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2 dicembre 2014 2 02 /12 /dicembre /2014 07:00

L'enigmatico Bezoard

bezoard1.jpg

Bézoard in una montatura di oro filigranato, proveniente dalle collezioni dell'arciduca Ferdinando (1529-1595), regente del tirolo, e conservato al castello di Ambras (Austria).


Cos'è il bezoard, questo prezioso antidoto che fece l'orgoglio delle migliori officine e si vendeva a peso d'oro, al quale molti seri uomini di scienza come 
Caspar Bauhin e Laurent Catelan dedicarono interi trattati, uno edito a Basilea nel 1613, l'altro a Montpellier dieci anni anni dopo?

 

bezoard2.jpg

Stambecco, produttore di bezoard rappresentato da Pomet nella sua opera "Histoire Générale des Drogues, 1694). Nella parte in bassso: taglio di un bezoard.

L’apotecareria della corte di Dresda esponeva un bezoard grande come una testa d'uomo incastonato in oro. Un altro bezoard di questa dimensione e del peso di 6 libbre e mezzo era stato venduto ad Amburgo per 6.000 Reichsthaler. Secondo Catelan, un re mauro dell'andalusia avrebbe dato a un medico un sontuoso palazzo a Cordova in cambio di un solo bezoard… Come quello del diamante, il valore di questa pietra informe cresceva in proporzioni considerevoli a secondo della sua grandezza. Così, secondo Valentini, i droghieri astuti acquistavano dei piccoli bezoard per agglomerarli e farne uno grande.

 

 

 

Il bello e il buono bezoard orientale deve essere luminoso, di un gradevole odore simile all'ambra grigia, tenero al tatto, e se sfregato su una carta cosparsa di biacca, la faccia diventare gialla. Più è luminoso, grande, uniforme e ben rotondo, più è di valore. Ve ne sono di rotondi, di oblunghi, ricurvi, bozzuti, granulosi, di bianchi, gialli, grigi. Ma il suo colore principale e che si incontra ordinariamente è di color oliva.

 

L'elasticità di questa descrizione, tratta dalla Histoire générale des Drogues di Pomet, non ci permette affatto di indovinare la composizione del prodotto. Se il mondo dei sofferenti è stato mistificato, né Ippocrate né Galeno questa volta c'entrano in qualche modo. Il bezoard è infatti poco conosciuto dai Romani quuanto dai Greci, dalle genti di Alessandria quanto quelle di Bisanzio. Sono i Persiani che l'avrebbero inventato e gli Arabi ad averlo propagato in Occidente. Ora, secondo il Matrialkammer di Schurtz, stampato a Norimberga nel 1673, gli Arabi traggono il bezoard… dagli occhi dei cervi. Quando i cervi invecchiano, i vermi intestinali li tormentano; per sbarazzarsene, avevano dei serpenti che mangiano i vermi, ma diventano fastidiosi a loro volta. Volendo allora immunizzarsi contro il veleno dei serpenti, essi si prendono un bagno prolungato. Rimangono in acqua per molti giorni, lasciando emergere soltanto la testa. Ma questo li fa piangere. Le loro lacrime si coagulano agli angoli degli occhi, formando presto delle concrezioni della grandezza di una ghianda o di una noce, che ostruiscono loro la vista. Usciti dall'acqua si affrettano a sfregare i loro musi contro gli alberi: non resta altro che raccogliere i "bezoard".

 

Questa è la "versione Araba"; eccone un'altra, più orientale ancora, riportata dall'esploratore Tavernier (e citatat da Pomet), nel suo Voyage en Turquie, en Perse et aux Indes, [Viaggio in Turchia, in Persia e nelle Indie]. Vedremo che essa non somiglia affatto alla precedente: "Il Bezoard proviene da una Provincia del Regno di Golconda situata nel Nord-Est. Si trova tra lo sterco situato nell'intestino delle capre che brucano un cespuglio di cui ho dimenticato il nome. Questa pianta dà luogo a piccoli frutti rotondi, attorno a cui e alle estremità dei rami le capre mangiano, si forma il Bezoard nel ventre di questi animali. Acquista la sua forma a seconda di quella dei frutti e delle terminazioni dei rami, ed è per questo che se ne trovano di tante forme diverse. I contadini palpando il ventre della capra capiscono quanto Bezoard è presente, e la vendono in base alla quantità posseduta. Per capirlo, essi fanno scorrere entrambe le mani sotto il ventre della capra, e battono il ventre lungo i due fianchi, di modo che tutto quel che vi è si collochi verso il centro del ventre.

 

Pomet afferma che esistono dei Bezoard di vacca, ma meno efficaci di quelli delle capre, e dei Bezoard di scimmie, molto più attivi al contrario, ma molto rari...

 

Non è tutto. Uno degli specialisti del Bezoard, Catelan, non lo fa provenire né dall'occhio dei cervi, né dal ventre delle capre, vacche o scimmie, ma dalla faringe di un ruminante d'America, il marsupio. Brucando, quest'animale vi accumulerebbe quantità di erbe infettate dal fiato dei rospi, aspici, salamandre, serpenti e insetti di ogni genere. Per neutralizzare questo veleno, assorbe, senza ritardo quel che gli Spagnoli chiamano la contrahyerva, e cioè l'erba-contravveleno. L'osso che ha nella faringe si impregna dunque della sua saliva, dei veleni e della contro-erba assorbite. Questa spiegazione vale per il bezoard che a partire dal XVI secolo si faceva venire dal Nuovo Mondo e che faceva concorrenza, come le altre droghe "dell'occidente", ai vecchi prodotti orientali.

 

È dunque fortemente imbarazzante dare una definizione del vero Bezoard. E ignoreremo quella di Lémery o bezoard animale, che è una polvere di fegato e di cuore di vipere, e i bezoards di Marte, di Giove, di Saturno, di Venere, e il vegetale, e il minerale, e il fossile, e il lunare, e l'ellagico, o anche quelli di Malacca e di Goa.

 

Nelle lingue semitiche, bezoar o bed-zoar vuol dire esattamente contravveleno, e nulla più. In definitiva, tutto ciò che la grammatica e la farmacopea antica ci avranno insegnato, è che si designava con questo nome una massa dall'aspetto calcareo che si era impregnato, si credeva, nel corpo di alcuni animali di ciò che oggi chiameremmo delle antitossine.

 

 

Come l'eliotropo si volge sempre sempre verso il sole, l'ago della calamita verso il nord, la palma maschio verso la femmina, il pesce echeneis o Remora verso la nave e il pesce orbis contro il vento (benché morto, farcito di burro e appeso), allo stesso modo i virus e corruzioni delle malattie contagiose si orientano e si avvicinano verso le dette pietre che contengono gli altri tipi di virulenze, delle quali come ho già detto (è Catelan che parla), esse sono costituite.

 

 

Alcuni spiriti illuminati insorsero contro lo scandalo di quest'antidoto misterioso e caro: tra questi Philbert Guybert, l'autore di Médecin charitable, che nel 1629 pubblicava Les tromperies du bézoard descouvertes [Gli inganni del bezoard scoperti]: "Non è da oggi  che noi Francesi siamo così creduli, così tanto che le altre nazioni se ne fanno beffe...".


Un primo colpo era stato portato alal reputazione del rimedio dall'esperimento di Ambroise Paré, che ottenne da Carlo IX la vita salva da parte di un condannato a morte per impiccaggione, se il sublimato che gli si sarebbe fatto assumere. Lo sventurato felice ma sette ore dopo morì tra grida spaventose...".

 

Le analisi chimiche diedero al bezoard il colpo di grazia, soprattutto quella che praticò Fourcroy alla fine del XVIII secolo e quella richiesta a Berthollet da parte di Napoleone per degli esemplari che egli aveva ricevuto in dono dallo shah di Persia. Quando l'imperatore apprese che si trattava di alcuni sali calcarei cge inglobavano dei residui vegetali, non ebbe riguardo né alla fama del prodotto né alle intenzioni del sovrano amico, e gettà questo oggetto petroso sul fuoco.

 

 

Del Bezoard animale

L'imbarazzo in cui si trovano la maggior parte dei droghierie e apotecari, quando si chiede loro del bezoard animale, fa sì che ho creduto che fosse necessario di spiegar loro ciò che fosse il Bezoard animale; così dirò che ciò che chiamiamo con il nome di Bezoard animale sono: Il Bezoard Orientale, il Bezoard Occidentale, la Pietra di Porco, la Pietra di Malaca, la Pietra di Fiele, il Bezoard di Scimmia, la Polvere di Fegato e Cuore di Vipere, a cui ho dato il nome di Bezoard di Francia, la Polvere di carne di Vipera, Olio di Vipera, Olio di Scorpione, di Mathiole: inoltre, alcuni hanno dato alla teriaca, al mitridate, all'orvietano, il nome di bezoard composto, e infine alla grana di Ginevra quello del Bezoard vegetale, pretendono che tutto ciò che è adatto a resistere ai veleni può essere chiamato Bezoard; così spetterà d'ora in poi alla prudenza dei medici spiegare nelel loro ordinanze quelli che essi desiderano e quello che più conviene agli ammalati.

Pomet. Histoire Générales des Drogues, [Storia generale delle droghe], 2a edizione, Libro III, 1736.


 

 

 

 

 

 

Il Bezoard è un eccellente rimedio, sia per garantire il cuore dall'aria cattiva, che per coloro che hanno il vaiolo, o altre malattie pestilenziali. Lo si stima molto adatto contro le vertigini, l'epilessia e palpitazioni di cuore, l'iterizia, la colica, la dissenteria, i calcoli; contro i vermi, le febbri maligne, per facilitare il parto e contro i veleni; la dose è dai quattro grani sino a sei e dodici in polvere da porre in qualche liquido appropriato alla malattia: le belle qualità di questa pietra sono il motivo per cui gli Ebrei hanno dato il nome di Bel Zaard, che significa padrone del veleno. Ho scoperto tempo fa due bezoard di scimmia, che sono della grandezza di una nocciola e di colore nerastro.

 

 



e les Hébreux lui ont donné le nom de Bel Zaard, qui signifie maître du venin. J'ai recouvert depuis quelque tems deux bezoars de Singe, qui sont de la grosseur d'une noisette & de couleur noirâtre.

 


Pomet, Histoire Générale des Drogues, 2° édition, Livre III, 1736

Del Bezoard Occidentale
Il Bezoard Occidentale differisce dall'Orientale, in quanto è di solito più grande, 
Le Bezoar Occidental differe de l'Oriental, en ce qu'il est ordinairement plus gros, s'en trouvant quelquefois de la grosseur d'un petit oeuf de poule : il est aussi de diverses couleurs, mais le plus souvent d'un blanc grisâtre; il est aussi formé par écailles comme le précédent mais beaucoup plus épaisses; & étant cassé, il paroit comme s'il avoit été sublimé, en ce que l'on peut y voir reluire quantité de petites éguilles, comme celles du sel de Saturne, & le dessus est doux & fort uni, d'un gris rougeâtre.

Ce Bezoar nous est apporté du Perou, où se trouve quelques unes de ces Chèvres, cerfs, ou Animaux portant le Bezoar; et comme l'on en trouve que rarement dans le ventre de ces animaux, c'est ce qui fait que nous n'en voyons que très peu en france.

Pomet, Histoire Générale des Drogues, 2° édition, Livre III, 1736

*Définition du Dictionnaire Littré

 

Nome dato alle concrezioni


Nom donné aux concrétions calculeuses qui se forment dans l'estomac, les intestins et les voies urinaires des quadrupèdes. Bézoard oriental, celui qui se trouve dans le quatrième estomac de la gazelle des Indes. Bézoard occidental, celui qui se trouve dans le quatrième estomac de la chèvre sauvage du Pérou, de l'isard ou du chamois (ces bézoards étaient regardés autrefois comme ayant de grandes vertus alexipharmaques). Bézoards humains, calculs urinaires de l'homme. Bézoard factice, ou pierre de Goa, composition destinée à être substituée aux vrais bézoards, et fabriquée à Goa

Définition du Dictionnaire d’Histoire de la Pharmacie (Editions Pharmathèmes, 2003)

n.m. du persan pädzchr 

: chasse-poison. Nom donné aux concrétions calculeuses se formant dans l’estomac ou les intestins de certains mammifères . Le bézoard oriental, le plus recherché, provenait de la gazelle des Indes, le bézoard occidental était fourni par des herbivores, chamois, chèvres sauvages du Pérou ou de l’Amérique du Nord.

bezoard3.jpgBézoard proveniente, secondo la tradizione, da Antoine Baumé (Parigi, facoltà di Farmacia)

 

© Société d'histoire de la pharmacie
E.H. Guitard


[Traduzione di Massimo Cardellini] 

 

LINK al post originale:
L’énigmatique Bézoard

 

http://www.shp-asso.org/index.php?PAGE=expositionbezoard

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30 marzo 2014 7 30 /03 /marzo /2014 07:00

Esculapio, un dio benefattore e sua figlia Igeia

esculapio1.jpg

E-H- Guitard

 

Asclepio non sembra essere stato conosciuto da Omero. Le prime leggende che lo riguardano circolarono innanzitutto sulle montagne della Tessaglia, dove esisteva il più antico Asclepion identificato, e cioè il più antico tempio-ospedale dedicato ad Esculapio. Di chi quest'eroe abitualmente invocato dai malati pagani avrebbe potuto essere il figlio, se non di Apollo, il dio del Sole, o piuttosto il Sole-dio, considerato da allora, naturalmente come una divinità benefattrice e generatrice di vita e salute?


esculapio2.jpgEx voto antico rappresentante Igeia che dà da bere ad un Esculapio dal corpo di serpente

 


Dunque Esculapio nacque da Apollo, e da Coronide, la figlia del re dei Lapiti. In un accesso di gelosia, il dio uccide Coronide; ma risparmiando il bambino che portava in grembo, facendolo allevare dal centauro Chirone, che gli insegnò la medicina. Il giovane Esculapio dovette superare molto brillantemente i suoi esami perché trovò presto troppo facile guarire gli ammalati, anche abbandonati, e si divertì a resuscitare i morti. Irritato di vedersi togliere sin nella sua dimora i suoi numerosi clienti, Plutone si precipitò da Zeus, domandandogli di punire il colpevole. Sempre facile da convincere, Zeus ricorre alla giustizia più sbrigativa che ci sia, e che ha sempre a portata di mano: brandisce i suoi fulmini, folgora Esculapio: sicuramente la prima elettrocussione...

 

esculapio3.jpgStatua di Esculapio

 

 

Ma la vendetta doveva continuare: Apollo, per vendicare suo figlio, uccise i Ciclopi che avevano forgiato i fulmini; a sua volta, per vendicare i Ciclopi, Zeus, Zeus avrebbe voluto sopprimere Apollo; ma cosa fare contro un immortale, un vero immortale? Non poté che cacciarlo dall'Olimpo, e anche per un tempo determinato.

 

esculapio4.jpgFarmacia portatile di epoca romana rappresentante Esculapio e Igeia.

 


Sulle monete e i bassorilievi, Esculapio è rappresentato come un uomodi età avanzata, barbuto e capelluto, con una fascia intorno alla testa. Indossa una tunica poggiata sulla spalla sinistra e che lascia a nudo il torso e il braccio destro. Si appoggia in genere su di un bastone più o meno lungo, intorno al quale è attorcigliato il famoso serpente. Ma lo troviamo a volte anche accompagnato da un cane che, secondo alcune leggende, lo avrebbe scoperto, bambino abbandonato sulla montagna, e dalla capra che lo avrebbe allattato. Infine è spesso rappresentato in compagnia di un gallo, perché gli si sacrificava in genere... dei volatili: "Dobbiamo un gallo a Esculapio" dice Socrate prima di morire, per provare che non era affatto irreligioso.

 

esculapio5.jpg

Bassorilievo. Farmacista nel suo laboratorio.


 

Molte città greche celebravano in onore del dio della medicina delle grandi feste in onore del dio della medicina che ricorrevano tutti gli anni oppure ogni cinque anni. Ad Atene, queste "Asclepiadi" precedevano le grandi "dionisiache" nel mese di elafebolione. Esse consistevano nell'organizzazione di cortei e concorsi al contempo sportivi e artistici. Ma come ha potuto Esculapio meritare questi onori e l'immensa reputazione che lo segue attraverso i secoli. Li deve al suo valore personale? Ahimè, non è nemmeno esistito! In compenso è stato, - o piuttosto il suo nome- è stato molto ben servito. Vi sono delle imprese il cui personale, per la sua devozione, assicura tutto il successo. L'impresa di cui trattiamo qui fu probabilmente fondata a Trikka, in Tessaglia; essa ebbe ben presto nel mondo antico numerose succursali. Descrivendo la Grecia, Pausania non cita meno di 63 asclepaia nell'Epidauro, nell'Argolide. Ad Atene, il culto del dio salvifico fu introdotto nel 420, in seguito ad una peste mortifera: il santuario fu edificato ai piedi dell'Acropoli. A Rroma, Aesculapius si insediò in un'isola del Tevere, così come testimonia un medaglione di Commodo che rappresenta il suo arrivo.

