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30 dicembre 2012 7 30 /12 /dicembre /2012 10:00

Alambicchi

alambicco01.jpgMiniatura da un manoscritto francese del XV secolo. Il medico, al centro, tende con la mano destra, un'ordinanza all'Apotecario, mentre con la mano sinistra indica le piante da fornire all'erborista.

 

 

 

Alambiccchi e mortai sono insieme alla bilancia ciò che più spesso rappresenta la farmacia. La presente esposizione ha per oggetto di scoprire un po' di più l'alambicco (e la distillazione).

 

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Piccolo alambicco di laboratorio rame e ottone (XIX secolo).

 

 

 

 

 

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Alambicco di rame da 40 kg.

 

Il passato remoto della distillazione ha appassionato il grande chimico Marcellin Berthelot. In uno dei numerosi articoli che egli gli ha dedicato, lancia l'idea che è versando, sulla brace dei sacrifici, dei vini forti (come lo sono i vini mediterranei) che gli Antichi notarono l'apparizione di un vapore infiammabile e appresero così l'esistenza dell'alcool. Il seguente testo di Teofrasto, risalente al 371 a. C.,sembra fatto apposta per appoggiare la sua ipotesi: "Il vino versato sul fuoco, ad esempio per delle libagioni, emana uno sfrigolio immediato e produce una fiamma brillante". È questa una constatazione, d'altronde molto sommaria, della distillazione naturale; ma nessun documento certo ci prova che la distillazione artificiale era nota prima dell'era cristiana. Zosimo di Panoplia, Dioscoride, Plinio e Sinesio descrivono, in epoca Alessandrina e in epoca Romana, delle cornute di vetro riscaldate a bagno-maria. Essi narrano come il cinabro venisse posto in una coppa di ferro racchiusa essa stessa in un vaso di terra accuratamente chiuso munito di un specie di becco; il tutto era riscaldato al carbone; il mercurio si sublimava e veniva a condensarsi nel becco del vaso, dove lo si raccoglieva raschiandolo.

 

alambicco04Strumenti distillatori con cornute munite di capitelli conici per raccogliere le acque distillate, da Jérôme Brunschwig, Liber de arte distillandi, 1512.

 


Esisteva, secondo questi autori, una procedura ingegnosa per l'estrazione dell'essenza di trementina (acquaragia): la resina veniva riscaldata in un vaso sull'apertura del quale era steso uno spessore di lana: non si aveva altro da fare che attorcigliare la lana per ottenere l'essenza. Il pompholyx o ossido di zinco veniva preparato in modo simile. Infine, secondo Alessandro di Afrodisia, i marinai del III secolo sapevano rendere potabile l'acqua di mare riscaldandola in caldaie e condensando il vapore su dei coperchi sovrapposti. Il disegno che segue e che si trova in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Parigi, che è esso stesso una copia da un manoscritto greco del X secolo conservato a Venezia, mostra che gli strumenti erano già molto pratici.

 

alambicco05.jpgAlambicchi e vasi a digestione del X secolo da un manoscritto greco (2327), alla BNF)

 

 

 

Gli Arabi non hanno dunque inventato la distillazione,non più di quanto il Fiorentino Taddes o il maestro di Monpellier Arnaldo di Villanova, come si è creduto per molto tempo. Ma ci hanno fornito la parola alambicco; e lo avevano rubato anche ai Greci. Ambix è una delle numerose parole che i Greci possedevano per designare i loro vasi di terra. Gli Arabi l'hanno fatta precedere dal loro articolo al. È vero che se non hanno inventato né la parola né la cosa, essi si sono serviti dell'uno e dell'altra ad oltranza. Avicenna, Benzoar, Averroe ne parlano senza posa. Gli estratti di piante e di fiori li interessavano soprattutto; in compenso, essi si astennero assolutamente - forse per saggezza - di bruciare il vino. I nostri antenati occidentali non imitarono questa riserva. Ecco una delle loro ricette per l'acqua ardente estratta da Il Libro dei Fuochi di  Marcus Graecus risalente al XII secolo: "Prendete del vino invecchiato, denso. Per un quarto di libbra, aggiungete due scrupoli di zolfo vivo in polvere impalpabile, una o due libbre di tartaro estratto di vino vecchi, denso. Per un quarto di libbra, aggiungete due scrupoli di zolfo vivo in polvere impalpabile, una o due libbre di tartaro estratto da un buon vino bianco e due scrupoli di sale grosso. Ponete il tutto in un bel alambicco di piombo, sistemate il capitello sulla parte superiore e distillerete acqua ardente. La conserverete in un flacone di vetro ben chiuso".

 

 

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Alambicco proveniente da una farmacia del Giura di Berna e che permette tutte le distillazioni possibili.

 

 

 

 

 

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A Parigi, gli apotecari ebbero il monopolio della distillazione e della vendita dell'acquavite e degli alcool sino all'ordinanza reale del 1514 che tolse questo privilegio a vantaggio degli acetai. È perché sino ad allora l'alcool non era considerato come un rimedio; lo si utilizzava a volte per i bagni di vapore. Froissart narra la fine tragica del re di Navarra, Carlo il Malvagio, arso vivo nel suo letto per l'incendio dell'"acqua ardente" che gli veniva inviata "attraverso l'aria" per mezzo di una canna.

 

alambicco08.jpgLa distillazione, incisione su legno tratta dal libro di Michel Schrick (1500 circa)

 

 

 

 

 

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La distillazione, incisione di Philippe Galle, da J. Stradano (XVI secolo)

 

 

Gli strumenti da distillazione di un tempo hanno offerto delle forme molto varie e molto pittoresche. Michele Savonarola (1384-1462), medico padovano, narra nel suo De confidencia aqua vitae che i distillatori della sua epoca davano al collo del loro alambicco una lunghezza smisurata per ottenere un'acquavite perfetta al primo colpo. È per questo che uno dei suoi amici aveva posto la caldaia al piano terra della sua casa e il capitello all'ultimo piano. Un'opera di Giorgio Agricola mostra chiaramente attraverso il testo e attraverso l'immagine come si distillava l'olio durante il XVI secolo; un altro, di Giambattista Porta (1608), descrive un'invenzione italiana, la distillazione solare. Il sistema è semplice e poco costoso. Si univano insieme due grandi flaconi di vetro, collo dentro collo; si era preventivamente riempito di erbe o di fiori uno dei due, quello che doveva rimanere esposto al sole la testa verso il basso; le essene si condensavano nel vaso inferiore che era posto all'ombra. "Le donne di Bologne-la-Grâce", dice Liébaut, "distillano in questo modo acqua di fiore di rovo per gli occhi".

 

 

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Distillazione solare, dall'opera De distillatione, di Giambattista Porta (1608).

 

 

 

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I sette sapori corrispondono alle sette note della gamma, secondo la chimica del gusto di Polycarpe Poncelet (edito nel 1755).

 


Per terminare con gli alambicchi, segnaliamo una varietà di alambicchi poco nota immaginata verso il 1750 da un originale di Sarrelouis, Polycarpe Poncelet. È in questo modo molto pacifico che la Sarre attirava verso sé a quell'epoca l'attenzione dei popoli: "Considero un liquore ben inteso" scriveva Poncelet, "come una specie di aria musicale. Sette toni pieni... sono la base della musica saporitta". In virtù di questo principio, egli fece costruire una valigetta d'organo portatile i cui tubi erano strettamente combinati cone le storte che distillavano ratafià, acque profumate, olii esssenziali. Quando i tubi vibravano armonicamente, i boccali si riempivano, sembra, di liquori squisiti; i suoni discordanti priducevano al contrario misture abominevoli...

 

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Palazzo Reale d'Oriente (Madrid). Farmacia reale. Laboratorio (XVII-XVIII secolo).

 

 

 

 

 

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Les Alambic

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9 dicembre 2012 7 09 /12 /dicembre /2012 10:00

Il mortaio

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Mortaio e boccali cilindrici. Incisione tratta dal Codex Dioscurides longobardicus, XI secolo. Monaco.


Colui che, per primo, si è servito di due pietre per macinare il grano, ha inventato il mortaio. Non era nemmeno un uomo, ma qualche antenato comune all'uomo ed alla scimmia... Non è dunque in secoli, ma in millenni, che si dovrebbe datare l'esistenza del mortaio. Rimane nell'uso quotidiano finché il mulino non è stato conosciuto. Lo schiacciamento del grano in questo strumento è stato cantato da Esiodo, ed è una scena correntemente rappresentata sugli affreschi d'Egitto o sui vasi greci. Mortarium è il nome latino del mortaio ordinario, moretum quello di una pietanza che si prepara con il suo aiuto... e anche quello di una poesia rustica attribuita a Virgilio, ma che risale soltanto alla sua epoca. Vi si vede un ghiottone dal nome di Simulus raccogliere dell'aglio e del prezzemolo e trattarli nella cavità di un mortaio.


mortaio2.jpgCon la sua mano sinistra, trattiene la sua tunica contro la regione villosa della sua persona; la destra, munita di un pestello, trita dapprima l'aglio odoroso, poi schiaccia la parte rimanente e forma una pasta molto omogenea. Con una rapida rotazione, ogni elemento perde l'aspetto che gli è proprio: da venti colori ne emerge uno... Spesso delle zaffate piccanti salgono alle narici di Simulo, che fa smorfie e maldeisce la sua cucina... Tuttavia il lavoro procede, il pestello ruota più adagio e sfrega un po' più la pietra. L'uomo versa a goccia a goccia l'olio dell'albero caro a Pallas, aggiunge un filo di aceto, batte, mischia, impasta, ottiene la mistura desiderata.

 

Ecco una ricetta dell'ailloli (maionese a base di aglio e olio di oliva) che risale a epoche remote. Nella Roma imperiale, l'uso medico del mortaio è così considerevole che accanto ai seplasiarii   ed agli erboristi, esiste una categoria per la triburazione dei medicamenti dei farmacisti, i farmacotribes, specializzati, come dice il loro nome, nella triburazione dei medicamenti. L'arte di costruire i mortai, e soprattutto di scegliere la materia con cui sarebbero stati fatti, era stata spinta tanto più in là in quanto questa materia contava molto nella composizione definitiva del prodotto da ottenere. Così, Plinio sostiene che per comporre un idrargiro e cioiè argento vivo, si pestava del minio in presenza di aceto in mortai di rame. Allo stesso modo si preparava una specie di acqua di piombo battendo a lungo un mortaio contenente dell'acque dio pioggia con un pestello dello stesso metallo.

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Daumier: Il dottor Véron, giornalista, commerciante di prodotti farmaceutici, direttore dell'Opéra.

