto di schema ribelle”.

 

[13] Spesso semplificati ed irrigiditi, i disegni stampati perdono in vita e spontaneità.



 

 

 

 

LINK al post originale:

Caricature de Jules Baric à sujet médicale et Pharmaceutique

 


 

 

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9 novembre 2010 2 09 /11 /novembre /2010 08:55

Breve storia della pillola 



pillola-1.JPGCrispin Medico: Prendete delle pillole”, Atto II, scena XIII, Stampa di Massard


La parola pillola [1] ha innumerevoli sinonimi. E innanzitutto il più antico, che è forse “trocisco”, parola di origine greca che concerne forse la forma sferica: Oribasio, durante il VI secolo, ne segnala diversi tipi. Nel Medioevo, se ne assumono di aperitivi, alteranti, purgativi, confortanti, ma i più famosi sono trocischi di vipere, specie di concentrati di teriaca in palline che si facevano seccare all’aria e che Venezia esportava nell’intera Europa. Il famoso Mesue ha descritto i trocischi come delle pillole sublingualiche si devono far sciogliere in bocca, potremmo concluderne che alla sua epoca, ed anche posteriormente, questa forma farmaceutica corrisponde alle “paste” del XX secolo. A partire dal XVIII secolo, non vi sono più che i ciarlatani per “nascondere”, come dice l’Enciclopedia, “sotto questo velo, la violenza e l’acrimonia delle loro preparazioni infernali”.

 


Pillole--2.jpg   Antica pilloliera sistema Tedesco. Flacone di foglie d’argento

scatola argentata e scatola dorata per argentare e dorare le pillole.

 

I veri antenati delle nostre pillole sarebbero piuttosto i catapotia, ancora un nome greco, e che designa in modo preciso ciò che si ingoia con un colpo. Pilulaè al contrario un nome latino, derivato da pila, piccola palla. Ma i Greci impiegavano anche la parola trachema (da trakeïn, mangiare) da cui abbiamo tratto confetto [dragée], ed i Romani dicevano anche rotulae, Placentulae, orbes, orbiculi, pastilli. Come Mesue, come tutti gli Arabi, Rhazes raccomanda di seccare i succhi d’erbe, di formarne dei robs, cioè dei succhi concentrati a base di frutta, o un magdaleon(pasta di buona conservazione), che si dividerà a secondo dei bisogni in pillole, prendendo cura di avvolgerli in piantaggine quelle che presenterebbero un troppo cattivo sapore. Infatti, la vera ragione d’essere delle pillole, in epoche in cui non si sapeva affatto dosarle, era di facilitare l’assorbimento di medicamenti sgradevoli al gusto. Un tempo, come oggi, il malato lo inviava prontamente nello stomaco così come testimonia questa sentenza tratta dall’albo di Boming, ipotecario tedesco del XVII secolo: “Le ingiurie sono come le pillole: so devono ingoiare, non masticarle”.


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Pillole e sciroppo di Blancard, Note: Anemia, clorosi. Etichetta pubblicitaria dello Stabilimento Blancart, prima metà del XX secolo.

 

Erede degli Arabi, la Scuola di Salerno avrebbe fatto diventare di moda “le gloriose” (pilulæ gloriosæ regis Silicæ Rogerii II) ed le “Sine quibus” (pilulæ sine quibus esse nolo– quelle di cui non posso fare a meno), composte di aloe, di rabarbaro e di senna). Moyse Charras preconizza ancora quest’ultimi per la pituitaria, segnala anche la voga dei mercuriali (rabarbaro, mercurio e trementina- contro la sifilide, naturalmente) e delle lacrime al sangue di drago “ad sistendam gonorrheam”, ma aggiunge onestamente: Non si devono cercare dei draghi morti né vivi, per averne il sangue per la composizione di queste Pillole, poiché le lacrime qui ordinate che si chiamano di Sangue di Drago, sono la gomma di un grande albero che cresce in una delle Isole Canarie chiamata Port-Saint, che produce un frutto molto simile ad una Ciliegia, avente al di sotto della tunica che lo copre, la forma di un Drago così ben rappresentata come se fosse stata intagliata da uno Scultore. Aveva un collo lungo, le fauci spalancate, la spina dorsale munita di lunghi aculei e le zampe ed il resto del corpo molto notevoli.

Le pillole controllate (pilulæ cochiæ), a base di aloe e di coloquinta hanno un posto d’onore nel famoso Regimen sanitatis. Durante il XVI secolo, le “pillole” sono così di voga che Brasavola dedica loro un intero volume presentato cotto la forma di Examen dialogato(Lione, 1545). Alla stessa epoca, I fisiologi astrologhi consigliano di prepararle durante la congiunzione di Giove e di Venere, e gli iatrochimici inventano le pillole di Schroeder, a base di tartaro e le pillole di antimonioo perpetue, molto economiche per il cliente, che le “restituiva” all’apotecario dopo averle prese in affitto una sola volta: una soltanto, si fa osservare, basta a purgare da cima a fondo un intero esercito!

pillole--4.jpgOpuscolo pubblicitario in favore di una pillola perpetua specializzata (1700 circa).

 

Durante l’autunno del 1642, Richelieu malato fece ricorso alle pillole di Le Fèvre, che non gli impedirono affatto di morire il 4 dicembre e gli valsero questi epigrammi anonimi:


La pillola essendo, come la terra, rotonda,

La sua forma eccitò i suoi appetiti alterati

E, non avendo potuto mangiare la terra a fette

Credette, in quel momento, di ingoiare il mondo intero!

 

Il dottore Lemay a contato nel “Courrier Médicale” la storia delle pillole d’aloe e gommagutta lanciate dal medico Olandese Bontius verso la metà del XVII secolo e modificate più tardo dal medico di Carlo I d’Inghilterra, Anderson, con il cui nome esse dovevano conoscere una moda notevole. È vero che esse furono molto abilmente lanciate e costituiscono uno dei prototipi della specialità farmaceutica, con prospetto e condizioni allettanti: la compressa che compariva sulle scatole di queste vere pillole Scozzesi o grano degli angeli, presentava l’immagine di un leone rampante su campo azzurro con la testa del Dottore Anderson, rotonda come una pillola

 

 

pillola--5.jpgRitratto del Dottor Anderson sulle scatole delle pillole Anderson, secolo XVIII.