 

esculapio6.jpg Igeia mentre assiste Esculapio nel ricevere gli ammalati.

 

 

 

È quel che potremmo chiamare la congregazione degli "Asclepiadi", e cioè l'insieme dei sacerdoti addetti a questi templi, che è valsa la fama al dio della medicina. Ricevendo i fedeli che venivano a invocare il dio, questi sacerdoti, come ciò era già accaduto in Egitto, erano accompagnati a curarli, soprattutto quando si trattava di grandi malati provenienti da lontano. Per questo fatto, essi acquisivano una competenza reale, di cui fecero profittare i loro successori, che non erano altro che i loro figli: Ippocrate apparteneva a una famiglia di Asclepiadi. Edificati in mezzo a un bosco, vicino a una fontana, i templi di Esculapio erano non soltanto dei santuari, ma anche delle scuole di medicina, delle biblioteche mediche, degli ospedali; sotto Antonino, furono anche completati con delle terme, delle cliniche per il parto, degli alberghi, con teatri e sale da gioco. Quando i malati arrivavano, li si sottoponevano prima di ammetterli nella sacra cinta, a diverse formalità allo stesso tempo liturgiche e igieniche: abluzioni, bagni, unzioni, digiuni, sacrifici. Poi, li si facevano dormire sulla pelle degli animali sacrificati (ciò si chiamava "l'incubazione") ai piedi della statua di Esculapio: quest'ultimo dettava la sua prescrizione per mezzo di un sogno, che il giorno successivo i sacerdoti traducevano, prescrivendo salassi, emetici e purgativi.

 

esculapio7.jpg

Frontespizio della Farmacopea medico-chimica di Schroeder, edizione del 1685 (Norimberga). Disegno allegorico che mostra Mercurio, dio della chimica, che apre le porte a Igeia, dea della salute.

 

 

Nel suo Pluto, Aristofane ha descritto irrispettosamente le procedure di un paziente nel suo Asclepion. Plauto ce ne presenta un altro che se ne va via furente perché Esculapio rifiuta di curarlo. Ciò accade spesso quando i galli offerti in sacrificio erano troppo coriacei o quando un vecchio cliente tornava, avendo ommesso, dopo la sua prima guarigione, di lasciare un ex voto, come ad esempio un serpente d'oro a forma di braccialetto o collare, o di gettare qualche moneta nella fontana. Già, sotto l'Impero Romano, dei "farmacisti" posero nella loro bottega il busto di Esculapio accompagnato dal serpente, e questa pratica si rinnovò all'epoca del Rinascimento. Ma i primi cristiani avevano naturalmente bandito tali immagini: "il Salvatore" aveva preso presso di loro il posto di Asclepio Soter. Il pagano Celso e il cristiano Origene argomentarono su questo soggetto, l'uno attribuendo a Esculapio, l'altro a Gesù le vittorie della medicina.


 

esculapio8.JPGApollo incarica il centauro Chirone di allevare Esculapio.

Da: Le Metamorfosi di Ovidio. Incisione di Hendrich Goltzius, 1589.

 

 

Durante il IV secolo una donna di Paneas, alleviata dopo aver invocato "il Cristo guaritore" gli erigeva una statua, e durante il Medioevo il Cristo apotecario" che ispirò molto i pittori, ereditò dei talenti dal dio di Epidauro.

esculapio9.JPGEsculapio allontana la morte, incisione di Jacques Roy, XVIII secolo, circa 1780.

 

 

Igeia è una figlia di Esculapio? A Epidauro, Esculapio possedeva uno dei suoi templi più antichi. Sappiamo che era sposato e padre di una numerosa famiglia. Sua moglie si Chiama Epionè secondo gli uni, lampezia (è quasi la famosa Lampitò della Lisistrata) secondo gli altri. Hanno cinque figli, di cui due maschi, Podalirio e Macaone, e tre femmine, Acheso, Iaso e Panacea. Nessuna di esse sembra preoccuparsi di sapere se gli umani stanno bene; d'altra parte, non si è mai sentito parlare della sunnominata Igeia. I primi ex voto che riguardano Igeia che si siano scoperti nell'Epidauro sono soltanto del III secolo a. C. È vero che in un altro tempio antico di Esculapio, a Titane, nel Peloponneso, si trova una statua di Igeia molto ingarbugliata di capelli e di bende. Ma Pausania, che ce la segnala, aggiunge che non è affatto considerata come una parente, ma come un'incarnazione di Esculapio, che a volte è chiamata Asclepio-Igeia.

esculapio10.jpg

 

 

Ad Atene anche, nessun Igeia propriamente detta prima della fine del V secolo. Per contro, alcune iscrizioni più antiche attestano la riconoscenza di qualche malato a favore di Atena-Igeia, e di numerosi testi dei secoli VI e V segnalano l'esistenza di un tempio e di idoli di Atena-Igeia. Apriamo ora un dizionario greco e sapremo che Igeia è un nome comune molto antico avente il significato della parola salute. Tutto diventa chiaro: Igeia è stata per molto tempo una specie di cognomen accollato al nome delle divinità che si evocavano in caso di malattia: li si chiamavano Esculapio-Salute o Atena salute, per far loro ben capire ciò che ci si aspettava da essi. Un bel giorno, si credette all'esistenza di due divinità distinte e quest'errore si è propagato tanto più facilmente in quanto Esculapio è un uomo e l'appellativo "hygieia" era un sostantivo femminile. Era logico che la dea Salute fosse parente del dio guaritore. Ora, non si poteva immaginare che Igeia fosse sua moglie, poiché sua moglie era nota, ma si poteva accordargli una figlia supplementare, leggermente extraconiugale se volete. È così che nacque Igeia, astrazione diventata dea. Hygieia è raramente sola; è accompagnata sempre da suo padre, lui seduto, lei in piedi. È questo che ha spaventato gli innamorati o gli sposi? Quel che è certo, è che era venerata nell'antichità come una dea vergine.

 

Come attributi, non ha che quelli di Esculapio, soprattutto il serpente, che si avvolge a volte graziosamente intorno al suo corpo e al qual dà spesso nutrimento: frutta, dolce o da bere. A volte reca in una mano una scatolina o un vasetto, che evidentemente le serve per contenere i rimedi che suo padre prescrive. Con ciò Igeia potrebbe essere rivendicata dalla farmacia come sua patrona, avendo preceduto Maria Maddalena.

 

Sarebbe esagerato concludere che Esculapio fu il diuo della medicina propriamente detta e Igeia la dea della farmacia. Tuttavia questa sfumatura esisteva a nostro parere nello spirito dei Greci di un tempo, mentre non hanno certamente mai opposto, come i nomi che impieghiamo potrebbero far credere, la salute acquisita (Igeia) con la ricerca della salute attraverso l'arte di guarire (Esculapio).

 

I Romani, che avevano adottato tutte le divinità greche di cui non avevano già l'equivalente, non mancarono di "onorare come se li avessero sempre conosciute, le divinità benefattrici. Si è scoperta un'immagine di Igeia nelle immediate vicinanze di una bottega di farmacia, a pompei. Il Medioevo ignorò naturalmente gli idoli medicali, ma il Rinascimento li rimise in auge, beninteso senza adorarli. Ed ecco di nuovo Igeia, a fianco di Esculapio, sulla soglia delle nostre officine. I pittori, Rubens in testa, si impadronirono della sua gradevole personalità; e grazie alla matita di un grande artista contemporaneo, si ritrova sulla copertina della Rivista "Les Annales coopératives Françaises". I poeti le dedicano delle stanze come questa che riproduciamo dalla Encyclopédie del XVIII secolo, ma la cui forma rivela un'origine più antica: Elle écarte les maux, la langueur, les foiblesses, Sans Elle la beauté n’est plus, Les Amours, Minerve et Morphée La soutiennent sur un trophée De myrte et de roses  paré, Tandis qu’à ses piés abattue Rampe l’inutile statue Du dieu d’Epidaure enchainé (Protegge dai mali, dai languori, dalla debolezza/ Senza di Lei la bellezza non è più/  Gli Amori, Minerva e Morfeo/ La sostengono su un trofeo/ Di mirto e di rose ornato/ Mentre ai suoi piedi abbattuta/ Giace l'inutile statua/ Del dio d'Epidauro incatenato).


esculapio11.jpg

 

 

Non è senza sorpresa

 

 

 

 

 

 

Ce n’est pas sans surprise que nous voyons pour la première fois la vierge sage se révolter contre l’auteur présumé de ses jours. Le poète français en a pris à son aise avec la mythologie classique. Qu’a-t-il voulu malicieusement opposer à la médecine officielle ? Sa nouvelle Hygie est-elle la médecine naturelle ? est-ce l’hygiène des temps futurs ??

esculapio12.jpg

Intérieur d'une pharmacie (Allemagne du Sud, milieu du XVII° siècle), d'après une peinture à l'huile A droite, la statue d'Esculape

 

 


 

 

 

 

 

LINK al post originale:

link

Un dieu bienfaisant: Esculape; E.H Guitard. Hygie est-elle fille d’Esculape? Les Annales Coopératives Françaises, octobre 1936

 

 

LINK pertinente:
Arte e scienza. Tavoletta votiva di Esculapio, Igea e Telesforo, II-III secolo d. C.

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Published by Massimo - in Farmacologia
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27 febbraio 2014 4 27 /02 /febbraio /2014 07:00

CAPO II

 

LA FARMACIA IN INGHILTERRA.

 

 

Per avere un’idea precisa dello stato della farmacia in Inghilterra, siccome era per lo passato e com’è a questi tempi nostri, è d’uopo risguardare questa professione sotto tre aspetti, cioè:

1° La sua legislazione;

2° La maniera onde viene esercitata;

3° Gli uomini che la esercitano.

Sembra incredibile che in un paese, che va annoverato a buon dritto tra i più colti del mondo, mancasse per lo addietro una legge organica che regolasse l’insegnamento e l’esercizio di quest’arte. Ognuno poteva esercitarla, senza che fosse sottoposto ad esami o a regolamenti, sia da parte del governo, sia della stessa corporazione.

Ciò non pertanto, alcuni farmacisti erano provveduti di diplomi. Costoro ottenevano il loro certificato di Capacità da due istituzioni: 1° Dall’Apothicary’s hall, che era una specie di farmacia centrale; 2° dalla Società di Farmacia dì Londra e della Gran Brettagna, Pharmaceutical Society of Great Britain.

Era ed è quivi un laboratorio per le manipolazioni chimiche e farmaceutiche, un museo di storia naturale, un anfiteatro ed una biblioteca.

I professori di questa scuola erano e sono uomini eminenti nelle scienze.

In Francia, la Scuola è distinta dalla Società di Farmacia; in Inghilterra, la Scuola e la Società sono indivise..

Ecco qual è il compito della Società di Farmacia di Londra:

Essa nomina ogni anno un giurì di esame (Board of Examiners), che si riunisce ogni mese per l’esame de’ candidati.

Vi sono tre esami.

 

Il primo, Classical Examination, si applica agli alunni della Società. Quelli che dimorano in Londra o nei sobborghi vengono esaminati dalla Società di Farmacia. Se il candidato dimora ad una distanza di oltre dieci miglia dalla capitale, viene esaminato nel suo paese da un delegato della Società.

 

In questa prima pruova egli deve tradurre dal latino nella sua lingua materna la Farmacopea ed altre formole magistrali; deve inoltre rispondere ad alcuni quesiti di aritmetica elementare.

Il secondo esame, Minor Examination è obbligatorio per ogni candidato al titolo di Socio della Società di Farmacia. Questo esame si divide in due parti: la prima si aggira su la traduzione di prescrizioni latine, su la interpretazione delle formole abbreviative e sul modus operandi; la seconda si aggira su la materia medica.

Alcune sostanze non denominate da particolari bullette sono spiegate su un tavolo; ed è necessario che il candidato le riconosca; che ne dia a conoscere le qualità, la sorgente, e che entri in tutte le particolarità relative alla loro storia naturale. I metalli, le terre, gli alcali, gli acidi, i sali fanno anche parte di questo esame. Alquanti quesiti di chimica, la preparazione de’ numerosi prodotti inscritti nelle farmacopee, quella che queste sostanze patiscono nelle fabbriche, i caratteri co’ quali vengono somministrate al pubblico, la maniera di scoprirne la sofisticazione come pure la storia di certi veleni; tutto ciò appartiensi al programma di questo esame.

 

Il terzo esame, Maior Examination fu subito dai candidati per l’ammessione al titolo di membro della Società. Esso ha per oggetto una parte delle materie comprese nel precedente, ma con isviluppi più estesi dell’analisi chimica e tossicologica; addimanda, inoltre, risposte scritte ai quesiti proposti. Questo è l’esame più spinoso; ed è quello eziandio che dà il titolo di farmacista e di membro della Società.

 

I farmacisti possessori di diploma formavano dunque in Inghilterra una eccezione, perocché la maggior parte degli esercenti la farmacia ne erano sprovvisti, ed ignoravano taluni anche gli elementi della scienza.

 

I farmacisti provveduti di diploma non erano sottoposti a nessuna condizione né di età né di tirocinio; formavano una categoria a parte, minima ed interamente eccezionale.In fatti, dei dieci mila individui all’ incirca che nei tre regni uniti della Gran Brettagna vendevano tempo fa medicamenti, i tre quarti almeno non erano esercenti che per la spensierata tolleranza del governo.

 

Eran divisi in quattro classi:

 

1a I farmacisti propriamente detti, chemists, pharmaceutical chemists, chemists and druggists.

 2a I farmacisti-chirurgi, apothecaries and surgeons.

 3a I droghieri, wholesale druggists.

 4a Gli erbolai, herborists.

 

Questi ultimi erano poco numerosi. I droghieri spacciavano la drogheria comune e vendevano ai farmacisti preparazioni di officina.

 

In quanto ai farmacisti-chirurgi, costoro aggiungevano tempo fa l’esercizio della medicina a quello della farmacia.

 

Siffatta mescolanza scandalosa ed anarchica dava ai costumi inglesi una fisonomia bizzarra e comica.

 

Vedevasi, per esempio, nelle strade di Londra qualche insegna cosi concepita: Tal di tale farmacista e chirurgo ostetrico; e sulla vetrina della bottega si leggeva: Delivery room (sala di sgravi).

 

Questa originalità, destava maggior maraviglia a chi conosce la schifiltosità inglese in materia di pudicizia.

 

Questi farmacisti-chirurgi non si contentavano di tenere bottega aperta in piazza, ma ìvano benanche a visitare gli ammalati della città, e ritornavano alla bottega per preparae i medicamenti che essi giudicavano convenienti, e li mandavano ai loro clienti col modus administrandi.La tariffa per ogni visita era di cinque scellini; ma spesso essi non accettavano niente, ma s’indennizzavano sui medicamenti, di cui avevano cura di stendere una lunga ricetta.

 

Gelosi delle loro prerogative e umiliati nel vedere che i farmacisti-chirurgi ponevano sempre più il piede sul loro dominio, i farmacisti di Londra indirizzarono una petizione alla Società Reale di medicina di Londra, per reclamare uno Statuto medico e far cessare gli abusi che abbiamo indicati.

 

Nel 1814 il corpo di questi farmacisti fece istanza al Parlamento per una legge che facoltasse i farnniacisti: 1° a praticare la medicina ed a farsi legalmente ammettere; 2° ad essere ammessi a far parte integrante dell’arte di guarire, allorché, dopo un tirocinio regolare della loro professione, avessero seguito dei corsi nelle scuole o negli ospedali ed avessero ricevuti attestati e certificati.

 

I farmacisti chiedevano pure che lo spaccio dei medicamenti non fosse permesso che ad essi soli; che il prezzo annuale del tirocinio fosse fissato a 25 lire sterline, e che le visite dei farmacisti ammessi fossero fissate, in quanto al prezzo, proporzionatamente alle retribuzioni dei medici.

 

In un’altra risoluzione presa nello stesso anno, il corpo farmaceutico pregò il Parlamento britannico di occuparsi di un bill per riconoscere i suoi diritti.