 

 

 

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Mortaio a due anse a testa di leone, sul quale si può leggere: "Sono stato fatto fare dall'alto e potente Messere Pierre della Città di Ferrolles, cavaliere dell'Ordine del re, signore delle alte giustizie, terre e signorie di Ferrolles, di Liniers la Charrouillère Maye ed altre località nell'anno 1632".

 

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Mortaio con pestello del 1590 (Kettwig/Ruhr).

 

 

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Mortaio fiammingo senza anse, munito di fogliami e animali favolosi, 1739 (Braunschweig).

 

 

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Mortaio di forma troncoconica dalle insegne di Francia, attribuito ai fondatori di Puy-en-Velay, XVI secolo (Colonia).

 

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Mortaio in ferro a due anse con manici laterali, Spagna, XVI secolo (Colonia).

 

È dall'Etiopia che gli Italiani dell'epoca facevano venire, secondo Plinio, le pietre più ricercate per la fabbricazione dei mortai per oculisti, e ciò perché esse producevano un succo. Sempre per la stessa ragione ci si procurava con grande spesa l'alabastrite d'Egitto, l'ofite bianca, l'ematite (la pietra che sanguina) e la pietra tebaica disseminata di goccioline d'oro. È ciò che fa dire a Giovenale, quando attacca nella sua VII Satira l'insegnamento ciarlatanesco del suo tempo:

Et quoe jam veteres sanant mortaria coecos!

Ed i mortai che restituiscono la vista ai ciechi!

 

mortaio9.jpgMortaio Svedese del XVIII secolo.

 

 

Il mortaio non doveva perdere un pollice di terreno durante il Medioevo. Diventa anche l'emblema per eccellenza della farmacia: lo si ritrova rappresentato sulle insegne, sui sigilli, i blasoni, le bandiere, gli stemmi, gli ex libris degli apotecari e delle loro corporazioni. Se ne fanno, così come veniamo a saperlo dagli inventari delle officine, di ogni genere di materiali: avorio, agata, prfido, alabastro, marmo, vetro, legno e di tutti i tipi di metallo, compreso l'oro e l'argento. Ma i più comuni sono quelli di ferro o di bronzo. Molto spesso i grandi mortai erano fabbricati dai fonditori di campane. In un documento del 1394, un certo Bernat Valor, residente a Barcellona, è pomposamente qualificato come magister cimbalorum et ollarum cupri, il che significa molto probabilmente "Mastro fonditore di campane e di mortai in bronzo". Il convento della Visitazione a Poitiers possedeva, durante il XVII secolo, un mortaio di bronzo alto 24 centimetri e del paso di 39 chili. Nel 1497, un apotecario catalano, Gabriel Granslachs, lascia, morendo, un mortaio di 2 quintali.

 

Nelle leggende russe, la strega cattiva è sempre rappresentata mentre vola sopra dei campi dentro un mortaio di ferro gigantesco che lei frusta con un pestello appropriato: da qui deriva la locuzione che il popolo impiega per designare un individuo malvagio: "Madre Yaga l'ha covato in un mortaio!". Soltanto una strega poteva evidentemente manipolare divertendosi degli strumenti così formidabili. I commessi apotecari del Medioevo se ne servivano come se fosse una campana: essi attaccavano i pestelli ad una corda che manovravano con due o anche a quattro mani tramite una puleggia, sollevando il pestello tirando la corda e lasciandolo cadere di peso sul mortaio.

 

 

babayaga.jpgLa strega Baba Yaga e il suo magico mortaio.

 

 

 

 

 

 

Cette scène est représentée sur la gravure du Stradanus, « Distillaetio » figurant un laboratoire.

 

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Panacea, estampe allégorique de Van Hemmskerk (XVI° siècle). Au second plan, à gauche une opération chirurgicale, à droite, la devanture d'une boutique d'apothicaire avec le mortier et l'alambic.


 

A Venise, il existait, au XIVe siècle, une corporation de pileurs, « pestatori ». ils allaient s’inscrire au greffe de la commune et juraient de ne prendre de nouvelles commandes d’un apothicaire qu’après avoir exécuté celles qu’ils avaient acceptées d’un autre ; ils devaient aussi refuser de concasser de mauvais ingrédients et dénoncer les fraudes qu’ils découvriraient.

 

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Officine baroque avec médecin et pharmacien au comptoir avec trois aides. A l'arrière-plan, laboratoire et vue sur le jardin botanique. Peinture à l'huile de G. Souville, 1751 (Beaune, pharmacie de l'Hôtel Dieu).

 


 

« Entre tant de sortes d’instruments qui soient nécessaires au pharmacie, écrit Jean de Renou en 1626, il n’y en a point, selon mon jugement, qui soit plus utile que le mortier ».

 

 

mortaio12.jpgDe gauche à droite : Mortier de la Pharmacie Centrale des Hôpitaux de Paris;

 

 

 

 

mortaio13.jpg Mortier évasé de forme très simple, à motif érotique, 1691, (Salins-les-Bains);

 

 

mortaio14.jpgMortier de pierre en forme d'urne, XVIII°/XIX° siècle (Haarlem);

 

 

 

 

 

 

mortaio15.jpgMortier en bronze. Sur le coprs, deux licornes s'affrontent. Anses en forme de dauphins, 1659, Francfort

 

 

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Mortaio rinascimentale in bronzo con due anse ornate dalla Trinità e dal "Ceppo della Redenzione", 1593 (Francoforte).


 

Il ajoute qu’il faut en avoir un de plomb, un de verre, un de pierre, et plusieurs en métal, dont un fort petit pour mélanger l’ambre, le musc, la civette, le bézoard et les produits aromatiques ; d’autres, plus grands, pour les potions purgatives et pour les clystères, enfin de très grands pour les électuaires qui se préparent toujours en grande quantité. Mais il ajoute qu’on se sert d’une plaque de marbre ou de porphyre pour pulvériser, avec addition d’eau de rose, les perles et les pierres précieuses. Si on laisse les médicaments dans le mortier après le broyage, il importe, dit Jean de Renou, de les couvrir d’une feuille de papier ou d’une peau « à cette fin que la plus subtile partie d’iceux ne s’exale et ne se perde insensiblement, ou bien pour empescher qu’ils ne frappent le cerveau par leurs vapeurs penetrantes et importunes. »

 

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Antica officina di Peter Ogg, 1762 (Wurtzburg)

 

 

 

 

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Pharmacie de l'ancienne Charité Saint-Evre, XVIII° siècle (Nancy) 


 

Contrairement aux préoccupations des anciens qui faisaient venir de très loin pour y tailler des mortier une pierre susceptible de se combiner avec les substances médicinales, les modernes recherchent des matériaux physiquement et chimiquement inattaquables. L’Encyclopédie du XVIIIe siècle insiste tout particulièrement sur le danger des mortiers de cuivre. Et dans cette encyclopédie, qui saurait, aujourd’hui, ce qu’est le mortier de veille ? 

 

On appelle, y lit-on, chez le roi de France, mortier de veille, un petit vaisseau d’argent… rempli d’eau sur lequel surnage un morceau de cire jaune grosse comme le poing, pesant une demi-livre et ayant un lumignon au milieu : ce morceau de cire se nomme aussi mortier. On l’allume quand le roi est couché, et il brûle toute la nuit dans un coin de la chambre, conjointement avec une bougie qu’on allume en même tems dans son flambeau d’argent au milieu d’un bassin d’argent qui est à terre.

 

Comment expliquer qu’on ait donné à ce « vaisseau d’argent » servant de veilleuse le nom de mortier ? Ne croyez vous pas que le premier apothicaire-cirier qui fut chargé d’éclairer sans risque d’incendie le sommeil royal eut l’idée d’apporter à la chambre un de ses mortiers, pratiquement inversables ? Et le mot resta, même quand l’objet eût changé de forme.

 

mortaio19.jpgMortier  de bronze, aux armes d'Amboise, provenant de la pharmacie de l'Hôpital des Chevaliers (Versailles)

 

 

mortaio20.jpgMortier en bronze des Hospices de Starsbourg (1729)

 

 

 

 

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Mortier de l'Hôpital de Villefranche sur Saone (1606) 


 

C'est ainsi que se termine cette exposition sur les alambics et les mortiers. Ils sont les témoins d'un art pharmaceutique où les pharmaciens et leurs aides mettaient tout leur savoir-faire pour servir les patients ! comme aujourd'hui.

Le mortier peut avoir des formes très différentes. La forme du mortier romain, par exemple était bien différente. On en conserve un spécimen au Musée des Antiquités de la Côte-d’Or et correspond aux descriptions qu’en ont données les auteurs latins sous le nom de coticula. C’est une pierre plate, assez épaisse, dont la face supérieure a été, en son centre, évidée en forme de cupule : bref, le mortier que fournit la nature, à peine dégrossi:

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Coticula de l'époque gallo-romaine (Musée des Antiquités de la Côte-d'Or)

 


Si la forme générale du mortier ne révèle point son époque, elle peut, dans certains cas, nous indiquer sa patrie. Ainsi, tandis que les mortiers italiens sont plutôt trapus, les allemands présentent une hauteur exagérée par rapport à leur diamètre. A quoi cela tient-il ? Peut être au fait que beaucoup de mortier nordiques du haut Moyen-âge étaient faits de troncs d’arbres creux. De bonne heure, on s’est préoccupé de faciliter la manœuvre du lourd accessoire. On l’a pourvu de deux anneaux, dont l’un servait à le fixer au socle par l’intermédiaire d’une chaîne. Mais, le plus souvent, les mortiers de métal avaient soit des poignées, soit des anses, sans que l’on puisse dire que les anses aient été employées avant les poignées ou inversement. Les Arabes, de leur côté, ne se contentaient pas  de marteler et de guillocher le cuivre de leurs mortiers ; ils y incrustaient parfois des pierres précieuses.

 

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Mortiers allemands du XV° siècle (Musée de Nuremberg)

 

 

Naturellement, la Renaissance est l’époque où la décoration des mortiers de bronze est la plus riche. Les reliefs, surtout verticaux, se multiplient, reproduisant des motifs géométriques, des branches, des fleurs, des animaux, voire même des enfants dansant et choquant des cymbales, ou encore le martyre de Saint-Sébastien, ou Suzanne admirée par les vieillards… Les poignées figurent souvent des têtes d’animaux. Au XVIIe et au XVIIIe siècles, on préférera souvent des surfaces lisses, simplement ornées du blason de l’apothicaire ou de la statue du saint protecteur de la communauté à laquelle appartenait le lourd ustensile. Et nous trouvons souvent de curieuses devises:


A povre gens menu monoie,

Tel a dueis (deuil) qui requiert joie.