 

Ecco un breve saggio del Jardin de la Santé [Giardino della Salute] apparso ad Avignone nel 1702 e nel quale Théodore Desjardins celebrava le sue Pillole divine che egli aveva tratto direttamente… dalla Bibbia:

Comincio a parlarvi imperativo modo, e vi faccio notare, ex professo, che questo rimedio divino è conforme alle Leggi della nostra Medicina, e le nostre Leggi al rimedio; ma che né l’uno né l’altro non sanno osservare.

È questo il rimedio per tutte le stagioni, per tutte le malattie… Le sue qualità sono straordinarie, va d’accordo con la natura; ingrassa e fa dimagrire a secondo del bisogno, e la complessione della persona come se avesse ragione, eccita i sudori e li fa cessare, digerisce e ammorbidisce, incarna e agglutina, risolve e muore, ispessisce ed attenua, purga e dà costipazione.

Ho trovato … Ho trovato il segreto di racchiudere questo prezioso rimedio così efficace e così salutare in un piccolo volume sotto la forma di una pillola molto facile da prendere senza essere avvolta, avente un aspetto d’Oro gradevole da vedersi ed un fondo che supera tutto ciò che ciò che si può dire. Pretendo chiamarla “la pillola divina” … Cum veniunt rebus nomina saepe suis.

Ma poiché è la Medicina dei Re, dei Principi e dei Monarchi, dei grandi Signori e degli uomini potenti, sia a causa della sua rarità sia del suo prezzo, che è di un Luigi d’oro, la somministrazione che non consiste che di una sola pillola, non la darei che nei casi di grande malattia, e per seri motivi e, a tutti coloro infine che la vorranno pagare.

 

Con tali imbonimenti, come stupirsi che in Germania, si designano i ciarlatani con l’appellativo di Pillenœrzte (medici delle pillole) e che nelle commedie vaudeville francesi gli apprendisti apotecari si chiamano comunemente “La Pillola”!

La pillola doveva conoscere, alla fine del XVIII secolo, una moda straordinaria, moda che fu sfruttata con un brio del tutto particolare dagli Inglesi.

Dopo le pillole Anderson, dopo le pillole analetti che di Rob James, essi lanciarono quelle di Parr, dette “di lunga vita”. Thomas Parr, se si deve credere al prospetto (ed i clienti gli crederono), aveva affidato la ricetta del suo rimedio ai suoi discendenti attraverso il prezioso testamento che egli aveva dettato nel 1630, all’età di 147 anni: l’ottenne egli stesso da una strega. Una vignetta del prospetto ci mostra Thomas Parr in visita ad un altro vegliardo Jenkins, a conoscenza del segreto e che doveva vivere sino ai 169 anni. In quanto a Parr, dopo essersi risposato a 120 anni, ebbe il torto di andare alla corte dove bisbocciò talmente che ne morì “prematuramente” nel suo 153° anno.

 

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Vignetta del prospetto delle pillole PARR riproducente l’incontro tra Parr e Jenkins.

 

Altre pillole di lunga vita attribuivano la loro virtù alle pazienti ricerche di un vecchio alchimista, “il priore di Schanté”, mentre risultavano dagli sforzi commerciali di un ciarlatano strasburghese chiamato G. A. Schanté (1856). 

 

 

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Il priore di Schanté mentre sta preparando la base per le sue pillole, (da un prospetto del 1856 delle pillole di Schanté).

 

Le “pillole Vesperidi” di Hebert (1844), che dovevano essere inghiottite vesperalmente in vista di un’azione mattinale, avevano issato un motto molto fiero: “Il Ventre Libero!”.

Le pillole vegetali ghiotte” di Cauvin (1864) erano condizionate confezionate con delal carta rosa recante, in segno di vittoria, l’immagine dell’Arco di Trionfo. In allineamento con l’attualità politica, esse erano accompagnate da un testo polacco, mentre quelle di Bouloumié bofonchiavano lo spagnolo e quelle di Delacroix il greco di Demostene (Indika Katapotîa tou doktôros Delakroya!).

Più recenti, i “confetti toni-purgativi di Dubuis” (1870), il cui vero nome era tsan-pata-tching, fanno appello al vocabolario cinese ed il loro manager non trova termini abbastanza energici per far avvizzire tutti gli altri medicamenti “cha la specialità, diciamo la parola giusta: la speculazione, ha fatto nascere”.

Allo stesso tempo un Tedesco faceva distribuire a migliaia dei libri di salmi nel mezzo ai quali si poteva inaspettatamente leggere: Pace su questa terra agli uomini di buona volontà, ma soltanto grazie alle pillole Becham: due per gli adulti, una per i bambini!

Fermiamo prudentemente l’albo d’onore a questa data e diamo ora un’occhiata sulla fabbricazione delle pillole nelle diverse epoche. Edmond Leclair, che ha studiato l’argomento afferma che sino al Medioevo le pillole non erano affatto dosate. Il medico, dopo aver indicato la qualità ed il peso degli ingredienti da impastare insieme, aggiunge le parole: fiat massa, e in questa massa, stesa sul bancone, l’apotecario ritagliava un numero indeterminato di “particelle”, come diceva l’Antidotario Nicolas.

I cubetti irregolari separati con il coltello, erano arrotondati con uno schiacciamento rotatorio effettuato tra le palme delle mani.

Secondo Bauderon (1661) le pillole che dovevano essere consumate subito si preparavano con “acqua distillate”, vino, succo o decotto adatto alla base”, e quelle che si volevano conservare, con del miele rosato, dell’ossimele, dello sciroppo o liquore e gomma. “La massa si deve formare con le mani unte con qualche olio dolce, e avvolgerla con pelle bianca non tinta o pergamena bianca anch’essa resa grassa, allo scopo di chiuderne per bene i pori, affinché l’aria dell’ambiente non ne dissipi la virtù”. A volte anche (O igiene!) si soffiava, afferma Baumé, sulla masse e la si bagnava con la saliva per ammorbidirla!

Il Pilloliere, nella sua forma più elementare, sembra essere stato inventato soltanto verso la fine del XVII secolo, perché ancora nel 1641 Schrœder non parla che di una tavola (tabula) sulla quale si arrotolavano i magdaleon prima di dividerli con l’aiuto del coltello o delle forbici.

I primi pillolieri descritti da Baumé e di cui possediamo dei campioni in legno, avorio, rame ed argento, hanno la forma di righelli piatti i cui bordi sono ritagliati a denti di sega (figura 2). L’apotecario arrotolava innanzitutto la sia pasta a forma di bastoncino; poi affondava leggermente i denti del pilloliere in questo cilindro: gli incavi impressi da questa piccola operazione facilitavano e soprattutto regolarizzavano il lavoro del coltello, i denti potevano dividere essi stessi la massa con un solo colpo.