 

Da quanto abbiamo esposto risulta che il corpo dei farmacisti di Londra, chiedendo l’abolizione de’ farmacisti-chirurgi, bramava non solamente sostituirsi a loro, ma appropriarsi benanche esclusivamente il monopolio della loro arte e della loro arte medica.

 

Alcuni scrittori han detto che in nessun paese al mondo il cerretanismo farmaceutico è più universale e più lucrativo che in Inghilterra. Ciò sembra esagerato e contrario al vero. Forse ciò poteva esser vero negli scorsi tempi; ma oggi non si potrebbe parimenti asserire.

 

Il sig. Sutherland, delegato della Gran Brettagna al Congresso sanitario internazionale a Parigi, dava, il 12 gennaio 1852, i seguenti ragguagli, ne’ quali crediamo scorgere quell’acrimonia che distingue i giudizii che i Francesi danno su l’Inghilterra e su gli Inglesi.

 

“Non è che un caos tenebroso- scriveva il sig. Sutherland su lo stato della farmacia in Inghilterra- una confusione deplorabile ed una vergognosa anarchia. I collegi de’ medici di Londra e di Edimburgo possono esercitare una specie di sorveglianza su i farmacisti d’Inghilterra e di Scozia. Un simile potere è, per l’Irlanda, a Glascovia e a Dublino; ma questa sorveglianza non è che nominale, ed interamente illusoria.

 

“Vi sono leggi e statuti, ma affatto ineseguibili. Si sono fatti vari tentativi in ogni tempo per estirpare di simili abusi tanto disgustevoli; ma insormontabili difficoltà vi si sono opposte. Speriamo purtuttavia di giugnere ad una felice soluzione tra non guari”.

 

E veramente noi possiamo asserire, a giudicare dalle opere e da’ giornali inglesi che abbiamo sotto occhi, che lo stato di cose è interamente mutato nella Gran Brettagna, e che il tempo in cui il signor Sutherland scrivea sembra oggimai remotissimo.

 

Attraversando le strade di Londra destava una tal quale maraviglia il gran numero di farmacie che vi si scorgevano quasi ad ogni passo; e maggior maraviglia destava il vedere che i merciai e financo gli orefici vendevano alcuni medicamenti segreti. Anche oggi il numero delle farmacie in Londra è considerabilissimo; ma nessuno profano all’arte si arrischia ad esercitarla; ed uomini eminentemente dotti sono dietro a que’ banchi di squisita eleganza.

 

Evvi una casa, in fronte alla quale è una iscrizione (Casa delle pillole). Sono le pillole del dottor Anderson, di cui si leggono gli annunzi in tutt’ i giornali di Londra.

 

Lo sterminato numero di botteghe in cui si vendono droghe composte può essere, com’è, indizio del gran numero di chimici che sono in Londra. In fatti, la Gran Brettagna ha prodotto un buon dato di uomini illustri nella chimica, come Davy, Chenevix, Cruikshank, Howard, Hatchett, Pepys, Pearson, Wollaston, Aikin, Accum, tra gl’Inglesi, e Thomson, Hope, Hall, Kermedi, tra gli Scozzesi.

 

I grandi mezzi di cui possono disporre oggidì gli Inglesi, il numero tanto accresciuto di chimici farmacisti, fanno sì che tuttodì non solamente le farmacie son dirette da uomini scientifici; ma qualunque siasi la fabbrica di prodotti chimici, ha a capo un direttore tecnico. La farmacia in Inghilterra è oggi sotto la dipendenza di leggi speciali, alcune delle quali furono anche passate in Parlamento.

 

In questi ultimi anni la Società farmaceutica di Londra era riconosciuta dal governo.

 

La Società farmaceutica di Londra promuoveva molte disposizioni, decreti ecc. intorno al modo di regolare l’esercizio farmaceutico come pure in quanto alla vendita dei veleni.

 

Ogni anno vediamo inseriti nei giornali della Società diversi regolamenti e disposizioni. Quasi tutte le province inglesi hanno rami dell’associazione farmaceutica, che si riuniscono in molti capoluoghi; vi si discutono gl’interessi professionali; vi si leggono lavori speciali e questi in numero grandissimo.

 

Un’altra specie d’associazione nacque ultimamente in Inghilterra col titolo British Pharmaceutical Conference istituita a Newcastle nell’anno 1863, la quale si riunisce di tempo in tempo in diversi capoluoghi; e si trattano in queste sedute più gl’interessi scientifici che quelli materiali dei farmacisti.

 

Tempo addietro, non vi erano laboratorii nelle farmacie britanniche. I farmacisti non preparavano nessun farmaco, non facendo altro che darci una forma per venderli. Ma qual differenza! Oggi i laboratori colà sono in grandissimo numero e magnifici, diretti da uomini dotti. In questi laboratori si fanno in grande le preparazioni officinali, dalle quali si provveggono tutt’i farmacisti di Londra. La Società farmaceutica rassomiglierebbe molto alla farmacia centrale di Parigi, se lo spaccio fosse in questa maggiore.

 

In Inghilterra, quando un chimico farmacista avea presentato un certificato di un sindaco ond’egli comprovava di aver servito come apprendista per lo spazio di 5 anni in una buona farmacia con soddisfazione del proprietario, con abilità, buona condotta ecc., poteva aprire una farmacia in ogni città dell’Inghilterra o della Scozia. Ma posteriormente il governo inglese dispose con un atto del Parlamento alla Società farmaceutica che nessuno potesse aprire una farmacia senza un certificato di esame.

 

Anticamente, ognuno anche con limitatissime cognizioni di chimica, potea tener manifattura di prodotti chimici; ma, se ciò che manifatturava era soggetto a dazio, dovea di necessità aver un chimico a cui affidare la preparazione dei prodotti chimici, acidi, alcoolici. Oggidì nessuno può tener laboratorio senza esser provvisto di un certificato di esame; e, se non ne e provvisto, dev’esserci chi dia sicurtà, per lui. Avvocati, impiegati, ufficiali governativi sono ora obbligati in Inghilterra di studiare la chimica.

 

Quello che colpisce a prima vista nelle farmacie inglesi si è la simmetria e l’ordine perfetto onde ogni oggetto vendibile è allogato al suo posto.

 

Ogni medicamento ha la sua spiegazione e descrizione. Queste particolari descrizioni sono fatte con una minutissima accuratezza. La più insignificante droga è spesso adulata co’ paroloni perfetta, ammirabile, maravigliosa, squisita, incomparabile, miracolosa.

 

Si spiega ciò per quella vanità che ognuno pone nelle opere sue.

 

Sul dinanzi di ogni bottega di farmacista in Londra leggesi spesso la seguente iscrizione: One is respectfully acquainted that here the medical prescriptions are prepared with the most scrupulous exactness.

 

Noi crediamo che non solo in Inghilterra, ma in Italia, in Francia, in Germania e dappertutto le prescrizioni mediche debbano essere fedelmente eseguite quando il farmacista è un uomo da bene e conoscitore dell’arte sua.

 

Le officine inglesi sono generalmente d’ una splendidezza e di una eleganza che non la cedono alle botteghe degl’orefici e de’ gioiellieri. Vi si veggono i parecchi ordini di vasi di cristallo sorretti da piedi indorati e contenenti alcune tinture così abbaglianti, che i loro combinati riflessi producono, la sera, coll’aiuto di lumi a bella posta collocati, gli effetti brillanti dello spettro solare. In questi vasi sono pinti in oro caratteri chimici, che il volgo forse prende per iscrizioni geroglifiche o cabalistiche, ovvero per iscudi blasonici.

 

In un ampio bancone ed in tante cassettine invetrate sono disposte, con ordine, spazzoline, dentifrici, profumeria, gruppi di boccettine faccettate, scatolette di diverse forme, vasettini avvolti e suggellati. E tutti questi oggetti portano spesso figurine allegoriche, sotto le quali si legge in istampa che questi preziosi specifici guariscono tutti i mali, e si vendono in virtù di patenti o di brevetti d’ invenzione.

 

Un banco (per lo più quello che è nel fondo delle officine ) e tutti gli accessorii adiacenti sono specialmente destinati alla preparazione de’medicamenti magistrali. Questo è il Prescription department. Uno stipo chiuso da vetri (dispensing case), collocato da presso a questo banco, serve ad accogliere i medicamenti magistrali preparati innanzi che vengano spacciati al pubblico.

 

Vi sono alcune farmacie, i cui laboratorii sono provvisti di macchine per polverizzare e stacciare le polveri che si ottengono la mercè del buratto adattato a questa macchina. Queste polveri sono, per così dire, porfirizzate, e presentano una tenuità superiore a quella che si ottiene da’ più fini stacci di seta ed in tutti i paesi.

 

Abbiam già detto che la farmacia inglese è tutta nell’officina. Se togli alcuni estratti od infusioni composte, come quelle di cortecce d’arancio, di genzianella, di rosa e di sena, ogni cosa si fa nell’officina.

 

Gl’inglesi fanno uso di pochi sciroppi, unguenti ed empiastri; ma, per converso, fanno uso di un gran numero di rimedi! portativi, cioè pillole (pills), pastiglie (lozenges), polveri (powders), sali (salts), gocce (drops), tenuti anticipatamente ordinati in iscatole, boccettine, vasetti dalle forme e dagli involucri alcune volte bizzarri, ed esposti in graziose vetrine.

 

In Inghilterra, una farmacia s’improvvisa in pochi giorni. Colui che vuole stabilirne una si rivolge ad una specie di appaltatore di botteghe detto shop fitter, al quale indica il sito che ha scelto, e col quale patteggia il tutto. Al tempo stabilito, apresi l’officina senza che il farmacista si sia dovuto dar pensiero di alcuna cosa. L’appaltatore ha pensato a tutto ed ha provveduto a tutto: intavolature, palchetti, vasi, istrumenti, boccettine e fino ai medicamenti. Ilfarmacista non deve far altro che prendere possesso della bottega così rifornita di tutto, e porsi alla vendita dei farmachi.

 

È da notare che in Inghilterra, dove tutto si negozia a cari prezzi, queste farmacie improvvisate costano meno.

 

Dalle cose fin qui dette per le generali risulta che il farmacista inglese non godeva per lo addietro di tanta considerazione, quanta ne gode il farmacista in altri paesi. Ei sembra che la doppia entità, di cui parlammo altrove, e di cui debb’essere composta, diremmo quasi, la natura del farmacista, cioè di scienziato e di mercante, propenda più, pel farmacista inglese, alla qualità di mercante. E ciò è tanto più maraviglioso in un paese qual si è l’Inghilterra, il quale è cosi innanzi in tutte le scienze naturali, e che vanta eminenti ingegni nelle scienze chimico-fisiche. Un tal fenomeno non potevasi spiegare altrimenti che per l’indole del popolo inglese troppo utilitario e positivo. Colà le scienze che possono tradursi in traffichi commerciali perdono a poco a poco la loro serietà e la loro poesia per non uscire dalla sfera del business (affari).

 

Qual differenza dalla vita di un farmacista francese a quella d’un farmacista inglese!

 

Il giovine studente provinciale inglese sogna il viaggio a Londra, dove un più largo campo di osservazioni può aversi che altrove: gli sorride al pensiero l’idea di un posto elevato tra’ cultori dell’arte.

 

Londra ha una Scuola di farmacia, con eccellenti letture, ed un Museo, al quale è congiunta una biblioteca. Sotto l’impero di questi pensieri, il provinciale abbandona i suoi campi e sen viene alla città; lavora duramente nello studio di un chimico, e piglia tutte quelle note scientifiche per cui egli deve avanzarsi nell’arte. Ma non appena ha acquistato quanto egli crede aver bisogno, l’unica sua ambizione di presente è il tornarsene al paese, dove egli pensa, e con ragione, che la sua ultima gita a Londra e gli studii fatti nella capitale debbano fargli acquistare numerosa clientela.

 

Al di qua della Manica, egli avviene tutto l’opposto. Il provinciale non pensa mai di dover restare nel suo paese nativo; egli arde d’amore per Parigi, non già per l’aria calda e per le popolose strade della capitale della Francia, ma perchè in provincia egli ha un rivale o piuttosto un concorrente, cioè la Casa Religiosa.

 

È noto che, prima della generale diffusione della istruzione, gli abitanti di queste case religiose erano i soli conservatori della scienza; e però erano i soli capaci di esercitare l’arte di guarire, perciocché la medicina e la pietà si danno la mano. Ma, quando per l’accresciuta estensione della Francia l’istruzione divenne universale, un novello ordine di cose ne nacque. Una Scuola di farmacia fu stabilita, che richiedeva alcuni obblighi e concedeva distinti privilegi. Come incentivo a più seria applicazione, questa Scuola dichiarò che nessuno poteva esercitare l’arte farmaceutica senza avere ottenuto un diploma di prima classe. Sulla fede di questo editto, lo studente si affretta di pervenire alla sede della scienza, piglia in fitto una dietrostanza in una remota strada del quartiere Latino, mangia il desinare di un franco, sogna l’ossigeno, e lavora come un bue.

 

Fino a questo punto la carriera dello studente inglese è identica a quella del francese: le stesse influenze, le stesse speranze, le stesse difficoltà. Ma Jean Jacques resta a Parigi, e John James corre al suo paese nativo.

 

Chiuderemo questo capitolo dando alcuni ragguagli sullo stato della farmacia in Irlanda.

 

In Irlanda l’esercizio dell’arte della farmacia, come professione, è affidata esclusivamente a quelli che hanno ricevuto una licenza dalla Compagnia della Sala dei Farmacisti di Dublino, e che si chiamano Farmacisti. I droghieri non sono altro che mercanti di droghe, e non sono facoltati a vendere medicine. Il droghiere irlandese non è dunque farmacista, e differisce interamente dal chimico, essendogli vietato l’esercizio dell’arte farmaceutica. I farmacisti irlandesi fin dall’ anno 1791 sono stati i soli legalmente riconosciuti farmacisti. In questo anno 1791, fu promulgato un atto che creava una Sala di Farmacisti nella città di Dublino, e regolava la professione di farmacista in tutto il regno d’ Irlanda.

 

Questo atto chiamato The Apothecaries’s Act of Ireland regola l’esercizio dell’arte farmaceutica in questo paese.

 

Il candidato per una licenza di farmacista, se vien disapprovato dagli esaminatori e dal Consiglio generale, può, dove il creda, fare appello, entro il termine di otto giorni, al Collegio de’ Medici del re e della regina in Irlanda, che lo esaminano nuovamente e possono rigettare la decisione della Sala de’ Farmacisti, e concedere un certificato che sarà buono, valido ed efficace al pari del primo. Gli esami possono essere aperti a tutti i farmacisti che desiderino esservi presenti.

 

Vi sono clausole che specificano che nessun farmacista in Irlanda possa tenere un commesso per un tempo più breve di sette anni, né possa tenerlo senza un certificato, né aprire bottega senza essere stato debitamente esaminato e facoltato. Nell’uno o nell’altro caso ci è la multa di venti lire sterline a beneficio della Sala de’ Farmacisti di Dublino.

 

Un’altra clausola stabilisce che nessun farmacista in Irlanda possa comporre, vendere o tenere arsenico, olii colori ad uso de’ pittori nella bottega o nella stanza dove egli compone le medicine; e ciò sotto una penale di cinque lire sterline.

 

Sembra che questo Atto avesse in mira il regolare su solide basi l’esercizio della farmacia in Irlanda nello scopo di assicurare al pubblico la somministrazione di buone medicine e far sì che gli uomini adibiti a questa somministrazione fossero tali da dare sicure guarentigie della loro capacità e della loro probità.

 

Si fa note rispettosamente al pubblico che qui le prescrizioni mediche sono eseguite colla più scrupolosa esattezza.

 

 

 

 

 

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25 gennaio 2014 6 25 /01 /gennaio /2014 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti

 appo i principali popoli del mondo

 

storia farmacia frontes

CAPO IV

 

PRIMI FARMACISTI IN FRANCIA - GIURAMENTO DE’ FARMACISTI - ORDINANZE REGALI

 

 

Dopo aver dato un rapido cenno sui farmacisti dei più celebrati tra gli antichi popoli, noi vogliamo di presente occuparci di tempi non guari così remoti, e verremo esponendo la storia di questa così importante branca della medicina appo le più civili nazioni del mondo.

 

La divisione della medicina e della chirurgia era cominciata nel corso del primo secolo dell’ èra cristiana sotto il regno dell’ imperatore Caligola e nel tempo in cui fioriva il gran Celso. Ma questa divisione non fu consacrata che oltre mille anni dopo, sotto i regni dei re di Francia Luigi VII e Filippo Augusto.