A moins qu’il n’y ait une phrase pieuse : Te Deum laudamus ; Soli Deo gloria 1619, In Deo spes mea A. D. 1584 ; et bien d’autres. Parfois, le nom du propriétaire, par exemple : « Nicolas Staam, Apotheker in Leyden A° 1724 », ou encore « G. Roger » (Apothicaire à Poitiers en 1628), ce nom étant accosté de quatre fleurs de lys. En 1617, François Terrasson, apothicaire à Angoulême, lègue son grand mortier à une chapelle pour être converti en une cloche sur laquelle son nom « sera employé ». L’Illustration a publié, en 1855, une petite lithographie, que nous reproduisons ici, représentant un mortier, autour duquel on peut lire: « André Morel, appoticaire à Fontainebleau, 1660 ». Comme cette belle pièce était endommagée, le rédacteur qui l’a découverte attribue le dégât à la ruade d’un cheval de Cosaque qui serait entré dans la pharmacie en 1814!!

 

mortaio24.jpgMortier français de 1660 d'après une lithographie de l'Illustration (1855)

 


Mais, l’artiste de jadis n’était pas aussi modeste que l’a imaginé Michelet (« Pas un nom, pas un signe ! il eut cru voler sa gloire à Dieu ! »). Les noms de fondeurs abondent sur les mortiers : l’Encyclopédia Italiana en publie une longue liste commençant à l’année 1468. Et, l’on a pu assez aisément, grâce aux noms et aux dates, reconstituer l’histoire de la dinanderie, c'est-à-dire de l’industrie du cuivre, qui florissait à Dinant, près de Liège, avant la destruction de cette ville par Philippe (dit « le Bon », en 1466.

 

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Llivia (Espagne): détail de la pharmacie




 

 

 

 

E. H. Guitard

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]


 

 

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Alambics et Mortiers

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26 ottobre 2012 5 26 /10 /ottobre /2012 07:00

Clysterium


Storia del clistere

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 L'apotecario della "Commedia dell'arte" di Maurice Sand.





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Il clistere alla candela, dipinto del XVIII secolo.

 

 

 

 

di E.-H. Guitard


 

 

 

blasoni.png   Blasoni di apotecari con la siringa a clistere come simbolo, XVII secolo


 

 


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Manifesto pubblicitario del purgativo Geraudel, fine XIX secolo.

 

 

Da Molière è questo un soggetto con cui si scherza e che non si approfondisce. La maggior parte degli autori che l'hanno trattato si sono preoccupati di far ridere creando o riportando degli aneddoti sull'operazione e le sue circostanze, ma nessuno, a nostra conoscenza si è accorto ad esempio che le apparecchiature utilizzate erano, tanto e ben altre, dalla scienza archeologica, nessuno ha descritto metodicamente l'evoluzione del più nobile di questi strumenti, la siringa; nessuno ha attirato l'attenzione su quel che chiamerò le siringhe d'arte... Occorrerebbe un grosso libro per trattarne decentemente: che mi si permetta di indicarne qui l'essenziale in poche righe.

 

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Apprendista apotecario con una siringa. Stampa di Jean-Antoine Watteau. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

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Apprendista apotecario, con la siringa in spalla. Stampa di Jean-Antoine Watteau. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

 

 

 007b.jpgApprendista apotecario reggente una siringa. Stampa di Jean-Antoine Watteau. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

Cominciamo dai tempi eroici. tutti gli storici del clistere pensano che l'idea fu data agli uomini da alcuni uccelli soprattutto l'ibis, che utilizza "il suo lungo becco montato su di un lungo collo" per inviare dell'acqua pulita nei suoi intestini quando soffre di una digestione faticosa. Il gesto in se stesso non ha nulla di sgraziato: notiamo le qualità pittoriche di questo atteggiamento.

 

Evidentemente l'uomo non poteva prendere dall'uccello che l'idea del clistere: la natura gli diceva di imitarlo servilmente. Eppure presso alcuni popoli selvaggi dell'Africa, dei lavamenti sono effettuati ancora oggi senza l'uso di alcun strumento; la mamma pulisce l'intestino di suo figlio applicando le sue labbra al posto giusto ed inviandogli così l'acqua immagazzinata in bocca. Un primo affinamento consistette nell'uso di uno stelo di canneto che si interpose tra le labbra dell'operatore e l'orefizio dell'operato. Questo sistema primitivo è descritto ironicamente in un libello del  1757 che è falsamente intitolato: Mémoires de l'Académie de la ville neuve de Nancy (Tome premier.) [Dissertazione dell'Accademia della città nuova di Nancy (Tomo primo).

 

Si trattava, lo si capisce, di ridicolizzare l'Accademia di Nancy facendo credere al pubblico che si appasionava per delle questioni di questo ordine: "Occorreva," dice l'autore di questa storica burla, "che l'operatore si fosse istruito attraverso un esercizio frequente nell'arte di trattenere il suo respiro, per timore che dopo aver svuotato i suoi polmoni e la sua bocca espirando la composizione, egli non la pompasse di nuovo con un movimento involontario... Tale fu l'arte nella sua infanzia. Lo sapete, Signori, le invenzioni più sublimi hanno avuto degli umili inizi!".

 

008.jpg Lavamento con vescica a cannula (iniziale miniata da un manoscritto del XIV secolo)

 

 

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Il Signor Purgon Medico, Le Tavernier, stampa anonima 

© Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens

 

 

 

 

 

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Georges Berr, rappresentato come medico di Molière, stampa.

 Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens

 

Un tale inconveniente non esiste più nell'apparecchio descritto da Reignier de Graaf nel 1668 e che si compone:

1° da una cannula destinata ad essere introdotta nell'intestino: è di legno, forata da piccoli buchi in cima;

2° da un tubo sottile della lunghezza di una o due aune, di materia molto flessibile;

3° da una imboccatura in legno.

 

Ciò dava già al malato la possibilità di non ricorrere all'aiuto altrui per l'operazione.

 

Ed ecco il terzo stadio: si immaginò di sopprimere l'intervento della bocca e di sostituirgli una vescica riempita con il liquido adatto. In un'opera apparsa a Rostock el 1639, Simon Pauli chiama questo strumento vesica bubula. Aggiunge che i chirurghi tedeschi avevano l'abitudine di servirsene mentre in Francia preferivano la siringa.

 

Secondo la Storia della Medicina di Feind, un chirurgo inglese avrebbe inventato verso il 1370 uno strumento a clistere assolutamente meraviglioso e il cui segreto sarebbe andato perduto. Era senz'altro un perfezionamento della vescica a cannula.

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Un'insegna del XV secolo (Museo Dobrée, a Nantes). La siringa di forma conica, doveva avere un pistone di pergamena che formava una ventosa.

 

 

 

blasoni2.pngBlasoni degli apotecari con la siringa a clistere come simbolo della professione (XVII secolo).
 

 

Ma è tempo di giungere alla nobile siringa, allo strumento molieriano. Essa era conosciuta nell'antichità, perché a Pompei è stata scoperta una vera siringa, ma di dimensioni ridotte, costruita senza dubbio per le cure da dare alle orecchie. Gli Egiziani, che secondo Erodoto lavavano i loro intestini tre volte al mese dovevano utilizzare degli strumenti di questi tipo.

 

 

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Il Signor de Pourceaugnac (Atto I, Scena 8. è seduto tra due medici: l'apotecario arriva reggendo una siringa. Stampa di Joullain, da Coypel).  © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.


Nella siringa di Pompei il pistone è azionato da uno stelo la cui estremità esterna, può essere manovrata comodamente, presenta la forma di una T, al contrario delle epoche moderne, l'impugnatura è costituita spesso da una palla o un pulsante cilindrico. È sotto questa forma che lo strumento è rappresentato nelle incisioni che illustrano le edizioni contemporanee del Signor Pourceaugnac e in molti quadri celebri di cui uno del grande Watteau.

 

Questa rapida enumerazione basterebbe da sola a dimostrare che la siringa ha ispirato i pittori e gli incisori. Ma c'è di meglio: alcune rappresentazioni sono esse stesse dei capolavori scolpiti. Una magnifica siringa in avorio del XVII secolo la cui impugnatura rappresenta una mano delicatamente ceselata, figurava in evidenza nelle collezioni del Signor Dr. Debat a Parigi. Se ne conoscono altre in osso scolpito o inciso, ma la maggior parte delle volte la siringa comune era costruita in stagno. In Francia questo metallo veniva fuso. In Europa centrale veniva lavorato.

 

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Cap. Cardoni. Maramao (Personaggi della Commedia italiana, che si inseguono con una siringa). Stampa di jacques Callot. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

Evidentemente nel corso dei secoli si dovette ricorrere ai buoni offici di un terzo per manovrare queste siringhe diritte. Ma ricordiamoci bene che l'apotecario fu per lunghi secoli, assolutamente estraneo a questo incarico. Durante il Medioevo sono i medici e più spesso i chirurghi barbieri che ne hanno il monopolio. A volte i medici hanno come aiutanti degli specialisti, specie di infermieri allenati a questo genere di sport. È Il caso di un pratico famoso del Borbonese che è l'eroe di una delle Cent nouvelles nouvelles [Cento nuove novelle] attribuite a Michault de Chanzy. Aveva per abitudine, qualunque malattia gli si dichiarasse, di far sempre "sbadigliare il clistere".

 

Riceve un giorno la visita di un bravo contadino che era venuto a chiedergli consiglio allo scopo di ritrovare il suo asino. Molto occupato e molto distratto. Crede il contadino ammalato e gli fa fare un lavamento dai suoi familiari. L'altro se ne va, non avendo capito nulla, ma è obbligato a fermarsi "per dare apertura al clistere, che richiedeva la chiave dei campi [clef des champs]". L'evacuazione fece un tale baccano che l'asino che brucava nei paraggi, si mise a ragliare. Il suo padrone lo udì e lo recuperò per aver ben eseguito l'ordinanza.

 

abitalmente le persone di qualità si facevano clisterizzare dai loro domestici.

 

Saint-Simon racconta che un galante cavaliere di nome Estoublon penetrò un giorno in casa della bella Signora de Brégis nel momento in cui era impegnata nell'introduzione della cannula, e poiché la dama non poteva vederlo, egli sostituì la cameriera che si era assentata per un istante. Ciò diede luogo a diversi racconti dai titoli suggestivi: L'apothicaire de qualité [L'apotecario di qualità] o Le Mousquetaire à genoux [Il Moschettiere inginocchiato]. 

 

 

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Medico. Stampa di Alfred Grevin (1880 circa). © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens


 

016.jpgIl Signor Purgon. Stampa (anonima). © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens

 

 

 

017.JPGLouis-Philippe salassa un operaio ammalato personificante il popolo. Il Duca di Orléans regge in mano un flacone a forma di pera recante questa iscrizione: Medicina del Re (rimedio esistito e ritenuto molto pericoloso. Il Maresciallo Lobau si appresta ad amministrare un clistere (Daumier).