Nel XVIII secolo si inventò in Germania un pilloliere più complesso formato di due parti di legno duro, a forma di ventaglio e scavato con gole la cui larghezza variava a secondo della grandezza che si desiderava dare alle pillole separate con il loro scivolamento, poi arrotolate con l’andirivieni del sistema.

 

 

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Pillolieri: in alto due pillolieri-sega in legno ed uno in avorio; in basso due pillolieri a ventaglio in legno di bosso.

 

Nel 1841, La Pharmacopée raisonnée[Farmacopea ragionata] di Henry et Guibourt descrive uno strumento più pratico ancora composto di due parti: la prima, AD, è una tavoletta di legno, munita da ogni lato da un bordo più elevato BB; su questa tavoletta si trova fissata, verso i due terzi della sua lunghezza, una riga d’acciaio CC, spessa alcune linee e incavata con 36 semicilindri paralleli e tangenti e di cui, di conseguenza, i bordi formano un coltello. La parte A della tavoletta è ben dritto ed è su di essa che si distende, arrotolandola, la massa pillolaria, in un cilindro che contiene tante parti della parte di ferro C quante pillole si desiderano. La parte D, che segue il parte C è cava di poco ed è destinata a ricevere e contenere le pillole a mano a mano che vengono arrotolate.

La seconda parte del pilloliere si compone di una riga d’acciaio EE simile alla prima e fissata su un manico di legno FF. Il dorso di questo pezzo può servire ad allungare la massa pillolaria, posta sulla tavoletta A, come è stato già detto, in seguito, la massa essendo posta sulla riga CC, si pone e vi si appoggia sopra la riga EE, e questa massa si trova ad essere tagliata in tante parti quanto sono le suddivisioni. Si arrotolano ognuna di queste parti tra le dita in modo da renderla ben sferica e la si pone nella capsula D, dove si trova una piccola quantità di polvere di licopodio, di liquirizia, di altea o di altre prescritte. Questa polvere si attacca intorno alle pillole e previene la loro reciproca aderenza.

 

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Pilloliere descritto nella Farmacopea ragionata di Henry e Guibourt

 

Per arrotolare le pillole in altro modo, per dorarle ed argentarle, le si mettono a volte, ai tempi di Baumé, in una scatola di legno rotonda, con delle foglie d’oro e d’argento e la si scuoteva in tutti i sensi.

Nel 1848, Viel, farmacista di Tours, inventò un “pilloliere a rotazione” derivato da questo principio e nel 1850, il “Journal de Pharmacie et de Chimie” descrive un apparecchio composto di due vassoi rotondi e tenuti in mano da briglia: li si faceva girare l’uno contro l’altro e si riusciva “ad arrotolare 200 pillole in meno di 5 minuti”.

Durante quest’epoca, apparivano, in farmacia, le pastiglieche, nell’antichità, appartenevano al campo della profumeria, ed i confetti, che in precedenza, appartenevano ai dolciumi e perciò erano venduti dagli apotecari.

Durante il Medioevo, i confetti erano frutti candita, semi, radici o scorze a volte fortemente speziati che si avvolgevano con dello zucchero e che si mangiavano di preferenza alla fine dei pasti per farsi venire sete: Hanz Falz, maestro cantore di Norimberga, li ha celebrati nel suo Liber collationum.

Una timida apparizione dei confetti nella farmacia ci è segnalata dall’Enciclopedia del XVIII secolo che cita i “confetti del Kayser” o pillole mercuriali. Ma nel 1841, la Farmacopea di Guibourt considera I confetti come una varietà di pillole. Del resto, le pillole gelatinate, cheratinizzate, ecc., che compaiono durante quest’epoca non sono forse dei confetti il cui zucchero è stato sostituito con un’altra sostanza?

In compenso, Guibourt ignora ancora le compresse, che, nel 1870, diventano comuni in Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. La compressa ha oggi fatto sparire la vecchia signora Pillola. Come tutti i giovani, dovette comunque lottare prima di vincerla. Giornalista all’Esposizione del 1878 dove si presentava per la prima volta al pubblico al pubblico questa nuova forma farmaceutica, Eusèbe Fernand non aveva dichiarato solennemente che in Francia non avrebbe ottenuto il minimo successo?

In compenso, il termine pillola è (ri)diventato celebre con la contraccezione e ciò che chiamiamo la “pillola”, e più recentemente ancora la “pillola del giorno dopo”.

 

 

NOTE

 

[1] “Per molto tempo, ci si è porti la domanda: da quanto datano le pillole? Si credevano di recente creazione, e cioè qualche secolo. Ebbene no, esse hanno quasi due millenni. È in una necropoli iugoslava datante al I secolo a. C. che se sono scoperte alcune” (F. E. Ducommun. Alambics, Chevrettes, Balances, [Alambicchi, Vasi, Bilance], Roto-Saldag S.A., Ginevra, 1973).

 

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Petite histoire de la pilule

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Published by Massimo - in Farmacologia
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7 novembre 2010 7 07 /11 /novembre /2010 08:53

 

Caricatura politica italiana a soggetto medico-farmaceutico 

 

 

caricatura-5.jpg

 

  OGGI

  

CONTRIBUENTE. – Mia cara Camera, non posso più: levami qualche sanguisuga. È un tormento che non posso più a lungo soffrire. 

CAMERA. – Aspetta: ti caverò le sanguisughe vecchie che hanno già mangiato, e te ne metterò delle nuove affamate. Contentati una volta!  

Litografia anonima a colori, in La Rana, 14 gennaio 1881. Mialno, Coll. S. Rocchietta. Da: Helfand (W. H.) e Rocchietta (S.), Medicina e farmacia nelle caricature politiche italiane 1848-1914, n° 71/a.

 

Ai lamenti del contribuente spossato da tante sanguisughe (rappresentanti tasse ed imposte), la Camera risponde sostituendo le bestie sazie con nuove affamate.

 

 

 

 

 

 

 

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Oggi: Lithographie anonyme

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1 novembre 2010 1 01 /11 /novembre /2010 21:54

 

 

Caricatura politica italiana a soggetto medico-farmaceutico

 

 

 

 

 

 FRA ILLUSTRI INFERMI

 

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 AUSTRIA- Quante cure ci ha avute e ci ha sempre questa ragazza. E dire che ancor essa poverina non istà troppo bene!