 

In quanto alla farmacia, non si potrebbe con aggiustatezza assegnare il tempo preciso in cui essa fu disgiunta dalla medicina e dalla chirurgia. Faremo di ricercare un po’ di luce in queste tenebre.

 

Vedemmo che fin dalla più lontana antichità la medicina, la chirurgia e la farmacia non formavano che un’arte sola; che, in appresso, il numero delle sostanze medicamentose si accrebbe con le cognizioni mediche.

 

La farmacia fu disgiunta dalla medicina e dalla chirurgia per formare una branca distinta dell’arte salutare.

 

Questa separazione, effettuata secondo Celso circa 330 anni prima dell’ èra volgare, nel tempo di Erofilo e di Erasistrato, vale a dire nel tempo in cui fioriva la Scuola di Alessandria siccome vedemmo nel II Capo di questa opera, si mantenne per alquanti secoli, in sin tanto che le scienze si perdettero nello stato di barbarie che caratterizza l’ultimo periodo dell’ impero romano e il medio evo.

 

Questa si fu la prima separazione della farmacia.

 

La seconda ebbe luogo nel tempo in cui gli studi medici rifiorirono per effetto dello impulso che l’araba civiltà dette alle scienze in Europa.

 

Ma con maggiori elementi di sicurezza si può asseverare che il tempo in cui la farmacia cominciò a diventare una scienza tutta propria e disgiunta dalle altre affini è l’epoca della istituzione delle Università in Europa, vale a dire che dobbiamo riconoscere nella infanzia del XIII secolo il tempo in cui i farmacisti formarono un ceto distinto e civile.

 

Già da lungo tempo i medici avevano rinunziato alle preparazioni de’ medicamenti, e ne avevano affidato la cura agli allievi che studiavano sotto la loro direzione. Un tal motivo spiega quella specie di patronato che essi esercitarono su i farmacisti, i quali dovevano prestare un curioso giuramento, che ci piace di qui riportare:


“Io giuro e prometto innanzi a Dio, autore e creatore di tutte le cose, unico in essenza e distinto in tre persone eternamente beate, che manterrò punto per punto tutti gli articoli seguenti:
E primamente giuro e prometto di vivere e morire nella fede cristiana.

Item
. D’amare ed onorare i miei genitori il più che mi sarà possibile.
Item
. D’onorare, rispettare e far servire, per quanto le mie facoltà consentiranno, non solamente i dottori medici che m’avranno istruito nella conoscenza dei precetti della farmacia, ma anche i miei precettori e maestri sotto i quali avrò imparato il mestiere.

Item. Di non isparlare di nessuno de’ miei antichi maestri, dottori farmacisti od altro o di chicchessia.

Item. Di riferire tutto ciò che mi sarà possibile per l’onore, per la gloria, per l’ornamento e per la maestà della medicina.

Item. Di non insegnare agl’idioti ed agl’ingrati i segreti e le rarità della detta scienza.

Item. Di non fare niente temerariamente senza l’avviso dei medici e con la speranza del lucro.

Item. Di non dare alcun medicamento o purgante agli ammalati affetti da qualche malattia senza prima chiederne consiglio a qualche dotto medico.

Item. Di non toccare in verun modo le parti vergognose ed occulte delle donne, tranne che non sia per grande necessità, cioè a dire allorché sarà necessario di applicarvi qualche rimedio.

Item. Di non isvelare a nessuno il segreto che mi sarà stato affidato.

Item. Di non dare giammai a bere alcuna qualità di veleno, né consigliare ad alcuno di darne nemmeno ai più grandi nemici.

Item. Di non dar giammai a bere pozioni abortive.

Item. Di non tentare giammai di fare uscire dal ventre della madre il frutto, in qualunque siasi il modo, senza prima chiederne consiglio a qualche medico.

Item. D’eseguire punto per punto le prescrizioni dei medici senza aggiungere o togliere niente in quanto che saran fatte secondo l’arte.

Item. Di non servirmi mai di qualche succedaneo sostituto senza il consiglio di qualcuno di me più saggio.

Item. Di disapprovare e fuggire come la peste le pratiche scandalose e perniciose di cui si servono oggi i ciarlatani empirici suggeritori di alchimia, a grande vergogna dei magistrati che li tollerano.

Item. Di prestare aiuto e soccorso indifferente mente a tutti quelli che chiedono l’opera mia, e finalmente di non tenere alcuna cattiva o vecchia droga nella mia bottega.

 Il Signore mi benedica sempre fintantoché adempirò a tutte queste cose.

 

 

I farmacisti di quel tempo erano annoverati nella classe degli speziali, de’ droghieri e degli erbolai.

 

È noto che la parola speziale derivò da species ovvero aromi ed altre cose forti. Prima della scoverta delle Indie occidentali ed orientali, perciocché lo zucchero era caro e rarissimo, si faceva uso semplicemente di spezie od aromi; il che diede agli speziali una certa importanza; ed a Londra questo uso era tenuto in tanta considerazione che Guglielmo III volle formar parte del ceto degli speziali. Qualche tempo di poi, la corporazione degli speziali-farmacisti pervenne ad occupare un posto secondario tra le classi sociali; vivea sotto la disciplina di sei maestri o custodi, i quali, al pari de’ giudici e de’ consoli delle città, municipali, portavano la veste di panno nero orlata di velluto dello stesso colore, col collare e le maniche, pendenti.

 

In virtù di un titolo accordato nel 1312 da Filippo il Bello e confermato nel 1321 da Carlo IV, furono chiamati il comune degli uffiziali mercanti incaricati dei pesi dacché avevano in deposito il campione de’ pesi e delle misure di Parigi. Avevano il diritto di visitare i pesi di tutti gli altri mercadanti, ma eglino stessi erano tenuti di far verificare i loro in ogni sessennio sulle matrici originali.

 

Perlocché, la prima ordinanza emanata per la corporazione degli speziali e de’farmacisti risguarda precipuamente i pesi e le stadere. Questi primi regolamenti non si applicano che alla parte esterna del mestiere, cioè i pesi , il modo di comprare , di vendere e di stabilire la senseria; bensì non parlano di repressione che pel solo furto delle merci.

 

Ma ben presto si sentì il bisogno di esercitare su i farmacisti una sorveglianza più attiva di quella che non si applicava che ai pesi. Non solamente i custodi della corporazione, ma eziandio i medici furono incaricati di vegliare sulla vendita delle droghe.

 

Questi furono i princìpii della legislazione farmaceutica.

 

Questa corporazione mista portava ancora il nome di corpo di mercanti in grosso, speziali e farmacisti; e a somiglianza de’ pannaiuoli, avea per protettore S. Nicola.

 

Le riunioni di questa strana confraternita si tennero primamente nella chiesa dell’ospedale di S. Caterina; poscia, nel 1546, nella cappella di Nostra Donna (Nôtre-Dame), di poi a Sainte-Magloire: nel 1572, nel coro della chiesa di Santa Opportuna, e finalmente, nel 1589, appo l’altare maggiore de’ Grandi Agostiniani.

 

Bisognava fare un capolavoro prima di entrare in questo collegio; e i farmacisti erano più che altri rigorosamente astretti a questa formola.

 

Siffatte ordinanze e regolamenti non ebbero dapprima applicazione che nella sola città di Parigi, e non si estesero in tutta la Francia che poco appresso. Esse abbracciano complessivamente le due classi di speziali e di farmacisti.

 

Ma una certa rivalità non tardò a manifestarsi tra questi due ceti, rivalità che nacque in sulle prime per pretensioni di priorità, e si accrebbe in seguito fino a durare per secoli; ed oggi non è cessata del tutto.

 

Dodici anni prima della memorabile battaglia dei Greci, vale a dire nel 1336, Filippo di Valois stabilì la superiorità de’ medici su i farmacisti, per mezzo di un mandamento al prevosto di Parigi per costringere i farmacisti, i loro commessi e gli erbolai a custodire le ordinanze risguardanti l’esercizio dell’arte farmaceutica e le spezierie.

 

A seconda che si moltiplicavano i regolamenti, i farmacisti cercavano di concentrare nelle oro mani il monopolio della composizione e della vendita di rimedii: ottennero che fosse espressamente vietato a quelli che non erano della loro corporazione lo spacciare alcuna droga. Era questo un savio provvedimento di legittima precauzione, il quale non si potrebbe abbastanza raccomandare anche ai dì nostri, sendo di somma importanza che uomini non competenti e non facoltati non pongano a gravi pericoli la pubblica salute.

 

A tal uopo, venne emanata da Giovanni il buono una ordinanza nel 1352 secondo la quale, il capo della corporazione de’ farmacisti, assistito da due maestri in medicina nominati dal decano della Facoltà di medicina, e da due farmacisti eletti dal prevosto di Parigi o dal suo luogotenente, dovea fare due visite all’anno, circa la festa di Pasqua e quella di Ognissanti, a tutti i farmacisti di Parigi e sobborghi. E questa visita era di tale importanza che i visitatori doveano giurare, alla presenza del prevosto o del suo luogotenente, che secondo la loro scienza e coscienza, senza odio né favore per nessuno, si confermerebbero allo spirito della ordinanza, e che la loro visita non avrebbe altro scopo che quello della pubblica utilità e del bene de’ corpi umani; giuramento che precedentemente dovea esser fatto eziandio dal capo della corporazione.

 

I farmacisti della città e dei sobborghi giuravano dal canto loro, al cospetto del capo della corporazione e di quattro assistenti, che essi direbbero la verità tanto sulle medicine quanto su ogni altra cosa pertinente al loro mestiere; che dichiarerebbero pure quali fossero le loro medicine antiche e quali le novelle; che terrebbero il loro libro, cioè l’Antidotario Nicola corretto da’ maestri del mestiere ; che non porrebbero in vendita nessuna medicina corrotta e non sostituirebbero alle fresche le antiche; che non farebbero uso che di pesi riconosciuti buoni da’ visitatori; che quando volessero preparare una medicina lassativa ovvero un oppiato, ciò non farebbero senza il consiglio di un maestro del mestiere, e che, dopo aver composto una medicina, scriverebbero sul vaso da contenerla il mese in cui fu fatta, e che la gitterebbero via se cominciasse a corrompersi; che non venderebbero né darebbero alcuna medicina che potesse cagionare danni o aborti, tranne che non avessero la certezza che la dimanda fosse fatta per espressa ordinanza del medico; che non tollererebbero la frode, se qualche medico volesse far loro vendere le medicine ad un prezzo più alto del giusto ad oggetto di partecipare al lucro; insomma che nulla farebbero di contrario alla equità, alla moralità, del mestiere, per cupidigia di lucro, per particolari rancori o per altra causa qualsivoglia.

 

La stessa ordinanza disponeva che nessuno poteva far parte della corporazione se non sapesse leggere le ricette, preparare e comporre le medicine; e che, attesoché i garzoni de’ farmacisti facevano spesso delle medicine di nascosto, dovessero prestare lo stesso giuramento de’ loro padroni; che, se i maestri trovassero cattive composizioni, dovessero torle vie.

 

Presso a poco lo stesso giuramento era prestato dagli erbolai. Se queste ordinanze risguardavano il leale e legittimo esercizio dell’ arte farmaceutica, questa pertanto non era ancora uscita dalla infanzia.

 

Più di un secolo scorse senza notabili mutamenti nella legislazione farmaceutica. Certo è pertanto che la professione di farmacista era già sottoposta, fin dal secolo decimo quarto, ad una severa disciplina. Fino al termine del secolo appresso, le ordinanze disciplinari non mutarono gran fatto. Intese primamente a tutelare gl’interessi del pubblico in quanto alla giustezza de’ pesi, affinché il compratore non venisse frodato sulla quantità, ebbero poscia in mira di accertare la buona qualità, delle droghe.

 

Prima di chiudere questo capitolo, per tener dietro ad in certo ordine cronologico, diremo che le prime tracce di una corporazione farmaceutica in Bruges si ritrovano nell’anno 1297. Questa corporazione possedeva, al cominciar del IV secolo, una spaziosa sala per trattarvi i suoi affari, un suggello, statuti ed una cappella. Essa aveva il privilegio esclusivo della vendita delle medicine. Membri di distinte famiglie appartenevano a questa corporazione e vi tenevano uffizi di magistratura. Essendo provvista di ricchezze e di privilegi , essa offerì alla città, in tempi diversi, grosse somme per patriotiche cause.

 

La prima bottega conosciuta di farmacia in Londra fu nel 1345, la prima in Norimberga nel 1404, e la prima in Francia nel 1336. Bruges aveva invece le sue farmacie fin dal principio del secolo decimo quarto. La prima legge che risguarda la loro ispezione porta la data del 1497. Nello intento di limitare il numero delle farmacie, un’ordinanza fu emanata nel 1582, la quale prescriveva che nessuno potesse aprir farmacia, se pria non avesse studiato le scienze relative pel corso di tre anni e dato saggio delle sue cognizioni e della sua capacità; dovesse in pari tempo prestare il giuramento della corporazione.

 

Nel 1585, un’altra ordinanza ebbe per oggetto la vendita dell’ arsenico. Nel 1683, dietro reclami dei farmacisti, fu proibito ai medici, sotto gravi multe, il dispensare da sé stessi i medicamenti. Soltanto nei primi tre giorni della fiera annuale erano tollerati nella città i cerretani e i cavadenti.

 

Nel 1697, per porre un freno ai prezzi arbitrarii delle medicine, fu ordinata una tariffa.

 

Nel 1760, Maria Teresa decretò la nomina di una Commissione medica, composta di due medici, di due chirurgi e di due farmacisti , la quale dovea sindacare le operazioni de’ medici. Questa Commissione fu annullata in sullo scorcio del secolo decimo ottavo , e fu surrogata da un giurì medico.

 

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30 agosto 2012 4 30 /08 /agosto /2012 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti


appo i principali popoli del mondo

 

storia farmacia frontes

 

 

 

 

 

III



La farmacia in Roma antica- Scuola metodica- Galieno- Origine della parola farmacia- Le sage.

 

 

Quando si parla di popoli antichi, si affaccia subitamente il gran colosso romano che di giorno in giorno si veniva innalzando su la decadenza della Grecia e dell’Egitto. Come spesso interviene a quelli che son favoriti dalla fortuna, Roma possente e già padrona di gran parte del mondo vedeva affluire tra le sue mura gli scienziati, i letterati e gli artisti, attirati in Italia dal grido di Roma, dalla feracità del suolo e dalla bellezza e mitezza del clima. I popoli da essa soggiogati le recavano il tributo delle loro cognizioni.

 

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Ricostruzione plastica di Roma imperiale

 

Ma Roma per un lungo volgere di tempo non ebbe medici, e però non ebbe farmacisti.


Fu verso l’anno 535 dalla sua fondazione che un Arcagato, proveniente dal Peloponneso, vi esercitò per la prima volta l’arte medica. Il popolo romano comprò per costui un piccolo recinto appo il teatro di Marcello, e fu domandato il Vulnerario, vulnerariis, perciocché era particolarmente consacrato alla guarigione de’ feriti; ma ben presto un tal soprannome fu mutato in altro non molto lusinghevole e fu chiamato il Carnefice per la barbarie onde quel primo medico maneggiava il ferro e il fuoco.

 


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Intervento chirurgico da un dipinto pompeiano: Iapige rimuove una freccia dalla coscia di Enea.


 

Non andò guari, e Roma si vide inondata da medici che vi affluivano da ogni parte del mondo; e se ne vedeano perfino tra gli schiavi. Ogni famiglia ne contava tre o quattro a suoi stipendii. E sembra che costoro non potessero esercitare la loro professione altrove che nella famiglia, dalla quale ricevevano un guiderdone.

Strumenti chirurgici ritrovati a Pompei

 

A poco a poco eglino si vennero affrancando da questi domestici legami, e cominciarono a spacciarsi pel pubblico, stabilendosi nelle botteghe a guisa di barbieri o di altri esercenti un’industria qualunque.

Non sappiamo se fosse effetto di soverchia libertà o di colpevole condiscendenza o di pericolosa sbadataggine; ma è certo che il governo romano non domandava da questi tali alcuna sicurtà della loro attitudine ad esercitare l’arte d’Ippocrate. Questo stato di cose era tanto più deplorabile in quanto che essi componevano da se stessi e vendevano i medicamenti da loro prescritti.


Le botteghe di questi medici droghieri erano il convegno degli oziosi e de’ novellisti, appunto come sono oggidì le botteghe da caffè e quelle in cui si spaccia tabacco od altri generi di simil fatta.