 

 

Ma quanto segue non è un racconto: si sono conservati tutti gli atti di un che Etiennette Boyau, detta Tiennette, abitante a Troyes in Champagne intentò nel 1746 a François Bourgeois, canonico di Saint-Urbain, perché costui rifiutava di pagare le 150 libbre per essere stato "operato" da lei per due anni.  Ora Bourgeois assumeva sino a sei lavamenti al giorno. "Così valutando ogni giorno tre lavamenti in media (e questa valutazione non è eccessiva), si ritrovò per i 730 giorni un capitale di 2.190 lavamenti, i quali alla fine formarono la somma di 273 libbre 15 soldi". Finalmente si patteggiò. Questa storia fu utilizzata in un romanzo di Dorvigny, in cui il canonico in questione è rappresentato come "robusto e illustre personaggio" che si concedeva due o tre indigestioni al giorno.

 

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Pierrot ministro. Pierrot postulante. Pierrot malade. Pierrot medico (armato di una siringa). Pierrot poeta.
Stampa di Louis Morin (primo quarto del XX secolo)
. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens




019.jpgApotecario. Servite la bavarese. Stampa di Charles Philipon. © Collections histoire de la pharmacie, Ordre national des pharmaciens.

 

 

 

E.-H. Guichard

 

 

[Traduzione di Massimo cardellini]

 

 

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Clysterium

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9 dicembre 2011 5 09 /12 /dicembre /2011 12:05

Farmacia tascabile di un medico romano [1]

 

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 di Burkhard Reber (di Ginevra).
 


Nel gruppo dell’arte antica, all’Esposizione nazionale svizzera che ebbe luogo a Ginevra, nel 1896, si poteva notare in una delle vetrine destinate alle antichità romane trovate in Svizzera una piccola scatola in avorio molto curiosa. Secondo l’opinione generalmente ammessa oggi, si tratta della farmacia tascabile di un medico romano. L’oggetto appartiene al museo di Sion (Cantone Vallese), in cui l’ho avuto tra le mani alcuni anni prima della sua esposizione. Ma, durante lo svolgimento di quest’ultima, si è presentata l’occasione di farne delle fotografie, il che mi permette di possederne delle riproduzioni molto esatte.

 

 

 

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Notre Dame de Valère, Sion, Svizzera.



È il motivo che mi spinge nel pubblicare una breve nota sull’oggetto in questione benché esso il soggetto sia già stato trattato brevemente da altri autori [2]. Ma in nessun modo è trattato in modo esatto e, soprattutto per la nostra epoca, in modo esaustivo. Tengo particolarmente a por rimedio a quest’inconveniente. Successivamente si sono presentati dei nuovi casi, di modo che un riassunto su questo soggetto presenterà tanto più interesse in quanto in lingua francese, per quanto io ne sappia, non è ancora stato trattato.


Il corpo di questa scatola è scolpito in un sol blocco d’avorio; il coperchio presenta le figure di Esculapio e di Igea, si inserisce attraverso delle scanalature laterali. L’oggetto misura 11 cm di altezza e 7,5 cm di larghezza. Il suo spessore è un po’ più di 3 cm. Il colore bianco giallastro è quello del vecchio avorio. Gli archeologi si sono mostrati d’accordo sulla l’antichità di questa interessante farmacia portatile. La si attribuisce all’epoca romana della fine del terzo o dell’inizio del quarto secolo.


Questa scatola possiede la sua piccola storia che non manca di interesse. Quando in un angolo della camera degli archivi dell’antichissima chiesa di Valère a Sion, è stata ritrovata, coperta di polvere e dimenticata probabilmente da secoli, conteneva delle reliquie avvolte in stoffe molto belle, in seta. Tra queste si notava, ad esempio, un frammento della sedia su cui san Pietro si era seduto durante la condanna di Cristo. Si ha dunque il diritto di supporre che questo reliquiario era stato spedito da Roma, sotto forma di regalo, al vescovo di Sion. La scrittura sulle strisce di pergamena indicante il contenuto di ogni compartimento, sembrava appartenere al nono secolo.


Ma le figure di Esculapio e di Igea, divinità della medicina e della salute nell’antichità, non hanno nulla a che fare con un reliquiario cattolico; al contrario, esse dimostrano chiaramente l’antica destinazione della scatola. Per fortuna sono state lasciate le suddivisioni all’interno che sono testimoni egualmente dello scopo primitivo dell’oggetto. Su quest’ultimo punto si hanno tanto meno dubbi in quanto conosciamo oggi, come dimostrerò più avanti, un certo numero di queste farmacie portatili dei medici romani, tutte strutturate pressappoco allo stesso modo. Tuttavia, in generale, sono antichità molto rare e considerate essere della più alto interesse scientifico ed anche artistico.




02.jpgInterno della farmacia.



 


Le due figure che sono sulla nostra scatola rappresentano sicuramente Esculapio ed Igea. Gli attributi che questi personaggi reggono in mano lo provano nel modo più irrefutabile. L’uomo regge nella mano sinistra il bastone avviluppato dal serpente tradizionale e la donna un serpente ed una coppa. È la rappresentazione classica, così come l’abbiamo trovata incisa, scolpita e fusa su dei monumenti antichi. In quanto alla scultura in alto rilievo stessa, che orna il coperchio di questa scatola, non manca, malgrado una certa durezza delle forme e qualche errore di disegno, di uno stile elevato e di una tecnica che ricorda la grande epoca artistica dello sviluppo della nazione romana.


Molto spesso, si ritrova Esculapio ed Igea rappresentati insieme. Ma che li si incontri isolati o l’uno accompagnato con l’altro, ognuno reca sempre gli stessi attributi: Esculapio il suo bastone avviluppato con il serpente, Igea un serpente in una mano, la coppa nell’altra.

 


06.jpgEsculapio, Musei capitolini, Roma. 


Non è raro vedere queste due divinità della medicina e della salute che si crede siano a volte marito e moglie a volte padre e figlia, il che non ha nessuna importanza per noi, in compagnia di un bambino avvolto in un mantello e la testa sempre coperta da un cappuccio. È Telesforo, figlio di Esculapio che, secondo alcuni, rappresenta il convalescente, secondo altri un demone o il genio della salute. Ad ogni modo, egli aveva per sé dei templi a Smirne ed a Pergamo. Sappiamo che Esculapio e Igea contavano numerosi e magnifici templi ed altari tanto in Grecia quanto nell’antica Roma.


Si è recentemente scoperto a Tarda [3], in Ungheria, una placca in molassa, con la scultura delle tre divinità riunite, nelle loro forma più tipica e recanti i loro attributi. Insisto su questo ritrovamento perché proviene da un paese conquistato dai Romani, in cui il culto si è in seguito impiantato relativamente tardi. L’iscrizione che si vede sul piccolo monumento è così concepita: “Aur (elio) Eternalis ex voto posuit”.

 



04.jpgTavoletta votiva di Esculapio, Igea e Telesforo, II-III secolo d. C., Kyustendil, Bulgaria.

 



L’Esculapio nella nostra scultura presenta una singolarità. Regge con la mano destra un oggetto somigliante ad un pino. Quest’ultimo è solitamente l’attributo di Bacco. Può darsi che qui l’artista abbia voluto rappresentare una pianta o un fiore medicinale. Attiro su questo punto l’attenzione senza pensare di aver risolto la questione.


La croce che si scorge tra le due teste è più recente. Essa data naturalmente all’epoca in cui la scatola era destinata a diventare un reliquiario. Prima di utilizzare nella chiesa cristiana un oggetto che era appartenuto a dei pagani, occorse, attraverso un segno visibile, consacrarlo al cristianesimo. Questa pratica era generale ed è conosciuta in tutto il mondo. Il foro che si osserva in alto serviva per mettere un chiodino con un bottone a mo’ di serratura, per la chiusura.


Il dottore C. Brunner, menziona anche quattro altre cassette simili, tutte destinate al trasporto comodo di medicamenti e sempre provenienti dall’epoca romana. La prima di queste scatole, rettangolare, in bronzo, trovata a Pompei, suddivisa in cinque compartimenti, contiene ancora presentemente dei medicamenti, di cui una parte in pastiglie. Una seconda scatola simile, rinvenuta nei dintorni di Napoli, mostra sul coperchio a scorrimento l’immagine di Esculapio, si trova ora nel museo di Berlino. Un’altra scatola della stessa categoria, in bronzo, ma molto artisticamente rialzata da una placcatura in argento e rame puro, rappresentante il serpente di Esculapio rampante intorno ad un allora, con degli uccelli ai quattro angoli, è stato ritrovato nel letto del Reno a Magonza. L’interno di quest’oggetto notevole mostra quattro suddivisioni, due piccole e due più grandi, il cui contenuto è stato sfortunatamente rovesciato al momento del ritrovamento. Si conserva questa reliquia della medicina antica al museo di Magonza. La quarta scatola di questo genere, trovata come la precedente, nelle province renane, tra Neuss e Xanten, fa parte delle antichità romane del museo di Berlino. Dal punto di vista del loro impiego, l’opinione di tutti i ricercatori è unanime.



07.jpgVenere Hygeia, statua romana, 200 d. C.


La somiglianza di queste quattro farmacie tascabili, benché in bronzo, con quella che sto segnalando è assolutamente notevole. Come decorazione, quest’ultima è la più sviluppata ed allo stesso tempo la più tipica. Questa forma oblunga appiattita conveniva evidentemente ad un oggetto portatile, posto probabilmente in una tasca speciale.


In quanto alla strutturazione interna in undici suddivisioni un po’ differenti come grandezze, è la più complessa di tutte queste farmacie antiche conosciute sino ai nostri giorni. Visto lo spazio molto ridotto destinato ad ogni specie di rimedio, siamo obbligati a supporli di dimensioni minime se senza dubbio eleganti, probabilmente in pillole, pastiglie ed altro.


Ora si pone una domanda. Queste divinità non avevano che lo scopo di indicare in modo generico la destinazione dell’oggetto come recipiente di rimedi? La riflessione che ci ritroviamo in presenza di immagini di divinità e non soltanto di semplici figure decorative ci induce nel compiere un passo più lungo. L’oggetto appartiene all’epoca dell’idolatria per eccellenza, l’immagine di un Dio qualunque imprimeva all’oggetto un carattere sacro. Ne concludo che questa scatola di rimedi, in materia pregiata (l’avorio era già presso i Greci molto apprezzato per raffigurare le divinità), formava allo stesso tempo un piccolo altare portatile. E se c’è altare c’è culto.




03.jpgCoperchio della farmacia.