 

 

 PRUSSIA- Senti, vecchia mia, dopo il 1866 ci ha condotti a separarci di letto, non ostante le cure di costei il nostro male è peggiorato- mettiamoci insieme tutti e tre e sfideremo il mondo!

 

Litografia di Augusto Grossi in La Rana, 16 giugno 1871 (W.-H. Helfand e S. Rocchietta, Medicina e farmacia nelle caricature politiche italiane 1848-1914, n° 46). La Prussia, colpita da “idropisia gloriosa” con l’annessione dell’Alsazia-Lorena, suggerisce all’Austria, separata dal 1866 e all’Italia, in preda all’ostilità del clero, di unirsi per sfidare il mondo. A terra, il clistere “5 miliardi” rappresenta l’indennità imposta dalla Prussia alla Francia.

 

 

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Caricature politique italienne à sujet médico-pharmaceutique

 

 

 

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25 ottobre 2010 1 25 /10 /ottobre /2010 08:00

 

 

Caricatura politica italiana

 

di soggetto medico-farmaceutico  

 

 

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Conferenza in farmacia

 

Litografia a colori, disegno di Augusto Grassi, in Il Pappagallo, 19 giugno 1884 (W- H. Helfand e S. Rocchetta, Medicina e farmacia nelle caricature politiche italiane 1848-1914, n° 84).

 

 

Testimonianza dell’ostilità delle potenze europee contro l’Inghilterra, che ha occupato militarmente l’Egitto nel 1882. L’Inglese John Clown, in consultazione con la Dottoressa Diplomazia, rifiuta i còisteri “Controllo in Egitto” presentato da Jules Ferry e “Libero passaggio dei Dardanelli” presentato dalla Russia. La Spagna manipola il pestello nel mortaio “Gibilterra” e la Grecia fa lo stesso con il mortaio “Arcipelago”; L’Italia agita il setaccio “Malta”. In fondo, Bismarck, nella sua farmacia, si sforza di mantenere l’equilibrio.

 

 

LINK al saggio originale:

Conférence en pharmacie

 

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20 ottobre 2010 3 20 /10 /ottobre /2010 08:00

 

 

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Pierre Pomet è un droghiere francese nato nel 1658 a Parigi e morto nella stessa città il 18 novembre 1699. Dopo un apprendistato, viaggia in Italia, Germania, Gran Bretagna ed in Olanda. Ritorna a Parigi dove apre un magazzino di droghe.

 

Acquista rapidamente una grande reputazione. Dà presto dei corsi per spiegare la fabbricazione dei suoi prodotti. Pubblica regolarmente un catalogo delle droghe semplici o composte della sua vasta collezione così come la descrizione del suo gabinetto delle curiosità. Fa apparire, nel 1694, la Histoire générale des drogues, traitant des plantes, des animaux et des minéraux, etc., [Storia generale delle droghe, concernente piante, animali e minerali], illustrato con più di 400 figure

La sua opera è considerata come la più completa e la più sicura della sua epoca. È tradotta in molte lingue tra cui il tedesco e l’inglese.

 

 

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17 ottobre 2010 7 17 /10 /ottobre /2010 10:54

 

 

 

Caricatura politica italiana

A soggetto medico-farmaceutico

  

 

 

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Distillazione politica.

  

Caricatura di A. Grossi in Il Papagallo, 6 novembre 1881 (Milano, Biblioteca Nazionale Braidense)

W. H. Helfand e S. Rocchietta, Medicina e farmacia nelle caricature politiche italiane 1848-1914, Edizioni Scientifiche Internazionali, 1982.

 

 

 

Nel laboratorio chimico degli associati Camera e Senato, vediamo svanire poco alla volta il vapore inutile, lasciando la sostanza sul fondo. La Camera dei deputati ed il Senato attizzano il forno. La distillazione di Gambetta (presidente della Camera), libera l’inutile vapore formato da Jules Ferry, da un bonapartista (a sinistra), da un radicale indossante il berretto frigio, da un monarchico in parrucca e con il giglio, da un orleanista dalla famosa testa a forma di pera di Luigi Filippo e da una persona “rurale”. L’operazione produce, nel contenitore di sinistra, una Repubblica francese “saggia”.

 

 

LINK al saggio originale: 

 Caricature politique italienne à sujet médico-pharmaceutique



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13 ottobre 2010 3 13 /10 /ottobre /2010 10:46

La Storia generale delle Droghe di Pierre Pomet

 

 

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 Frontespizio della celebre opera di Pomet Storia delle Droghe [1608].

 

di E.-H. Guitard

 

 

L’opera di Pierre Pomet, Histoire générale des Drogues simples et composées [Storia generale delle Droghe semplici e composte], la cui prima edizione data al secolo XVII [1]. Quest’opera fa parte delle opere di riferimento francesi del XVII secolo nel campo degli apotecari. È infatti il secolo in cui compare l’opera di Jean de Renou apparso la prima volta a Parigi nel 1608. Ci saranno anche i libri di de l’Ecluse (1605); di Nicaise Le Febvre, il suo Traité de la Chimie è del 1660; e sempre dello stesso anno Chesnau, Marsigliese, pubblica la Pharmacie théorique nouvellement recueillie de divers autheurs [Farmacia teorica nuovamente raccolta di diversi autori]. Bisognerà aspettare il 1672 affinché sia edita la Pharmacopée royale, galénique et chimique [Farmacopea reale, galenica e chimica di Moise Charas. Louis Pénicher fu incaricato sin da allora di scrivere una farmacopea concorrente, apparsa nel 1695 con il titolo di “Collectanea pharmaceutica, seu Apparatus ad novam pharmacopoeam, authore Ludovico Penicher, Parisino, pharmacopoeorum Parisiensium proefecto”. È in questo contesto che appariranno due opere chiave alla fine del XVII secolo: quella di Lémery e quella di Pomet.

  

Pierre Pomet è un parigino, ma come tutti i grandi botanici, un amante dei viaggi da cui riporta quantità di campioni di droga che egli esibirà nel suo corso all’Orto botanico reale (Jardin des Plantes). Pomet si onorava per le visite di Tournefort che si recava da lui per vedere da vicino alcune droghe indigene o esotiche, soprattutto di origine vegetale, di cui questo droghiere era importatore e depositario. È in quanto intenditore, in drogheria, che egli scrive e pubblica nel 1694 due bei volumi in quarto, ricercati oggi sia per le loro illustrazioni sia per il loro testo, presentati come Storia generale delle droghe [Histoire générale des drogues, traitant des plantes, des animaux et des minéraux, ouvrage enrichy de plus de quatre cent figures en taille-douce tirées d’après nature; avec un discours qui explique leurs differens Noms, les pays d’où ils viennent, la manière de connoître les véritables d’avec les falsifiées, et leurs proprietez, où l’on découvre l’erreur des Anciens et des Modernes; le tout tres utile au public].