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Scena di cura medica, un salasso, all’interno di un iatrion greco, da un ariballo del V secolo a. C.

 

La parola Iatrion, greca, fu applicata in generale a tutte queste botteghe, sia che vi si curassero i feriti, sia che vi si vendessero droghe o vi si esponessero piante. Secondo il poeta Plauto, la parola medicus significa venditore di medicamento.

 


Ricostruzione-di-un-ambulatorio-medico-romano.jpgRicostruzione di un ambulatorio medico romano

 

Dalla estrema severità delle leggi di Silla che puniva di morte l’imperizia de’ medici farmacisti si arrivò fino alla estrema protezione di Augusto, che in occasione di una gran carestia scacciò da Roma tutti gli abitanti, ad eccezione de’ farmacisti, a cui egli dette il dritto di portare un anello d’oro.

 



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Asclepiade di Bitinia


 

Asclepiade, che venne in Roma nell’epoca delle vittorie di Pompeo, fu il fondatore della Scuola metodica, benché altri attribuisca ad altri la origine di questa scuola.




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Stampa raffigurante Aulo Cornelio Celso 

 

Celso vivea sotto Augusto. A lui si deve la formola di parecchie composizioni farmaceutiche, tra le quali l’ambrosia di Zopiro, medico di Tolomeo.

 

Astrazione facendo dalle credenze superstiziose e dai traviamenti d’immaginazione a cui si abbandonarono alcuni seguaci della Scuola metodica in quanto ai medicamenti, non si può disconvenire che questa scuola in generale abbia lavorato con molto successo al progredimento della materia medica. I suoi seguaci distrussero l’abuso di purganti drastici; rialzarono l’uso degli emollienti nell’interno come all’esterno; dettero una grande importanza al sistema igienico, agli alimenti, e segnatamente alla purezza dell’aria che si respira.

 


 

 

 

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Disegno di una mignatta o sanguisuga, utilizzate per millenni in campo medico. 


 

I metodisti avevano una serie di rimedii debilitanti ed un’altra di rimedii tonici. I primi erano il salasso, le mignatte, i fomenti, i cataplasmi, le bevande emollienti e i leggieri purganti. I secondi erano, per l’esterno, l’acqua fredda, l’olio freddo, l’aceto, le decozioni di mortella, di rosa, di sempreviva, e poi il carbonato di calce, l’allume, il piombo bruciato, il gesso; con le quali sostanze essi aspergevano il corpo per arrestarne i sudori. Per l’interno, facevano mangiare del pane abbrustolito, delle mele cotogne e facevano bere acqua fredda, aceto o vino rosso; talvolta facevano masticare della senape o del pepe commisto con miele per eccitare la secrezione salivare. Combattevano il dolor di capo con la starnutazione che essi provocavano iniettando nelle narici il succo della bietola nera.


 


teriaca.jpgVaso per il contenimento della Teriaca, uno dei medicamenti più famosi della medicina occidentale dal costo proibitivo e riservato quindi ai ceti facoltosi. Fu in commercio nel nostro paese in certi luoghi anche sino agli inizi del XX secolo. 


 

Il rimedio che ottenne più credito, che vinse i secoli, nacque sotto Nerone. Questo rimedio fu la Teriaca, composta da Andromaco, primo medico di questo imperatore. Sembra che questi avesse di mira nel comporre un simile rimedio di combattere gli effetti fatali delle sostanze velenose.

 

La teriaca ebbe in breve volgere di tempo una riputazione straordinaria.

 

Dicemmo altrove che gl’Imperatori non isdegnavano di occuparsi eglino stessi di farmaceutica, anzi recavano talvolta con loro i medicamenti che essi offrivano in segno di amicizia. Vuolsi che Tiberio si componesse da se stesso alcune pomate ed unguenti per isbarbicare le volatiche da cui era affetto.

 

Nell’anno 110 della nostra era, Giovenale, parlando de’ medici che componevano e vendevano i medicamenti, dice:

 

Ocius Archigenem quœre atque eme quod Mithridates

Composuit, si vis aliam decerpere ficum

Atque alias tractare rosas.  


 

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Le opere complete di Galeno stampate a Venezia nel XVI secolo.
 


 


 


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Galeno, particolare da un affresco della cattedrale di Anagni, XII secolo 


 

Ma ecco sorgere al secondo secolo di Roma il più grande, il più famoso de’ medici farmacisti, l’immortale Galieno, che visse sotto i regni degl’imperatori Adriano e Antonino, e fu medico di Marco Aurelio e di Settimo Severo. Le sue opere sono piene di precetti sulla terapeutica; di tal che può dirsi che egli fu in Roma, per la farmacia, ciò che Ippocrate era stato in Grecia, per la medicina. I principali trattati che egli ha lasciati su questa scienza da lui coltivata col più ardente entusiasmo, sono: 1° De ptisana; 2° De simplicium medicamentorum facultatibus; 3° De Theriaca ad Pisonem; 4° De medicinis facile parabilibus. Egli teneva un’officina nella Via sacra e componea egli stesso i medicamenti per gl’Imperatori, suoi illustri clienti.

 

 

arco-tito-Oswald-Achenbach.jpg

L’Arco di Tito, da cui iniziava la via sacra, dipinto di Oswald Achenbach

 

Fu sotto il regno d’Augusto, quarant’anni prima di Gesù Cristo, che alcuni medici cominciarono a rinunziare alle preparazioni farmaceutiche, compito che eglino lasciarono a coloro che esercitarono l’arte della Seplasia, i quali abitavano in un quartiere speciale a pie’ del monte Capitolino.

 

Le botteghe di questi mercanti di droghe furono chiamate appunto Seplasie, dal nome d’una piazza pubblica di Capua, dove si teneva mercato di droghe.

 

Fu distinto in Roma l’esercizio della professione che avea per oggetto la preparazione e la vendita de’ medicamenti.

 

È indispensabile di dare una idea esatta e precisa su tal subbietto.

 

Quelli che coltivavano la medicina medicamentaria si chiamavano Pharmaceutae.

 

Il nome di Pharmacopoeus si applicava a quelli che preparavano i medicamenti; derivato dalla parola greca farmacon che è il termine generico per ogni droga buona o cattiva, o per ogni veleno tanto semplice quanto composto.

 

Forse dalla promiscua significazione di questa parola i Latini non fecero differenza veruna tra farmacista e avvelenatore, come se colui che vende medicamenti ed anco veleni quando questi possano servire alla guarigione de’ morbi, debba meritare un nome che si dà a quel reo che porge altrui il veleno nel solo scopo di torgli la vita.

 

La parola pharmacus nel Petronio, che vivea sotto Nerone, e quella di pharmaceutria significano entrambe avvelenatore.

 

I Latini non facevano alcuna differenza tra queste due cose, e le esprimevano con un sol nome- medicamentarius, cioè farmacista od avvelenatore.

 

I farmacopoli erano quei che vendevano i medicamenti: essi percorrevano tutte le contrade, come un dì facevano i mercanti ismaeliti sotto il patriarca Giacobbe.

 

Erano in fama di cerretani,- ed i Greci avevan dato loro la denominazione Agyrtoc da una parola che significa Assemblea perciocché riunivano il popolo intorno ad essi.

 

Più onesta riputazione godevano in Roma i farmacopoli sedentarii, addomandati sellularii, dai quali ìvano i medici a comperare i medicamenti, come per comperare le piante traevano dagli herbarii o dai botanologi, ovvero raccoglitori di radici.

 

Questi erbolai, per darsi una certa importanza, affettavano di cogliere le erbe in certe date stagioni e tempi, con cerimonie superstiziose e con ridevoli smorfie; tenevano il mezzo tra il farmacopolo e lo speziale; il loro santuario variava tra la bottega e la seplasia; e il loro compito consisteva a disseccare, pestare e frantumare tutti i vegetali del mondo conosciuto. Si vedevano strade intiere tappezzate di piante di ogni sorta; la facciata delle loro case era una vera scena da teatro, un curioso e seducente saggio delle ricchezze rinchiuse nell’interno. Queste case, al pari che a Parigi, si univano tra loro per via di ghirlande di gramigna capelluta, di boragine, di tiglio, di veronica e di rosso centauro; le finestre e le porte erano pavesate di caprifoglio, di scabbiosa e di cento altre piante intralciate tra loro in guisa da rappresentare i più bizzarri e capricciosi disegni; i soffitti erano coperti da coccodrilli egiziani e da tartarughe numide.

 

Questi mercadanti erano inclinatissimi ad ingannare i medici, cui vendevano, per ispeculazione, molto spesso un'erba per un'altra.

 

Plinio l’antico deplorava queste audaci frodi e faceva una colpa ai medici del suo tempo di trascurare la cognizione delle droghe e di adoprarle sulla fede di uomini senza coscienza.


Diverse erano le categorie dei farmacisti che esercitavano a Roma il loro mestiere sotto i regni d’Augusto, di Tiberio e di Caligola. Ci erano i farmacotribi, i farmacotriti cioè i macinatori e i pestatori di droghe. I primi si mettevano innanzi alle loro botteghe ed era facile il riconoscerli alla faccia tutta incrostata degli atomi delle droghe che essi vendevano.

 

Questi farmacisti facevano guadagni favolosi; ma la maggior parte dei loro lucri era fondata sulla corruzione dei costumi e massime nell’alta classe del popolo romano. Pare che eglino facessero colpevoli speculazioni, vendendo col più sfrontato cinismo illecite droghe alle dame romane, affinché sparissero le clandestine gravidanze.

 

Queste infami pratiche avevano a tal segno gittato nel disprezzo la classe dei farmacopoli che Orazio li pone in un fascio coi battellieri, cogli accattoni, coi saltimbanchi e con altre persone infami.

 

Bensì, non era tanto il sesso maschile quanto il femmineo che davasi, forse con maggior profitto, a queste turpi speculazioni. Ricordiamo quelle donne anziane, avanzi di prostituzione, che eran dette medicœ, che trafficavano sulle malattie delle donne, e le Sagœ (da cui forse è derivato la parola francese sage-femme le quali componevano unguenti, filtri e pozioni abortive. Queste malvage donne circondavano una gran dama, non sì tosto la vedevano incinta, e le profferivano i loro servigi per ispignerla a fare alla sua bellezza il sacrifizio della prole che ella recavasi in grembo.

 

In nessun paese, neanche in Atene, la scienza dei filtri di amore fu spinta così oltre come a Roma. Le Sagœ andavano, al pallido raggio della luna, cogliendo magiche piante a cui riunivano le ossa ed i capelli dei morti: facevano orribili bevande da queste mostruose associazioni di sostanze eterogenee, le quali portavano il nome di amatoria o pure di aquae amatrices.

 

goya-il-sabba-delle-streghe.jpg

Goya, Il sabba delle streghe.

 

I filtri afrodisiaci, composti da queste scellerate femmine, erano per lo più una miscela, secondo la tradizione, di mandragora, di pomo spinoso, di canape selvatica, di aristolochi e di resine acri. Gl’insetti ed i pesci entravano a comporre queste strane miscele a cui si dava il nome di Satyrion; come pure i grilli, i ragni , le cantaridi macerate nel vino, le uova di muggine, di seppia, di tartaruga erano adoprate per ravvivare gli ardori del senso.

 

Il più celebre ed in pari tempo il più terribile dei filtri afrodisiaci composti dalle Sagœ era l’hippomane, sugli elementi del quale sono divise le opinioni degli scrittori antichi. Il feroce Caligola diventò pazzo, e morì dopo aver gustato questo terribile filtro.

 

E qui poniam fine a queste aberrazioni a cui lo spirito di speculazione da una parte e la sensualità dall’altra spingeano con tanto discapito della salute e della pubblica morale.



uguentari-di-eta-tomana.jpgUnguentari di età imperiale.

 

 

Negli antichissimi tempi era in Napoli, quando questa nuova città era ancora colonia greca, un collegio addimandato degli Unguentarii che con vocabolo moderno si chiamerebbero oggidì profumerie. Un passo di Varrone, riportato da Nonio Marcello, parla di due famosi profumi che si componevano a Capua ed a Napoli, il passo del Varrone era così conceputo: Hic narium Seplasiae, hic Hedycas Neapolis. Camillo Pellegrino interpretò pel primo un celebre unguento, che si vendeva a Capua nella piazza Seplasia, e pel secondo un certo unguento che, secondo Pietro Vittorio, gratam aspectu, suavemque et nitidam cutem redderet, ac bonitatem coloris praestaret.

 

Leggesi presso Ateneo che di altri unguenti abbondava questa città composti di essenze di rose, comuni nella perfezione con quelli di Capua.

 

 

 

[A cura di Massimo Cardellini]
 


 

LINK all'opera originale:

Storia della farmacia e dei farmacisti

 

 

 

LINK alle parti precedenti:

Storia della farmacia e dei farmacisti, 01

Storia della farmacia e dei farmacisti, 02

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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 07:00

Storia della farmacia e dei farmacisti

 

 

appo i principali popoli del mondo

 

 

storia farmacia frontes

 

 

CAPO II

 

Scuola empirica. Mitridate. Celebrità femminee nella scienza farmaceutica.


 

kernot_Alessandria.jpgL’epoca in cui comincia, per così dire, la separazione tra le professioni di medico e di farmacista par che debba assegnarsi al tempo della Scuola d’Alessandria, in cui siffatta separazione ebbe luogo per la prima volta.

 

Una delle cause che si son trovate per ispiegare e giustificare questo fatto fu la cresciuta opulenza dei medici, i quali, sdegnando di occuparsi di cose che uscivano dall’esercizio razionale della scienza, lasciarono ad altri la cura di manipolare quelle droghe e quelle composizioni, che essi pertanto prescrivevano a’ loro ammalati.

 

A questa ragione si può aggiugnere l’altra che, sendo cresciuta la importanza della scienza medica per le cresciute cognizioni e scoperte, si stimò conveniente il disgiungere queste due branche della medicina e della farmacia, definendo le attribuzioni che agli esercenti dell’una e dell’altra si appartenevano.

 

kernot_celso.jpgCelso parla delle attribuzioni de’ farmacisti, e noi ci varremo all’uopo de’ documenti che egli ne reca: Sotto i Romani la differenza fra medico e farmacista venne a cessare; ed egli interveniva pressoché sempre che la doppia professione venisse esercitata dallo stesso uomo; come parimente quelli che si occupavano di scienze mediche, e che ne lasciarono scritti alquanti opuscoli, trattavano in pari tempo di cose pertinenti alla farmaceutica.

 

Bensì, tanto l’una scienza quanto l’altra ebbero a modificarsi considerabilmente da quella scuola che fu detta Empirica, la quale, dove sulle prime accennò a spignere il progresso di entrambe queste essenziali branche dello scibile umano, venne dipoi, per funesti abusi, tralignando in modo che fu causa, diremmo quasi, d’una rivoluzione e d’uno scisma nella professione.

 

Ippocrate.jpgPuossi attribuire l'origine di questa scuola a non pochi fatti che concorsero ad un tempo, ma indipendentemente l'uno dall’altro, ad una specie di rivoluzione nelle scienze farmaceutiche; perocché l’introduzione de’ novelli medicamenti, venuti da diverse contrade e particolarmente dalle Indie e dall’Etiopia, gittarono il turbamento nelle dottrine già stabilite, e cominciarono a distogliere i medici dal sentiero che Ippocrate avea segnato.

 

Gli empirici non si servirono sempre di un buon metodo di osservazione; giacché, invece di studiare l’azione segregata di ogni medicamento, essi ne mischiarono parecchi con formole estremamente complicate. Errore gravissimo fu questo che mostrava appunto l'infanzia della scienza. Gli empirici credevano che unendo due o tre sostanze medicinali si potessero debellare due o tre diverse affezioni simultanee. Non occorre il dimostrare l’erroneità di questa pratica.

 

kernot_Celio-Aureliano-de-morbis-acutis-et-cronicis.JPGCelio Aureliano ci ha trasmesso parecchi esempii di queste informi associazioni di farmachi. Egli dice, per esempio, che si facea uso contro il colera [1] delle pillole composte col seme di giusquiamo, dell'anice e dell’oppio. È singolare che un simile recipe non si scosti molto da quello che venne adottato ai tempi nostri con alquanto successo contro questa crudele malattia. Nelle affezioni illiache, si facea uso d’una composizione in cui entravano le bacche del daphne mezereum, il sale, l’elaterio, la resina, il castoro e il diagridio [2]. Si combatteva la tigna ed altre malattie della pelle con un misto di nitro, di zolfo e di resina; l’epilessia era curata col castoro, col cervello e col fiele di camello, col caglio del vitello marino, cogli escrementi del coccodrillo, col cuore e coi reni del lepre, col sangue della tortorella e coi testicoli dell’ariete, dell’orso, del gallo o del cignale.