 




Ciò ci spiega egualmente perché l’oggetto è stato ritrovato in una chiesa cristiana (quest’ultima stessa avendo i suoi inizi in un tempio romano) [4]. Tutti gli oggetti dalla semplice pietra sino al più bel tempio, una volta consacrato ad un culto, non dovevano più cambiare destinazione. I sacerdoti cristiani si mostravano accaniti nello strappare al cosiddetto paganesimo tutti gli oggetti sacri per destinarli al culto del cristianesimo. Basta menzionare allo scopo gli esempi più noti di ognuno di essi. Mi sembra dunque di poter ammettere che l’ultima destinazione della nostra scatola come reliquiario deriva del tutto naturalmente dal suo scopo più antico e primario come altare degli dei della salute allo stesso tempo contenitore di rimedi.
Se si pensa che durante l’epoca romana la medicina era ancora puramente empirica, si capisce che ci voleva non soltanto una fiducia illimitata ma una vera credenza nel medico ed ai suoi rimedi. Da qui si può capire come facilmente come il medico abbia potuto avere egli stesso spesso più fiducia nelle sue divinità portatili che nella sua scienza problematica.


In queste condizioni, la bella scatola del medico, recante l’immagine, un po’ primitiva, degli dei della salute, poteva provocare presso il malato una suggestione salutare che non si disdegna nemmeno ai nostri tempi moderni.




NOTE

[1] Tratto da: Bulletin de la Société française d’Histoire de la Médicine (1903).


[2] Indicateur d’histoire et antiquités suisse, Zurigo, 1857, (p.32, tav. III). Dr med. Conrad Brunner, Die Spuren römischer Aerzte auf Boden der Schweiz, Zurigo, 1893, (p. 44 e tav. IV).


[3] Dr Jules Orient, Aus römischen Zeiten. Pharmac. Post. Vienna, 1901, n°23 (per l’obbligo che gli dobbiamo per la comunicazione della Tavola).


[4] B. Reber, Pourquoi voit-on le soleil dans ler armoiries gênevoise? [Perché si vede il sole negli stemmi ginevrini?], Ginevra, 1903, p. 19. 

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7 gennaio 2011 5 07 /01 /gennaio /2011 08:00

Mortai in avorio

 


 

di Silva Mario Martins


 

La comparsa del mortaio si perde nell'antichità più remota. Visitando i musei di alcuni paesi, in Europa ed in Asia, incontriamo dei mortai in pietra, in agata, in bronzo, in ferro, in legno, in ceramica, in vetro ed in avorio.

È così che possiamo citare: dei mortai di ferro, utilizzati dal VI al XI secolo a. C. in Tailandia come ne possiede il Museo nazionale di Bangkok; un mortaio di pietra libanese (I-II secolo), come è il caso di un esemplare molto fratturato che possediamo; un mortaio romano scoperto nei dintorni di Zadar ed edito da Tartalja di Zagabria, nella sua tesi di dottorato sostenuta nel 1956 all'Università di Parigi. I mortai in bronzo sono molto conosciuti, persiani ed egiziani durante l'XI-XII secolo, Tailandesi sin dall'XI secolo e dal XII, quest'ultimi a forma di battelli sino al XIX secolo. Nell'Africa del nord, se ne costruiscono ancora di ottone, ad uso domestico; se ne vendono anche nelle fiere e se ne fa uso soprattutto in cucina. Si trovano a volte anche dei mortai in ferro, in genere di grandi dimensioni. In quanto ai mortai in ceramica, porcellana e vetro, degli esemplari esistono, soprattutto spagnoli ed italiani, quest'ultimi in maiolica. 

 

Vi è tuttavia un tipo di mortaio molto raro di cui i Portoghesi sono stati nelle Indie, nella regione di Goa, i principali produttori. Si tratta dei mortai in avorio.


Con la fissazione dei Portoghesi a Goa, ed anche a Madras, si è creata un'industria della lavorazione dell'avorio. Al di là dell'enorme varietà dell'immaginario religioso indo-portoghese a Goa, in cui si notano le figure del Cristo, del Buon Pastore, di alcuni santi tra cui san Francesco, si sono eseguiti in questo prezioso materiale, molti oggetti ed utensili, tra i quali i mortai.

Ammettiamo che in Africa se ne siano prodotti qualcuno, benché molto raramente. Nella sua opera sugli oggetti in avorio, Tardy afferma che durante i secoli XVI e XVII, sotto l'influenza dei Portoghesi, gli artigiani africani ne hanno prodotti molto pochi. Vi si sostiene anche che non ve ne sono più di cento pezzi in tutti i musei del mondo, ma quest'ultimi si riducono a delle saliere, delle trombette, dei cucchiai, delle forchette (quest'ultime sono simili alle forchette portoghesi in argento dell'epoca).

 

 

Certo che altri popoli abbiano prodotto questo tipo di mortai, come gli inglesi, gli Olandesi, gli Italiani, i Francesi ed i Cingalesi, quest'ultimi degli artigiani in collaborazione con dei Portoghesi e degli Olandesi. Ne conosciamo degli esemplari che sono ai nostri tempi classificati come di origine italiana, inglese o olandese. Ammettiamo che degli Inglesi installati nelle Indie ed a Ceylon, in collaborazione con degli artigiani locali, abbiano prodotto dei mortai in questo paese dove, come sapiamo, l'accesso all'avorio era facile. In Portogallo, quest'ultimi trent'anni, ne abbiamo avuto conoscenza di dieci: uno nel commercio di Coimbra, uno in Francia, due che appartengono all'Associazione Farmaceutica, un altro proprietà del farmacista dottor Guerreiro Gomes e cinque che ci appartengono. Abbiamo anche conoscenza di uno inglese, riprodotto in un recente lavoro sull'avorio, pubblicato presso Thames & Hudson a Londra, di due francesi, proprietà l'uno del signor Robery Montagut (figura 1) e del dottor Jean Hossard (figura 2), e di uno olandese, riprodotto nel primo volume del trattato del Tardy.

La più grande quantità, una ventina circa, è quella che mi fu data di apprezzare a Milano, nella residenza personale di un importante antiquario che ha riunito tutti quelli che ha potuto trovare in tutta la sua carriera di commerciante di oggetti d'arte. L'interesse dei mortai in avorio è tale che questa famiglia milanese, ricca e colta, li sceglie per arredare la sua sala da pranzo. In questa favolosa collezione, la maggior parte degli esemplari sono dati come portoghesi; gli altri sono italiani, inglesi e francesi. Ma è difficile identificare l'origine dei mortai in avorio, in mancanza di elementi che permettano di stabilire una diagnostica differenziale. Vi sono degli esemplari fuori serie, eseguiti a richiesta o come regali, così uno francese, uno inglese, uno olandese ed alcuni italiani. Sono dei veri capolavori o delle fantasie.

 

 

Descrizione degli esemplari

 

II. Grazie alla cortesia di M. Robert Montagut, di Parigi, riproduciamo qui l'esemplare francese che gli appartiene (figura 1). Si tratta di un piccolo modello dalle pareti esterne consunte, avente soltanto alla base degli anelli in rilievo. Il pestello, anch'esso in avorio, presenta un rilievo nella parte centrale convessa. Questo pezzo possiede anche un coperchio a scanalature molto alto per poter essere preso in mano. È questo un mortaio molto raro per via della sua piccola taglia e del suo coperchio, caratteristica che non abbiamo mai visto, anche negli esemplari in legno ed in metallo.

 

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Figura 1

 

II. Grazie al signor Montagut, ancora una volta, abbiamo avuto conoscenza di un altro esemplare, di proprietà del dottor Jean Hossard, di Rouen (figura 2). Altezza 0,100 cm; diametro 0,107 cm; lunghezza del pestello 0,165. Questo mortaio ha fatto parte dell'Esposizione Centrale delle Belle Arti applicate all'industria, al Palais des Champs-Élysées (10 agosto- 16 ottobre 1865), al cui catalogo è descritto con il n° 5904: “Mortaio con il suo pestello a due zone scolpite, la prima occupata da dragoni, la seconda da lunghi Loang e piante fiorite tra le quali si aggirano degli scoiattoli. Curiosa imitazione cinese dei mortai dell'India. Collezione del signor Dottore Piogey”.

 

 

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Figura 2

 

 

III. Nell'opera edita Les Ivoires edita da Tardy nel 1977, a pagina 180, è riprodotto un mortaio molto interessante appartenente al Rijksmuseum voor Volkenkunde di Leida, originario del Ceylon. Malgrado la sua forma, dobbiamo ammettere che sia stato prodotto da artigiani cingalesi, all'epoca durante la quale Ceylon fu occupata dagli Olandesi. È un piccolo mortaio decorativo con un pestello. Tutto il corpo è lavorato come un merletto, separato nel mezzo da un solco semi circolare, impiantato in zona concava, vera cintura elegante. Il pestello, anch'esso lavorato, presenta diversi annelli leggermente sporgenti.  Il dottor Guerreiro Gomes, distinto farmacista di Lisbona, possiede un esemplare di 0,7 m, del diametro di 0,087 e la lunghezza del pestello è di 0,192. Esso presenta due zone, la prima costituita dal corpo, la seconda dal piede, separati da un solco.

V. L'Istituto di Farmacia di Lisbona ne possiede due.

VI. Un collezionista milanese ha, come ho già detto, una preziosa collezione di più di venti mortai in avorio.

VII. Possediamo anche noi un insieme di cinque pezzi diversi di diversi diametri ed altezze, il cui stile e decorazione sono sensibilmente identici e che non portano né data né firma. Eccone le note.

 

 

 

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Figura 3

 

 

a) Bel esemplare di 15,4 cm di altezza, con corpo e piede separati da un collo stretto, simile ad un calice (figura 3). Il corpo, di 11,2 cm di diametro esterno presenta sette scanalature limitate a monte e a valle da sottili scanalature. A livello del piede si osservano anche due semi scanalature, di dimensioni più grandi, separate da solchi sottili. La radiografia rivela tre fratture longitudinali nella parte più alta del corpo, la più lunga di esse raggiunge i 7,5 cm. Questo mortaio ha un fondo concavo, presenta dei segni d'uso e non ha pestello.

Provenienza: Antiquario Cabral Moncada, che lo aveva acquistato da un collezionista di Lisbona.

b) Esemplare molto elegante di 18 cm di altezza e di diametro superiore esterno, senza fratture apparenti, benché la radiografia mostri alcuni lievi solchi verticali di maggiori evidenza (figura 4). Presenta nel suo corpo due semi scanalature limitate da solchi, con solchi intermedi. Collo stretto e liscio. Piede con immagine concava, in solchi larghi 8 mm circa, limitato con delle incisioni e da rilievi orizzontali. Fondo concavo con segni d'usura. Assenza di pestello.