 

Non nega l’esistenza del famoso liocorno “che i Naturalisti descrivono sotto forma di Cavallo avente in mezzo alla fronte un corno a spirale, di due o tre piedi di lunghezza”. Pensa che i Cinesi si nutrano di “Nidi di uccelli, cosa quasi incredibile la quantità che si trasporta a Pechino, città capitale della Cina, ma in Francia si preferiscono alimenti meno coriacei: L’uso delle castagne è di cibarsene… come tutti sanno. Ci si serve delle castagne anche in medicina, per via del fatto che sono molto astringenti. I pasticceri le ricoprono di zucchero e sono chiamate marons glacez [2].

 

Pomet figlio, apotecario a Saint-Denis, ne fece una seconda edizione nel 1735 (quella di cui trattiamo ora), dotata di 400 figure in taglia dolce, a Parigi, presso Etienne Ganeau e Louis-Etienne Ganeau figlio, librai, rue Saint-Jacques, aux Armes de Dombes. Il ritratto di suo padre non appare contrariamente alla prima edizione. È sostituito da un frontespizio inciso da Crespy. Leggiamo nel riquadro ornato di palme, di frutta e di animali di ogni genere: “Munera naturae cumulat cum foenore virtus”. In mezzo, si vede una seminatrice alla Roty), dai piedi alati, in piedi su di una piccola palla, seguita da Tempo che regge in mano una falce e sull’altra la clessidra, che trascina per mezzo di una corda, un carretto che conduce Minerva che, malgrado ciò, non ha abbandonato la sua lancia. 

 

 

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Incisione di Crespy per l’edizione del 1735.

 

È per mettere ogni genere di persone in grado di conoscere esse stesse la natura e le qualità tanto esteriori quanto interiori delle differenti cose che la medicina impiega, che il fu Pomet pubblicò l’opera di cui abbiamo creduto dover dare una seconda edizione a causa della sua estrema rarità. Egli sistemò tutte queste cose in diverse classi di cui compose altrettanti capitoli e trattò separatamente ognuna, con un po’ di eleganza se si vuole, ma con una chiarezza che non permette di rimproverargli la negligenza del suo stile che, senza essere puro, è molto nitido” (Pomet figlio).

L’opera è divisa in tre parti, di cui ognuna ha la sua paginazione  special. La prima è dedicata ai vegetali, la seconda agli animali, la terza ai “fossili”, cioè ai minerali. L’autore fornisce delle descrizioni molto dettagliate delle piante, animali o minerali, ma indica molto sommariamente i rimedi che se ne traggono e non dà delle formule.

 

Il libro primo si intitola “Dei semi”. Ciò che chiamiamo Seme, ci dice Pomet, è la parte della Pianta che nasce dopo il fiore; ma poiché il seme ne è solitamente la parte più nobile ed è per suo tramite che essa rinasce, non lo si finisce mai di studiare allo scopo di conoscerlo meglio, il che non è facile, sia a causa della diversità delle specie, sia perché ve ne sono molti che si somigliano in quanto a forma ed in altri particolari gli uni dagli altri.

In questo primo libro, possiamo vedere la descrizione di numerosi semi come ad esempio quello dello Choüan: “Lo Choüan è un piccolo seme leggero, verde giallastro, dal sapore poco salino e asprigno e di Forma simile all’Artemisia, tranne che è più grande e più leggero”. Pomet conclude il paragrafo su questo seme con la sua utilizzazione: “Non vi è altro uso in Francia, per quel che io sappia, che per farne il Carmino e per i Piumai, benché attualmente se ne faccia poco uso”.

  

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Pianta Chouan

 

Un altro esempio di seme ci è dato nell’opera di Pomet con lo Thlaspi, pianta alta un piede o quasi, che ha delle foglie di un verde molto intenso della lunghezza del mignolo, largo alla base e terminante a poco a poco a punta; il suo stelo getta numerosi rami carichi di fiori bianchi, dopo i quali nascono dei baccelli piatti, aventi la forma di lenticchie, che contengono ognuna due semi di colore giallo tendente al rosso che con il tempo mutano in rosso scuro e più invecchiano più si anneriscono. È rotonda, lunga e un poco appuntita… Esso sono stimate per la guarigione delle gotte sciatiche, e per dissolvere dei calcoli ed i grumi di sangue, preso in polvere, per il peso di un semi grosso, il mattino a digiuno.

 

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La pianta Thlaspi

 

Ultimo esempio di questo libro, il Coriandolo che è il seme di una pianta che ci è molto familiare e che cresce in abbondanza nei dintorni di Parigi, soprattutto a Aubervilliers, da cui quasi tutto il Coriandolo che vendiamo proviene… Si impiega poco Coriandolo in Medicina, ma i Birrai ne impiegano molto, soprattutto in Olanda e in Inghilterra, per dare un buon sapore alla loro Birra doppia. I Pasticceri, dopo averlo cosparso di aceto, lo ricoprono di zucchero, che è ciò che noi chiamiamo Coriandolo zuccherato, o in confetto. Ci sono ovviamente in questo primo libro molti altri semi, come il Cardamomo, la Nigella sativa o il Sagù indiano.

 

 

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La pianta del Coriandolo.