 

giusquiamo.jpgApollonio, di Antiochia, scrisse un trattato sulla preparazione degli unguenti, ed un altro sulla composizione de’ medicamenti estemporanei. Eraclido, di Taranto, discepolo di Mandia, perfezionò molto la materia medica e scrisse un’opera completa sui medicamenti. Questo libro andò perduto. Egli si occupò eziandio de’ contro-veleni. La cicuta, l’oppio ed il giusquiamo formavano la base de’ suoi antidoti, (li cui egli faceva sempre un saggio sopra se medesimo. L’oppio era uno de’ rimedii che egli prediligeva, come pure alcuni de’ nuovi aromi fatti venire dall’Oriente, come il costus il pepe lungo, la cannella, l’opobalsamo e l’assafetida.


opobalsamum.jpgCleofante, che fu il maestro d’Asclepiade, lasciò una dotta descrizione delle piante medicinali.


Zopiro, che vivea nella corte de’ Tolomei, compose un antidoto a cui dette il nome di ambrosia. Si narra aver lui proposto a Mitridate di farne lo sperimento su un reo, che fosse stato primamente avvelenato; ed assicurava che l’antidoto avrebbe ottenuto il desiderato effetto.

 

Mitridate-Eupatore.jpgÈ da osservare che nell’Asia minore e nell’Egitto la scienza farmaceutica progredì per opera de’ sovrani, i quali si occupavano da se stessi della composizione di non pòchi rimedii ed in ispezialita di veleni e contro-veleni.

 

Il più celebre di tutti i sovrani farmaceuti fu senza dubbio Mitridate Eupatore, re del Ponto, l’implacabile e felice rivale della romana potenza.

 

Portiamo opinione che nessun monarca fece più accurati studii sulla natura de’ veleni e su i loro antidoti di quel che fece Mitridate, famoso appunto per questa vasta cognizione che ei si avea de’ veleni e dei contro-veleni. Pare che egli avesse una sterminata paura di morire attossicato, perché, non solo egli attese a studiare accuratamente la tossicologia, ma usava di prendere ogni mattina una certa quantità or di un veleno or di un altro per avvezzare le fibre dello stomaco in modo da non risentirne più i dannosi e letali effetti, qualora da nemica’ mano ei fosse stato avvelenato; dappoiché è noto che può lo stomaco a poco a poco siffattamente avvezzarsi anche alle sostanze più eterogenee alla umana organizzazione, da finire con assimilarsele appunto come se le fossero sostanze alimentari. Mitridate ebbe impertanto a pentirsi di questa pratica che egli avea seguita, imperciocché egli avvenne che volendo, un giorno appresso alla perdita di una battaglia, por fine ai propri giorni col trangugiare un possente veleno, questo non produsse in lui il più lieve sconcerto, da che trovò lo stomaco già agguerrito contro le sostanze eterogenee.

 

nicandro1.jpgVuolsi che questo principe avesse composto un elettuario da ricetta assai pregevole, che Pompeo fece ricercare dopo la morte del famoso monarca del Ponto. L’elettuario di Mitridate si componea di 54 sostanze, ed era il più complicato di tutti quelli dei trattati allora conosciuti. E noto che la celebrità di questa composizione vinse i secoli; e solo da pochi anni in qua cessò di far parte de’ repertorii farmaceutici.

 

nicandro_da_colofone.jpgTra gli autori che appartengono alla scuola empirica merita particolar menzione Nicandro, nativo di Jonia, e contemporaneo di Scipione Africano e di Paolo Emilio. Di questo autore restaron due poemi, che si ebbero entrambi per oggetto la storia e la tossicologia. Il primo è intitolato Theriaca: contiene la descrizione de’ serpenti e degli insetti velenosi, il quadro delle precauzioni da usare per evitare le morsicature di questi malefici animali e la serie de’ medicamenti adatti a guarirle. Questo poema contiene circa mille e cento versi. Vivaci ne sono le descrizioni de’ tormenti degli ammalati e dei sintomi delle malattie.

 

 medea-Nancy_Klagmann.jpgContinuazione di questo poema poema è l’altro che s’intitola Alexipharmaca. Dove nel primo l’autore si fa a descrivere l’azione de’ veleni trasfusi nel corpo umano da malefici insetti, in questo secondo tratta de’ veleni che si sviluppano nel corpo umano dall’ alterazione delle sostanze alimentari.

 

 Una traduzione in versi francesi fu fatta di questi poemi dal calvinista Gorris che morì di spavento la notte di S. Bartolomeo.

 

Con Nicandro ebbe fine la storia della Scuola d’Alessandria i cui avanzi ritroveremo in Italia sotto il nome di Scuola metodica.

 

Circe_Offering_the_Cup_to_Odysseus.jpgVogliamo chiudere questo capitolo con una curiosità istorica, cioè che nell’antichità la scienza farmaceutica ebbe anche celebrità, femminee, come una Medea, che attossicò Giasone e gli stessi suoi due figliuoli, e Circe, i cui stregonecci su Ulisse debbonsi ritenere come non estranei alla manipolazione di misteriose bevande.

 

Aspasia, di Mileto, contemporanea di Pericle, da cui era amata, dava pubbliche lezioni sulla botanica; ed Artemisia, regina di Caria, trecento ottant’ anni avanti Gesù Cristo, studiava le virtù segrete delle piante e delle droghe; e dette il suo nome alla pianta che fu in latino addimandata Artemisia Vulgaris. Finalmente, citeremo la fastosa Cleopatra regina di Egitto, alla quale si attribuisce un'opera che ha per titolo De medica minei faciei.

 

Aspasia-di-Mileto.jpgOltre delle versiere Medea e Circe ed altre, furono donne che scrissero formole di ricette per malattie del loro sesso, le quali furono proscritte per lo scopo immorale o pericoloso che aveano in mira.


Artemisia-di-Caria.jpgAl quale obbietto non vogliamo trasandare di ricordare che in tutti i tempi, fino ai dì nostri, ci furono e son tuttavia di quelle scelleratissime femmine, che valendosi del privilegio d'un'arte che esse esercitano, qual si è l’ostetricia, si prestarono a coprire con loro particolari ricette l’onta di una colpa giovanile, attraversando l’opera della natura [3].

 

Cleopatra-Waterhouse.jpgFinalmente, il Ceramico di Atene era popolato di cortigiane di Frigia e di Tessaglia che vendevano a prezzi esorbitanti alcuni filtri da esse composti e destinati a ravvivare ne’ dissoluti i sensi affiacchiti dal libertinaggio, ovvero alcune bevande narcotiche, che venivano presentate ai mariti dalle sciagurate mogli, che volevano postergare il tetto maritale per recarsi, sotto il velo della notte, a prostituirsi nel fango di osceni ritrovi.

 

Queste sciagurate erano l'oggetto di un'attiva sorveglianza; e già, Solone e Licurgo aveano promulgato leggi che ordinavano la espulsione de’ farmacisti da Atene e da Lacedemone, a causa delle loro infamie. Queste leggi, necessarie in que' tempi, riserbavano ai soli stranieri il permesso di esercitare l’arte farmaceutica.

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

[1] Da ciò desumano i nostri lettori che il colèra è n'antichissima malattia, surta, come pare, appo i popoli d’Oriente dopo la sparizione della lebbra. Ne troviamo fatto menzione ne' libri di Mosè; e ci piace di riferire un versetto del Deuteronomio, in cui è detto: Vigilia, cholera et tortura viro infrunito.


[2] Preparazione della scamonea, il cui nome viene dalla parola greca Daerition, che significa lagrima, perché questa sostanza liquefatta piglia la forma d’una lagrima.


[3] Di questa categoria di scellerate donne troviamo fatta menzione nell’opera del nostro infaticabile romanziere signor Francesco Mastriani intitolata Le Ombre.

 


 

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Storia della farmacia e dei farmacisti, 02

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31 gennaio 2012 2 31 /01 /gennaio /2012 14:15

Storia della farmacia e dei farmacisti 

 

appo i principali popoli del mondo

 

kernot_frontespizio.jpg

 

 

 

PARTE PRIMA


LA SCIENZA FARMACEUTICA PRESSO GLI ANTICHI

 

 
 

Je jure et promets devant Dieu.
De donner aide et secours indifféremment
à tous ceux qui m’emploieraient, et finale-
ment de ne tenir aucune mauvaise et vieille
drogue dans ma boutique.

(Antico giuramento de’ farmacisti)


 

CAPITOLO 1

ORIGINE DELLA FARMACIA - PRIME SCOPERTE.

kernot-Adamo-EvaChi potrebbe con precisione assegnare l’epoca in cui nacque la farmacia? Dacché il peccato originale scaricò sul seme di Adamo i mali inseparabili dalla umana corrotta natura, nacque il bisogno di ricercare i mezzi di debellare que’ disordini, a cui la debole organizzazione dell’uomo è soggetta.

kernot-uomo-selvatico.jpgQuelli che hanno per sistema il denigrar sempre la più nobile fattura di Dio dicono che dal momento in cui furono due uomini nel mondo, l’uno dovette essere ingannatore e l’altro ingannato, ovvero che ambedue si studiassero d’ingannarsi a vicenda. Noi invece siam di parere che la carità o l’amor fraterno fosse il primo sentimento a sorgere e sviluppare nell’uman cuore, e che la prima sofferenza fosse il richiamo delle più amorose cure.

Egli sembra che ne’ primissimi tempi dell’uomo la medicina e la farmacia non fossero, diremmo, che quasi istintive; dappoiché, se il bruto ritrova nei suoi istinti di conservazione i rimedii atti a fugare le sue malattie, quanto maggiormente questi provvidi istinti dovettero svilupparsi nell’uomo, chiamato ad alti e nobili destini, e dotato di sì mirabile intelligenza!

kernot_Egypt.jpgFurono primamente gl’istinti di conservazione e poscia le tradizioni di famiglia quelli che gittarono le fondamenta della scienza della guarigione.

 

È indubitato che tra i primi rimedii a cui l'uomo si appigliò per guarire da' mali che il travagliavano furono le erbe e le piante, ricca e mirabile farmacia spiegata su tutta la faccia della terra.

imhotep.jpgE, naturalmente, i primi semi della farmacia han dovuto germogliare sul suolo d’Oriente, in quelle contrade così fertili di profumi, di aromatiche piante, di resine salutari. E, perciocché l’Oriente è la culla del genere umano, dovette naturalmente essere eziandio quella della farmacia; tanto più che antiche tradizioni ci dipingono gli abitanti delle regioni orientali come quelli che seppero temperare e calmare le ardenti allucinazioni del delirio.


Vasi-canopi.jpgÈ d’uopo trasportarsi nell’Egitto per assistere ai primi albori della scienza farmaceutica. Di ciò fanno testimonianza non pochi fatti, che ricorderemo. Ma innanzi tutto è necessario far notare che appo gli Egizi la longevità era tenuta come indizio di buona e costumata vita, mostrando con ciò che le intemperanze e gli altri vizii son quelli appunto che abbreviano il corso della umana esistenza. Il re Osimandia aveva fatto apporre, al sommo dell’ uscio della Biblioteca del suo vasto e splendido palagio, queste parole: Farmacia dell’anima. Le quali dimostrano non solo come quel monarca intendesse bene il valore de’ libri e l’utilità morale che se ne cava, ma bensì che il tropo farmacia, preso in significato morale, supponeva già la cognizione dell’arte farmaceutica per la guarigione delle malattie fisiche.

Naturalishistoria.jpgPlinio l’antico e Clemente d’Alessandria narrano che gli Egizi avevano appreso dai maghi l’arte di apparecchiare i medicamenti. È noto che la parola mago avea appo gli orientali una estesa e svariata significazione; e per essa intendevansi non solo gl’incantatori ma i dotti e i sapienti; in guisa che ben può darsi che i due citati autori attribuiscano ai dotti e sapienti piuttosto che agli incantatori la invenzione dell’arte di preparare i rimedii.

Clemente_d-Alessandria.jpgVuolsi che gli Egizi usassero il sale cirenario, vale a dire il cloridrato d’ammoniaco, il  litargirio e  l'allume contro i furungoli, le ulceri, le oftalmie. Plinio dice altresì che eglino componevano, con certe erbe, alcune bevande purgative.

mummia.jpgDove mancasse ogni altro argomento a dimostrare che la proprietà di certe sostanze medicamentose non dovea essere ignota a questo antico popolo, basterebbe il fatto delle imbalsamazioni, per cui vennero gli Egizi in tanta fama. Le mummie si vendevano a prezzi esorbitanti; ma l’arte di prepararle era pressoché un privilegio de’ sacerdoti , i quali la rivestivano con quel mistero onde coprivano tutte le operazioni che facevano nel fondo de’ loro tempi. Di ciò parleremo in appresso.

fegato-epoca-babilonese.jpgNé la composizione di un gran numero di rimedii era ignota agli Indiani ed agli Assirii. Il filosofo Democrito, che vivea trecento anni prima dell’era volgare, dopo aver fatto, nella grave età di 95 anni, un viaggio presso gli adoratori d’Iside, visitò i preti della Caldea e i sapienti della Persia, e da queste remote regioni riportò alcune formole farmaceutiche, di cui non poco si giovò in appresso la greca medicina.


Egypt-and-Practise-of-Medicine.jpgL’oscurità de’ tempi che precedettero l’era volgare annebbia un lungo periodo in cui si va a tentoni alla ricerca di fatti storici, che il più delle volte si perdono nel regno della favola. Laonde, non potendo in questa opera intrattenerci molto su queste prime epoche del mondo, in quanto a notizie che risguardino la farmacopea, noi sorvoleremo su questi tempi, in cui d’altra parte non troviamo nessun nome intorno al quale raccogliere elementi al nostro proposito. Lasciando dunque da banda la nebulosa remota antichità, noi verremo ad una epoca non cosi lontana, in cui non ci sarà difficile precisare con maggiore esattezza i fatti.

 

E primamente, è da osservare che in origine ci sembra che la medicina, la chirurgia e la farmacia non formassero che una sola professione, come leggiamo nel Pasquier: "In quel tempo, la professione di medico consisteva nell’esercizio di tre punti, cioè: 1° a dar consigli secondo i precetti dell'arte, per le malattie interne del corpo umano; 2° alle unzioni pei morbi esterni; 3° nella preparazione delle bevande e de' medicamenti. Voglio dire che uno era medico, chirurgo e farmacista ad un tempo".

Così eran le cose appo gli Ebrei, gli Egizi, i Babilonesi, i Persiani, i Macedoni e i Greci. Non erano soltanto i medici quelli che si occupavano di farmaceutica; ma eziandio i patriarchi, i profeti, i principi ed i re erano versati in questa scienza.

 

Verso gli anni 1990 e 1880 avanti G. C., sotto i patriarchi Abramo e Giacobbe, circolavano già nello Egitto non pochi mercadanti Ismaeliti, che interrogavano gli ammalati su le sofferenze che questi aveano, e vendeano loro aromi, gomma, ambra, balsamo e mirra. A giusto titolo questi mercadanti poteano domandarsi farmacisti ambulanti.

Troviamo nel Libro de' Profeti che Salomone scrisse parecchie formole farmaceutiche, che il re Ezechia suo pronipote distrusse, affinché Dio non venisse offeso da’ maleficii in cui erano stati convertiti i segreti salutari del suo bisavolo.

Leggiamo che Geremia profeta adoperava una medicina molto attiva ed eccitante; e 200 anni di poi Isaia adoperava olio e i fichi per guarire le piaghe.

Nella Persia, Cambise facea da sé stesso gli unguenti e ne facea traffico col re di Egitto. E i re macedoni si esercitavano nell’arte delle preparazioni farmaceutiche.

 

Percorrendo la storia de’ tempi eroici della Grecia, troviamo un fatto assai degno di attenzione, cioè che il medico Melampo guariva coll’elleboro nero, domandato però Melampodium, la follìa furibonda nelle donne, ovvero la erotomania, terribile malattia, i cui casi non sono, per lieta ventura, assai frequenti. Con tal medicina il Melampo guarì le figlie di Preto, re d’Argo.

Troviamo la prima ambulanza stabilita sotto le mura di Troja, nella famosa guerra cantata da Omero e celebrata da tutt’i poeti dell’antichità. Questa prima ambulanza fu formata da’ due figliuoli di Esculapio, Macaone e Podalirio, i quali apparecchiavano e recavano secoloro tutt’i medicamenti necessarii a’ guerrieri. Macaone curò la piaga di Menelao e l’ ulcera infetta che Filottete aveva al piede. Patroclo, per estrarre un dardo dalla coscia di Eripilo, stagnò il sangue con una radice tritata e nota a lui soltanto.