Questo mortaio ci è stato offerto dallo scultore António Duarte nel 1983.

 

 

 

 

 

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Figura 4

 

 

c) piccolo esemplare scuro a forma di bicchiere, di 13 cm di altezza e diametro superiore esterno di 8,2 cm (Figura 5). Senza fratture. Pareti lisce e senza solchi. Nel corpo, due semi scanalature, una sulla parte del bordo libero, l'altra nel mezzo, ben evidenti in radiografia, limitate a monte ed a valle da sottili solchi. Collo poco marcato. Piede di un diametro eguale a quello del corpo e che possiede un solco profondo nella parte superiore. Fondo concavo con segni d'usura. Molto ben conservato.

Provenienza: antiquario Cabral Moncada, Lisbona.

 

 

 

 

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Figura 5 

 

d) Esemplare più piccolo del gruppo (figura 6), del peso di soli 280 grammi, Sobrio, a forma di bicchiere. Altezza 9,4 cm, diametro superiore esterno 7,4 cm; diametro del piede 5,5 cm. Molte fessurazioni longitudinali, di cui una su tutta l'altezza del corpo, visibile in radiografia. Il corpo presenta due solchi orizzontali limitati da sottili striature adiacenti a monte e a valle. Tracce d'uso sul fondo. Collo poco marcato. Piede piccolo, di diametro inferiore a quello del corpo, con un sottile solco. Ben conservato. Assenza di pestello.

 

Provenienza: antiquario Cabral Moncada.

 

 

 

 

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Figura 6

 

 

e) Esemplare più grande del gruppo, del peso di 1, 830 kg. Munito di un pestello da 515 grammi. Questo mortaio ha una forma di calice poco elegante di 18,8 cm di altezza; diametro superiore esterno di 10,1 cm; diametro del piede 10,5; solco o collo di 7 cm di diametro (figura 7). La radiografia conferma nella parte alta tre fratture incomplete, verticali, la più lunga di 10 cm la più corta di 1,5 cm. Il disegno, molto semplice, si traduce soltanto con due piccole semi scanalature alte, poco visibili, ed all'esame radiologico limitate da sottili solchi. Nella parte inferiore del corpo, otto solchi. Piede del diametro identico a quello de corpo e solco largo apparentemente poco, limitato da sottili strie. Collo liscio e ben proporzionato. Segni d'usura all'interno. Il grande pestello, quasi liscio, sembra presentare alla radiografia una soluzione di continuità nel mezzo, con innesto interno e fissazione con piccole viti o tronconi metallici, praticamente impercettibili dall'esterno.

Provenienza: antiquario Cabral Moncada, che l'ha acquistato da un altro collezionista.

 

 

 

mortai--7.jpegFigura 7

 


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 Mortiers en ivoire

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2 marzo 2010 2 02 /03 /marzo /2010 09:00
La bilancia dall’Antichità all’epoca moderna

 

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È certamente in vista di un’utilizzazione medica che gli strumenti di pesatura sono stati inventati. Sin da epoche remote ci si accorse certamente delle virtù curative di alcune piante somministrate ad una certa dose, della loro nocività ad un’altra: da cui la necessità di pesare.

  

  

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Grande supporto in legno a forma di due serpenti intrecciati e coronati, con montanti in ferro battuto e sette bilance di diverse dimensioni. Fine del XVIII secolo, inizi del XIX, Austria.

 

Questa spiegazione farmaceutica della nascita della bilancia trova la sua conferma in uno dei più antichi trattati metrologici che ci siano giunti, il Carmen de ponderibus. L’autore di questa poesia, anonimo del III o IV secolo, precisa che i pesi sono quegli oggetti “di cui parlano i vecchi trattati di medicina”: nessuna allusione all’oreficeria o al commercio.

Ora se i faraoni ci hanno consegnato nei loro monumenti funerari o sui loro papiri numerose rappresentazioni di bilance, è perché quest’ultime avevano acquisito un posto importante nelle loro credenze religiose, i loro dei infatti, le avevano adottate per pesare il giusto e l’ingiusto, prendendo in prestito questa volta il loro strumento dalle farmacie del tempo.

 

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Pesatura delle anime nell’Egitto faraonico

 

 


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Primo Libro delle Respirazioni di Ousirour, (150-200 a. C.), epoca tolemaica.

Le tre righe in alto sono un inno ad Osiris, di cui alcune frasi sono tratte dal Libro del percorso dell’eternità. Sotto, il Primo Libro delle Respirazioni. Ousirour, indossante la corona di giustificazione, incensa una vacca in piedi su una tomba: è la dea Hathor, che protegge la sua spoglia (Libro dei Morti, capitolo 162). Il dio Toth, con la testa di ibis, controlla la pesata dell’Anima di Ousirour, in presenza di Osiride ed Iside. Davanti alla bilancia, la “divoratrice” deve ingoiare le anime troppo pesanti (Libro dei Morti, capitolo 125).

 

Il frammento di un manoscritto egiziano rappresenta la “grande sala della Verità”, in cui il defunto sta per essere giudicato da Osiride, assistito dai suoi 42 aiutanti dalla testa animale o di uomini e dalla bestia dalle fauci spalancate “che distrugge i nemici divorandoli”.

Horus e Anubi, pesando il cuore annunciano “che fa equilibrio alla verità e che la bilancia è soddisfatta”. Thot registra questa sentenza ed ordina che il cuore sia rimesso al suo posto nel petto: è il segnale della resurrezione.

La bilancia, quaranta secoli fa era così costituita: su uno zoccolo, un piede verticale reggeva un’asta forata ad ogni estremità da un buco in cui erano annodati gli attacchi che reggevano un piatto. Ma l’ago, solidale con l’asta, invece di spostarsi davanti ad un quadrante graduato, oscillava accanto ad un filo a piombo, a cui doveva essere parallelo. Ricche sculture ornavano l’asta ed il piede: fiori e steli di papiro, teste di re o di animali sacri.

Qualche secolo dopo, nella Grecia omerica abbiamo una testimonianza dell’uso della bilancia nell’VIII canto dell’Iliade: Greci e Troiani combattevano senza risultato, quando a mezzogiorno,

 

Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,

alto spiegò l'onnipossente Iddio

l'auree bilance, e due diversi fati

di sonnifera morte entro vi pose,

il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo,

le librò, sollevolle, e degli Achivi

il fato dechinò, che traboccando

percosse in terra, e balzò l'altro al cielo.

 

Su uno dei numerosi vasi greci in cui furono disegnate delle bilance. Mercurio (Hermes) procede alla pesatura delle anime alate di Achille e di Memnone. Il piatto che reca la prima sale, l’altra scende: Memnone sarà ucciso da Achille. Così la “psicostasi” greca non è un giudizio morale dell’oltre tomba come quella egiziana, ma un’operazione che fissa alla felicità il destino dei vivi.

 

 

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La coppa di Arcesilao. Pesatura del Silfio (Ferula Narthex), Coppa greca del VI secolo a. C.). Il re Arcesilao sorveglia la pesatura e l’imballaggio di questa pianta.

 

Nella coppa di Arcesilao, altro vaso greco, la bilancia non è più al servizio della superstizione, ma della farmacia: vi si pesa il Silfio, pianta medicinale che cresceva in Cirenaica. Vediamo che la bilancia greca era composta, come quella egiziana, due piatti sospesi a due braccia eguali.

I Romani adottarono lo stesso tipo, come possiamo constatare soprattutto sul sepolcro del fornaio Eurisace, di cui un bassorilievo è dedicato alla pesatura del pane. Essi inventarono tuttavia la celebre bilancia Romana a peso mobile. E non dimentichiamo che l aparola bilancia (bis, lanx: doppio piatto) è una parola latina.

 

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Sepolcro di Euricace, Rilievo della pesatura del pane, I secolo.

 

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San Michele, pesatura dell’anima, Pannello del XIII secolo.

 

La conclusione sarà che gli Antichi non hanno sempre effettuato pesature esatte benché abbiano conosciuto buone bilance. Perché frodavano appassionatamente! Frodavano anche per entrare nell’Altro Mondo! Sui bassorilievi egiziani, si vede spesso la Morte dare un colpo di pollice sul piatto che regge il suo cuore mentre gli dei, distratti, discutono tra di loro. Questa pratica passa per essere frequente, perché, nel Libro dei Morti, un trapassato onesto afferma che lui non ha affatto sollevato il piatto.

 

 

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Segno dello zodiaco: la Bilancia (21 settembre- 20 ottobre). Pubblicità farmaceutica per l’Argirofedrina.

 

In India, un certo banchiere pesatore d’oro, utilizzava, secondo Al Gaubäri, una bilancia sensibile all’attrazione un’asta calamitata. In Giudea, se si deve credere all’Antico Testamento, molti mercanti portavano un sacco di falsi pesi. In Grecia, i venditori di porpora si servivano di bilance a braccia ineguali di cui uno era di legno più pesante di quello del braccio opposto oppure conteneva del piombo, in modo da simulare l’esattezza quando i piatti erano vuoti, questo strumento ha avuto gli onori di un trattato aristotelico. A Roma infine, l’imperatore Adriano dovette emanare un editto contro i falsari in cui dichiarava l’esilio in un’isola deserta ed un giorno è stata dissepolta una bilancia recante l’iscrizione Exacta in Capitolio: giudicata esatta in Campidoglio, il che prova che i Romani possedevano un’amministrazione dei Pesi e misure.

E malgrado gli errori… umani della bilancia, gli Antichi l’hanno sempre considerata come il simbolo della giustizia. Dopo averla vista funzionare alla porta degli Inferi, hanno creduto di vederla sulla volta stellata: la Bilancia divenne il 7° segno dello zodiaco. È perché, essi dicevano, ha dovuto rifugiarsi in cielo in compagnia di Temi, la giustizia non esistendo più sulla terra.

 

Secondo Emile Mâle, la bilancia è entrata nell’arte cristiana grazie agli scultori meridionali che l’avevano trovata utilizzata nella pesatura dei cuori nei manoscritti orientali e sui bassorilievi dell’Egitto. Perché nessun testo evangelico fa menzione ad un giudizio divino praticato in tal modo. Per deferenza, gli artisti cristiani non piazzarono la bilancia dell’anima tra le mani di Dio padre o quelle del Cristo; sarebbe stato dar loro il ruolo di Anubi, considerato nel Medioevo come un demone così come tutti gli dei pagani. È a San Michele, il più terribile nemico di questi falsi dei, che toccò questo ruolo; è lui che vediamo con la bilancia in pugno su numerosissimi timpani di cattedrali o su innumerevoli capitelli raffiguranti il Giudizio finale; è lui che è diventato l’Arcangelo della Giustizia. Ispirandosi  anch’egli ai predecessori antichi, Satana bara a volte nell’ombra, cercando di far pendere verso sé il piatto…

L’idea doveva essere buona poiché, allo stesso tempo dei cristiani, i musulmani la adottarono: testimonia quel “racconta Mongolo” intitolato Le Bilance, che apparve nel 1823 in Tablettes romantiques, con la firma di “A” (senza dubbio Abel Hugo) e che parafrasava la storia leggendaria del sultano Ekher. Ekher vede in sogno una bilancia di cui un piatto è carico di un gran numero di oggetti molto pesanti è in equilibrio con un altro piatto tenuto da un bambino alato.