 

Il secondo libro di Pomet è dedicato alle radici. Intendo con la parola Radice, ci dice Pomet, la parte della pianta che è sotto terra e che trae e comunica il nutrimento alle altre parti che essa produce, che sono lo stelo, le foglie, il seme, ecc. Le Radici che vendiamo di solito sono non soltanto numerose, ma molto differenti in quanto a forma e virtù. Secondo numerose descrizioni di radici, a cominciare dall’’Ipeca, chiamata anche Beguquella, Specacuanha, Chagofanga, Beculo, Beloculo o anche Miniera d’Oro, precisa Pomet. Tra le radici descritte da Pomet, possiamo ammirare quella di Gialappa. È una radice grigia, resinosa, da quattro a cinque piedi di altezza e che ha delle foglie molto simili a quelle della grande edera, eccetto il fatto che non sono così spesse; il seme è della grandezza di un piccolo pisello, di un colore nerastro, molto simile al Mirtillo, eccetto il fatto che non è così grosso… La Gialappa che vendiamo è la radice di questa pianta che ci giunge dalla nuova Spagna da non molto tempo, a cui il Signor de Tourenfort ha dato il nome di “Solanum Mexicanum, magno flore, semine rugoloe, Jalap existimatum”, che significa “Morella del Messico dai grandi fiori”, il cui seme è rugoso, che si crede essere una specie di Gialappa… Si stima la Gialappa adatta a purgare le sierosità; è impiegato anche per gli idropici, nella gotta, i reumatismi e per le ostruzioni, ma bisogna conoscerne la portata, perché opera vigorosamente, soprattutto se lo si somministra come sostanza e se non si modera la dose, la quale deve essere proporzionata alla costituzione, all’età ed alle forze delle persone, è il motivo per cui si deve usare con grande precauzione. Pomet termina questa descrizione con un paragrafo dedicato alla resina o Magistero della Gialappa, così come all’estratto.

 

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La pianta e la radice di Gialappa.


 

 

 

 

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La Genziana, pianta e radice.

 

Un altro esempio di questo Libro II dato da Pomet, è la radice di genziana. La Genziana è una pianta così chiamata, ci dice Pomet, a causa del Re Gentius ne ha scoperto per primo le belle qualità. Essa cresce in abbondanza nei paraggi di Chabli in Borgogna e nei luoghi più umidi, sia della Borgogna sia della Francia ed anche sui Pirenei e le Alpi. La radice che è la sola parte della pianta che vediamo, è a volte grande come il braccio, divisa in qualche radice spesse come il pollice o come il mignolo , giallastra e di un’amarezza insopportabile… Questa radice è calda, aperitiva, febbrifuga, cordiale, isterica, stomachica e alessifarmaco*. Essa è impiegata in alcune composizioni galeniche e molto raccomandata in polvere con la Teriaca applicata per i morsi di cani rabbiosi: cpsì come per i dolori dei denti, mettendola così come si fa con il Piretro ed infine da mettere sulle piaghe, come si fa con la spugna preparata. È, inoltre, sudorifera e ce ne serviamo con successo nelle febbri intermittenti, il che le ha fatto dare il nome di Chinchona d’Europa.

 

 

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La Robbia, pianta e radice.

  

Una pianta che Pomet ci descrive ampiamente, è la Robbia che serve ai Tintori, sottolinea Pomet, ma anche in Medicina, perché le Robbie sono calde, essiccative e vulnerarie: esse convengono anche nelle ostruzioni del fegato e della milza, nell’itterizia e nell’eliminazione dell’urina. Pomet descrive la Robbia, che egli chiama Rubia tinctorum, come una pianta le cui radici sono numerose, rampanti, lunghe, divise in diversi rami, rosse soprattutto, legnose, di sapore astringente, che crescono su steli lunghi, fermetosi, annodati, ruvidi, gettanti da ognuno dei loro nodi cinque o sei foglie oblunghe strette che circondano il loro stelo a forma di stelle. È da questa radice da cui gli Olandesi traggono un così grande profitto, per la quantità di Robbia che essi inviano in diversi paesi, soprattutto in Francia.

 

 

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Lavorazione della canna da zucchero

 

La figura sopra rappresenta un altro capitolo importante di questo libro II di Pomet, capitolo dedicato alle Canne da zucchero o Cannamele, che sono delle canne che crescono in abbondanza in diversi luoghi dalle grandi Indie al Brasile e alle Antille. Pomet si impegna nel descrivere la pianta e le sue radici, ma anche l’estratto di zucchero che ne deriva. Grazie allo schema di Pomet, si può capire meglio la descrizione da lui effettuata del processo di produzione dello zucchero: “Gli Americani dopo aver tagliato le loro Canne al di sopra del primo nodo, ne eliminano le foglie e ne fanno un fascio che portano al mulino il quale è composto di tre rulli rivestiti di lame di ferro nel posto in cui passano le Canne. Quello di mezzo è molto più sollevato, affinché i due alberi che lo reggono in alto e ai quali i buoi sono aggiogati possono girare senza essere ostacolati dalla macchina. Il grande rullo di mezzo è circondato da una ruota dentata i cui denti vanno ad alloggiarsi in intagliature o sedi fatte appositamente a questo proposito; negli altri due che sono vicini, facendoli girare, essi comprimono, schiacciano e fanno passare le Canne dall’altra parte, le quali vengono così private del loro succo. (Se per caso l’Americano o il Francese che pone le Canne al Mulino, si lasciasse prendere le dita, bisognerebbe tagliargli subile il braccio, altrimenti il suo corpo verrebbe subito schiacciato; è questo che fa sì che un uomo che abbia le dita prese nell’ingranaggio, un altro deve tagliargli il braccio con un coltellaccio e serve, dopo essere guarito a consegnare dei messaggi”). Segue una lunga descrizione del processo che porta allo zucchero “che chiamiamo Moscovada grigia o Zucchero delle Indie non alterato, la quale per essere di buona qualità, deve essere di un grigio biancastro, secca, meno grassa e che odori il meno possibile di bruciato. Questa Moscovada è la base e la materia con cui si fanno tutte le diverse specie di zuccheri che vendiamo.

  

Pomet descrive in seguito la Cassonada, Lo Zucchero da sette libbre, lo Zucchero Reale, lo Zucchero Candodo bianco, lo Zuccehro Candodo rosso, lo Zucchero torto, lo Zucchero rosato…”.

  

Il Libro III di Pomet è dedicato ai legni che, secondo il Signor Grew, “non sono altro che unìinfinità di canali piccolissimi, o di fibre cave, di cui gli uni si orientano verso l’alto e si pongono in forma di un cerchio perfetto e gli altri, che vanno dalla circonferenza al centro. Pomet descrive allora numerose parti di piante, in particolare il legno di Aloe, l’Aspalato, i Sandali, il Guaiaco, il Cedro del Libano e il Ginepro ossicedro.