Il cantore di Achille nomina altri medici-farmacisti che, coll’opera loro e colle droghe da essi ritrovate, curavano gl’infermi nel tempo in cui durò quel lungo assedio e i feriti nel tempo della battaglia.

La prima nozione d’una specie di bottega da farmacia, la troviamo nella Persia antica, 522 anni prima dell’era cristiana.

Democede, di Crotone, compose gli unguenti che egli applicava sul cancro d'una mammella di Atossa, moglie di Dario e figliuola di Ciro. Questo Democede avea raccolti in una stanza tutti gli empiastri e tutte le preparazioni per uso esterno ed interno. Questa stanza nomavasi Iatrion. Fu, per quanto ci è dato conoscere, la prima bottega da farmacista che si fosse stabilita.

Lo stesso Iatrion troviamo in Grecia, nel secolo di Pericle, 1160 anni avanti l’èra cristiana, e il troviamo mentovato in una commedia di Aristofane, dove si narra la storia d’un certo Lamaco che, ferito alla gamba, era stato trasportato nell’Iatrion del medico Pittalo, appo il quale (leggesi nell’altra commedia dello stesso autore Le Vespe) fu anche menato un sibarita colpito in sul capo.

Ma eccoci a Ippocrate, al grande Ippocrate, che diede il suo nome all’arte salutare, e che da circa ventitré secoli detta ancora i suoi sublimi aforismi a’ figliuoli del progresso ed al genio scientifico che segnala i tempi nostri.

Il grand’uomo, benché fosse molto sobrio in preparazioni medicinali, componea pur tuttavia da sé medesimo i medicamenti , ed egli stesso recavali ai suoi ammalati.

Leggiamo nel Myrouël: “È stata la chirurgia quella parte della medicina che fu trovata la prima; ma dopo la venuta d’Ippocrate, che trovò la medicina dommatica e razionale, la chirurgia fu compresa nella medicina; ed Ippocrate fu medico, chirurgo e farmacopolo, il quale coglieva da sé stesso le erbe e le altre medicine, e le applicava agli infermi, avvegnaché ei fosse signore e principe”.

Cinquant’anni dopo d’Ippocrate, Aristotile, ancora giovine, esercitò la farmacia per sottrarsi alla miseria. La Scuola di Alessandria si aprì l’anno 320 prima dell’era cristiana. Non grandi progressi fecero in questa scuola le scienze farmaceutiche, benché in essa soltanto si potessero attignere cognizioni di alcuna importanza. A questa scuola appartennero i due celebri medici farmacisti Erasistrato ed Erofilo.

Diremo poche cose sull’uno e sull’altro di questi due famosi greci , i cui nomi si congiungono a non poche importanti scoperte fatte in quell’aurora della scienza medico-farmaceutica.

Aveva il primo seguito le lezioni di Teofrasto, il quale aveva attinto nelle scuole egiziane gli elementi della sua botanica medica. Visse nella corte di Seleuco Nicànore, re di Siria; ed è noto che egli scoprì di che malattia fosse preso Antioco, figlio di questo principe, appassionatamente innamorato di Stratonice; ed é noto altresì che, la mercé della sua valentia, riuscì a guarire il giovine principe dalla passione che il travagliava.

Pare che Erasistrato fosse stato il primo a semplificare l’uso dei farmachi, di cui già si faceva dagli altri medici un deplorabile abuso. Fece segnatamente la guerra agli antidoti ed a quelle composizioni dette reali, che i medici dei suoi tempi chiamavano la mano degli dei (manus deorum). Vuolsi che egli scrivesse un’opera su i veleni.

Erofilo di Calcedonia, professò sull’ uso dei medicamenti una dottrina affatto opposta a quella di Erasistrato, perocché egli adoperava molto elleboro ed attribuiva alle sostanze vegetali efficaci proprietà. Al converso di Erasistrato, egli era partigiano dei rimedii addimandati la mano degli dei purché fossero convenientemente adoperati. E sembra che contro lui in ispezialità fossero dirette su tale oggetto le vivaci diatribe del discepolo di Teofrasto.

Celebrati furono alcuni discepoli di Erofilo, tra i quali facciamo menzione di Endemo, che compose una teriaca, la cui formola fu conservata da Galieno. Questa composizione, descritta in versi, era stata scolpita sulle porte del tempio di Esculapio. Non vogliamo trascurare di ricordare che Erofilo visse nel quarto secolo innanzi dell’era cristiana, come pure Erasistrato.


 

 

LINK all'opera originale: 

Storia della farmacia e dei farmacisti, 1871

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15 gennaio 2011 6 15 /01 /gennaio /2011 08:00

 

Ceramica precolombiana del Perù e farmacia


 

 

 

di Valette Guillaume, Valette Simonne.

 

da: Revue d'histoire de la pharmacie, n° 233, 1977

 

 

La ceramica peruviana detta “classica” (dal 200 al 900 d. C.) merita di essere considerata tra le opere d'arte più notevoli e l'interesse che essa presenta per la medicina è stata più volte sottolineata. Infatti, sia per una specie di inclinazione sia per qualche motivo legato alla magia, i vasai peruviani hanno manifestato una certa predilezione per la rappresentazione delle difformità e delle mutilazioni di personaggi figuranti sui vasi.


È così che le lesioni dei leishmaniosi, dei rickettiosi (verruga), i labbri leporini, le mutilazioni delle labbra o del naso sono perfettamente identificabili su certi pezzi della produzione mochica.


Quando nel novembre del 1976, ci siamo recato in Perù e più precisamente a Lima e a Trujillo, abbiamo pensato che sarebbe stato interessante ricercare sul posto, tra le immense collezioni di ceramiche precolombiane che vi si possono ammirare, se alcuni pezzi non presentassero una caratteristica farmaceutica, che siano destinate alla preparazione o alla somministrazione dei rimedi, o che i disegni rappresentati su questi vasi rappresentano dell epiante medicinali o diversi tipi di droghe.


La ceramica è una tecnica praticata da tempi molto remoti in Perù (1000 a. C. per gli esemplari più antichi attualmente noti), ma che trova il suo apogeo con le culture Mochica, al nord, e Nazca, al sud (dal 200 a. C. al 900 d. C.). I vasi Mochica, recano spesso un'ansa a maniglia, sono in genere di colore beige, bruno e rosso; la maggior parte sono antropomorfe o zoomorfe ed estremamente realistiche; le rappresentazioni affrontano con una variazione infinita i temi religiosi o profani, dalla vita quotidiana e dei mestieri. I vasi di Nazca, di una policromia molto raffinata, sono più difficili da interpretare, il disegno essendo a volte stilizzato sino all'astrazione.

 

Alcuni vasi di Nazca hanno la particolarità di possedere un doppio fondo, il che lascia supporre che essi erano destinati alla confezione di infusi o di decotti, con separazione ulteriore del liquido estrattivo e del residuo vegetale esaurito. Su uno di essi si vede il serpente, l'animale ctonio associato in tutte le culture antiche alla magia ed ai rimedi (figura 1):

 

 

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Figura 1.

 

Dei colatoi di terracotta provenienti da Canete, nel sud di Lima (1300-1400 d. C.), sono serviti probabilmente alla preparazione di tisane o di apozemi (figura 2).

 

 

 

 

 

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Figura 2.

 

Un altro vaso Nazca rappresenta secondo ogni verosimiglianza il dio della fecondità: regeg delle spighe di mais, cereale che era allo stesso tempo nutrimento, fonte di una bevanda fermentata, la Chicha, e base di un gran numero di rimedi (figura 3).

 

 

 

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Figura 3.

 

Conosciamo l'uso che gli Indiani hanno sempre fatto delle proprietà stimolanti della coca, soprattutto nelle Ande in cui l'altezza e la malnutrizione rendono il lavoro faticoso. Si vede ancora a Machu Picchu, a più di 3000 metri di altezza, dei terrazzamenti di epoca inca in cui gli arbusti produttori di questa droga erano probabilmente coltivati. Su un vaso mochica antico antico, possiamo vedere un personaggio che regge in mano la borsa della coca (chuspa), che gli Indiani portavano sempre con sé, allo scopo di poter disporre di questa droga in ogni momento (figura 4).

 

 

 

 

 

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Figura 4.


 

Il modello di questo oggetto non sembra aver variato sensibilmente nel corso dei secoli ed abbiamo potuto ammirare una collezione di queste borse provenienti da Chancay (1200-1400 d. C.) perfettamente conservate. Un vaso mochica particolarmente suggestivo evoca lo stato di prostrazione e di apatia in cui sprofondavano coloro che erano gravemente colpiti da questa tossicomania (figura 5).

 

 

 

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Figura 5.

 

Le piante utilizzate come medicamenti erano (senza dubbio le stesse) certamente vendute sui mercati popolari come quelli che si tengono ancora ogni domenica presso Cuzco, a Pisac.


Il medico, o piuttosto il guaritore, era un personaggio ambulante analogo a quei capi villaggio che possiamo incontrare nelle regioni andine. Due vasi mochica lo rappresentano nell'esercizio delle sue funzioni: verso uno, sembra auscultare un malato, su di un altro, confeziona una preparazione farmaceutica con l'aiuto del pestello e del mortaio (figura 6).

 

 

 

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Figura 6.

 

Le piante non erano i soli rimedi utilizzati; gli animali ed i minerali fornivano anche alcuni elementi alla farmacopea. È così che la lana bruciata del lama è impiegata per il trattamento delle ulcere; in quanto all'urina dello stesso animale, essa è somministrata non soltanto attraverso applicazioni cutanea, ma anche per via orale.


Lo studi attento degli oggetti ritrovati nelle tombe peruviane ci apporta così degli insegnamenti preziosi sulle procedure utilizzate nel corso di queste epoche antiche, sia per la preparazione dei medicamenti che per la loro amministrazione, l'interesse dei documenti di cui abbiamo dato alcuni esempi si trovano d'altronde rafforzati dal perfetto stato di conservazione in cui essi si trovano.


 

LINK al post originale:

Céramique précolombienne du Pérou e pharmacie

 

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9 novembre 2010 2 09 /11 /novembre /2010 08:55

Breve storia della pillola 



pillola-1.JPGCrispin Medico: Prendete delle pillole”, Atto II, scena XIII, Stampa di Massard


La parola pillola [1] ha innumerevoli sinonimi. E innanzitutto il più antico, che è forse “trocisco”, parola di origine greca che concerne forse la forma sferica: Oribasio, durante il VI secolo, ne segnala diversi tipi. Nel Medioevo, se ne assumono di aperitivi, alteranti, purgativi, confortanti, ma i più famosi sono trocischi di vipere, specie di concentrati di teriaca in palline che si facevano seccare all’aria e che Venezia esportava nell’intera Europa. Il famoso Mesue ha descritto i trocischi come delle pillole sublingualiche si devono far sciogliere in bocca, potremmo concluderne che alla sua epoca, ed anche posteriormente, questa forma farmaceutica corrisponde alle “paste” del XX secolo. A partire dal XVIII secolo, non vi sono più che i ciarlatani per “nascondere”, come dice l’Enciclopedia, “sotto questo velo, la violenza e l’acrimonia delle loro preparazioni infernali”.

 


Pillole--2.jpg   Antica pilloliera sistema Tedesco. Flacone di foglie d’argento

scatola argentata e scatola dorata per argentare e dorare le pillole.

 

I veri antenati delle nostre pillole sarebbero piuttosto i catapotia, ancora un nome greco, e che designa in modo preciso ciò che si ingoia con un colpo. Pilulaè al contrario un nome latino, derivato da pila, piccola palla. Ma i Greci impiegavano anche la parola trachema (da trakeïn, mangiare) da cui abbiamo tratto confetto [dragée], ed i Romani dicevano anche rotulae, Placentulae, orbes, orbiculi, pastilli. Come Mesue, come tutti gli Arabi, Rhazes raccomanda di seccare i succhi d’erbe, di formarne dei robs, cioè dei succhi concentrati a base di frutta, o un magdaleon(pasta di buona conservazione), che si dividerà a secondo dei bisogni in pillole, prendendo cura di avvolgerli in piantaggine quelle che presenterebbero un troppo cattivo sapore. Infatti, la vera ragione d’essere delle pillole, in epoche in cui non si sapeva affatto dosarle, era di facilitare l’assorbimento di medicamenti sgradevoli al gusto. Un tempo, come oggi, il malato lo inviava prontamente nello stomaco così come testimonia questa sentenza tratta dall’albo di Boming, ipotecario tedesco del XVII secolo: “Le ingiurie sono come le pillole: so devono ingoiare, non masticarle”.


 pillole--3.JPG

Pillole e sciroppo di Blancard, Note: Anemia, clorosi. Etichetta pubblicitaria dello Stabilimento Blancart, prima metà del XX secolo.

 

Erede degli Arabi, la Scuola di Salerno avrebbe fatto diventare di moda “le gloriose” (pilulæ gloriosæ regis Silicæ Rogerii II) ed le “Sine quibus” (pilulæ sine quibus esse nolo– quelle di cui non posso fare a meno), composte di aloe, di rabarbaro e di senna). Moyse Charras preconizza ancora quest’ultimi per la pituitaria, segnala anche la voga dei mercuriali (rabarbaro, mercurio e trementina- contro la sifilide, naturalmente) e delle lacrime al sangue di drago “ad sistendam gonorrheam”, ma aggiunge onestamente: Non si devono cercare dei draghi morti né vivi, per averne il sangue per la composizione di queste Pillole, poiché le lacrime qui ordinate che si chiamano di Sangue di Drago, sono la gomma di un grande albero che cresce in una delle Isole Canarie chiamata Port-Saint, che produce un frutto molto simile ad una Ciliegia, avente al di sotto della tunica che lo copre, la forma di un Drago così ben rappresentata come se fosse stata intagliata da uno Scultore. Aveva un collo lungo, le fauci spalancate, la spina dorsale munita di lunghi aculei e le zampe ed il resto del corpo molto notevoli.

Le pillole controllate (pilulæ cochiæ), a base di aloe e di coloquinta hanno un posto d’onore nel famoso Regimen sanitatis. Durante il XVI secolo, le “pillole” sono così di voga che Brasavola dedica loro un intero volume presentato cotto la forma di Examen dialogato(Lione, 1545). Alla stessa epoca, I fisiologi astrologhi consigliano di prepararle durante la congiunzione di Giove e di Venere, e gli iatrochimici inventano le pillole di Schroeder, a base di tartaro e le pillole di antimonioo perpetue, molto economiche per il cliente, che le “restituiva” all’apotecario dopo averle prese in affitto una sola volta: una soltanto, si fa osservare, basta a purgare da cima a fondo un intero esercito!

pillole--4.jpgOpuscolo pubblicitario in favore di una pillola perpetua specializzata (1700 circa).

 

Durante l’autunno del 1642, Richelieu malato fece ricorso alle pillole di Le Fèvre, che non gli impedirono affatto di morire il 4 dicembre e gli valsero questi epigrammi anonimi:


La pillola essendo, come la terra, rotonda,

La sua forma eccitò i suoi appetiti alterati

E, non avendo potuto mangiare la terra a fette

Credette, in quel momento, di ingoiare il mondo intero!

 

Il dottore Lemay a contato nel “Courrier Médicale” la storia delle pillole d’aloe e gommagutta lanciate dal medico Olandese Bontius verso la metà del XVII secolo e modificate più tardo dal medico di Carlo I d’Inghilterra, Anderson, con il cui nome esse dovevano conoscere una moda notevole. È vero che esse furono molto abilmente lanciate e costituiscono uno dei prototipi della specialità farmaceutica, con prospetto e condizioni allettanti: la compressa che compariva sulle scatole di queste vere pillole Scozzesi o grano degli angeli, presentava l’immagine di un leone rampante su campo azzurro con la testa del Dottore Anderson, rotonda come una pillola

 

 

pillola--5.jpgRitratto del Dottor Anderson sulle scatole delle pillole Anderson, secolo XVIII.

 

Ecco un breve saggio del Jardin de la Santé [Giardino della Salute] apparso ad Avignone nel 1702 e nel quale Théodore Desjardins celebrava le sue Pillole divine che egli aveva tratto direttamente… dalla Bibbia:

Comincio a parlarvi imperativo modo, e vi faccio notare, ex professo, che questo rimedio divino è conforme alle Leggi della nostra Medicina, e le nostre Leggi al rimedio; ma che né l’uno né l’altro non sanno osservare.