“nel primo”, spiegherà al sultano un fachiro, “ sono posti i tuoi innumerevoli crimini, nell’altro, la sola buona azione che tu abbia compiuto: aver avvicinato ad un porco affamato il suo cibo. Ma un solo crimine in più e il bambino alato che rappresenta questa buon azione, non potrà più assicurare l’equilibrio!”

Furioso il sultano vuole fare uccidere il fachiro, che tranquillamente ripete: “Un solo crimine in più, e…”. Il sultano si ravvede, fa penitenza e diventa un perfetto monarca.

Gli Arabi hanno dedicato un posto a parte alla metrologia tra le altre scienze e le hanno dedicato importanti trattati, come, nel XII secolo, quello di Al-Châzini, intitolato La bilancia della saggezza. Uno dei loro matematici, Omar al Chajjâmi, costruisce una bilancia romana migliorata, detta “bilancia dritta” di cui riproduciamo sotto gli schizzi originali

 

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La bilancia dritta araba, dal manoscritto di Omar al Chajjâmi

 

In Occidente, il filosofo Nicola Cusano e più tardi “l’universale” Leonardo da Vinci, si dedicarono a loro volta ai problemi scientifici della bilancia, ma bisogna aspettare il XVII secolo per registrare un progresso pratico con Roberval, che fu per la prima volta descritta nel Journal des Savants, nel 1670, si compone di un parallelogramma articolato manovrante al di sotto dei piatti di cui nessun attaccatura viene di conseguenza ad ingombrare la parte superiore.

 

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Vetrata della Cattedrale di Chartres: gli speziali (XII secolo)

 

Il perfezionamento degli strumenti di pesatura ha contribuito molto al progresso della chimica. Secondo Fourcroy, Lavoisier dovette le sue scoperte alla cura con la quale seppe scegliere le sue bilance. Ma è durante il XIX secolo che la bilancia è diventata il più perfetto ed il più preciso degli strumenti di fisica. Bisognerebbe , per descriverne i diversi tipi, entrare in lunghi dettagli tecnici che esulano da questo quadro: bilancia di Fortin, di Deleuil, di Bockholtz, aerotermica di Mohr, di Curie, bascule, ecc.

 

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Frammento di prospetto della fabbrica di bilance “Au Q couronné” (metà del XIX secolo).

Bilancia di precisione, fine del XIX secolo

 

Sia quel che sia, i pesi e le bilance erano, con i vasi ed i mortai, gli attributi più caratteristici della nostra professione. È notevole che la bilancia sia da una parte comparsa sulle insegne di molte corporazioni di apotecari e dall’altra parte che sia stata scolpita sul frontone di quasi tutti i tribunali! La giustizia e la farmacia hanno un emblema comune!

 

 

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Blasone degli apotecari di Evreux (XVII secolo)

 

 

 

 

 

 

 

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Bilancia dell’inizio del XIX secolo in ottone, l’altra, tedesca del XVIII secolo

 

 

 

 

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Bilancia in legno argentato policromo



 

 

Da: E.-H. Guitard, Les Annales Coopératives Pharmaceutiques, 1934.

 

http://www.shp-asso.org/index.php?PAGE=expositionbalance

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21 dicembre 2009 1 21 /12 /dicembre /2009 07:00
Il medico della peste



Oggi ancora famosa a Venezia come una delle maschere più caratteristiche del famoso carnevale, questa tenuta da guerra batteriologica, ideata nel XVI secolo, fu per molto tempo utilizzata dai medici che si occupavano di coloro che erano stati contagiati dal morbo.


L’equipaggiamento era composto da guanti lunghi, occhialoni, stivaloni, una tunica cerata ed una bacchetta per sollevare le coperte e gli indumenti del malato. La maschera a forma di testa d’anatra proteggeva il volto e nel lungo becco erano conservati medicamenti ritenuti efficaci a combattere il contagio: sali, spezie ed essenze, soprattutto rosmarino, aglio, ginepro.

 

 

 

DOCUMENTO: Drammatica testimonianza di Alvise Zen, "medico della peste", in una lettera scritta a monsieur d'Audreville qualche anno dopo l'epidemia che decimò la popolazione di Venezia.



Eccellentissimo monsieur d'Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c'è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l'orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai Veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.

Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall'Oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.

 

Ah! mio caro amico, nemmeno le guerre e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l'epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese. I detenuti vennero arruolati come "pizzegamorti" o monatti. Potevamo circolare liberamente solo noi medici.

Gli infermieri e i becchini dovevano portare segni distintivi visibili anche da lontano; noi indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole. Alzavamo le vesti dei malati con un lungo bastone e operavamo i bubboni con bisturi lunghi come pertiche. Uomini e donne malati venivano portati nell'isola del Lazzaretto Vecchio; le persone che erano state a contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo per più di venti giorni a scopo cautelativo. Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da "fignoli, pustole, smanie" e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri. Volete sapere quanti Veneziani se ne andarono al Padreterno? Ottantamila, pensate, in diciassette mesi; dodicimila nel novembre del 1630; in un solo giorno, il 9, furono cinquecentonovantacinque.

Non c'era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido "Chi gà morti in casa li buta zoso in barca". Per le strade cresceva l'erba. Nessuno passava. Illustrissimi medici dell'università di Padova, chiamati per un consulto, disconoscevano addirittura l'esistenza del morbo; guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell'ira divina la vera causa di tutto quell'orrore calato su Venezia.

La situazione era davvero tragica. Allora il doge Nicolò Contarini, a nome del Senato, fece voto solenne di edificare una chiesa "magnifica e con pompa" alla Madonna della Salute se la Vergine avesse liberato la città dalla spaventosa malattia. Promise, inoltre, che ogni anno il 21 novembre, giorno della presentazione al Tempio di Maria, si sarebbe colà recato in processione. Durante l'inverno la peste si affievolì, ma nel marzo del 1631 ebbe una recrudescenza. Solo in autunno fu debellata. Contarini era morto e il nuovo doge, Francesco Erizzo, volle subito adempiere il voto. Bandì dunque un concorso per l'edificazione del tempio ma intanto fece erigere una chiesa di legno riccamente addobbata dove governo e popolo, dopo aver attraversato il Canal Grande su un ponte di barche, si recarono in processione a esprimere la loro riconoscenza alla Madonna. Questo è quanto, monsieur: ve ne affido la testimonianza per i posteri.

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10 dicembre 2009 4 10 /12 /dicembre /2009 10:25

La forma ed il valore dei pesi dall’Antichità alla Rivoluzione francese*

 

di E.-H. Guitard

 

Fig 1Conosciamo il motto dei mastri apotecari di Parigi: Lances et pondera servant. Fa certamente allusione non all’esattezza delle pesate, che era di regola nelle loro botteghe, ma al compito onorifico che era stato loro affidato al tempo in cui non esistevano funzionari incaricati di questa attività: è la loro corporazione che a Parigi ed in altre città aveva la custodia dei pesi-campioni e che verificava i pesi commerciali di ogni genere.


fig-2.JPGÈ dunque in modo del tutto naturale che la storia della farmacia si interessa ai pesi e misure! Delle civiltà iraniane, ci rimangono magnifici pesi di bronzo a forma di leone coricati e d’altri in bronzo o in pietra molto meno eleganti, perché presentano la forma del porco o quella dell’oca. In quanto al peso egiziano e siriaco, non ci dà la stessa sensazione di pittoresco: si tratta soprattutto di dischi o di rettangoli in basalto, in bronzo o bombati, sono a volte provvisti di un’ansa o di un’orecchia.


Fig-3.JPGIn Gallia, in tutte le epoche, ci si è serviti per le pesate, di semplici pietre tagliate, che nelle regioni ricche in argilla si sostituivano con dei tronchi di cono o tronchi di piramide in terracotta, quasi sempre forati da un buco in vista della loro collocazione sul un piatto di bilancia.


Nella Grecia primitiva ed in Magna Grecia compaiono altre forme più artistiche: dei dadi, un uomo trasportante un fardello, un bel petto di donna provvisto di seni esuberanti o dei corpi di animali.

fig-4.JPGPer Atene, si conoscono cinque tipi più ordinari degli altri: l’ossicino, l’anfora, la tartaruga, il delfino e la luna crescente, che corrispondono ognuno ad un’unità ponderale diversa: mina pesante, mina soloniana, dracma, ecc. ma durante l’epoca classica, i pesi non sono più trattati in ronde-bosse, la loro forma generale non è quella degli animali in miniatura: sono come presso gli Egiziani, delle lastre di metallo, generalmente quadrangolari, le cui facce piatte portano, stampate in bassorilievo con il processo del conio, l’immagine dei soggetti in questione, con a volte varie iscrizioni.


Fig-5.JPGPerché gli animali ornano, di preferenza a rispetto ad altri oggetti, i pezzi più antichi? Gli autori Romani si sono fatti carico di darci la spiegazione chiarendoci le origini della loro moneta, che si confonde, come presso molti popoli agricoltori, con quella della meteorologia. È facile indovinare infatti che le prime transazioni furono dei semplici scambi in natura: si pagava del grano dando una pecora, un angolo di terra in cambio di due o tre buoi.


fig-6.JPGUn bel giorno, si trovò comodo sostituire il bue vivente con una certa quantità di rame di valore equivalente e dei lingotti di questo metallo furono posti in circolazione, lingotti che bisognava ogni volta pesare sulla bilancia (libra). Poi, per evitare queste continue pesate si ebbe l’idea di graduare alcuni lingotti incidendo su una delle loro facce, la testa di bestiame (pecunia) di valore equivalente. Così nacquero i primi assi che valevano un bue e pesavano una libbra.


Tutti gli autori latini sono d’accordo per attribuire al primo as libral, cioè alla prima libbra, il peso di 12 once, cioè… di una libbra. Nessun esemplare di questo peso-moneta, senz’altro effimero, è giunto sia a noi. Di prelievo in prelievo di frammenti si giungerà a battere delle libbre-monete di 4 once ossia un terzo del loro valore nominale.