 

 

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Ginepro Ossicedro

 

Pomet così ne parla nella sua opera: “È un albero di cui vi sono tre specie, che non differiscono che per l’altezza o per lo spessore delle foglie. Questi alberi sono solitamente contorti, nodosi, carichi di foglie lunghe, acuminate e sempre verdi, specialmente in inverno, dalle quali nascono dei frutti della grandezza di un acino, verde all’inizio e che più maturano, più diventano rossi… Si estrae dal legno di Ossicedro per mezzo del fuoco, cioè attraverso la cornuta, un olio nero, il quale una volta rettificato, può essere chiamato Cedria o olio di Cade… Il vero olio di Cade o Cedria è notevole nel guarire la forfora, la galla dei cavalli, buoi, montoni ed altri animali. La dose è dalle due gocce sino a sei.

 

Il Libro quarto tratta delle scorze des écorces, cioè la prima, seconda o la terza pellicola del tronco di un Albero, la quale si produce naturalmente come è stata tratta dai Vegetali, come potrebbe essere il Cinchona pubescens, la Scorza di Mandragora e epurato della sua prima pelle, come la Cannella, la Cassia lignea e altri del genere. Così, comincerò il presente Trattato con l’Albero che fornisce la Cannella, sia a causa del suo grande consumo che facciamo della seconda scorza sia a causa delle sue piccole proprietà.

 

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Vari tipi di alberi di Cannella.

 

La Cannella, che gli Antichi hanno chiamato Cinamone, è la scorza di messo dei rami di un albero che cresce sino all’altezza dei Salici, che ha delle foglie così simili al Folium Indum, che nessuno potrebbe capirne la differenza al primo colpo… Pomet descrive successivamente l’olio di cannella, l’acqua di cannella, lo sciroppo di cannella e considera che la Cannella è adatta per fortificare il cervello, il cuore, lo stomaco, per resistere al veleno, per eliminare i venti e per aiutare la digestione.

 

Tra le altre piante che forniscono delle scorze, Pomet cita la Cinchoma officinalis o “Quina-Quina, Scorza del Perù o scorza contro le febbri. Pomet racconta: “Poiché non sono mai stato in Perù per poter parlare adeguatamente degli alberi che danno la Cinchona officinalis, ho fatto ricorso al Signor Bernard, Ordinario della musica del Re, che è un uomo molto onesto e molto curioso della conoscenza dei rimedi semplici, il quale mi ha ben volentieri dato una descrizione del Cinchona officinalis, che gli è stata fornita dal Signor Rainssant, Medico della città di Reims, che l’aveva ricevuta a sua volta da uno dei suoi amici chiamati Gratien, che era dimorato vent’anni in Portogallo e che aveva compiuto diversi viaggi nelle Indie ed in Perù…”. Pomet descrive in seguito la Cinchona pubescens e precisa che “questa scorza fu in principio portata in Francia nel 1650 dal Cardinale de Lugo Gesuita, che l’aveva portata egli stesso dal Perù e questa scorza ha avuto tanta voga in Francia da essere venduta a pesi d’oro… La Cinchona pubescens è calda, essiccativa, incisiva, vermifuga, ma il suo uso più ampio è contro le febbri, soprattutto nelle febbri intermittenti.

 

 

 

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La pianta Cinchona officinalis.

 

Sempre nella categoria delle scorze, Pomet descrive la scorza di Mandragora, sottolineando la rarità di questa radice nei dintorni di Parigi, ne approfitta per evidenziare che degli apotecari poco scrupolosi sostituiscono la mandragora con altre piante in alcune preparazioni. Conclude costatando che “la scorza di Mandragora è poco utilizzata in Medicina, per via del fatto che è usata in alcune composizioni Galeniche, come Populem e altre. Le foglie di questa pianta sono impiegate cotte con del latte e applicate sotto forma di cataplama per la guarigione dei tumori scrofolosi.  

 

 

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La Mandragola

 

 

 

 

Il libro V dell'opera di Pomet ha per tema le foglie. Come per tutti i capitoli precedenti, Pomet definisce ciò che egli intende con foglie, "primo verde che le piante (...) fanno spuntare non appena giunge il bel tempo". Per Pomet, la parola  foglie è derivato dalla parola greca Philon e dalla parola latina Folium. Tra le foglie descritte, quella del Senna, a cui alcuni hanno dato il nome di Foglia Orientale, è la foglia di una pianta, 


 

 

 

feuille d'une plante, ou plutôt d'un arbrisseau qui a environ un pied de haut, qui croît en plusieurs endroits du Levant, & même en Europe.

 

 

 

 

 

 

 


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Pomet décrit trois sortes de Sené que nous distinguons en Sené de la Palte ou d'Alexandrie, en Sené de Tripoly, & en Sené de Moca, ce dernier, que les colporteurs appellent Sené de la pique, ne devait en aucun cas être utilisé, n'étant propre à rien. Pomet conclut que le Sené est un excellent purgatif pour les humeurs crasses & glaireuses; il est aussi la base des ptisannes laxatives, comme aussi ces folicules qui sont préférées aujourd'hui au Sené. Toujours dans ce chapitre V, Pomet donne une description de la culture et du travail du Tabac, "ainsi appelé à cause qu'il s'en trouve quantité dans l'île de Tabaco, & à qui quelques uns ont donné le nom de Nicotiane, à cause de M. Jean Nicot Ambassadeur de France en Portugal, qui en a apporté le premier en France à la Reine, ce qui lui a fait donner aussi le nom d'Herbe à la Reine. Elle est appellée aussi Buglose antartique, à cause que cette herbe croît en grande abondance dans les Isles; & Herbe Sainte, à cause de ses  propriétez, & finalement Petun qui est le nom que les Indiens lui ont donné, & qui est son premier et véritable nom".

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Pomet poursuit longuement ensuite la description de la plante et de la façon de la cultiver. Il précise également que la vertu du tabac est d'être vomitif, purgatif, vulnéraire, cephalique & convient à l'apoplexie, paralysie, & aux cathares. il décharge le cerveau d'une limphe dont la trop grande quantité ou mauvaise qualité incommode cette partie : l'usage médiocre en fumée ou mâché convient dans les maux de dents, la migraine, les fluxions de tête, dans la goutte, les rhumatismes & autres causées par un dépôt d'humeurs glaireuses.. Le Sirop de Tabac est employé dans l'asthme & dans les toux opiniatres.