È questo il rimedio per tutte le stagioni, per tutte le malattie… Le sue qualità sono straordinarie, va d’accordo con la natura; ingrassa e fa dimagrire a secondo del bisogno, e la complessione della persona come se avesse ragione, eccita i sudori e li fa cessare, digerisce e ammorbidisce, incarna e agglutina, risolve e muore, ispessisce ed attenua, purga e dà costipazione.

Ho trovato … Ho trovato il segreto di racchiudere questo prezioso rimedio così efficace e così salutare in un piccolo volume sotto la forma di una pillola molto facile da prendere senza essere avvolta, avente un aspetto d’Oro gradevole da vedersi ed un fondo che supera tutto ciò che ciò che si può dire. Pretendo chiamarla “la pillola divina” … Cum veniunt rebus nomina saepe suis.

Ma poiché è la Medicina dei Re, dei Principi e dei Monarchi, dei grandi Signori e degli uomini potenti, sia a causa della sua rarità sia del suo prezzo, che è di un Luigi d’oro, la somministrazione che non consiste che di una sola pillola, non la darei che nei casi di grande malattia, e per seri motivi e, a tutti coloro infine che la vorranno pagare.

 

Con tali imbonimenti, come stupirsi che in Germania, si designano i ciarlatani con l’appellativo di Pillenœrzte (medici delle pillole) e che nelle commedie vaudeville francesi gli apprendisti apotecari si chiamano comunemente “La Pillola”!

La pillola doveva conoscere, alla fine del XVIII secolo, una moda straordinaria, moda che fu sfruttata con un brio del tutto particolare dagli Inglesi.

Dopo le pillole Anderson, dopo le pillole analetti che di Rob James, essi lanciarono quelle di Parr, dette “di lunga vita”. Thomas Parr, se si deve credere al prospetto (ed i clienti gli crederono), aveva affidato la ricetta del suo rimedio ai suoi discendenti attraverso il prezioso testamento che egli aveva dettato nel 1630, all’età di 147 anni: l’ottenne egli stesso da una strega. Una vignetta del prospetto ci mostra Thomas Parr in visita ad un altro vegliardo Jenkins, a conoscenza del segreto e che doveva vivere sino ai 169 anni. In quanto a Parr, dopo essersi risposato a 120 anni, ebbe il torto di andare alla corte dove bisbocciò talmente che ne morì “prematuramente” nel suo 153° anno.

 

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Vignetta del prospetto delle pillole PARR riproducente l’incontro tra Parr e Jenkins.

 

Altre pillole di lunga vita attribuivano la loro virtù alle pazienti ricerche di un vecchio alchimista, “il priore di Schanté”, mentre risultavano dagli sforzi commerciali di un ciarlatano strasburghese chiamato G. A. Schanté (1856). 

 

 

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Il priore di Schanté mentre sta preparando la base per le sue pillole, (da un prospetto del 1856 delle pillole di Schanté).

 

Le “pillole Vesperidi” di Hebert (1844), che dovevano essere inghiottite vesperalmente in vista di un’azione mattinale, avevano issato un motto molto fiero: “Il Ventre Libero!”.

Le pillole vegetali ghiotte” di Cauvin (1864) erano condizionate confezionate con delal carta rosa recante, in segno di vittoria, l’immagine dell’Arco di Trionfo. In allineamento con l’attualità politica, esse erano accompagnate da un testo polacco, mentre quelle di Bouloumié bofonchiavano lo spagnolo e quelle di Delacroix il greco di Demostene (Indika Katapotîa tou doktôros Delakroya!).

Più recenti, i “confetti toni-purgativi di Dubuis” (1870), il cui vero nome era tsan-pata-tching, fanno appello al vocabolario cinese ed il loro manager non trova termini abbastanza energici per far avvizzire tutti gli altri medicamenti “cha la specialità, diciamo la parola giusta: la speculazione, ha fatto nascere”.

Allo stesso tempo un Tedesco faceva distribuire a migliaia dei libri di salmi nel mezzo ai quali si poteva inaspettatamente leggere: Pace su questa terra agli uomini di buona volontà, ma soltanto grazie alle pillole Becham: due per gli adulti, una per i bambini!

Fermiamo prudentemente l’albo d’onore a questa data e diamo ora un’occhiata sulla fabbricazione delle pillole nelle diverse epoche. Edmond Leclair, che ha studiato l’argomento afferma che sino al Medioevo le pillole non erano affatto dosate. Il medico, dopo aver indicato la qualità ed il peso degli ingredienti da impastare insieme, aggiunge le parole: fiat massa, e in questa massa, stesa sul bancone, l’apotecario ritagliava un numero indeterminato di “particelle”, come diceva l’Antidotario Nicolas.

I cubetti irregolari separati con il coltello, erano arrotondati con uno schiacciamento rotatorio effettuato tra le palme delle mani.

Secondo Bauderon (1661) le pillole che dovevano essere consumate subito si preparavano con “acqua distillate”, vino, succo o decotto adatto alla base”, e quelle che si volevano conservare, con del miele rosato, dell’ossimele, dello sciroppo o liquore e gomma. “La massa si deve formare con le mani unte con qualche olio dolce, e avvolgerla con pelle bianca non tinta o pergamena bianca anch’essa resa grassa, allo scopo di chiuderne per bene i pori, affinché l’aria dell’ambiente non ne dissipi la virtù”. A volte anche (O igiene!) si soffiava, afferma Baumé, sulla masse e la si bagnava con la saliva per ammorbidirla!

Il Pilloliere, nella sua forma più elementare, sembra essere stato inventato soltanto verso la fine del XVII secolo, perché ancora nel 1641 Schrœder non parla che di una tavola (tabula) sulla quale si arrotolavano i magdaleon prima di dividerli con l’aiuto del coltello o delle forbici.

I primi pillolieri descritti da Baumé e di cui possediamo dei campioni in legno, avorio, rame ed argento, hanno la forma di righelli piatti i cui bordi sono ritagliati a denti di sega (figura 2). L’apotecario arrotolava innanzitutto la sia pasta a forma di bastoncino; poi affondava leggermente i denti del pilloliere in questo cilindro: gli incavi impressi da questa piccola operazione facilitavano e soprattutto regolarizzavano il lavoro del coltello, i denti potevano dividere essi stessi la massa con un solo colpo.

Nel XVIII secolo si inventò in Germania un pilloliere più complesso formato di due parti di legno duro, a forma di ventaglio e scavato con gole la cui larghezza variava a secondo della grandezza che si desiderava dare alle pillole separate con il loro scivolamento, poi arrotolate con l’andirivieni del sistema.

 

 

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Pillolieri: in alto due pillolieri-sega in legno ed uno in avorio; in basso due pillolieri a ventaglio in legno di bosso.

 

Nel 1841, La Pharmacopée raisonnée[Farmacopea ragionata] di Henry et Guibourt descrive uno strumento più pratico ancora composto di due parti: la prima, AD, è una tavoletta di legno, munita da ogni lato da un bordo più elevato BB; su questa tavoletta si trova fissata, verso i due terzi della sua lunghezza, una riga d’acciaio CC, spessa alcune linee e incavata con 36 semicilindri paralleli e tangenti e di cui, di conseguenza, i bordi formano un coltello. La parte A della tavoletta è ben dritto ed è su di essa che si distende, arrotolandola, la massa pillolaria, in un cilindro che contiene tante parti della parte di ferro C quante pillole si desiderano. La parte D, che segue il parte C è cava di poco ed è destinata a ricevere e contenere le pillole a mano a mano che vengono arrotolate.

La seconda parte del pilloliere si compone di una riga d’acciaio EE simile alla prima e fissata su un manico di legno FF. Il dorso di questo pezzo può servire ad allungare la massa pillolaria, posta sulla tavoletta A, come è stato già detto, in seguito, la massa essendo posta sulla riga CC, si pone e vi si appoggia sopra la riga EE, e questa massa si trova ad essere tagliata in tante parti quanto sono le suddivisioni. Si arrotolano ognuna di queste parti tra le dita in modo da renderla ben sferica e la si pone nella capsula D, dove si trova una piccola quantità di polvere di licopodio, di liquirizia, di altea o di altre prescritte. Questa polvere si attacca intorno alle pillole e previene la loro reciproca aderenza.

 

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Pilloliere descritto nella Farmacopea ragionata di Henry e Guibourt

 

Per arrotolare le pillole in altro modo, per dorarle ed argentarle, le si mettono a volte, ai tempi di Baumé, in una scatola di legno rotonda, con delle foglie d’oro e d’argento e la si scuoteva in tutti i sensi.

Nel 1848, Viel, farmacista di Tours, inventò un “pilloliere a rotazione” derivato da questo principio e nel 1850, il “Journal de Pharmacie et de Chimie” descrive un apparecchio composto di due vassoi rotondi e tenuti in mano da briglia: li si faceva girare l’uno contro l’altro e si riusciva “ad arrotolare 200 pillole in meno di 5 minuti”.

Durante quest’epoca, apparivano, in farmacia, le pastiglieche, nell’antichità, appartenevano al campo della profumeria, ed i confetti, che in precedenza, appartenevano ai dolciumi e perciò erano venduti dagli apotecari.

Durante il Medioevo, i confetti erano frutti candita, semi, radici o scorze a volte fortemente speziati che si avvolgevano con dello zucchero e che si mangiavano di preferenza alla fine dei pasti per farsi venire sete: Hanz Falz, maestro cantore di Norimberga, li ha celebrati nel suo Liber collationum.

Una timida apparizione dei confetti nella farmacia ci è segnalata dall’Enciclopedia del XVIII secolo che cita i “confetti del Kayser” o pillole mercuriali. Ma nel 1841, la Farmacopea di Guibourt considera I confetti come una varietà di pillole. Del resto, le pillole gelatinate, cheratinizzate, ecc., che compaiono durante quest’epoca non sono forse dei confetti il cui zucchero è stato sostituito con un’altra sostanza?

In compenso, Guibourt ignora ancora le compresse, che, nel 1870, diventano comuni in Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. La compressa ha oggi fatto sparire la vecchia signora Pillola. Come tutti i giovani, dovette comunque lottare prima di vincerla. Giornalista all’Esposizione del 1878 dove si presentava per la prima volta al pubblico al pubblico questa nuova forma farmaceutica, Eusèbe Fernand non aveva dichiarato solennemente che in Francia non avrebbe ottenuto il minimo successo?

In compenso, il termine pillola è (ri)diventato celebre con la contraccezione e ciò che chiamiamo la “pillola”, e più recentemente ancora la “pillola del giorno dopo”.

 

 

NOTE

 

[1] “Per molto tempo, ci si è porti la domanda: da quanto datano le pillole? Si credevano di recente creazione, e cioè qualche secolo. Ebbene no, esse hanno quasi due millenni. È in una necropoli iugoslava datante al I secolo a. C. che se sono scoperte alcune” (F. E. Ducommun. Alambics, Chevrettes, Balances, [Alambicchi, Vasi, Bilance], Roto-Saldag S.A., Ginevra, 1973).

 

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Petite histoire de la pilule

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3 marzo 2010 3 03 /03 /marzo /2010 09:00

 

La mandragora

 

Radice maledetta che cura ed uccide


La mandragora, è una pianta appartenente al genere delle solanacee, piante erbacee originarie delle regioni temperate calde del mondo antico ricche in alcaloidi che conferiscono loro delle proprietà allucinogene e le rendono perciò tossiche. La più conosciuta è la Mandragora officinarum, originaria del bacino del Mediterraneo.

 

Herba-Lucia-Mandragola--BLJ--Foligno.jpg

“Herba lucia mandragola, illustrazione da un manoscritto conservato alla Biblioteca Ludovico Jacobilli di Foligno, tratta da: Cristina Casciola, Da speziali a farmacisti : la pratica farmaceutica a Foligno dal 14° al 20°. Secolo, AFAM, Foligno, 2003.


 

 

 

 

 

 

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Mandragora dal Dioscoride napoletano, (fine VI secolo d.C.).

 

 

 Le testimonianze sull’uso medicamentoso della mandragora riguardano soprattutto le sue capacità di causare un sonno profondo e ristoratore, sia che la sua radice venga posta nella camera dove il paziente dorme, sia che venga mescolata al cibo oppure cotta nel vino. Un’altra sua caratteristica è quella di fungere da afrodisiaco o da amuleto portafortuna nelle vicende amorose.


In epoca romana si credeva che la mandragora fosse sede di un demone e che quindi svellendola dal terreno, il demone si sarebbe risvegliato e con il suo urlo ucciso chi l’avesse raccolta. Si usava perciò tracciare tre cerchi con un ramo di salice attorno alla pianta, legarla con un filo nero e allacciarlo al collo di un cane, in modo che il maleficio colpisse l’animale.


La-mandragora-da-erbario-medievale-tedesco-jpg

Mandragora femmina, xilografia colorizzata tratta da un erbario tedesco.

 

 


 

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La Mandragora, radice ospitante un demone che può proteggere o uccidere. Miniatura da un Herbarius della fine del XV secolo

 

Nel Medioevo venivano attribuite alla mandragora qualità magiche e perciò era usata nella preparazione di molte pozioni. Molti testi di alchimia la raffigurano con le forme di un uomo o di un bambino. Era considerata una creatura a metà strada tra il regno vegetale ed animale.

 

 

 

 

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Mandragora-uomo-da-The-Pseudo-Apuleius-Herbarium.jpg

Altra rappresentazione di mandragola femmina e mandragola maschio tratta da un antico codice medievale: l’erbario detto pseudo Apuleio, Inghilterra, abbazia di sant’Agostino, Canterbury, XI secolo (1070-1100 circa).

 

I caldei, due millenni prima della nostra era, si servivano della mandragora per provocare l’estasi degli addetti durante le cerimonie di iniziazione. Pindaro, Socrate, Xenofonte e Platone hanno fatto allusione alla sua virtù soporifera. Ippocrate ne ha lodato le proprietà antitetaniche, l’efficacia contro la febbre quartana e le emorroidi. Teofrasto raccomandava di prendere delle precauzioni a coloro che dovevano raccogliere questa pianta: non avere il vento in faccia, tracciare tre cerchi intorno alla pianta con la spada e strapparla infine rivolgendo la faccia verso ponente, tutto ciò mentre un’altra persona nelle vicinanze danzi e canti delle canzoni oscene.

 


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Miniatura della mandragora tratta dal codice Medicina Antiqua del XIII secolo.

 

 

Anche presso i romani la mandragora ebbe molta considerazione. Cornelio Celso nel suo De Arte Medica, consiglia a coloro che hanno problemi di sonno, di riporre sotto il cuscino qualche bacca di mandragora.  Secondo Galeno la scorza delle radici, associata alla mirra, la senna, il cedro, il pepe, lo zafferano ed i semi di giusquiamo calma i dolori di ogni parte del corpo.

 

 

 

 

Mandragola-Menore--Herbarium-de-Trento--XV-sec.jpg

Mandragora illustrazione tratta dall’Herbarium de Trento del XV secolo


Durante il Medioevo, la mandragora continuò ad essere usata ampiamente come medicamento. Ebbe però anche un formidabile successo tra teurghi, maghi ed alchimisti che attraverso di essa cercavano di scoprire le sue virtù soprannaturali attraverso cui scoprire i segreti della natura per creare la vita partendo dall’inanimato.


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La mandragora maschio a sinistra e femmina a destra da una tavola di Pierre Pomet tratta dalla sua opera Storia generale delle droghe.

 

La mandragora persistette nella farmacopea occidentale sino al XVI secolo per subire poi un declino verso la fine di questo secolo e soprattutto a partire dal XVIII. Nel suo celebre Trattato Universale delle droghe semplici, del 1738 Nicolas Lémery la raccomandava ancora da utilizzarsi con un olio allo scopo di far diminuire le infiammazioni e come antidolorifico.

 

 

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La pianta della mandragora tratta dal Tacuinum Sanitatis, codice del 1390 circa.

 

Dato il suo grande rilievo nel folclore, la mandragora ispirò numerosi artisti, poeti, autori teatrali e scrittori, in Italia il Machiavelli ne trasse il soggetto per una sua commedia che, nei tempi moderni, è stata portata spesso sugli schermi cinematografici.

 

 

Mandragola-Macchiavelli.jpg

La più famosa mandragola letteraria del nostro paese è l’esilarante commedia scritta da Machiavelli nel 1514.

 


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Mandragora maschio e mandragora femmina, xilografia dal Hortus sanitatis

 

 


 

Dati tratti dal saggio di Louis TERCINET: Mandragore, racine hantée... qui protège et qui tue, 1948. 

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