  Fig-7.JPGÈ stato calcolato che la libbra-peso (la vera libbra: litra  in greco, libra in latino) corrispondeva in Grecia a 360 dei nostri grammi moderni, a roma a 327.5 rappresentando un dodicesimo della libbra, l’oncia valeva da 27 a 30 grammi. In quanto allo scrupolo, o grammo, era la 24a parte dell’oncia: è superiore di una ventina di centigrammi al grammo del nostro sistema metrico che porta il suo nome gramma.


  Altre unità di misura, puramente greche, furono adottate dall’Impero Romano: Plinio ci dice che dei medici della sua epoca formulavano esclusivamente in pesi greci, di cui ecco la gamma: il talento pesava circa 3 Kg, la mina era un 60° del talento e valeva dunque 50 grammi; la dracma, equivaleva ad un denario d’argento da 3 a 4 grammi, rappresentava un centesimo di mina. I pesi inferiori erano quasi esclusivamente medicinali, come l’obolo (un sesto della dracma= 0.60 g) ed il Keration (o.20 g).

A Pompei è stata scoperta una piccola cassa contenente diversi strumenti di chirurgia, ed anche 8 pesi di piccola taglia: così accompagnati, questi pesi erano evidentemente di uso medico. Erano piatti ed assai larghi mentre gli altri erano tozzi e stretti; inoltre portano come iscrizione delle lettere invece di cifre.

 

La rivoluzione dei pesi dal Medioevo alla Rivoluzione


 

fig-8.JPGRaccogliendo l’eredità scientifica dei Greci attraverso la mediazione dei Bizantini, gli Arabi si servirono dell’oncia e della dracma, di cui pronunciarono darakhmy, poi derham (un po’ più di 3 grammi); conoscevano anche il grano (habba= 0.07 g). ma in seguito alla rarità dei pesi-campione, in seguito anche all’alterazione delle monete (spesso utilizzate per le pesate), il valore reale delle unità correnti varia senza sosta durante il Medioevo mentre il vocabolario non muta. All’inizio del XVII secolo, “la libbra di Costantinopoli pesa 26 once, quella di Parigi 16, quella di Lione 15, quella degli Spagnoli 14, quella di Genova e dei loro circonvicini 12 e quella degli orefici, che è chiamata march, soltanto 8”. Anche il valore assoluto dell’oncia non è lo stesso qua e là.


fig-9.JPGLa libbra di Parigi, che dal XV al XVIII secolo vale 16 once, si chiamava anche libbra reale o libbra peso di marco perché equivaleva al doppio del marco o marco di Troyes (8 once), unità ponderale che i mercanti italiani apportarono alle grandi fiere di Champagne e che i re di Francia avevano in seguito adottata come unità monetaria.


Ma i pesi medici, che ci interessano più in particolare, erano molto differenti dai pesi commerciali; essi si erano meno evoluti perché la loro utilizzazione si trovava legata all’interpretazione di formule scritte da secoli e quasi invariabili. Ciò non vuol dire che essi erano l’immagine fedele dei loro modelli antichi e che costituivano una lingua comune all’universo medico.


Fig 10-copie-2Durante il XV e XVI secolo a Parigi, esistevano cinque libbre mediche diverse, i due più utilizzati valevano l’una 10 once peso di marco, l’altro 12 once. E ancora ognuna di esse poteva avere due modi di divisione differenti. “Il medico,” scrive con qualche esagerazione uno specialista della metrica medievale, Guilhermoz, “effettuava le sue ordinanze senza preoccuparsi di sapere quale era il peso di cui si serviva l’apotecario e l’apotecario li eseguiva con la stessa serenità”. Aggiunge, e ciò non è ancora che una mezza verità, che la compensazione  dei rimedi essendo affare “di proporzione, non di quantità”, gli errori di interpretazione erano senza importanza per il malato. Sì, se tutti i sistemi fossero stati comparabili e se le ordinanze non avessero spesso combinato le notazioni di capacità con quelle di peso.


fig-11.JPGIn realtà, ci si preoccupò spesso e senza successo, sino all’adozione del sistema metrico, di rimediare a questo impressionante disordine. Nel 1557, Enrico II fece consultare su questo punto gli apotecari parigini. Verso lo stesso periodo, il medico Fernel, poi gli apotecari Charas e Lémery, proposero, il che era bene, delle semplificazioni e le applicarono essi stessi, il che era male, poiché aumentavano così il numero dei sistemi.


Fig-12.JPGL’unificazione richiesta per tanto tempo dai nostri pratici doveva essere realizzata grazie ai decreti del 8 maggio 1790, del Germinale anno III e la legge del 19 frimaio anno VIII relativi ai sistemi metrici, che non divennero realmente esclusivi che nel 1840. Una lunga attesa come si vede, anche se è vero che nella metrologia medica, l’anarchia non aveva mai , e da molto tempo, stata così grave come nel commercio. Molti trattati medici e farmaceutici erano accompagnati da una chiave dei pesi e misure. Come il famoso Regimen sanitatis della scuola di Salerno che conteneva 20 versi dedicati a questa spiegazione: Audi loetando quod dicam versificando; e cioè: Grazie alle mie rime, troverai attraente la mia lezione.


Come tutte le farmacopee precedenti, il primo codex parigino, nel 1638, dà la concordanza dei pesi, sfortunatamente, tutto il suo sistema è basato sul grano (grain), che è definito: il peso di un grano d’orzo di spessore medio…!

 

fig 13Ecco una tavola dei pesi medici utilizzati sia nel celebre Antidotario di Nicolas (il breviario del farmacista del Medioevo) sia nel Codex del 1638 e nell’ Encyclopédie del XVIII secolo verrà unita una chiave delle abbreviazioni, che permetterà al farmacista di decifrare non importa quale ordinanza di cui un ammalato gli chiederà di eseguire.


fig-14.JPGTra le cause dell’alterazione del valore delle unità ponderali, non bisogna trascurare la varietà infinita e la fabbricazione fantasiosa dei pezzo di pietra o di metallo destinati alle pesate. L’Encyclopédie ci informa che dei pesi-campana erano fabbricati in bronzo come le campane ordinarie da parte dei fonditori e che erano in seguito riempiti di piombo dai bilanciai. In quanto ai pesi incastrati, essi venivano quasi tutti da Norimberga e li si chiamava pesi-di-marco perché, scatola compresa, essi pesavano esattamente un marco o 8 once.


fig-15.JPGIn tutte le epoche della storia, ahimè, vi furono molti pesi falsi in circolazione. Un’ordinanza celebre di Carlo Quinto assimilava agli avvelenatori coloro che se ne servivano e li minacciava della frusta, dell’esilio, della pena di morte. In Francia, gli statuti dei candelieri di sego rivelano un inganno abituale ai commessi della propria corporazione, che aggiungono del sego… sotto i pesi. I re di Francia non cessano di legiferare contro i mercanti disonesti e sappiamo che essi avevano “sin da tempi antichi” (secondo l’espressione di Francesco II) affidato ai mastri speziali-apotecari di Parigi e di altre città, la carica molto onorevole di verificare i pesi e bilance presso tutti i mercanti.


fig-16.JPGQuesti mastri potevano procedere alla “visita” delle botteghe due volte all’anno percependo un piccolo compenso e più spesso se volevano, ma, in quest’ultimo caso, gratuitamente. Essi dovevano distruggere gli strumenti difettosi o non contrassegnati e segnalare e segnalare i rei all’autorità preposta in vista delle ammende.


fig-17.JPGNaturalmente, vi furono numerosi recalcitranti ed i mastri apotecari dovettero per questo motivo numerosi processi: con i candelieri di sego e gli olieri candelieri, con i bilancieri giurati, i tintori “di lana, filo e seta di buona tinta”, con i pasticceri (che ebbero numerose cause, perché i loro pesi servivano alla fabbricazione, non alla vendita), infine, con un certo panettiere irascibile, che il tenente generale di polizia condannò nel 1762 a “portare ONORE e RISPETTO” agli apotecari incaricati dell’ispezione.

fig-18.JPG

Per l’esercizio di questa funzione delicata, le nostre guardie avevano già ricevuto da Filippo il Bello nel 1312 un peso dormiente o peso campione, un altro campione fu depositato al Chatelet ed un terzo posto al lièvre-caillou, cioè al pesatore-giurato incaricato di far funzionare- e fruttare- le bilance pubbliche o peso-del re, ubicate una alla Halle aux Blés (mercato delle granaglie) e l’altra in rue des Lombards.


 

* Tratto da: E.-H. Guitard, Les Annales Coopératives Pharmaceutiques, 1938-1939 ; Disegni di E.-H. Guitard dal vero o dalle collezioni del Museo Saint Raymond di Tolosa

 

 

LINK al post originale:

La forme et la valeur des poids de l'Antiquité à la Révolution française 

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21 novembre 2009 6 21 /11 /novembre /2009 10:00

 

Alambicco di laboratorio di rame ed ottone del XIX secolo

 

 

Un alambicco è uno strumento destinato alla separazione di prodotti attraverso il riscaldamento e poi il raffreddamento (distillazione). La parola proviene dall’arabo al 'inbïq esso stesso preso in prestito dal tardo greco ambix (vaso). Lo strumento era conosciuto comunque anche tra Egiziani e mesopotamici verso il 3500 a. C.


L’alambicco fu dapprima utilizzato per creare profumi, essenze o farmaci, prima di permettere la produzione di acquaviti per distillazione di succo di frutta fermentati.


Solitamente gli alambicchi sono composti di quattro parti:

1) Il corpo o caldaia o cucurbita in cui si trovano i liquidi da distillare, direttamente riscaldato con un fuoco o a bagnomaria;

2) il capitello che ricopre la caldaia ed è provvista da un tubo conico in cui si dirigono i vapori;

3) il collo di cigno, tubo che dirige i vapori verso il condensatore;

4) la serpentina o condensatore, tubo elicoidale sulle cui pareti si condensano i vapori.

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20 novembre 2009 5 20 /11 /novembre /2009 10:35




Mortaio a due anse a testa di leone sul quale si può leggere: “Sono stato fatto fare dall’alto e potente Messere Pierre de la Ville de Ferrolles, cavaliere dell’Ordine del re, signore delle alte giustizie, terre e signorie di Ferrolles, di Liniers, la Charrouillère, Maye e altri luoghi nell’anno 1632.


 

Il mortaio è un recipiente che permette di triturare del materiale che si vogliono trasformare in pasta o in polvere grazie all’azione di un pestello. Il mortaio può essere di legno oppure pietra, porcellana, metallo o vetro. Mortaio e pestello sono utilizzati sin dall’antichità dagli apotecari ed i preparatori per pestare diversi prodotti della farmacopea in vista delle preparazioni farmaceutiche.

 

I mortai sono uno dei simboli più frequenti dei preparatori nel mondo.

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