1-POMET020.jpgPomet décrit de très nombreuses autres plantes dont on utilise les feuilles : Berel, Coca, Alcana ou Cyprus, Cochenille, Corail, Coraline, Eponges. Il consacre une page aux Scilles qui sont des Oignons qui nous sont apportés d'Espagne, où ils croissent en abondance, principalement des rivages de la mer ; Il en vient aussi en quantité en Normandiesur tout auprès de Quilboeuf, à dix-huit lieuës par de-là Rouen.. On estime les Scilles principalement le coeur, être un poison, c'est pourquoi quand on veut s'en servir on les fend en deux, et on rejette les feuilles sèches et le coeur, & le milieu on l'expose à l'air, & quand elles sont sèches on en fait le vinaigre & le miel ; et pour la Thériaque on en fait de même, mais au lieu de les exposer à l'air, on les couvre de pâte, & on les fait cuire au four, surtout quand c'est pour en faire des trochisques, ainsi qu'il est décrit dans plusieurs Pharmacopée.




 

1-POMET021.jpgLe Livre sixième de Pomet concerne les fleurs.

C'est un chapitre plus court et moins illustré que les autres. Pomet défini les fleurs comme des Boutons épanouis de diverses couleurs et grosseurs, que poussent les végétaux, & d'où naissent  & sortent leurs fruits & leurs graines.... Le mot fleur vient du mot Grec Phlox, & du Latin Flos ou Flamma, qui signifie Flamme, en ce que l'on prétend que les fleurs représentent une espèce de flamme. Parmi les fleurs décrite dans l'ouvrage, on trouve la Rose de Provins, fleurs d'un rouge foncé & velouté, que l'on nous apporte de Provins, petite ville à dix-huit lieuës de Paris. Les Rose de Provins sont des fleurs fort estimées de tous le monde, à cause qu'elles sont très astringeantes, & fort propres pour fortifier les nerfs, ou autres parties du corps affaiblies, soit pour foullure ou détorse, après avoir bouillies dans de gros vin, ou dans de la lie de vin ; elles ont beaucoup d'usage dans la Médecine, en ce qu'elles entrent dans plusieurs compositions Galéniques.

 

 


1-POMET022.jpgLe septième et dernier chapitre du premier tome de l'oeuvre de Pmoet est consacré aux fruits et "tout ce qui sort des Herbes , Arbrisseaux, Sous-Arbrisseaux, & même des Arbres immédiatement après les fleurs". C'est un chapitre assez long où Pomet décrit un grand nombre de plantes, à commencer par le poivre auquel il consacre plusieurs pages. Les illustrations sont également nombreuses. On voit ici l'exemple du poivre d'Etiopie et le poivrier de Thevet.
 
 Pomet distingue le poivre blanc, dont l'usage, dit-il, est trop répandu pour s'y arrêter ; et le poivre noir qui n'a pas d'autre usage que le blanc, il est aussi d'usage en Médecine , à cause qu'il est chaud, dessicatif, incisif, attenuant, aperitif, stomachal, & febrifuge, donné dans l'eau de vie avant l'accès des fièvres intermittentes. On l'emploie pour remettre l'aluette, & il entre aussi dans plusieurs compositions chaudes, comme la Thériaque & autres.




1-POMET023.jpgAutre plante de ce chapitre des fruits : le Girofle, qui est à proprement parler, la fleur endurciue de certains arbres, note Pomet. Il se livre à une analyse de la culture géopolitique du Girofle, très commun aux iles des Moluques : mais depuis quelques années, les Hollandais ne pouvant empêcher les Anglois, les Portugais & Nous d'y aller, & d'en apporter du girofle, il se sont avisez pour se conserver et se rendre suels les maîtres de cette marchandise, d'en arracher tous les arbres, & de les transporter dans l'Isle de Ternate, & par ce moyen, il faut que les autres Nations achetent d'eux le Girofle, n'en pouvant avoir ailleurs. Quant au Girofle Royal, Pomet indique que l'arbre qui porte le fruit est unique au monde & ne se trouve "qu'au milieu de l'Isle de Massia, aux Indes Orientales, où il est appellé des habitants de l'Isle Thinca-Radai. Ce fruit est tellement révéré du Roy de l'Isle, qu'il le fait garder par ses soldats, afin que personne n'en ait que lui. On prétend aussi que lorsque cet arbre est chargé de ses fruits, les autres arbres s'inclinent devant lui comme pour lui rendre hommage, & pour lui faire honneur...

 


1-POMET024.jpgD'autres fruits sont largement décrits par Pomet : Muscade, Caffé, Cacaos, Vanilles, Acajoux, Jujubes, Palmier, Dattes, Coque du Levant, etc... Il décrit aussi la Coloquinte, fruit de la grosseur de nos pommes de rainettes, qui croît sur une plante rempante, qui a ses feuilles vertes, assez approchantes de celles du concombres. La Coloquinte est une drogue la plus amère, & la plus purgative qu'il y ait dans la Médecine ; c'est pourquoi il ne faut s'en servir qu'avec de grandes précautions, & surtout rejetter les pepins.... On s'en sert pour l'apoplexie, la létargie, la goutte, les Rhumatismes. On fait aussi un extrait de Colloquinte qui est employé & convient pour les maladies cy-dessus. Pomet indique enfin que certains apothicaires se servent des pépins "après les avoir réduites en poudre pour mettre dans les compositions purgatives , sur-tout dans le Lenetif commun, ce qui est un grand abus, & un très méchand remède. Pour ce qui est des Colporteurs ou faiseurs de Bernez, ils ne savent ce que c'est que d'employer  de la Coloquinte , ne se servant que des pepins.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 

 

E.-H. Guitard

 

 


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L'Histoire des Drogues de Pierre Pomet

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4 ottobre 2010 1 04 /10 /ottobre /2010 10:32

 

 

incisione-XVI-secolo.jpg

 

Incisione su legno del XVI secolo rappresentante un apotecario mentre prepara dei serpenti destinati alla teriaca.

 

 

 

 

LINK pertinenti:

 

Xilografia. Vaso da Teriaca

 

L'apotecario, stampa colorizzata del XVIII secolo

 

L'apotecario di Nantes, (mensola capitello)

 

Daumier, Apotecario e farmacista, 1837

 

Daumier, Corteo Generale degli apotecari, 1835

 

Monnier, L'apotecario, 1828

 

L'apotecario, affresco della lunetta nel castello di Issogne (Valle d'Aosta)

 

 

 

 


 

 

 

 

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27 settembre 2010 1 27 /09 /settembre /2010 08:00

 

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 La Chimica Organica

illustrazione tratta da Le Galeniche di Toraude, 1919.

 

Didascalia: "agglutinarci con la sua glicerina!". 

 

 

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  • Sempre alla ricerca di cose nuove da amalgamare con sapienza "alchemica" al già noto, organicamente, senza giustapposizioni.
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